www.missionecristianaevangelica.it

Home Page

Versione del Libro in HTML, adatta per ipovedenti e sofferenti di cecità, compatibile con i programmi vocali dei PC per i ciechi. Dio vi benedica tutti.

Libro “Chiesa Cattolica Romana: verità o menzogna?; La Trinità e il contraddittorio del sangue” in formato HTML. Per scaricare anche Gratuitamente il libro in PDF con una visualizzazione migliore, numeri di pagine,ecc., (versione originale completa) andare sul sito segnalato sopra.

Introduzione ai due libri

 

Pace a te cara lettrice e caro lettore, chi scrive è un cristiano evangelico.

Quest’opera ha necessitato di grande fatica, tre anni di lavoro, preghiera, impegno e costanza, studio incessante della Parola di Dio, ricerche di ogni tipo, confronti e soprattutto dell’ascolto attento della voce veritiera e ineffabile di Dio.

Così, è con immenso piacere nello Spirito Santo e non per ricerca di vanità alcuna che porgo quest’opera, alla presenza di Dio, per l’evangelizzazione del Nome Santo di Cristo Gesù e dell’opera sua salvatrice, potente ed unica.

La prima lunga parte del libro “Chiesa Cattolica Romana: verità o menzogna?” ti farà addentrare in modo profondo, semplice e dettagliato, nel confronto imbarazzante tra le più importanti e fondamentali dottrine erronee cattoliche e la santa Parola di Dio, ossia la Sacra Bibbia. Noterai, così, con evidenza assoluta, il contrasto fra quello che Dio vuole e ha comandato e quanto la Chiesa Cattolica insegna e fa nella linea dottrinale. Nello studio sono stati immessi e agglomerati fra di essi innumerevoli dati e documenti storici, tutti i più importanti passi biblici che la linea ufficiale della Chiesa Cattolica prende come punto di forza e di base per l’estrapolazione delle sue dottrine erronee, prese in esame in questo studio. Queste dottrine erronee sono state spiegate attentamente e scrupolosamente, sia dal punto di vista cattolico, che dal punto di vista verace della Bibbia, con gran timore di Dio e rispetto per la Verità in Cristo Gesù e nello Spirito Santo, smascherando così, in modo semplice, chiaro ed efficace e per grazia di Dio, l’ingegno e l’inganno cattolico secolare. Inoltre, sempre in questo studio vi sono immessi i punti dottrinali della Catechesi cattolica, che parlano ufficialmente di tali dottrine in seno alla Chiesa Cattolica, e il come, il quando e il perché essa nasce, tutto quanto la Bibbia dice esplicitamente e con potenza riguardo alla estraneità di tali dogmi e dottrine cattoliche dalla Parola di Dio. Tutto è fatto con determinazione, certezza di fede, e con una metodica semplice e spesso ripetitiva per meglio far comprendere le verità bibliche spiegate. La seconda e ultima parte del libro “La Trinità e il contraddittorio del sangue” tratta, sempre con le stesse metodiche ed attenzioni della prima parte, la spiacevole menzogna dei Testimoni di Geova riguardo alla Persona di Cristo e dello Spirito Santo i quali sono per essi rispettivamente un angelo (l’Arcangelo Michele) e una semplice energia, forza attiva di Dio. Lo studio tratta, inoltre, anche del serio problema che esiste in seno a questa organizzazione, riguardo alle donazioni del sangue. Un libro che, ringraziando Dio con vigore, può essere d’aiuto a quanti non conoscono il Signore (cattolici, clero incluso, testimoni di Geova ma anche tanti altri) e a coloro che pur conoscendolo vogliono approfondire alcune importanti questioni riguardo agli argomenti in esso trattati che possono, qualora approfonditi, sicuramente potenziare, se Dio lo permette per sua grazia, nella conoscenza di tante cose che nel mondo di oggi, con la sua cultura, ideologia, materialismo e senso religioso ipocrita, non possono non essere ben conosciute e fatte ben conoscere, per meglio contrastare l’errore nell’evangelizzazione del nome del Signore, verso coloro che non sono nella verità di Dio. Il Signore ci aiuti nel nome di Cristo Gesù, il Benedetto in eterno, per la potenza e la guida dello Spirito Santo!

Possa tu, cara lettrice e caro lettore, scegliere di amare Dio in verità, nella grazia e con tutte le tue forze fisiche e mentali. Se non lo hai ancora fatto nella tua vita, per svariati motivi che accomunano gli uomini e le donne nel mondo, fallo oggi, fallo adesso.

Pace a te in Cristo Gesù, Signore della salvezza degli uomini riscattati!

 

 

 

Chiesa Cattolica Romana:

verità o menzogna?

 

 

Hogan Interactive Grigio Bianco Con Diamante 2014 Per Hogan Scarpe Hogan Interactive Luminoso Nero 2014 Per Hogan Scarpe Hogan Interactive Nero 2014 Per Hogan Scarpe Hogan Interactive Nero Con Argento Logo 2014 Per Hogan Scarpe

Presentazione dell’autore

 

Pace, caro lettore; mi presento: mi chiamo Stefano Ligorio e sono un cristiano evangelico pentecostale. Il mio sogno si realizza con questo libro. Dio sia glorificato in eterno nel nome Santo di Cristo Gesù per la potenza dello Spirito Santo.

Non voglio dilungarmi in tante parole, ma voglio semplicemente dirti che al mondo non c’è cosa più cara e grande dell’amore di Dio per noi. Ti prego caro lettore salvati da questa generazione perversa. L’Iddio misericordioso aspetta che tu ti lasci guidare e salvare dal suo amore grande ed eterno. Ti chiedo un favore, leggi questo libro con estrema attenzione, con fede e con amore per la verità. Tutte le volte che incontrerai le citazioni di passi e versetti biblici, abbi cura di consultare la Sacra Bibbia, così avrai la certezza che quanto si è preso in esame nei modi e nei tempi non scosta dal messaggio divino. Se vuoi conoscere la volontà di Dio, prega incessantemente il Signore, studia la sua santa Parola e rivolgiti ad una Chiesa Cristiana Evangelica (“pentecostale”); qui troverai uomini e donne di Dio pronti ad aiutarti nel tuo personale cammino di ricerca della verità del Signore. Dio esiste, Egli ha creato tutto quello che vedi, puoi crederci o meno ma questa verità non cambierà. Solo gli stolti chiudono gli occhi di fronte alla realtà, perché non vogliono o non possono vedere. Chiedi a Dio con sincerità di condurti alla verità delle cose, Egli scruterà il tuo cuore e ti esaudirà, perché Egli è fedele alle sue promesse. Troverai credenti pronti a rispondere per la potenza di Dio ad ogni tua domanda, stai pur certo. Fuggi via dalla menzogna del mondo, incamminati verso la luce risplendente della verità ed essa ti farà libero. La morte ci perseguita, essa è ad ogni angolo pronta per divorarci, il mondo passa ma le promesse di Dio per i suoi sono eterne.

Le teorie umane che negano l’esistenza di un Essere Creatore non sono definibili né vere, né scientifiche, al contrario vi sono tantissime leggi della scienza sperimentale che testimoniano potentemente l’esistenza assoluta di un Creatore che ha creato ogni cosa, le quali hanno ben più valore di quelle teorie non scientifiche legate all’assurda idea dell’evoluzionismo, le quali dichiarano che tutto è venuto dal caso per mezzo di una evoluzione, attraverso la quale tutti gli esseri viventi, umani, animali e vegetali, si sarebbero evoluti nel tempo da elementi organici primitivi venutisi a creare da una reazione chimica tra elementi inorganici in un “brodo primordiale” che avrebbe dato vita a degli amminoacidi, elementi organici, i quali nel tempo unitisi con altri composti ed elementi organici avrebbero dato vita alla prima cellula primitiva, dalla quale tutti noi, gli animali e i vegetali saremmo discesi. Poco nella mia vita mi è risultato essere altrettanto fantascientifico, puerile e assurdo. Dio ti ama, chiunque tu sia cara lettrice e caro lettore. Egli si farà conoscere da te se tu lo cercherai con sincerità e rispetto per la sua Parola e scoprirai un nuovo mondo, un mondo fatto di verità, amore, pace, giustizia e santità. Se non sei convinto non preoccuparti, è saggio tentare di discernere l’errore e l’inganno, specialmente abituati come siamo ad essere ingannati e truffati in questo mondo malvagio.

Prega il Signore con forza ed ascolta il tuo cuore, non avere paura, noi non siamo una setta, (le sette sono tutte quelle organizzazioni religiose in opposizione alla verità e all’insegnamento della Bibbia, in questo, anche la Chiesa Cattolica e l’organizzazione dei testimoni di Geova sono pienamente una setta in quanto opposti alla verità biblica di Dio) siamo milioni nel mondo, non siamo in cerca di denaro o altro del genere, ma cerchiamo solo di adempiere con amore al mandato del Beatissimo Signore nostro Gesù Cristo di predicare il suo nome per la conversione e la salvezza delle anime. Con affetto Stefano!

Ti saluto caro lettore raccomandandoti nuovamente di leggere sempre direttamente dalla Bibbia i passi e i versi citati in questo libro che non siano stati espressi nel loro contenuto. Pace a te!

Vorrete scusarmi, se in qualche modo sono stato troppo ripetitivo in alcuni contesti, ma era mio scopo non badare all’estetica, ma far percepire bene il messaggio e il contenuto di quanto era il mio proponimento.

 

 

 

 

Prefazione dell’autore

Cara lettrice e caro lettore, se non sei già in Cristo Gesù, mi auguro che questo libro possa aiutarti a comprendere il vero messaggio cristiano della Bibbia e conseguentemente a poterlo accettare entrando in comunione con il Signore ed essere salvato. Lo scopo di questo libro è quello di vanificare le inique dottrine cattoliche ed esaltare il vero glorioso e giusto messaggio di Cristo, di Dio. Il Signore ti benedica e ti infonda pienamente la conoscenza e l’amore verso di Lui, affinché tu possa amarlo in verità, amore, santità e giustizia.

I passi biblici riportati nel seguente studio (nel caso non sia indicato diversamente) sono presi dalla traduzione biblica Nuova Riveduta (società biblica di Ginevra). La parola con carattere maiuscoletto: “SIGNORE”, nella traduzione biblica Nuova Riveduta, viene usata per indicare il termine ebraico: “Yahweh” (nome di Dio); la parola con carattere normale: “Signore” è invece la traduzione letterale del termine ebraico: “Adhonai”. Laddove ricorre “Adhonai Yahweh” è riportato (sempre nella versione Nuova Riveduta) con l’espressione “il Signore, DIO”, per evitare la ripetizione.

 

 

 

 

 

 

Capitolo 1

Tradizione e Sacra Scrittura

Il Concilio di Trento dichiarò che la tradizione deve essere ritenuta di eguale autorità della Bibbia, nell’anno 1545. Per tradizione si intendono gli insegnamenti umani, provenienti da epoche, circostanze, culture e fonti svariate nell’ambito della storia della Chiesa Cattolica.

I farisei credevano la stessa cosa della tradizione e Gesù li rimproverò severamente perché con essa spesso si annulla la Parola di Dio: Marco 7:7-13; Colossesi 2:8; Galati 1:6-9.

Al punto 82 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della rivelazione <attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra (la Tradizione e la Sacra Scrittura) devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto>”.

Al punto 97 si legge: “<La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio>, nel quale, come in uno specchio, la Chiesa Pellegrina contempla Dio, fonte di tutte le sue ricchezze”.

Al punto 100 si legge: “L’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio è stato affidato al solo Magistero della Chiesa, al Romano Pontefice e ai Vescovi in comunione con lui”.

La fonte di verità riguardo a Dio e alla sua creazione è rivelata solo nelle Sacre Scritture; un buon credente dovrebbe attenersi solo ad esse e non considerare le tradizioni secolari umane, tanto più quando queste sono in contrasto con le dottrine bibliche rivelate da Dio.

Atti 17:11: “Or questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica, perché ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così”.

2 Timoteo 3:14-17: “Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate, e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”.

Galati 1:6-10: “Mi meraviglio che così presto voi passiate da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo a un altro vangelo. Che poi non c’è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso; se qualcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema...”.

Tito 1:13-14: “...Perciò riprendili severamente, perché siano nella fede, e non diano retta a favole giudaiche né a comandamenti di uomini che voltano le spalle alla verità”.

1 Giov. 2:26-27 “Vi ho scritto queste cose riguardo a quelli che cercano di sedurvi. Ma quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi, e non avete bisogno dell’insegnamento di nessuno; ma siccome la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera, e non è menzogna, rimanete in lui come essa vi ha insegnato”.

2 Giov. v.9-10: “Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non ha Dio. Chi rimane nella dottrina, ha il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo”.

Romani 15:4: “Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza”.

1 Tessalonicesi 2:13: “Per questa ragione anche noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi la accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete”.

Efesini 5: 6-10: “Nessuno vi seduca con vani ragionamenti; infatti è per queste cose che l’ira di Dio viene sugli uomini ribelli... Comportatevi come figli di luce... esaminando cosa sia gradito al Signore”.

Efesini 5:15-17: “Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi;...Perciò non agite con leggerezza, ma cercate di ben capire quale sia la volontà del Signore”.

Colossesi 2:4-10: “...Come dunque avete ricevuto Cristo Gesù, il Signore, così camminate in lui, radicati, edificati in lui e rafforzati dalla fede, come vi è stata insegnata, abbondate nel ringraziamento. Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo...”.

Colossesi 2:18-23: “Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale...”.

Matteo 5:18-19: “Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra neppure uno iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato...”.

Matteo 24:35: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.

2 Corinzi 2:17: “Noi non siamo infatti come quei molti che falsificano la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo”.

2 Corinzi 4:2: “al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità...”.

2 Corinzi 11:4: “Infatti, se uno viene a predicarvi un altro Gesù, diverso da quello che abbiamo predicato noi, o se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello che avete ricevuto, o un vangelo diverso da quello che avete accettato, voi lo sopportate volentieri”.

1 Timoteo 1:3-7: “Ti ripeto l’esortazione che ti feci mentre andavo in Macedonia, di rimanere a Efeso per ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse e di non occuparsi di favole e di genealogie senza fine...Alcuni hanno deviato da queste cose e si sono abbandonati a discorsi senza senso. Vogliono essere dottori della legge ma in realtà non sanno né quello che dicono né quello che affermano con certezza”; 1 Timoteo 6:3-10.

1 Timoteo 4:6-8: “Esponendo queste cose ai fratelli, tu sarai un buon servitore di Cristo Gesù, nutrito con le parole della fede e della buona dottrina che hai imparata. Ma rifiuta le favole profane e da vecchie; esercitati invece alla pietà...”.

2 Pietro 1:16-21: “..Sappiate prima di tutto questo: che nessuna profezia della Scrittura proviene da un’interpretazione personale; infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo”.

Giacomo 1:22: “Ma mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo, voi stessi”.

Ebrei 13:8-9: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun beneficio quelli che le osservavano”; Ebrei 9:9-10.

Marco 7:1-13: “...(..Vi sono molte altre cose che osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di rame). I farisei e gli scribi gli domandarono: <Perchè i tuoi discepoli non seguono la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?> E Gesù disse loro:<Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, com’è scritto:<<Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini>>. Avendo tralasciato il comandamento di Dio vi attenete alla tradizione degli uomini>. Diceva loro ancora: <Come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra! Mosè infatti ha detto:<<Onora tuo padre e tua madre>> e <<Chi maledice padre o madre sia condannato a morte>>. Voi, invece, se uno dice a suo padre o a sua madre: <<Quello con cui potrei assisterti è Corban>> (vale a dire un’offerta a Dio) non gli lasciate più far niente per suo padre o sua madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata. Di cose simili ne fate molte>”.

Matteo 19:16-21 (rispettare i comandamenti è cosa necessaria); Luca 11:28: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!”.

In questi passi citati si ha la certezza di come sia importante, utile e necessario praticare con fedeltà i comandamenti e la Parola di Dio, anziché la tradizione degli uomini. La Chiesa Cattolica Romana, ma anche altre religioni cristiane affermano che la tradizione va rispettata a pari merito della Parola di Dio e le praticano entrambi, almeno così dicono. In realtà soprattutto la Chiesa Romana rispetta e pratica molto più la sua tradizione secolare pagana, anziché la Parola di Dio; si manipola quest’ultima per assoggettarla alle ideologie già possedute derivanti dalle tradizioni secolari.

Noi sappiamo invece che solo la Parola di Dio, deve essere presa in considerazione come fonte di verità, altrimenti agiremmo come i farisei e gli scribi descritti in Marco 7:1-13, e tanti altri descritti negli altri passi biblici. Ed è proprio del passo di Marco che vorrei parlare: questi farisei e scribi del tempo di Gesù avevano modificato il quinto comandamento del decalogo divino (“Onora tuo padre e tua madre..”) a causa della loro tradizione, cioè, rispettavano questa, più della legge di Dio. I religiosi cattolici sono del tutto simili a loro, anzi direi molto peggio; citando l’esempio dei comandamenti, si potrebbe dire per esempio che mentre i giudei di quel tempo si erano limitati solo a modificare il senso di alcuni comandamenti del decalogo, i religiosi della Chiesa di Roma, hanno debellato invece completamente il secondo comandamento di Mosè: Esodo 20:1-17; Deut. 5:6-21 sdoppiando il decimo in due comandamenti per recuperare quello tolto, così da averne sempre dieci. Purtroppo non fanno solo questo, ma tanto e tanto altro ancora. I farisei e gli scribi erano inferiori in ipocrisia a questi religiosi di oggi. La tradizione cattolica è fatta di tutte le dottrine che nel corso dei secoli si sono aggiunte all’insegnamento della Bibbia, di Gesù e degli apostoli. Il contatto tra il popolo e la Parola di Dio nel corso dei secoli è stato sempre ostacolato dalla gerarchia cattolica, sia con una interpretazione molto parziale, sia con la proibizione pura e semplice della sua lettura e stampa nella lingua del popolo (lingua volgare).

Il Papa Gregorio Magno (590-604) istituì, che nella liturgia, l’unica lingua ammessa fosse il latino (ciò fu debellato solamente nel Concilio Vaticano II), tanto che il popolo non poteva comprendere le già rare letture bibliche nelle funzioni religiose. Si andava sempre più verso la proibizione totale delle Sacre Scritture.

Il Concilio di Tarragona del 1234 decretò: “Nessuno ha il diritto di leggere o di diffondere l’Antico o il Nuovo Testamento sotto pena di essere accusato di eresia”. E pensare che la Parola di Dio è stata data a tutti per istruire, per aumentare la fede, la speranza e la conoscenza nella verità del Creatore in Cristo Gesù (Atti 17:11; 2 Timoteo 3:14-17).

Quelli che in qualche modo leggevano la Bibbia e ne diffondevano il messaggio in semplicità, venivano perseguitati, torturati e spesso anche uccisi sotto lo stampo di eretici.

A proposito, vorrei farvi leggere un documento storico molto interessante conservato nella biblioteca nazionale di Parigi, e pubblicato in data 3 Novembre 1911 a Gerusalemme, dalla rivista settimanale “The Truth” (La Verità). Questo documento contiene dei consigli che i cardinali diedero al Papa Giulio III all’epoca della sua elezione alla Santa Sede nell’anno 1550.

Documento storico al tempo della Riforma

Foglio B-N.1088- Vol. II - pagg. 641-650

Questo documento è conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi e contiene alcuni consigli che i cardinali diedero al Papa Giulio III all’epoca della sua elezione alla Santa Sede nell’anno 1550.

“Fra tutti i consigli che possiamo avere a presentare alla Sua Santità, ne riserviamo il più importante in ultimo. Dobbiamo tenere gli occhi bene aperti ed intervenire con tutta la potenza nostra nell’affare che abbiamo da considerare”.

Trattasi di quanto segue:

La lettura del Vangelo non deve essere permessa che il meno possibile, specialmente nelle lingue moderne e nei paesi sottomessi alla vostra autorità. Il pochissimo che viene letto generalmente alla messa dovrebbe bastare e devesi proibire a chiunque di leggere di più.

Finché il popolo si contenterà di quel poco, i vostri interessi prospereranno; ma nel momento che se ne vorrà leggere di più, i vostri interessi cominceranno a soffrire.

Ecco il libro che più di nessun altro provocò contro di noi le ribellioni, le tempeste che hanno arrischiato di perderci.

Difatti, se alcuno esamina accuratamente l’insegnamento della Bibbia e lo paragona a quanto succede nelle nostre chiese, troverà ben presto le contraddizioni e vedrà che il nostro insegnamento spesso si scarta da quello della Bibbia e più spesso ancora è in opposizione ad essa.

Se il popolo si rende conto di questo ci provocherà senza requie finché tutto venga svelato ed allora diventeremo l’oggetto della derisione e dell’odio universale.

È necessario dunque che la Bibbia venga tolta e strappata dalle mani del popolo però con gran prudenza per non provocare tumulti”.

Inutile ogni commento! Molti, che ebbero l’iniziativa di tradurre le Sacre Scritture nella lingua del popolo, furono, alcuni, perseguitati e altri anche uccisi.

È, solo, a partire dal Pontificato di Leone XIII (1878-1903) che nella Chiesa Romana si comincia a parlare di ricerca biblica e di società bibliche; si nota una certa disponibilità alla ricerca, al tradurre le Sacre Scritture nelle lingue del popolo, per arrivare poi all’apertura più completa espressa nel Concilio Vaticano II. C’è da dire anche che, se con il Concilio Vaticano II, si ha più libertà nel parlare, nel promuovere e diffondere il messaggio biblico in semplicità, senza rischi di essere perseguitati o uccisi, provo un senso di angoscia mortale, nel pensare che per secoli e secoli, milioni e milioni di individui, sono stati privati della lettura istruttiva, santa e consolatrice della Bibbia e che sia stato loro obbligato di non cercare e di non credere in una verità che non fosse esclusivamente quella della Chiesa Romana, e perfino vietato, di ascoltare le belle parole confortanti di Gesù nei luoghi di culto, perché tutto veniva quasi esclusivamente celebrato in lingua latina, ed è facile pensare che la stragrande maggioranza del popolo cattolico non comprendesse alcunché.

Nel 1442 il Concilio Ecumenico di Firenze nel suo decreto <pro Iacobitis> afferma: “Nessuno di quelli che sono fuori dalla Chiesa Cattolica, non solo i pagani, ma neppure i giudei o gli eretici o gli scismatici possono conseguire la vita eterna; essi invece sono destinati al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli se prima della morte non si saranno aggregati ad essa... nessuno per quante elemosine abbia potuto fare ed anche se avesse versato il proprio sangue per il nome di Cristo si può salvare se non è rimasto nel seno e nell’unità della Chiesa Cattolica”.

Nel 1866 prima ancora di istituire il dogma dell’infallibilità papale, Pio IX si era così espresso: “Io sono il successore dell’apostolo Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, io solo ho il compito di guidare e governare la barca di Pietro; io sono la via, la verità, la vita. (Ciò è un abominio vedere in Giov. 14:6). Chi è con me è nella Chiesa, chi non è con me è fuori dalla Chiesa, è fuori della via, della verità e della vita”.

È a dir poco abominevole quanto detto da Pio IX, ma non è tutto; nel 1870 Pio IX (1846-1878), dopo che la Chiesa di Roma aveva subito un indebolimento politico e militare crescente con la Riforma, pensò bene di ricorrere a nuove misure per preservare il potere dei Papi e della Chiesa; egli promulgò il dogma dell’infallibilità pontificia e si mise al posto di Dio. Con l’infallibilità si intende che quando parla il Papa riguardo a dottrine, dogmi o comunque ad interessi della Chiesa, è Dio che parla. Ciò doveva servire per legare più strettamente i cattolici al potere papale. Questo fu anche un abissale legaccio, in quanto affermando l’infallibilità pontificia si dichiarava che le dottrine e i dogmi di fede emanati da qualsiasi Papa, presente, passato e futuro sono infallibili e rimangono tali e senza errore; è Dio che le ha ordinate attraverso il Vicario di Gesù in terra. Quindi, oggi, anche gli stessi teologi cattolici, pur trovando puerili e contraddittorie molte dottrine e affermazioni fatte da molti Papi, in virtù di tale dogma si rende obbligatorio continuare a promuovere tutte le dottrine emanate da qualsiasi Papa, e quando le contraddizioni sono eclatanti, in tal caso si agisce con cautela, cercando di rendere la cosa il meno evidente possibile.

C’è da dire, che prima del dogma di Pio IX si credeva solo nell’infallibilità conciliare, ovvero, nell’infallibilità solo delle dottrine e dei dogmi emanati dai Concili. Questo Papa ha toccato il culmine della menzogna, dell’orgoglio e dell’egoismo; si è dichiarato “la via, la verità e la vita”, quando invece noi sappiamo bene che solo Gesù ha tali attributi. Come può un uomo dichiararsi infallibile? È abominevole solo pensarlo; questi invece ne ha fatto un dogma di fede infischiandosene di Dio e della sua Parola. Oggi, dopo il Concilio Vaticano II, si afferma che anche altri credenti non cattolici possono essere salvati e che si possono ritenere fratelli anche coloro che sono usciti dalla Chiesa di Roma o che non lo sono mai stati, ma che comunque sono cristiani. Per secoli, i Concili e i vari Papi avevano ritenuto condannati all’inferno e perseguitato coloro che si erano attenuti ad un modello biblico diverso da quello cattolico, ad un modello semplice e vero nelle intenzioni; eppure oggi si crede e si agisce diversamente. Com’è possibile ciò? Dio ha cambiato idea? Se era Dio che ispirava i vari Concili Cattolici e i vari Papi nel prendere misure drastiche e malvagie, nel porsi con pregiudizi, persecuzioni e con comportamenti e atti inquisizionali nei confronti di coloro che osavano semplicemente leggere la Bibbia o cercavano di diffonderla o tentavano di tradurla nella lingua popolare per farla conoscere a tanti altri, come mai Dio oggi la pensa diversamente? È chiaro che Dio nei confronti di costoro non ha ispirato alcunché; questi sono stati e sono tutt’ora nella menzogna, nell’ipocrisia, nella legge dell’orgoglio e dell’egoismo. Dio non può avere ispirato nulla di simile a questo, che per secoli si è tragicamente attuato e dottrinalmente inventato. Oggi Dio non può e non vuole ancora ispirare il Papa e la Chiesa Romana, anche se questi si predispongono in modo più tollerante e pacifico, perché comunque ne mantengono le orme, le dottrine, i dogmi e le invenzioni abominevoli e menzognere di vario tipo, tutte ben nascoste o quasi, sotto un pio manto che copre tutta una buia storia secolare, politica, economica e militare della Chiesa Romana, senza parlare dell’Inquisizione, delle Crociate e di tante altre carognate dei Papi e dei preti cattolici nella storia.

Questo argomento del Papato e dell’infallibilità pontificia verrà ripreso più approfonditamente nello studio del “Papato cattolico”.

Gli apostoli dichiararono che sarebbero venuti molti falsi dottori e profeti che avrebbero introdotto false dottrine ed eresie occultando la verità.

2 Timoteo 4:3-4: “Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole”.

1 Giov. 4-1: “Carissimi, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo”.

2 Pietro 2:1-3: “...come ci saranno anche tra di voi falsi dottori che introdurranno occultamente eresie di perdizione... Molti li seguiranno nella loro dissolutezza; e a causa loro la via della verità sarà diffamata. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false...”.

2 Pietro 3:15-16: “...In esse ci sono alcune cose difficili a capirsi, che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdizione come anche le altre Scritture”.

Atti 20:29-31: “Io so che dopo la mia partenza si introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli...”.

2 Tessalonicesi 2:9-12: “La venuta di quell’empio avrà luogo, per l’azione efficacia di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d’inganno e di iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all’amore della verità per essere salvati. Perciò Dio manda loro una potenza d’errore perché credano alla menzogna; affinché tutti quelli che non hanno creduto alla verità ma si sono compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati”.

2 Corinzi 11:14-15: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere”.

Anche Gesù profetizza a riguardo in Matt. 24:23-25: “... perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile anche gli eletti...” (Matt. 7:21-23).

Infine in 1 Timoteo 4:1-3 Paolo dice: “Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demoni, sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza. Essi vieteranno il matrimonio...”.

È chiaro come questa profezia riguardo al divieto del matrimonio ma non solo, si sia realizzata certamente con l’iniqua opera della Chiesa Cattolica. Essa vieta il matrimonio ai preti perché questi devono compiere “un ministero divino”. Leggere 1Timoteo 3:2: “Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie...”® Tito 1-6.

1 Corinzi 9:5: “Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”. L’apostolo Pietro (Cefa) che i teologi cattolici definiscono “primo Papa”, era sposato (Marco 1:29-31; Luca 4:38-39; Matt. 8:14-15). Inutile ogni commento!

Riguardo al celibato, la Scrittura lo nega e anzi si oppone a tale direttiva forzata della Chiesa Romana: 1 Corinzi 7:8-9; 1 Timoteo 3:2,4. Il celibato dei preti fu decretato da Papa Gregorio VII nell’anno 1079. Pietro era sposato: 1 Corinzi 9:5; Matt. 8:14-15, ecc., e anche altri apostoli lo erano.

La Chiesa Romana ha introdotto a poco a poco le sue dottrine e i suoi dogmi di fede; ciò dovrebbe ancora di più aiutare un vero credente ad intuire e comprendere, come, mentre nella Bibbia le dottrine sono da sempre rivelate e scritte, per la Chiesa Romana ci sono voluti numerosi secoli per completare ed arrivare alle loro odierne dottrine; di tanto in tanto, di secolo in secolo, infatti, si introduceva una dottrina nuova, un dogma nuovo, fino ad arrivare al completo ed abominevole credo cattolico di oggi. Gesù disse anche in Matt. 23:5-12: “...Ma voi non vi fate chiamare ‘Rabbi’; perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo...”. Come si spiegano prendendo in considerazione le parole appena citate di Gesù i titoli di “Santo Padre”, “Sua Santità”, “Pontefice Massimo”, “Papa”, “Padre” (nel senso di Padre spirituale, come titolo dato ai preti cattolici) adottati nel seno della Chiesa Cattolica? Anche qui è inutile alcun commento! Gli ecclesiastici cattolici, ma non solo, sono anche simili ai religiosi giudei del tempo di Gesù (Marco 12-38-40; Luca 20:45-47; Luca 11:43; Matt. 23-1-34; Giov. 5:44), amano passeggiare in lunghe vesti, mettersi in mostra con lunghe preghiere, amano anche i saluti nelle piazze e i primi posti nei conviti, e prendere gloria gli uni dagli altri.

Il Papa Giovanni Paolo II, il 12 Marzo del 2000, chiese perdono per gli errori commessi dalla Chiesa Romana riguardo alle Inquisizioni e alle Crociate, per gli errori pratici e quindi visibili, ma non si sarebbe dovuto pensare forse anche di chiedere perdono per gli errori spirituali riguardo alle dottrine e i dogmi di fede errati che ha operato e continua ad operare la Chiesa Romana? Se si è potuto sbagliare nelle opere, lo si è potuto fare anche nelle dottrine e nei dogmi di fede; ma ammettere ciò sarebbe estremamente difficile per qualsiasi Papa, visto poi che non è neanche necessario, perché bisognerebbe provare tutto questo (per costringere la Chiesa Romana ad ammettere, che tali errori ci sono), in modo “scandalosamente eclatante”, visto poi che la tradizione secolare dalla Chiesa post-primitiva in poi è in gran misura dalla parte cattolica (ma non quella apostolica e della Chiesa post-primitiva sino al IV sec. d.C.).

La Sacra Scrittura contraddice molto efficacemente e in modo certo e preciso le inique dottrine e dogmi di fede cattolici, ma lo fa però in un modo tale da non attirare l’attenzione della “massa”, quindi non si viene a creare da parte cattolica l’obbligo nel dover rivelare o quanto meno rivedere alcune o molte questioni dottrinali. L’Inquisizione, le Crociate e quant’altro sono fatti di pubblico dominio oggi, e, quindi, si esigeva da parte della Chiesa Romana una richiesta di perdono e un’ammissione pubblica di avvenuti fatti, circostanze e opere compromettenti. La Sacra Scrittura, si oppone ferocemente alla tradizione cattolica romana. La richiesta di perdono da parte del Papa, non ha impiegato un grosso sacrificio, nell’accettazione da parte del popolo cattolico, per il semplice motivo che tali fatti e opere del passato (dei quali la stragrande maggioranza della gente di oggi sa poco o niente), non hanno toccato direttamente i cattolici di oggi. A differenza delle donne e degli uomini del passato, quelli di oggi non hanno e non possono avere la sensibilità e la capacità di comprendere a pieno le barbarie e le carognate subite da gente estremamente indifesa, nelle epoche buie del Medioevo e non solo. In pratica, bisognerebbe aver vissuto in quei tempi, aver fatto parte della cerchia di quei milioni di individui che sono stati torturati, perseguitati e uccisi, per comprendere pienamente il potere satanico che ha posseduto e possiede tutt’ora la Chiesa Internazionale Cattolica Romana.

Le barbarie della Chiesa Romana erano operate sia a livello psicologico che fisico, senza alcun tipo di ritegno per la dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio.

Il Papa chiese perdono per delle azioni tragiche e drammatiche commesse dalla sua Chiesa; ma perché non ammettere e confessare anche gli errori dottrinali istituiti dagli stessi Papi, che così ferocemente sbagliarono il loro operato per il quale oggi si chiede il perdono? Risposta: perché per l’operato della Chiesa Romana non c’è nulla oggi che possa nascondere gli avvenimenti tragici del passato, mentre per le dottrine inique inventate che possiamo definire “errori di teoria” è più difficile, ma non impossibile, costringere la Chiesa Romana ad ammettere e dimostrare la sua applicata erroneità; quindi, nessuno si preoccupa agli alti livelli, nella nefanda Chiesa di ammettere ufficialmente e chiedere perdono e magari tendere al cambiamento da questi “errori di teoria”. D’altro canto ciò che rafforza la Chiesa di Roma da un lato, è la tradizione di tali dottrine tramandate da secoli, ovvero da troppo tempo per alcune, per essere oggi disconosciute. Ciò però può risultare oltremodo sfavorevole alla Chiesa Cattolica stessa, perché tale metodo dimostra inconfutabilmente che la maggior parte delle dottrine cattoliche, e direi anche alcune tra le più importanti, siano nate di tempo in tempo, di secolo in secolo e ciò dimostrerebbe chiaramente come queste siano legate alla mentalità e cultura umana delle varie epoche e non allo Spirito Santo che al contrario ha rivelato le verità riguardo a Dio una volta e per sempre nella Bibbia, non di tanto in tanto nei secoli a uomini egoisti e menzogneri come sono stati i Papi della Chiesa Romana. Se questi Papi e i vari Concili cattolici hanno sbagliato nel decidere riguardo all’Inquisizione, alle Crociate, al proibire di leggere la Bibbia, di diffonderla, di stamparla, ecc., quando invece dicevano di eseguire precisi ordini da parte di Dio, sotto la spinta dello Spirito Santo (se si vuole sapere di più a tale riguardo, fare una ricerca sulle lettere conciliari e pontificie nei secoli dell’Inquisizione, si leggeranno cose a dir poco tragiche e contraddittorie), non è possibile che abbiano potuto sbagliare anche riguardo alle dottrine da loro stessi emanate? Non è possibile, è certo, visto che la Bibbia ce lo dichiara apertamente. Anche se volesse il Papa, riguardo alle dottrine e ai dogmi di fede della sua Chiesa non potrebbe dir nulla a sfavore, perché c’è la famosa infallibilità papale del 1870 riguardo alla quale qualsiasi dottrina o dogma istituita da un Papa è infallibile e non revocabile, perché istituita dal “Vicario di Cristo in terra”, “l’infallibile uomo di Gesù”. Noi sappiamo che solo Dio è infallibile. È un dato certo che il promuovere ed istituire guerre, Crociate, Inquisizioni con i loro tremendi tribunali, torture, persecuzioni, proibizioni, sono stati decisi dai Concili e dai vari Papi. Queste decisioni conciliari e papali non erano sempre direttive riguardo alla fede e alla Chiesa? Non dovevano essere infallibili anche in questa circostanza? Perché non lo sono stati? Risposta: perché nessuno di essi lo è! L’unico Concilio ispirato da Dio è quello biblico di Gerusalemme nel quale, oltretutto, non vi fu un’elencazione di dottrine riguardo alla fede, perché tutto era stato già compiuto, ma vi furono solo delle norme da seguire per camminare rettamente nella fede, secondo la volontà divina, ossia un’elencazione di alcune cose nei riguardi di cristiani usciti dal paganesimo, già conosciute dai giudei, e dai giudei cristiani, nulla di nuovo quindi! Nella Chiesa Cattolica, si è susseguita, nei secoli, un’invenzione dopo l’altra, e si è arrivati ad una organizzazione religiosa cristiana che non è più degna, già da secoli e secoli, di essere definita come tale (ovvero cristiana). Nei tempi moderni la gerarchia ecclesiastica romana non può più permettersi di fare opposizione alle traduzioni e alla diffusione della Bibbia. Ha dovuto rinunciare a questa forma di lotta contro la Parola di Dio. La rapida diffusione della Bibbia è stata ed è una grossa spina nel fianco per la Chiesa Romana. In effetti, il numero di quelli che ogni anno abbandonano il Cattolicesimo in seguito alla lettura e studio della Bibbia aumenta (anche se spesso però passano dalla pentola alla brace). I teologi cattolici, dal canto loro, nelle varie edizioni delle loro bibbie tradotte nelle varie lingue, sono costretti ad inserire nella parte inferiore delle pagine del testo, le varie interpretazioni dottrinali cattoliche riguardo a molti passi che potrebbero svegliare dal sonno il lettore cattolico. Così mascherano il contrasto (o almeno cercano), fra la Parola di Dio e le varie dottrine cattoliche. La Bibbia non dovrebbe avere note esplicative da parte dell’uomo, in quanto la Parola di Dio si interpreta da sé. Come visto, cambiano i modi ma la Chiesa Cattolica usa sempre mezzi ipocriti e menzogneri per fare accettare le proprie dottrine: un tempo con la proibizione della lettura biblica e la violenza e l’uccisione per chi trasgrediva i suoi dettami, oggi con una più raffinata e sottile forza di persuasione; d’altronde non potrebbe fare altrimenti, visto che il mondo di oggi, pieno di libertà democratica, è affamato di cultura e di conoscenza, anche se molto spesso o quasi sempre gli obiettivi sono tutt’altro che la conoscenza di Dio.

Vediamo, come nel corso dei secoli, nella Chiesa Romana, si siano accumulate una serie di dottrine umane; per alcune, prima di essere idealizzate e dogmatizzate, ci sono voluti molto secoli, per altre è bastato il capriccio di un iniquo Papa o di un iniquo Concilio. La verità è tutta nelle Sacre Scritture, ma i teologi cattolici, di tanto in tanto, inventarono una dottrina e la dogmatizzarono. Qui ne presentiamo alcune:

Nell’anno 431, nel Concilio di Efeso fu ufficializzato il culto di Maria e fu dichiarata “Madre di Dio”.

Nell’anno 787, nel secondo Concilio di Nicea fu introdotto ufficialmente il culto delle immagini e delle reliquie.

Nel 1079, fu decretato da Papa Gregorio VII il celibato dei preti.

Nel 1090, Pietro l’Eremita introdusse la corona del Rosario.

Nell’anno 850, sotto Papa Leone IV comparvero per la prima volta le Indulgenze; la vendita di esse iniziò nell’anno 1190, fino all’epoca della Riforma.

Nel 1215, fu decretato da Papa Innocenzo III il dogma della Transustanziazione.

Nel 1215, nel Concilio Laterano Papa Innocenzo III istituì la confessione auricolare o confessione dei peccati all’orecchio del prete con l’assoluzione.

Nel 1220, Papa Onorio III sancì l’adorazione dell’ostia.

Nel 1414, al Concilio di Costanza la Chiesa Romana proibì il calice ai fedeli nella comunione.

Verso l’anno 593, fu idealizzata la dottrina del Purgatorio da Gregorio Magno, la quale fu considerata come dogma di fede, invece solo nel Concilio di Firenze nell’anno 1439.

Nell’anno 1545, con il Concilio di Trento si dichiarò che la tradizione deve essere ritenuta di eguale autorità alla Bibbia.

Nell’anno 1854, Papa Pio IX istituì come dogma di fede l’Immacolata Concezione di Maria.

Nell’anno 1870, Papa Pio IX stabilì il dogma dell’infallibilità papale.

Nell’anno 1950, Papa Pio XII proclamò come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria in cielo.

E potremmo andare via via di seguito elencando decine e decine di altre inique dottrine istituite dalla Chiesa Romana. La Chiesa di Dio non è un luogo di adulteri, pagani, idolatri e quant’altro, che fanno solo numero e che riempiono le sale delle chiese cattoliche e di tante altre denominazioni, ma che di Cristo, della conoscenza, della verità e del giusto insegnamento c’è ben poco. Gesù non vuole il numero senza valore e senza onore, ma piuttosto Egli vuole gente, uomini, donne, individui, che credono con il cuore a Cristo Risorto e che mettono in pratica i comandamenti, la verità, l’amore e la giustizia.

La Chiesa locale di Roma ebbe sempre un posto importante nella cristianità post-primitiva.

La ragione è che Roma per secoli è stata il cuore dell’impero romano, e la sua importanza non venne meno neanche quando Costantino l’imperatore fece di Costantinopoli la nuova capitale politica dell’impero. La Chiesa di Cristo delle origini rimase pura e fedele, in linea di massima per circa trecento anni dalla sua nascita, al tempo degli apostoli.

Quella fu l’epoca dei martiri della fede a causa delle persecuzioni della Roma pagana. Avvenne poi pian piano che la Chiesa locale di Roma essendo nella Roma pagana, iniziò ad avere più prestigio, potere ed autorità sulle altre, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Con la “conversione” di Costantino il Grande, il cristianesimo iniziava un’era di favoritismi da parte dell’impero romano. I cristiani non venivano più perseguitati ed i luoghi di culto venivano resi liberi; ma nello stesso tempo iniziava un’era buia per il cristianesimo vero.

Costantino nel 313 a Milano promulgò con Licinio: “l’Editto di tolleranza” concedendo libertà di culto ai cristiani. Questo fu il primo passo per l’inizio della creazione di quella Chiesa Pagana di “massa” che è l’odierna Chiesa Cattolica Romana. Ma il fatto più importante si ebbe alcuni decenni dopo la morte di Costantino con: l’“Editto di Tessalonica” emesso da Teodosio (imperatore d’Oriente) con il consenso anche di Graziano (Imperatore d’Occidente) nel 380, in cui si proclamò il cristianesimo religione ufficiale di Stato. Teodosio e Graziano erano gli Imperatori dell’Impero Romano che a quel tempo era diviso in due parti, oriente ed occidente. Ma ecco l’Editto come ci è stato conservato nel codice di Giustiniano, l’Imperatore che promosse la sistemazione del diritto romano nel IV secolo; l’Editto era scritto in latino, ma qui è tradotto in italiano:

“Gli imperatori Graziano Valentiniano e Teodosio al popolo della città di Costantinopoli. Tutte le nazioni governate dalla nostra clemenza rimarranno in quella religione che fu tramandata dall’apostolo Pietro ai romani, e che ora è seguita dal pontefice Damaso e da Pietro vescovo d’Alessandria ed uomo dalla Santità Apostolica, in modo che crediamo, che secondo l’insegnamento Apostolico e la dottrina evangelica, v’è un solo Dio, che sussiste in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che godono della stessa dignità e quindi costituiscono la Santa Trinità.

Ordiniamo dunque a quelli che osservano questa legge di prendere il nome di Cristiani Cattolici, mentre tutti gli altri, che noi riteniamo stupidi e pazzi, devono essere dichiarati eretici. Essi saranno puniti dall’ira di Dio, ma anche dalla nostra Autorità, guidati come siamo dalla sapienza divina”.

(Nell’Editto si fa accenno al termine “pontefice”. Esso non riguarda ancora il titolo assoluto che in seguito, secoli dopo, verrà dato al vescovo di Roma; in quei tempi antichi i pontefici erano dei vescovi con particolari incarichi di posizione. Secoli dopo il titolo di “Pontifex Maximus” fu assunto dal vescovo di Roma che divenne il Pontefice assoluto [il Papa] Capo della Chiesa Cattolica Romana).

Da questo Editto si deduce che la Chiesa locale di Roma era considerata dagli Imperatori come un importante punto di riferimento per la fede cristiana. Anche se nell’Editto è menzionato il vescovo della Chiesa d’Alessandria, è un fatto che la Chiesa locale di Roma acquistò sempre più importanza e la fede, ivi professata, era l’unica ammessa nell’impero.

I pagani cominciavano ad essere perseguitati, e tra il 391 e il 392 i sacrifici pagani furono proibiti e molti templi furono chiusi. Possiamo, dunque, dire che per l’anno 394 il cristianesimo era diventato una vera e propria religione di Stato e che l’impero era stato “cristianizzato” nel senso che essere cristiani non era più soltanto una questione personale in Cristo, ma anche una questione politica. D’altro canto è vero anche che la stessa cristianità fu romanizzata e paganizzata in questo stesso processo, che possiamo definire bilaterale. In tutto questo la Chiesa locale di Roma con il suo vescovo aveva sempre più la preminenza sulle altre chiese. Si arriva poi con Gelasio I, vescovo di Roma (dal 492 al 496), con il suo “Decreto Gelasiano” nel quale si hanno le prime asserzioni chiare ad una supremazia del vescovo di Roma su tutta la Chiesa Cristiana. Da premettere che, prima, i cristiani, per via delle persecuzioni, si riunivano clandestinamente per non essere incarcerati, ma poi, in un primo momento con la conversione di Costantino (con l’“Editto di Tolleranza”), e in seguito con l’“Editto di Tessalonica”, ingenuamente credendo di vedere esplicitamente la liberazione dai loro problemi, essi si adeguarono (anche se non tutti) a queste nuove riforme imperiali “favorevoli” a loro. Ma questi non sapevano a cosa sarebbero andati incontro le loro chiese e comunità cristiane impregnate ancora di vera fede verso Cristo, da lì a poco tempo. Prima di allora, le chiese cristiane, non erano altro che comunioni di veri credenti, che riunitisi clandestinamente in casa di qualcuno o in altro luogo adoravano Dio in verità e con sincera fede. (La Chiesa di Cristo non è un edificio ma è l’adunanza dei veri fedeli riuniti nel nome del Signore: 1Corinzi 16:19; Colossesi 4:15. La Chiesa come corpo mistico di Gesù è costituita da tutti i credenti “rigenerati dallo Spirito Santo” che trascende ogni movimento organizzato, in quanto nessuna struttura esistente sulla terra rappresenta unicamente ed appieno il corpo mistico di Cristo Gesù. Ogni credente veramente rigenerato dallo Spirito Santo è un membro della vera Chiesa di Cristo che non è, ripeto, un edificio bello, fatto di pietre o un movimento, o un organizzazione religiosa ma la comunità universale di soli credenti veramente nati di nuovo). È con la “conversione di Costantino” e con la cristianità che divenne religione di stato (“Editto di Tessalonica”), che via via andando, si hanno sempre più, le prime “spettacolari” costruzioni delle basiliche, delle chiese intese come edifici, ecc..

Sin dalla “conversione” di Costantino, ma soprattutto con “l’Editto di Tessalonica” quando il cristianesimo fu ufficialmente dichiarato religione di Stato, avvenne che moltitudini di pagani furono ammessi e costretti ad entrare nelle chiese cristiane, ma ahimè, col solo battesimo d’acqua senza il ravvedimento e la conversione del cuore. Essi portarono in seno alle chiese cristiane i loro riti pagani, le loro cerimonie, le loro ideologie e la loro predisposizione verso un’iniqua trascendenza del divino attraverso la rappresentazione di immagini, sculture ed idoli e tant’altro ancora, facendo sì che la Chiesa divenisse ben presto romanizzata e paganizzata. Si può dire che Costantino con la sua fasulla conversione (egli pur favorendo la cristianità con il suo Editto si battezzò solo poco prima di morire), diede inizio a quello che poi sarà il potere pagano della Chiesa Romana fino ai giorni nostri. I cristiani clandestini di quel tempo non potevano ben immaginare a cosa tutto ciò avrebbe dato inizio e portato nella storia del cristianesimo; non sapevano che collaborando si sarebbe arrivati alla paganizzazione e romanizzazione di molte chiese che invece prima, seppure in modo clandestino, erano però impregnate di vera dottrina e di sana fede. La vera dottrina cristiana si trova tutta nella Bibbia e soprattutto nei vangeli e nelle lettere degli apostoli. La Chiesa Romana alle vere dottrine vi ha aggiunto quelle false (annullando pure molte sane dottrine bibliche), pratiche pagane, ecc.. Per cui ha assolutamente perso il diritto di denominarsi come religione cristiana. La Chiesa Cattolica Romana, dovrebbe davvero ravvedersi (ma non solo essa) eliminando tutte le dottrine menzognere, la tradizione, i riti e i dogmi di fede pagani contrari alla Parola di Dio o rinunciare a definirsi fede cristiana. La vera Chiesa di Cristo è composta di persone veramente convertite a Gesù (e non solo di individui battezzati in acqua), i cui nomi essendo veri credenti sono scritti nei cieli presso Dio. La Chiesa Romana è invece per la stragrande maggioranza (più del 90%) composta da cristiani battezzati non praticanti, e anche quel 10% circa, praticante, non ha comunque una giusta concezione di Dio, del sacrificio di Cristo per l’espiazione dei peccati e di tanto altro ancora. D’altronde questi vengono battezzati da neonati (pedobattesimo) senza aver scelto Dio e senza aver avuto alcun tipo di ravvedimento e di conversione del cuore (i pochi mesi di vita che hanno quando vengono battezzati non gli danno tali facoltà e possibilità) per cui nella Chiesa Romana (che oggi conta più di un miliardo di membri) troviamo solo il numero, la quantità di “cristiani”, ma non la qualità.

È risaputo che i ladri, gli idolatri, gli indovini, i maghi, gli adulteri, i fornicatori, i perversi d’ogni genere, i lussuriosi, i truffatori, i mafiosi e quant’altro ancora, fanno abbondantemente parte del famoso numero dei cattolici nel mondo e sono quelli che fanno numero nelle Chiese Cattoliche Romane. Dio non può volere ciò, non può desiderare una Chiesa Pagana piena di pagani non convertiti che facciano solo numero.

Egli vuole la qualità innanzi tutto e non la quantità senza valore. Dopo “l’Editto di Tessalonica” accadde che, invece di essere i cristiani ad essere perseguitati, ora, lo erano i pagani e venivano incarcerati e puniti, soprattutto se visti coinvolti con i sacrifici pagani. I non cristiani, di quel tempo, trovarono vantaggioso, utile e necessario conformarsi all’ordine dell’Editto imperiale e, quindi, tutto di un colpo, in conseguenza di ciò, nelle chiese cristiane vi furono di gran lunga più pagani non convertiti che veri convertiti.

La Chiesa di Cristo sarebbe dovuta forse diventare grande e maestosa? Avrebbe dovuto raggiungere splendori, unificare religioni e fedi diverse (come buddisti, induisti, musulmani, ecc.) come oggi sta avvenendo pian piano? Convogliare vasti consensi, conquistare potere anche con la forza? (Si studi meglio l’Inquisizione e la storia delle Crociate).

Secondo quanto profetizzato da Gesù, niente di tutto questo: Egli dichiara che la sua Chiesa non sarebbe mai morta (Matt.16:18), ma sarebbe stata però solamente un “piccolo gregge” (Luca 12:32), il quale sarebbe rimasto fedele alla verità. Mi fa dolore vedere con quanta abilità si usa manipolare le Sacre Scritture per conformarle alla tradizione umana, alle ideologie passate e presenti, impregnate di interessi politici ed economici ed influenzati da fattori storico-culturali.

Quando si fa dire alla Bibbia quello che non dice, quando si insegna ciò che non è vero, si produce una realtà senza effetto e senza frutti. E questa è una innegabile realtà nella Chiesa Cattolica Romana.

Matt. 7:21-23: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: <Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti? > Allora dichiarerò loro: < Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori! >”. Matt. 7:24-27; Luca 6:46-49; Luca 13:23-30.

Un’altra causa, oltre a quella dovuta al fatto di statalizzare la cristianità come religione ufficiale dell’impero romano, che determinò il paganesimo nel seno del cristianesimo fu ancora prima di tutto ciò lo “gnosticismo”. Con questo termine si identifica l’insieme dei sistemi e delle ideologie che raggiungono la loro massima espansione fra il II e il III secolo d.C., che si intersecano ed oppongono alle dottrine autentiche della comunità cristiana primitiva. Le dottrine dello gnosticismo sono un insieme di ideologie che dalle primitive origini della Chiesa antica e fino al IV secolo, pur essendo prive di vera unità fra loro tendevano tutte a dare un’interpretazione del messaggio cristiano in armonia con le correnti della religiosità e della cultura ellenistico-romana di quel periodo, in cui confluivano elementi di derivazione orientali, neoplatonica e neopitagorica. Furono energicamente combattute dalla comunità cristiana ortodossa antica, ma non mancarono, però, in seguito e anche da subito, di esercitare un notevole influsso nell’interpretazione del messaggio cristiano. In questo lo gnosticismo può essere visto come un chiaro fenomeno di deviazione dal cristianesimo antico autentico, con ricezione di influenze della mitologia pagana, (soprattutto riguardo alle venerazioni di angeli e di essere superiori) sia anteriori allo stesso processo di gnosi che contemporanei a tale processo.

Si verificò così, in un tempo relativamente breve, un processo di “sincretismo,” ovvero una fusione fra uno strato pagano (con elementi e fonti soprattutto ellenistiche), e il cristianesimo antico, nel tempo, in parte gnosticizzato. Si ha così il sincretismo cristiano storico, antico, cattolico, che spiega almeno in parte la tendenza a sistemare, nella religione cristiana di “massa”, filosofie ed elementi provenienti dai più vari ambiti.

In altre parole, potremmo dire che il “sincretismo cristiano” fu la fusione storica tra il cristianesimo post-primitivo gradualmente gnosticizzato e le tendenze e gli elementi religiosi pagani. Per essere più chiari, il sincretismo cristiano fu la fusione cronica e definitiva tra un cristianesimo di “massa” posseduto da un processo già in atto di gnosi (che lo aveva in qualche modo preparato all’accettazione di elementi pagani puri o quasi), ed elementi e tendenze religiose pagane.

Questo è il processo di sincretismo storico cristiano cattolico.

Lo gnosticismo è un fenomeno di deviazione dal cristianesimo autentico, con ricezione d’influenze pagane, sovrapposte al messaggio cristiano e alla sua retta elaborazione dogmatica.

Anche il giudaismo nella storia biblica aveva vissuto un processo di “gnosi” e di “sincretismo”. Dai tempi di Mosè, Giosuè, ecc., fino ai tempi di Gesù, la religione giudaica aveva subito mano a mano nel corso della sua storia un percorso parallelo di gnosticismo; in pratica, era stata influenzata da vari ideologie pagane e si era allontanata spesso e per alcune parti definitivamente dalla vera legge e dalla volontà Santa di Dio. Basta leggere il N.T. per vedere come Gesù condanni svariate volte i farisei e gli scribi ed in generale il giudaismo del suo tempo, ormai pieno di tradizioni e di rivelazioni non divine. Il “sincretismo giudaico” si sviluppò, a differenza del “sincretismo cristiano” (che avvenne un unica volta, in un sol colpo), svariate volte nella storia d’Israele ed ebbe ogni volta delle sfaccettature similari, maturando nel suo ripetersi con processi graduali o istantanei. Esso si ebbe, di volta in volta, dalla fusione delle ideologie e delle fonti pagane babilonesi, persiane, ellenistiche e romane con la religione giudaica che subiva parallelamente un processo lento e frammezzato nel tempo di gnosi da parte di elementi e tendenze religiose pagane. Tutto ciò diede vita spesso, nella storia di Israele, ad un giudaismo non biblico e, definitivamente, ad una religione piena di tradizioni e ideologie, alcune delle quali, non scritturali e non divine. Come avvenne per i giudei, così è avvenuto per il cristianesimo di “massa”, che è stato gnosticizzato inizialmente ed infine ha subito un sincretismo, ovvero una fusione catastrofica, cha ha dato vita ad un cristianesimo pagano, estraneo al messaggio delle Sacre Scritture e opposto alla volontà di Dio.

La verità di Dio si trova soltanto nella Bibbia; molte confessioni religiose fanno professione di ispirarsi a questo libro, ma nei fatti lo adoperano solo come paravento, infatti, le loro dottrine sono in contrapposizione con l’insegnamento di Cristo, che è scolpito nelle pagine delle Sacre Scritture.

Se vi diranno, come hanno sempre fatto, che la Bibbia la possono capire solo i “dotti ecclesiastici”, sappiate che è una grave menzogna; è vero il contrario, i semplici e gli umili sono graditi a Dio più di ogni altro.

Appropriatevi della Parola di Dio per camminare secondo i suoi divini insegnamenti.

Bisogna seguire Dio secondo i suoi comandamenti. Gesù disse: “insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate..” Matt.28:20; “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti” Giov.14:15; (leggere anche Daniele 9:4-5).

Nessuno ha mai perseguitato i credenti come la Chiesa Romana. Nel 1179 per deliberazione del terzo Concilio Lateranense, si decise di sterminare gli “eretici” (soprattutto Albigesi e Valdesi).

Così dal XIII al XV secolo si compì un grande sforzo per eliminarli tutti. Gli Albigesi, i Valdesi, i Bagamili, i Patarini, i Pauliciani, i Bulgari, gli Hussiti, ecc., sono stati massacrati e bruciati nel nome di Gesù Cristo. Questi gruppi religiosi sono racchiusi generalmente nel nome di “catari” dal greco che significa “puri”. L’Inquisizione fu istituita in modo più drastico nel IV Concilio Lateranense da Papa Innocenzo III per combattere con più determinazione queste “sette cristiane”.

Ad esempio, in una sola Chiesa di Bèziers, nella quale il popolo si era rifugiato, si contarono 7000 cadaveri durante la guerra Santa (Crociata Santa) dichiarata contro gli Albigesi sempre da Innocenzo III. Da allora il sangue corse a fiumi: in Spagna (dove l’Inquisizione durò circa 600 anni), in Italia, nei Paesi Bassi, ecc.. La Bibbia era interdetta e bastava possederne una in casa per essere mandato alla galera, alla prigione a vita o al supplizio.

Le torture che venivano inflitte erano di un sadismo raffinato. La Roma papale di quell’epoca sorpassò di molto in crudeltà la Roma pagana, ed anche in responsabilità, perché aveva “conoscenza” dell’amore divino e, in più, agiva nel nome di Cristo Gesù. In sostanza, in tutto questo si trova un fatto innegabile: le persecuzioni sono non solo nelle pagine di storia della Chiesa Romana ma anche nei suoi dogmi. Il dovere di far morire gli eretici figura nei decreti infallibili ed irrevocabili dei Concili generali III e IV Lateranensi.

(Tali Concili secondo i teologi cattolici di ogni tempo, erano e sono ritenuti ispirati dallo Spirito Santo e quindi ritenuti infallibili).

Se tali direttive persecutorie sono state ispirate da Dio (e ciò che Dio dà come ispirazione è infallibile ed immutabile nell’essenza), come mai oggi si affronta la questione degli “eretici” con uno spirito diverso? Non è forse perché a decidere quegli atti conciliari (e non solo quelli) è stata la mente dell’uomo e non la volontà di Dio? Altrimenti si agirebbe con crudeltà e decisione in tali questioni, anche oggi, se come è vero che si crede da parte cattolica che era volontà di Dio uccidere un individuo, che leggendo la Bibbia ed istruito da essa adorasse Dio in modo diverso da come veniva insegnato dalla Chiesa Romana.

Voglio dire in pratica, che Dio dovrebbe pensarla nello stesso modo anche oggi (Gesù condanna la violenza e non forza nessuno ad accettare la sua via).

Come non pensare a queste parole di Gesù: “...l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio!..” Giov 16:2-3.

Il cardinale Lèpicier, professore di teologia sacra del collegio della propaganda a Roma, scriveva nel 1908: “Chiunque fa pubblicamente professione di eresia o cerchi di pervertire gli altri sia con parole, sia col suo esempio, non solo può, assolutamente parlando, essere scomunicato, ma può essere giustamente ucciso...così può essere una buona azione privare dell’uso di una vita nociva un uomo eretico, detrattore della verità e nemico della salvezza degli altri uomini...Di più non si può negare che la Chiesa, parlando in senso assoluto, non abbia il diritto di colpire di morte gli eretici, anche se essi sono venuti a resipiscenza (cioè si sono ravveduti)”; (De stabilitàte et progressu dogmatis). Questo libro ha avuto l’approvazione veemente del Papa Pio X nel 1910.

Questo ci fa comunque capire come lo spirito persecutorio e inquisizionale sia durato fino a pochi decenni fa e non solo fino alla fine del Medioevo. Del resto i romani cattolici (parlo del clero) sono in una trappola mortale ritenendo i Concili, i Papi, i dogmi e le decisioni conciliari e papali, infallibili ed inspirati dallo Spirito Santo; non possono, in pratica, in senso assoluto, ritrattare quanto deciso nel seno della Chiesa stessa nei contesti conciliari e papali nel corso della sua storia. Tuttavia, abilmente affrontano le varie questioni porgendole in una luce diversa venendosi a trovare in un epoca moderna, in una generazione, piena di cultura e senza dubbio meno facile da rendere schiava. Quindi usano le stesse decisioni conciliari, però con un metodo e sotto una luce diversa; ma non è negabile il fatto che lo spirito della Chiesa di Roma di oggi trascende la storia secolare buia e piena di errori spirituali e dottrinali.

(I crociati molte volte massacravano gli ebrei, l’antico popolo di Dio, dovunque li incontravano, e i “Santi inquisitori” promulgarono numerosi decreti contro di essi, senza risparmiare loro espulsioni da vari stati, persecuzioni e pene di morte).

Ovvero, anche se la Chiesa Romana di oggi, usa la tolleranza ed il pacifismo e manifesta qualche cambiamento nel modo di porsi nel e con il mondo (cambiamento dovuto probabilmente ad eventi storico-politici andati a sfavore di essa quasi completamente e soprattutto a causa del fatto del dover affrontare una civiltà in un mondo diverso dal passato), i suoi dogmi, le sue dottrine e le sue decisioni conciliari, rimangono non solo nella storia di essa ma anche nel suo fantomatico canone infallibile, perché tutto quello che Dio ha deciso nei suoi vari Concili, sempre secondo i teologi cattolici non può essere annullato o contraddetto da nessuno in ogni tempo.

Roberto Bellarmino canonizzato Santo nel 1930, uno dei più quotati dottori della Chiesa Cattolica (1542-1621), rettore del collegio romano (1592), cardinale (1599), arcivescovo di Capua (1602) dichiarò: “Tutte le disposizioni di Roma contro le eresie, tutti i suoi precetti di persecuzioni continuano ad essere immutati nei suoi canoni; nulla ne è stato abrogato” e ancora “se li mettete in prigione (gli eretici) o li mandate in esilio con le loro parole essi corrompono quelli che sono loro vicino, e con i loro libri quelli che sono lontani. Perciò il solo rimedio e quello di mandarli prestamente nel loro luogo (ovvero, l’inferno con la morte)”.

Di dichiarazioni simili e di peggiori c’è ne sono a migliaia nella storia della Chiesa Cattolica. La Chiesa Romana continua a venerare come “santi” e “beati”, tanti uomini come questo persecutore, insegnando al popolo a credere in intercessioni da parte di questi, quando invece molto probabilmente uomini di tal genere sono i primi a soffrire le pene del giudizio di Dio; altro che “santi”, in paradiso, pronti ad intercedere! La Chiesa Romana è una gigantesca macchina di menzogna stracolma di errori passati e presenti (quelli presenti più raffinati di quelli del passato); essa verrà giudicata tremendamente da Dio quando la sua pazienza finirà.

Fin dalla nascita della Chiesa Cattolica sono stati introdotti, insegnati e proclamati come dogmi e dottrine tante cose che non hanno nulla a che vedere con il cristianesimo autentico.

I credenti della Chiesa primitiva autentica non conoscevano né i ceri, né l’incenso, né l’acqua santa, ecc..

Si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la beatificazione e la canonizzazione dei defunti e la loro venerazione.

Non c’era il sacrificio quotidiano della messa, né l’invocazione della “Madre di Dio”, né tanto meno i monasteri, né i suffragi per i morti.

La Chiesa Cattolica insegna che la Sacra Scrittura e la tradizione devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto. Questa affermazione riflette ciò che era stato dichiarato dal Concilio di Trento, l’otto aprile del 1546, e cioè, che la rivelazione divina è contenuta in libri scritti (la Sacra Scrittura) e nelle tradizioni non scritte, nel senso di tradizioni che si trovano al di fuori della Sacra Scrittura. Si ritiene che tali tradizioni contengano gli insegnamenti orali di Gesù, trasmessi agli apostoli e non riportati nel N.T.. Tali insegnamenti orali, sempre secondo la teoria iniqua cattolica, furono poi in vario modo messi per iscritto e si trovano, ancora oggi, nei cosiddetti scritti dei “Padri della Chiesa”, cioè gli scrittori cristiani dei primi quattro secoli d.C.. Di particolare importanza sono considerati gli scritti dei “Padri apostolici”, cioè degli scrittori cristiani della prima metà del II sec.d.C.

Ma il fatto è che, su numerosissimi punti, le dottrine della Chiesa Romana sono molto diverse sia da quanto è detto dalle Sacre Scritture, sia da quanto deduciamo proprio dai “Padri della Chiesa” e dai “Padri Apostolici”.

Inoltre, si notano alcune divergenze dottrinali tra la testimonianza del N.T. e le affermazioni degli stessi “Padri della Chiesa” e i “Padri Apostolici” quanto più ci allontaniamo dall’epoca apostolica, cioè dal I secolo.

Ora, se come dicono i documenti cattolici, le due fonti: la Sacra Scrittura e la tradizione scaturiscono da un’unica fonte, non vi dovrebbero esserci tali differenze, ma esse pur vi sono, e sono tante. Ma grazie a Dio, gli apostoli ci hanno lasciato le Sacre Scritture del N.T. che oltre a quelle dell’A.T., noi consideriamo Scrittura Sacra e unica fonte autentica delle dottrine che stanno alla base della fede cristiana.

In ogni caso se vi fosse un’autentica tradizione, al di fuori della Sacra Scrittura, tale tradizione non potrebbe mai essere in contrasto con le Scritture ispirate, dato che la rivelazione di Dio è una sola e senza contraddizioni.

Il sacrificio espiatorio di Cristo ha dato vita ad un nuovo patto suggellato con il suo stesso sangue sul legno della croce. I sacrifici di animali con i relativi cerimoniali, gli ordinamenti che regolavano il culto, che salvaguardavano i diritti dell’uomo, le feste, ecc., legati alla legge erano, infatti, “l’ombra dei beni futuri” (Colossesi 2:16-17) inoltre, Israele non ha rispettato il patto antico e per tale motivo questo è stato sostituito con un altro fondato su migliori promesse: Ebrei 8:6-13 “Ora però egli ha ottenuto un ministero tanto superiore quanto migliore è il patto fondato su migliori promesse, del quale egli è mediatore. Perché se quel primo patto fosse stato senza difetto, non vi sarebbe stato bisogno di sostituirlo con un secondo. Infatti Dio, biasimando il popolo, dice: <Ecco i giorni vengono, dice il Signore, che io concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda, un patto nuovo : ....perché essi non hanno perseverato nel mio patto....> Dicendo: <Un nuovo patto>, egli ha dichiarato antico il primo. Ora quel che diventa antico e invecchia è prossimo a scomparire”.

Ebrei 10:9-10: “..Così, egli abolisce il primo per stabilire il secondo. In virtù di questa <volontà> noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”.

Ebrei 9:9-10: “....I doni e i sacrifici offerti secondo quel sistema non possono, quanto alla coscienza, rendere perfetto colui che offre il culto, perché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo di una loro riforma”.

Con il nuovo patto vi è l’abrogazione delle ordinanze sacrificali, cerimoniali e quant’altro (non del decalogo però). Il sacerdozio levitico, i sacrifici, le cerimonie, le feste, ecc., ordinate dalla legge, prefiguravano Cristo Sommo Sacerdote e il suo sacrificio espiatorio.

Queste cose compiute e racchiuse nel sacrificio di Gesù offertosi una volta per sempre, ormai non sono più necessarie, anzi sono inutili benché sussiste il loro valore simbolico. L’autore dell’epistola agli ebrei afferma la superiorità del cristianesimo su ogni rivelazione anteriore ad essa, poiché Gesù le supera in modo infinito.

Il capitolo 7 di Ebrei, versi 11-28 (sarebbe meglio leggere l’intero capitolo) sottolinea la superiorità del sacerdozio di Cristo di cui è tipo Melchisedec, sul sacerdozio levitico, l’annullamento di quest’ultimo e del suo cerimoniale e la completa sufficienza del sacerdozio di Cristo: “Se dunque la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico (perché su quello è basata la legge data al popolo), che bisogno c’era ancora che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec e non scelto secondo l’ordine di Aaronne? Poiché, cambiato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un cambiamento di legge....Così qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità (infatti la legge non ha portato nulla alla perfezione); ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio......Quelli sono stati fatti sacerdoti senza giuramento, ma egli lo è con giuramento........ Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo. Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro. Infatti a noi era necessario un sommo sacerdote come quello, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli;.....La legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento fatto dopo la legge, costituisce il Figlio, che è stato reso perfetto in eterno”.

D’altro canto Cristo solo è stato fatto sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec, ottenendo un sacerdozio che non si trasmette (Ebrei 7:21-24), di conseguenza non ha Vicari sulla terra.

Efesini 1:22: “Ogni cosa egli ha posta sotto i suoi piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa”. Egli opera dal suo trono celeste, ed esercita Egli stesso eternamente il suo sacerdozio per mezzo dello Spirito Santo e può salvare chiunque si affidi per fede al suo nome.

Ebrei 7:24-25: “...può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro”. È in abominio a Dio cercare altri intercessori nei santi cattolici, nella Madonna o negli angeli poiché oltre a quanto la Bibbia proibisce riguardo all’invocazione delle anime dei defunti (santi o non), al venerali, ecc., Cristo è il nostro unico mediatore fra Dio e l’uomo in modo completamente sufficiente (1Timoteo 2:5-6; Atti 4:12).

Nell’A.T. la religione giudaica si presentava in quest’ordine:

1) Aaronne (poi nel tempo i suoi successori) il sommo sacerdote, il quale era l’unico che poteva accedere, e una sola volta all’anno, nel luogo santissimo il giorno delle espiazioni.

2) I sacerdoti ed i leviti, incaricati del servizio del santuario, esercitavano le loro funzioni non oltre il luogo santo.

3) Il popolo ammesso a presentare le sue offerte nel cortile, davanti all’altare degli olocausti.

Sotto la legge mosaica dell’antico patto, Israele era composto da una casta sacerdotale levitica e dal popolo di Dio. Nel N.T., Cristo è il Sommo Sacerdote unico e perfetto (Ebrei 7:11-28); il sacerdozio, inteso come una casta a parte e comprendente i paramenti sacerdotali e quant’altro, è annullato; i credenti fanno tutti parte del sacerdozio regale, essendo divenuti re e sacerdoti con Gesù che li ha introdotti fin nel luogo santissimo (prima inaccessibile al popolo e ai sacerdoti, ma solo accessibile al Sommo Sacerdote, una volta all’anno), presso il quale, il velo o la cortina che lo separava dal luogo santo e dal popolo è stato tolto definitivamente.

Ap.1:6: “che ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo...”.

Ap.5:10: “e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra”.

Ebrei 10:19-22: “Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio.....”.

1Pietro 2:5-9: “anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali....Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa ”.

La comunità dei credenti, si accalca davanti alla croce del sacrificio espiatorio, dinanzi a Gesù, e ha pieno titolo di arrivare alla promessa del nuovo patto senza intercessori umani, potendo arrivare in modo personale e diretto a Dio tramite Gesù Cristo.

Così, pur ammettendo i doni spirituali e i ministeri particolari nell’ambito della Chiesa di Cristo, il nuovo patto non conosce più assolutamente clero (ovvero una casta separata di sacerdoti intermediari), giacché la vera Chiesa di Dio universale è un regno di sacerdoti sottomessi all’unico Sommo Sacerdote, l’Eterno Gesù, mediatore di un nuovo patto.

Ebrei 9:11,12,15: “Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei beni futuri...è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna...Per questo egli è mediatore di un nuovo patto...”.

Per capire meglio cos’era il luogo santissimo, parleremo in sintesi del tabernacolo, quest’ultimo era il santuario trasportabile, la “dimora” di Dio in mezzo al suo popolo d’Israele.

Esso era composto di tre parti:

Il cortile, dove tutti gli israeliti potevano entrare, il luogo santo riservato ai sacerdoti, e il luogo santissimo, dove solo il sommo sacerdote poteva entrare, e lo faceva una volta l’anno. In quest’ultimo luogo c’era l’arca dell’alleanza che era una cassa di legno d’acacia ricoperta d’oro, la quale conteneva le due tavole della legge. Nel tabernacolo erano riprodotte l’immagine e l’ombra del Santuario Celeste. Mosè lo costruì secondo il modello indicatogli da Dio sulla montagna in modo conforme e preciso; ogni particolare aveva la sua importanza ed il suo significato spirituale. L’epistola agli ebrei conferma che il Santuario fatto da mani d’uomo lo è stato come “imitazione del vero Santuario” stabilito dal Signore nel cielo (Ebrei 8:2,4-5; c.9:11,23-24). Il cerimoniale, il culto, i sacrifici, il sacerdozio d’Aaronne sono tipi e profezie della Persona, del sacrificio e del sacerdozio di Cristo, nostro Sommo Sacerdote. Questi tipi e queste ordinanze erano solo temporanee: abiti, utensili, divisioni del santuario, velo, sacrifici, abluzioni, ecc., tutto ciò ha fatto posto al culto reso in spirito e verità; giacché la venuta di Gesù Cristo ha compiuto tutto (Giov.19:30; Giov. 4:23-24; Ebrei 8:5; Ebrei 9:1-10). Voler trasportare tali cose nel culto cristiano, come fanno la Chiesa Romana e i suoi simili, significa confondere le alleanze e ritornare all’Antico Testamento.

Di conseguenza, quanto fa la Chiesa Cattolica Romana dividendo il popolo dei credenti da una casta sacerdotale (il clero), non è secondo lo Spirito del Cristo e del nuovo patto. Ogni credente oggi ha accesso al “luogo santissimo”, a Dio, perché la cortina o il velo che lo divideva dal popolo è stato tolto dal sacrificio espiatorio di Cristo, compiuto sul legno della croce. Ogni credente ha pieno titolo di accedere attraverso il Sommo Sacerdote Eterno Cristo Gesù al “luogo santissimo” che ora risulta aperto a chiunque voglia accedervi (mentre nell’antico patto solo il sommo sacerdote poteva entrarvi e solo una volta l’anno), senza l’intermediazione di qualsiasi tipo di casta sacerdotale, la qual cosa è, nell’ambito cristiano, (del nuovo patto) superata, inutile e opposta al volere di Dio.

Il caso del clero cattolico (e di quello di altre religioni dette cristiane) risulta oltre a quanto detto finora, in completo abominio a Dio per come è conformato, e offende la figura di Cristo e la sua opera, in quanto, al contrario di quello che avviene e si crede in ambito cattolico riguardo al clero, Egli (Gesù) ha aperto ogni passaggio, e senza intermediari umani, a chiunque voglia accedere in fede al Padre, attraverso il suo Nome Santo.

Nella Chiesa universale e santa di Cristo non esiste un laicato, un clero, ma uomini santi con doni spirituali e ministeri diversi. Così facendo la Chiesa Cattolica inavvertitamente o quasi, si rende colpevole della mancata istruzione ed unione nell’ambito della Chiesa stessa che risulta divisa in due categorie separate.

I laici si sentono inconsciamente più liberi nei riguardi della fede e di Dio, portati a questo, dalla loro mancata istruzione a credere che solo il clero debba attenersi a un’opera di fede più viva e regolare. Dio vuole una Chiesa istruita dalla sua Parola ed unita in tutto e per tutto, senza alcuna divisione. Quanto fa la Chiesa Cattolica (sotto numerosissimi aspetti) dimostra che essa non è sottomessa alla Parola di Dio e quindi ne è fuori; su di essa pesa la fortissima responsabilità secolare di aver condizionato moltissime vite umane ad una vita cristiana estranea alla volontà di Dio. I suoi dignitari ecclesiastici di ogni tempo si sono resi colpevoli dinnanzi a Dio di aver “chiuso la porta del cielo” a molti, quando invece il Cristo l’ha aperta a tutti. L’insegnamento della Chiesa Romana ha chiuso e chiude ancora, tutt’oggi, l’accesso per la salvezza a molti che probabilmente se fossero venuti o se venissero a conoscenza della Parola di Dio e del suo vero messaggio potrebbero davvero convertirsi (come del resto avviene per molti ex cattolici). I suoi vani insegnamenti allontanano da Dio l’uomo, anziché avvicinarlo a Lui.

L’abbandono della semplicità evangelica, dalla Chiesa delle origini, è stato lento e progressivo.

Il colpo più duro è stato inflitto con l’entrata in massa dei pagani, con i loro costumi e tradizioni nel IV sec. d.C., con l’Editto di Tessalonica. La Sacra Scrittura è proceduta da Dio dal quale solo riceve la sua autorità e non dagli uomini. Essa contiene la verità e la volontà di Dio. Non è lecito agli uomini e neppure agli angeli di aggiungere, diminuire o cambiare alcunché (Galati 1:6-9). Ne risulta che né l’antichità, né le abitudini, né la moltitudine, né la sapienza umana, né i giudizi, né le deliberazioni, né gli editti, né i decreti, né i Concili, né le visioni, né i miracoli devono essere contrapposti a quanto dice la Sacra Scrittura, ma, al contrario, ogni cosa deve essere esaminata, regolata, e riformata in accordo con essa.

La vera religione si trova nella Sacra Bibbia, perché quello è il libro divino che contiene l’insegnamento vero di Cristo e degli apostoli per la Chiesa.

Leggendo la Bibbia e specialmente il N.T. ci si accorge non solo come non vi siano le dottrine cattoliche romane, ma come quest’ultime vengano, invece, severamente proibite e condannate da Dio. Cristo Gesù è l’unico Salvatore e mediatore fra Dio e gli uomini, l’unico che possa presso il Padre Celeste rimetterci i nostri peccati e farci apparire santi e giusti. Sembra ragionevole concludere che il messaggio biblico è concentrato su Gesù Cristo e non sulla Chiesa, nello Spirito Santo e non nella gerarchia ecclesiastica, sull’amore misericordioso di Dio e non sul merito di eventuali opere buone del credente.

Chiedo ai teologi cattolici: potete provare che Gesù Cristo abbia fondato la Chiesa Cattolica Romana anziché la sua Chiesa? Matt. 16:18.

Che le dottrine e le pratiche della Chiesa Romana siano le stesse di quelle della Chiesa primitiva? Galati 1:6-9.

Che non vi sia salvezza fuori dalla Chiesa Romana? Giov. 6:40.

Che alla Chiesa di Cristo, possono appartenere uomini e donne non convertiti, ma solo battezzati in acqua (come adulteri, assassini, ladri, bestemmiatori, idolatri, lussuriosi, perversi, truffatori, fornicatori, ecc.)? Galati 5:19-21; Efesini 5:5; Ap 22:15.

La Chiesa di Cristo è composta esclusivamente dei suoi discepoli rinati di nuovo, rigenerati dallo Spirito Santo e impegnati nel continuare a trasmettere la sua opera redentrice nel mondo attraverso il messaggio dell’evangelo; essi sono portatori di testimonianza cristiana vera e del nome di Cristo Gesù come Salvatore.

I pagani entrarono in massa nella Chiesa post-primitiva, con Costantino prima, ma in modo più radicale poi, con Graziano e Teodosio con l’Editto di Tessalonica; essi (i pagani), senza la conversione del cuore e col solo battesimo in acqua, assieme al processo di “Gnosi” e del “Sincretismo”, furono gli agenti e gli elementi della catastrofe drammatica e della rovina e paganizzazione della Chiesa cristiana di “massa”. Essi portarono nelle comunità cristiane, legate ancora in qualche modo alla purezza del vangelo, le loro cerimonie, i loro riti e costumi pagani, pur essendo battezzati cristiani, però, difatti, solo con il nome e non nei fatti. Cosicché la Chiesa fu presto romanizzata e paganizzata. La vera Chiesa di Cristo è composta da credenti veramente convertiti a Gesù, i quali si trovano in diversi raggruppamenti di Chiese (chiaramente escluse quelle che sono fuori dalla verità centrale ed essenziale della Parola di Dio) e i cui nomi sono scritti nei cieli. Le Chiese visibili non sono altro che scuole per educare e preparare i santi per il Regno di Dio.

Potete provare teologi cattolici che Cristo e i suoi apostoli abbiano consigliato ai loro discepoli di ritirarsi dal mondo facendosi monaci o monache? Luca 10:1-12; Matt. 5:13-16; Giov. 17:15.

Che Gesù abbia istituito, oltre agli apostoli testimoni che dovevano predicare il vangelo ed istruire la Chiesa nascente, una gerarchia sacerdotale, ossia una casta speciale e privilegiata separata dal popolo? Matt. 23:5-12; Ap. 1:6; c.5:10; Ebrei 10:19-22; 1 Pietro 2:5-9.

Che gli apostoli abbiano istituito altri ordini diversi da quelli dei vescovi (o pastori, o anziani, o presbiteri), diaconi ed evangelisti? 1 Timoteo 3:1-8; c.5:17. Ad esempio, cardinali, monsignori, Papa, ecc.?

Che i vescovi o presbiteri non possono prendere moglie, e che un prete senza moglie e figli deve essere chiamato “padre”? 1 Timoteo 3:2,4; c. 4:3; Matt. 23:5-12.

Che vescovi e preti cattolici debbano dire messa, confessare la gente e dare l’assoluzione dei peccati? Salmo 51:1; c. 32:5.

Le parole: vescovi, pastori, presbiteri ed anziani sono sinonimi nel N.T. che indicano un ministero da parte di Dio, dato ad alcuni uomini credenti, per guidare al meglio una chiesa locale, predicatori del vangelo e servi del popolo credente, e non sacerdoti, cioè “sacrificatori” all’altare. I giudei e i pagani avevano dei sacerdoti e furono proprio i sacerdoti giudei che complottarono la morte di Gesù. Cristo non ordinò sacerdoti per la sua Chiesa, poiché la Scrittura dice che egli è il Sommo Sacerdote, che vive per sempre, il cui ufficio non è trasmissibile ad altri, e il cui sacrificio sulla croce non ha bisogno di essere ripetuto (in forma mistica sull’altare) con e nella messa (Ebrei 7:21-28; Ebrei 10:11-18).

Molti uomini e donne di religione cattolica, pur avendo conosciuto molti aspetti delle verità riguardo alla Parola di Dio, sono un po’ restii ad abbandonare il loro vecchio culto e le loro tradizioni per motivi sociali, per comodità, per mancanza di una fede completa, per paura e quant’altro. Bisognerebbe far capire loro (ma non solo), Dio permettendo, che anche ai tempi di Gesù, dei suoi apostoli e discepoli, i giudei (gli ebrei), immersi com’erano nella loro religione piena di tradizioni umane e ipocrisia nei riguardi della Parola di Dio, trovarono grossi problemi, inizialmente (per quelli che ebbero la possibilità e la volontà di convertirsi), nell’afferrare il vangelo e poter praticare di conseguenza la verità che venne loro rivelata dagli evangelizzatori, ma molti ebbero il coraggio e la vera fede per accogliere la vera via per il perdono dei peccati e per la salvezza eterna.

Oggi similmente accade la stessa cosa, ovvero: la religione cattolica (e i suoi simili), potrebbe rappresentare benissimo il giudaismo ipocrita del tempo di Gesù (scribi, farisei e sadducei); come allora, anche oggi, in un contesto e circostanze certamente diversi, bisogna avere coraggio, una fede vera e pulita e un cuore sincero per accogliere il vero messaggio della Parola di Dio, detronizzato per la massa, nei secoli e da secoli dalla Chiesa Cattolica Romana e dai suoi simili, trascinati come sono stati, in modo inequivocabile, in un vortice ciclonico di “luce” di Satana.

 

 

 

 

 

 

Capitolo 2

Idolatria, culto dei santi e falsi miracoli

Prima parte

Idolatria, culto dei santi

 

Caro lettore, per grazia di Dio, ho avuto la pazienza di inserire in questo studio tutti i passi biblici più chiari e interessanti attinenti al discorso dell’idolatria e del culto cattolico dei santi.

Iniziamo con i passi dall’A.T.:

Esodo 20:4-6: “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”. (Deut. 5:8-10).

Isaia 2:8: “Il suo paese è pieno d’idoli; si prostra davanti all’opera delle sue mani, davanti a ciò che le sue dita hanno fatto”.

Isaia 2:11: “Lo sguardo altero dell’uomo sarà umiliato, e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il Signore solo sarà esaltato in quel giorno”.

Isaia 2:20-22: “In quel giorno, gli uomini getteranno ai topi e ai pipistrelli gli idoli d’argento e d’oro che si erano fatti per adorarli; ed entreranno nelle fessure delle rocce e nei crepacci delle rupi per sottrarsi al terrore...Smettete di confidarvi nell’uomo, nelle cui narici non c’è che un soffio; infatti quale importanza gli si potrebbe attribuire?”.

Isaia 10:10-11: “Come la mia mano è giunta a colpire i regni degli idoli dove le immagini erano più numerose che a Gerusalemme e a Samaria, non posso io forse, come ho fatto a Samaria e ai suoi idoli, fare anche a Gerusalemme e alle sue statue?”.

Isaia 44:9-13,19-20: “Quelli che fabbricano immagini scolpite sono tutti vanità; i loro idoli più cari non giovano a nulla; i loro testimoni non vedono, non capiscono nulla, perché essi siano coperti di vergogna. Chi fabbrica un dio o fonde un’immagine che non gli serve a nulla? Ecco tutti quelli che vi lavorano saranno coperti di vergogna e gli artefici stessi non sono che uomini!...Il fabbro lima il ferro, lo mette nel fuoco, forma l’idolo a colpi di martello e lo lavora con braccio vigoroso; soffre perfino la fame e la forza gli vien meno; non beve acqua e si affatica. Il falegname stende la sua corda, disegna l’idolo con la matita, lo lavora con lo scalpello, lo misura con il compasso, ne fa una figura umana, una bella forma d’uomo, perché abiti una casa... Nessuno rientra in sé stesso e ha conoscimento e intelletto per dire: < Ne ho bruciato la metà nel fuoco, sui suoi carboni ho fatto cuocere il pane, vi ho arrostito la carne che ho mangiata; con il resto farei un idolo abominevole? Mi inginocchierei davanti a un pezzo di legno?> Un tal uomo si pasce di cenere, il suo cuore sviato lo inganna al punto che non può liberarsene e dire: <Ciò che stringo nella mia destra non è forse una menzogna?>”.

Isaia 45:16: “Saranno svergognati, sì, tutti quanti delusi; se ne andranno tutti assieme coperti di vergogna i fabbricanti d’idoli”.

Isaia 46:5-8: “A chi mi assomigliereste, a chi mi eguagliereste, a chi mi paragonereste, quasi fossimo pari? Costoro prelevano l’oro dalla loro borsa, pesano l’argento nella bilancia, paganoun orefice perché ne faccia un dio per prostrarglisi davanti, per adorarlo. Se lo caricano sulle spalle, lo trasportano, lo mettono sul suo piedistallo; esso sta in piedi e non si muove dal suo posto; benché uno gridi a lui, esso non risponde né lo salva dalla sua afflizione. Ricordatevi di questo e mostratevi uomini! O trasgressori, rientrate in voi stessi”.

Isaia 42:17: “Ma volgeranno le spalle, coperti d’infamia, quelli che confidano negli idoli scolpiti e dicono alle immagini fuse: <Voi siete i nostri dèi!>”.

Isaia 42:8: “Io sono il SIGNORE; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli”.

Isaia 30:22: “Considererete come cose contaminate le vostre immagini scolpite, ricoperte d’argento, e le vostre immagini fuse, rivestite d’oro, le getterete via come una cosa impura, <Fuori di qui!> Direte loro”.

Isaia 40:18-22: “A chi vorreste assomigliare Dio? Con quale immagine lo rappresentereste? Un’artista fonde l’idolo, l’orafo lo ricopre d’oro e vi salda delle catenelle d’argento. Colui che la povertà costringe ad offrire poco sceglie un legno che non marcisca, e si procura un abile artigiano per fare un idolo che non vacilli. Ma non lo sapete? Non l’avete sentito? Non vi è stato annunziato fin dal principio? Non avete riflettuto sulla fondazione della terra?...”.

Isaia 2:17-18: “L’alterigia dell’uomo sarà umiliata, e l’orgoglio di ognuno sarà abbassato; il SIGNORE solo sarà esaltato in quel giorno. Gli idoli scompariranno del tutto”.

Isaia 8:19-20: “Se vi si dice:<Consultate quelli che evocano gli spiriti e gli indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano>, rispondete:<Un popolo non deve forse consultare il suo Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi? Alla legge! Alla testimonianza!> Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui nessuna aurora!”.

Geremia 1:16: “Pronunzierò i miei giudizi contro di loro, a causa di tutta la loro malvagità, perché mi hanno abbandonato e hanno offerto il loro incenso ad altri dèi, e si sono prostrati davanti all’opera delle loro mani”.

Geremia 2:26-28: “Come il ladro è confuso quand’è colto sul fatto così sono confusi quelli della casa d’Israele: essi, i loro re, i loro capi, i loro sacerdoti e i loro profeti, i quali dicono al legno: <Tu sei mio padre>, e alla pietra: <Tu ci hai dato la vita!>. Poiché essi mi hanno voltato le spalle e non la faccia; ma nel tempo della loro sventura dicono: <Alzati e salvaci!>. Dove sono i tuoi dèi che ti sei fatti? Si alzino, se ti possono salvare nel tempo della tua sventura! Infatti, o Giuda, tu hai tanti dèi quante città”.

Geremia 7:18-19: “<I figli raccolgono legna, i padri accendono il fuoco, le donne impastano la farina per fare delle focacce alla regina del cielo e per fare libazioni ad altri dèi, per offendermi. È proprio me che offendono>, dice il SIGNORE, <non offendono essi loro stessi a loro vergogna?>”.

Geremia 8:19: “Ecco il grido di angoscia della figlia del mio popolo..<..Il suo re non è più in mezzo a lei?>. <Perché hanno provocato la mia ira con le loro immagini scolpite e con vanità straniere?>”.

Geremia 51:17-18: “ogni uomo allora diventa stupido, privo di conoscenza, ogni orafo ha vergogna delle sue immagini scolpite; perché le sue immagini fuse sono menzogna e non c’è soffio vitale in loro. Sono vanità, lavoro d’inganno; nel giorno del castigo, periranno”.

Geremia 10:3-6,8-9,14-16: “<Infatti i costumi dei popoli sono vanità; poiché si taglia un albero nella foresta e le mani dell’operaio lo lavorano con l’ascia; lo si adorna di argento e d’oro, lo si fissa con chiodi e con i martelli perché non si muova. Gli idoli sono come spauracchi in un campo di cocomeri, e non parlano; bisogna portarli, perché non possono camminare. Non li temete! perché non possono fare nessun male, e non è in loro potere di fare del bene>. Non c’è nessuno pari a te, SIGNORE; tu sei grande, e grande in potenza è il tuo nome.....Ma costoro tutti insieme sono stupidi e insensati; non è che una dottrina di vanità; non è altro che legno; ...opera di scultore e di mano d’orefice; sono vestiti di porpora e di scarlatto, sono tutti lavoro d’abili artefici.....ogni uomo allora diventa stupido, privo di conoscenza; ogni orafo ha vergogna delle sue immagini scolpite; perché le sue immagini fuse sono menzogna e non c’è soffio vitale in loro. Sono vanità, lavoro di inganno; nel giorno del castigo periranno...”.

Geremia 3:9-10: “Con il rumore delle sue prostituzioni Israele ha contaminato il paese; ha commesso adulterio con la pietra e con il legno; nonostante tutto questo, la sua perfida sorella non è tornata da me...”.

Geremia 19:13: “Le case di Gerusalemme, e le case dei re di Giuda, saranno come il luogo di Tofet, immonde; tutte quelle case sui cui tetti essi hanno offerto profumi a tutto l’esercito del cielo, e fatto libazioni ad altri dèi”. (Geremia 44:17-26).

Geremia 17:5-8: “Così parla il SIGNORE: <Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dal SIGNORE! Egli è come una tamerice nel deserto: ...Benedetto l’uomo che confida nel SIGNORE, e la cui fiducia è il SIGNORE!...>”.

Ezechiele 16:17-19: “Prendesti pure i tuoi bei gioielli fatti del mio oro e del mio argento, che io ti avevo dati, te ne facesti delle immagini d’uomo e ad esse ti prostituisti; prendesti le tue vesti ricamate e ne ricopristi quelle immagini...tu li mettesti davanti a loro come un profumo di soave odore. Questo si fece! dice DIO, il Signore”.

Ezechiele 20:32: “Non avverrà affatto quello che vi passa per la mente quando dite: <Noi saremo come le nazioni, come le famiglie degli altri paesi e renderemo un culto al legno e alla pietra!>”.

Deut. 4:25-26: “Quando avrai dei figli e dei figli dei tuoi figli e sarete stati a lungo nel paese, se vi corrompete, se vi fate una scultura che sia immagine di una cosa qualsiasi, se fate ciò che è male agli occhi del SIGNORE, il vostro Dio, e lo irritate, io chiamo oggi come testimoni contro di voi il cielo e la terra, che voi ben presto perirete...”.

Deut. 4:23-24: “Guardatevi dal dimenticare il patto che il SIGNORE, il vostro Dio, ha stabilito con voi e dal farvi una scultura che sia immagine di qualsiasi cosa... il tuo Dio, è un fuoco che divora, un Dio geloso”.

Deut. 4:15-19: “Siccome non vedeste nessuna figura il giorno che il SIGNORE vi parlò in Oreb dal fuoco, badate bene a voi stessi, affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo e di una donna...tu non ti senta attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il SIGNORE, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli”.

Deut. 4:27-31: “Il SIGNORE vi disperderà fra i popoli e solo un piccolo numero di voi sopravviverà in mezzo alle nazioni dove il SIGNORE vi condurrà. Là servirete dèi fatti da mano d’uomo, dèi di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non mangiano, non annusano. Ma di là cercherai il SIGNORE...negli ultimi tempi, tornerai al SIGNORE...”.

Deut.16:21-22: “Non metterai nessun idolo d’Astarte, fatto di qualsiasi legno, accanto all’altare che costruirai al SIGNORE tuo Dio; e non piazzerai nessuna statua; cosa che il SIGNORE, il tuo Dio odia”.

Deut.7:5: “Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite”.

Deut. 29:24-26: “... perché sono andati a servire altri dèi e si sono prostrati davanti a loro; dèi che essi non avevano conosciuti e che il SIGNORE non aveva assegnati loro. Per questo si è accesa l’ira del SIGNORE contro questo paese ed egli ha fatto venire su di esso tutte le maledizioni scritte in questo libro”.

Deut. 13:4: “Seguirete il SIGNORE, il vostro Dio, lo temerete, osserverete i suoi comandamenti, ubbidirete alla sua voce, lo servirete e vi terrete stretti a lui”.

Deut. 27:15: “<Maledetto l’uomo che si fa un’immagine scolpita o di metallo fuso, cosa abominevole per il SIGNORE, opera di un artigiano e la pone in luogo occulto!> E tutto il popolo risponderà e dirà:<Amen>”.

Lev. 26:1: “Non vi farete e non metterete in piedi né idoli, né sculture, né monumenti. Nel vostro paese non rizzerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro poiché io sono il SIGNORE vostro Dio”.

Lev. 19:4: “Non vi rivolgete agli idoli, e non vi fate degli dèi di metallo fuso. Io sono il SIGNORE vostro Dio”.

Lev. 20:6: “Se qualche persona si rivolge agli spiriti e agli indovini per prostituirsi andando dietro a loro, io volgerò la mia faccia contro quella persona, e la toglierò via dal mezzo del suo popolo”.

Lev. 19:31: “Non vi rivolgete agli spiriti, né agli indovini; non li consultate, per non contaminarvi a causa loro. Io sono il SIGNORE vostro Dio”.

Salmo 115:3-8: “Il nostro Dio è nei cieli; egli fa tutto ciò che gli piace. I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono. Come loro sono quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano!”.

Salmo 135:15-18: “Gl’idoli delle nazioni sono argento e oro, opera di mano d’uomo. Hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono e non hanno respiro alcuno nella loro bocca. Siano simili a loro quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano”.

Salmo 146:3-9: “Non confidate nei principi, né in alcun figlio d’uomo, che non può salvare. Il suo fiato se ne va, ed egli ritorna alla sua terra; in quel giorno periscono i suoi progetti. Beato colui che ha per aiuto il Dio di Giacobbe e la cui speranza è nel SIGNORE, suo Dio, che ha fatto il cielo e la terra...”.

Salmo 73:25-26: “Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te. La mia carne e il mio cuore possono venir meno, ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno”.

Salmo 97:7: “Son confusi gli adoratori di immagini e quanti si vantano degl’idoli; si prostrano a lui tutti gli dei”.

Abacuc 2:18-20: “A che serve l’immagine scolpita, perché l’artefice la scolpisca? A che serve l’immagine fusa che insegna la menzogna, perché l’artefice confidi nel suo lavoro e fabbrichi idoli muti? Guai a chi dice al legno: < Svegliati!> e alla pietra muta:<Alzati!> Può questa istruire? Ecco, è ricoperta d’oro e d’argento, ma non c’è in lei nessuno spirito. Ma il SIGNORE è nel suo tempio santo; tutta la terra faccia silenzio in sua presenza!”.

Osea 13:2: “Ora continuano a peccare, si fanno con il loro argento delle immagini fuse, idoli di loro invenzione, che sono tutti opera d’artefici...”.

Osea 13:4: “Eppure, io sono il SIGNORE... all’infuori di me non c’è altro salvatore”.

Michea 1:7: “Tutte le sue immagini scolpite saranno infrante, tutte le sue offerte agli idoli saranno arse con il fuoco, io ridurrò tutti i suoi idoli in desolazione, perché sono offerte raccolte come salario di prostituzione...”.

Esodo 20:19-23: “...Voi stessi avete visto che io vi ho parlato dai cieli. Non fatevi altri dèi accanto a me; non vi fate dèi d’argento, né dèi d’oro”.

Esodo 22:20: “Chi offre sacrifici ad altri dèi (oggi sarebbero le preghiere), anziché solo al SIGNORE, sarà sterminato come anatema”.

Giobbe 5:1,8-11: “Chiama pure! C’è forse chi ti risponda? A quale dei santi (angeli) vorrai tu rivolgerti?... Io però vorrei cercare Dio, a Dio vorrei esporre la mia causa; a lui che fa cose grandi, imperscrutabili, meraviglie innumerevoli..”.

1 Re 9:6-9: “Ma se voi o i vostri figli vi allontanate da me, se non osservate i miei comandamenti e le leggi che vi ho posto davanti e andate invece a servire altri dèi e a prostrarvi davanti a loro, io sterminerò Israele dal paese che gli ho dato..<.. si sono attaccati ad altri dèi, si sono prostrati davanti a loro e li hanno serviti; ecco perché il SIGNORE ha fatto venire tutti questi mali su di loro>”.

1 Cronache 10:13-14: “Così morì Saul a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il SIGNORE per non aver osservato la parola del SIGNORE, e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti mentre non aveva consultato il SIGNORE...”.

Continuiamo adesso con i passi dal N.T.:

Luca 4:8: “Gesù gli rispose: <Sta scritto: Adora il Signore, il tuo Dio, e a lui solo rendi il tuo culto >”. (Matt. 4:10).

Luca 11:27-28: “Mentr’egli diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse:<Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!>. Ma egli disse:<Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!>”.

Luca 16:19-31 (i morti non possono venire sulla terra).

Atti 4:12: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”.

Atti 10:25-26: “Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si inginocchiò davanti a lui. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: <Alzati, anch’io sono uomo!>.

Atti 17:29-31: “Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano...”.

Atti 4:15-19: “...Ma Pietro e Giovanni risposero loro: <Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio”.

Atti 14:9-18 (Volevano offrire un sacrifico e onore con ghirlande a Paolo e a Barnaba ma essi impedirono alla folla di fare ciò).

Giov. 4:23-24: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità”.

1 Timoteo 2:5-7: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore (intercessore) fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo...”.

Colossesi 2:18-19: “Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale, senza attenersi al Capo, da cui tutto il corpo, ben fornito e congiunto insieme mediante le giunture e i legamenti, progredisce nella crescita voluta da Dio”.

Romani 1:21-23: “perché pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato; ma si son dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, son diventati stolti, e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile...”.

Romani 1:25: “essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen”.

Galati 6:14: “Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo”.

Ap. 19:9-10: “E l’angelo mi disse...Io mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: < Guardati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù: adora Dio! Perché la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia>”.

Ap 22:8-9: “Io, Giovanni, sono quello che ha udito e visto queste cose. E, dopo averle viste e udite, mi prostrai ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate, per adorarlo. Ma egli mi disse: <Guardati dal farlo; io sono un servo come te e come i tuoi fratelli, i profeti, e come quelli che custodiscono le parole di questo libro. Adora Dio!>”.

Ap. 14:7: “Egli diceva con voce forte: <Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le fonti delle acque”.

Ap. 19:4-5: “Allora i ventiquattro anziani e le quattro creature viventi si prostrarono, adorarono Dio che siede sul trono, e dissero: <Amen! Alleluia!> Dal trono venne una voce che diceva: <Lodate il nostro Dio, voi tutti suoi servitori, voi che lo temete, piccoli e grandi>”.

1 Timoteo 1:17: “Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Ap. 4:11: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza: perché tu hai creato tutte le cose, e per tua volontà furono create ed esistono”. (Solo Dio è degno di lode e di gloria, perché Egli solo è il Creatore).

Ap. 5:13: “E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: < A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli>”.

Ap. 15:4: “Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi sono stati manifestati”.

Romani 8:31-34: “...Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è resuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi”.

Galati 4:8-11: “In quel tempo, è vero, non avendo conoscenza di Dio, avete servito quelli che per natura non sono dèi; ma ora che avete conosciuto Dio, o piuttosto che siete stati conosciuti da Dio, come mai vi rivolgete di nuovo ai deboli e poveri elementi di cui volete rendervi schiavi di nuovo? Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Io temo di essermi affaticato invano per voi”.

1 Corinzi 10:14: “Perciò miei cari, fuggite l’idolatria”.

Giacomo 2:8-12: “... Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: <Non commettere adulterio>, ha detto anche:<Non uccidere>. Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge...”.

Ebrei 12:1-2: “... fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta...”.

1 Giovanni 5:21: “Figlioli, guardatevi dagl’idoli”.

2 Corinzi 6:16: “E che armonia c’è tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio...”.

2 Corinzi 11:14-15: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere”.

Ebrei 1:14: “Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, mandati a servire in favore di quelli che devono ereditare la salvezza?” (gli angeli sono tutti servitori di Dio come lo siamo anche noi; sono degni di stima e di amore ma la lode e la gloria va solo a Dio).

Ebrei 4:14-16: “Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno”.

Ebrei 7:24-25: “egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro”.

Ebrei 6:20: “dove Gesù è entrato per noi quale precursore, essendo diventato sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec”.

Ebrei 7:11-28 (parla del sacerdozio eterno ed immacolato di Gesù che può con potenza aiutare e salvare chiunque si accosti a Lui).

Ap. 4:8-11; Ap. 5:13-14; Ap. 7:11-12 (l’onore, la lode e la gloria spettano solo a Dio e all’Agnello).

Ap. 9:20-21: “Il resto degli uomini che non furono uccisi da questi flagelli, non si ravvidero dalle opere delle loro mani; non cessarono di adorare i demòni e gli idoli d’oro, d’argento, di rame, di pietra e di legno che non possono né vedere, né udire, né camminare...”.

1 Corinzi 1:11-13: “Infatti, fratelli miei, mi è stato riferito da quelli di casa Cloe che tra di voi ci sono contese. Voglio dire che ciascuno di voi dichiara: <Io sono di Paolo>; <Io d’Apollo>; <Io di Cefa>; <Io di Cristo>. Cristo è forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete voi state battezzati nel nome di Paolo?”; 1 Corinzi 3:4-8: “Quando uno dice:<Io sono di Paolo>; e un altro: <Io sono d’Apollo>; non siete forse uomini carnali? Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo? Sono servitori, per mezzo dei quali voi avete creduto; e lo sono nel modo che il Signore ha dato a ciascuno di loro. Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere! Ora, colui che pianta e colui che annaffia sono una medesima cosa, ma ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica”; 1 Corinzi 3:21-23: “Nessuno dunque si vanti degli uomini, perché tutto vi appartiene. Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, le cose presenti, le cose future, tutto è vostro! E voi siete di Cristo; e Cristo è di Dio”; 1 Corinzi 4:6: “Ora, fratelli, ho applicato queste cose a me stesso e ad Apollo a causa di voi, perché per nostro mezzo impariate a praticare il non oltre quel che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio esaltando l’uno a danno dell’altro”.

1 Corinzi 8:4-6: “...sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un Dio solo. Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo che in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo”.

 

 

Al punto 2066 del Catechismo cattolico si legge: “La divisione e la numerazione dei comandamenti hanno subito variazioni nel corso della storia. Questo Catechismo segue la divisione dei comandamenti fissata da sant’Agostino e divenuta tradizionale nella Chiesa Cattolica. È pure quella delle confessioni luterane. I Padri greci hanno fatto una divisione un po’ diversa, che si ritrova nelle Chiese ortodosse e nelle comunità riformate”.

Al punto 2069 si legge: “il Decalogo costituisce un tutto indissociabile. Ogni <parola> rimanda a ciascuna delle altre e a tutte; esse si condizionano reciprocamente. Le due tavole si illuminano a vicenda; formano una unità organica. Trasgredire un comandamento è infrangere tutti gli altri”.

Al punto 2076 si legge: “Con il suo agire e con la sua predicazione, Gesù ha attestato la perennità del Decalogo”.

Al punto 2112 si legge: “Il primo comandamento condanna il politeismo. Esige dall’uomo di non credere in altri dèi che nell’unico Dio, di non venerare altre divinità che l’Unico. La Scrittura costantemente richiama a questo rifiuto degli idoli che sono <argento e oro, opera delle mani dell’uomo>, i quali <hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono...>. Questi idoli vani rendono l’uomo vano: <Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida> (Sal. 115,4-5.8). Dio, al contrario, è il <Dio vivente> (Gs. 3,10), che fa vivere e interviene nella storia”.

Al punto 2113 si legge: “L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio...”.

Al punto 2131 si legge: “Fondandosi sul ministero del Verbo incarnato, il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova <economia> delle immagini”.

La Chiesa Cattolica ha annullato completamente il secondo comandamento del decalogo: Deut. 5:6-21; Esodo 20:1-17.

Perché annullarlo il secondo? Sarebbe lecito allora per chiunque annullarne qualcun’altro? Magari quello del “non rubare” o del “non uccidere”? Direi proprio di no! Ma per la Chiesa Cattolica il secondo comandamento non c’è più. Gesù disse che chi non rispetterà uno solo di questi minimi comandamenti non ne avrà mancato solo uno, ma tutti. La Chiesa Romana riguardo al secondo comandamento fa peggio di quanto faceva la religione giudaica al tempo di Gesù riguardo al quinto comandamento (“onora tuo padre e tua madre”) del quale “semplicemente” ne avevano mutato in parte la sostanza del messaggio (Marco 7:4-13, Matt. 15:1-9). La Chiesa Cattolica non si è limitata a mutare il significato di un comandamento, ma ne ha completamente annullato uno (il secondo). Infatti, nei dieci comandamenti cattolici manca il secondo dei dieci delle Sacre Scritture. Essa (la Chiesa Cattolica) ha sdoppiato il decimo, facendolo diventare due comandamenti anziché uno solo, per recuperare il posto del secondo comandamento tolto. Chissà cosa direbbe Gesù riguardo agli ecclesiastici cattolici, se anziché 2000 anni fa, fosse venuto oggi sulla terra, certamente gli avrebbe trovati più ipocriti dei farisei e degli scribi del suo tempo.

Se uno manca un comandamento, in realtà gli ha mancati tutti: Giacomo 2:8-12.

Colui che ha detto: “non commettere adulterio”, ha anche detto: “non uccidere”, “non prostrarti davanti ad immagini e statue” e così via dicendo (Esodo 20:1-17). Chi non rispetta il secondo comandamento è un trasgressore di tutto il decalogo. I comandamenti divini biblici sono dieci (Deut 4:13), mentre quelli in seno alla Chiesa Cattolica non sono più dieci, ma nove.

A portare ulteriore fermezza al fatto che il comandamento del Signore del non prostrarsi davanti a sculture e immagini sia il secondo in posizione nel decalogo biblico e non parte del primo (come dicono invece i teologi cattolici), e che il decimo non vada diviso in due, c’è qualcosa di importante, anzi due:

1) Alla fine del decimo comandamento è detto: Esodo 20:17 “Non desiderare... né cosa alcuna del tuo prossimo”; Deut. 5:21 “Non desiderare... né cosa alcuna del tuo prossimo”. Con queste ultime parole il comandamento vuol chiudere gli esempi del non desiderare le cose del prossimo, avendone elencate alcune prima; quindi, le ultime parole in sé racchiudono ogni cosa del prossimo che la bramosia dell’uomo può tentare di voler ottenere. Come si può voler dividere questo unico comandamento biblico in due, quando è molto chiaro che nelle sue ultime parole si definisce l’avvertimento divino verso ogni tipo di desiderio e per qualsiasi tipo di cosa del prossimo? Dividerlo in due porta il nono comandamento cattolico ad essere, in parte, ripetitivo del decimo (sempre di quello cattolico) e allo stesso tempo inutile, visto che nell’ultimo riviene definito il concetto di bramosia in modo più completo e ampio.

Ecco elencati i dieci comandamenti cattolici:

1) Non avrai altro Dio fuori di me.

2) Non nominare il nome di Dio invano.

3) Ricordati di santificare le feste.

4) Onora tuo padre e tua madre.

5) Non uccidere.

6) Non commettere atti impuri.

7) Non rubare.

8) Non dire falsa testimonianza.

9) Non desiderare la donna d’altri.

10) Non desiderare la roba d’altri. (La Bibbia dice: né cosa alcuna del tuo prossimo” e non “ roba d’altri”; questo lo si è fatto, da parte cattolica, per meglio dare supporto alla loro divisione del decimo comandamento biblico e per evidenziare meglio una differenziazione tra il nono e il decimo comandamento cattolico).

 

Confrontateli con i comandamenti biblici di Esodo 20:1-17 e Deut 5:6-21, e resterete meravigliati dal fatto che l’iniqua Chiesa Cattolica ha tolto e annientato il secondo comandamento.

 

2)Notate come tra Esodo 20:1-17 e Deut 5:6-21 i comandamenti vengano riportati nello stesso ordine di tempo e di collocazione, con estrema precisione:

Esodo 20:1-17

1°“Non avere altri dèi oltre a me”. 2° “Non farti scultura, né immagine alcuna...”. 3° “Non pronunciare il nome del SIGNORE ...”. 4° “Ricordati del giorno del riposo...”. 5° “Onora tuo padre e tua madre...”. 6° “Non uccidere”. 7° “Non commettere adulterio”.8° “Non rubare”.9° “Non attestare il falso...”. 10° “Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo”.

Deut. 5:6-21

1° “Non avere altri dèi oltre a me”. 2° “Non farti scultura, immagine alcuna...”.3° “Non pronunciare il nome del SIGNORE ...”. 4° “Osserva il giorno del riposo...”.5° “Onora tuo padre e tua madre...”. 6° “Non uccidere”. 7° “Non commettere adulterio”. 8° “Non rubare”. 9° “Non attestare il falso...”.10° “Non desiderare la moglie del tuo prossimo; non bramare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo”.

 

È interessante e decisivo vedere come in Esodo 20:17, riguardo al decimo comandamento, venga detto prima: “Non desiderare la casa del tuo prossimo;” e solo dopo: “non desiderare la moglie del tuo prossimo”, mentre in Deut. 5:21 avviene il contrario, viene detto prima: Non desiderare la moglie del tuo prossimo;” e solo dopo: “non bramare la casa del tuo prossimo”. Notare come in Esodo, parlando del decimo comandamento, viene prima elencato il “Non desiderare la casa del tuo prossimo” e poi “non desiderare la moglie del tuo prossimo”, mentre in Deut. viene detto prima “Non desiderare la moglie del tuo prossimo” e solo dopo “ non bramare la casa del tuo prossimo”. Ciò è possibile solo perché tali avvertimenti divini riguardo al cattivo desiderio o alla bramosia sono parte dello stesso comandamento, tanto da poter esserci stata la libertà nel collocarli senza alcun ordine di importanza nei confronti degli altri del comandamento stesso che in definitiva racchiude un unico e solo comando divino che è quello di non desiderare: “ cosa alcuna del tuo prossimo”. È interessante anche notare come in Esodo 20:17 (nella tabella sinistra), l’avvertimento del “non desiderare la moglie del tuo prossimo”, si trovi in mezzo agli altri avvertimenti divini riguardo al cattivo desiderio, a prova assoluta del fatto che si tratta di un unico comandamento e non di due, altrimenti che ci starebbe a fare un comandamento in mezzo ad un altro? La Chiesa Romana crede (per interessi diretti, per soppiantare il vuoto derivante dall’annientamento del secondo comandamento), che il decimo sia in realtà, non uno, ma due comandamenti. Tutto ciò è impossibile per i punti sopra menzionati, e sarebbe inoltre anche strano che, nell’elencare in tutti e due i libri (Esodo e Deuteronomio), i dieci comandamenti del decalogo che sono tutti rivelati, trascritti e collocati nello stesso ordine di tempo, di tema e di posizione, si sarebbe poi invece fatta confusione per gli ultimi due comandamenti. Infatti, in Esodo 20:17 si troverebbe come nono comandamento: “Non desiderare la casa del tuo prossimo”, mentre in Deut. 5:21: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”. Tutto ciò sarebbe strano dopo che si sono elencati tutti gli altri comandamenti nello stesso ordine di tempo e di posizione, mentre qui si sarebbe dovuto fare inspiegabilmente un po’ di confusione. Ovvero, il “Non avere altri dèi...”, “Non farti scultura...”, “Non pronunciare il nome del SIGNORE...”, “Ricordati del giorno del riposo...”, “Onora tuo padre e tua madre...”, “Non uccidere”, “Non commettere adulterio”, “Non rubare”, “Non attestare il falso...” sono tutti comandamenti (come del resto anche l’ultimo: il decimo) che sono stati riportati nello stesso ordine di tempo e di collocazione, sia dal libro di Esodo che dal libro del Deuteronomio. L’ultimo (per i teologi cattolici, gli ultimi due) inizia in Esodo con: “Non desiderare la casa del tuo prossimo”, mentre in Deut. con: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo”. Chiederei ai teologi cattolici com’è possibile che, per tutti i comandamenti sopra elencati ci sia stata precisione in entrambi i due libri (gli unici poi che contengono il decalogo per intero nella Bibbia) che li riportano collocati nello stesso ordine di tempo e di posizione, mentre per “gli ultimi due” (secondo i teologi cattolici sono due), no? Ovvero, perché dovrebbe esserci stata confusione da parte di Mosè? La verità è che il “non desiderare la moglie del tuo prossimo”, “non desiderare la casa, l’asino, il campo e cosa alcuna del tuo prossimo” sono lo stesso comandamento; è un po’ ciò che è avvenuto per il comandamento del giorno del riposo (il quarto), fra i due libri, infatti, pur riportando lo stesso ordine di collocamento e di posizione nella serie dei comandamenti divini vi è, a volte, un’annotazione ed un uso di qualche parola differente all’interno di qualche singolo comandamento.

Ma l’ordine di collocazione di tutti i singoli comandamenti è lo stesso voluto da Dio in ogni libro. In Deut. semplicemente l’autore (Mosè) rievocando alcune parti della legge di Dio (in questo caso i comandamenti), circa trentott’anni dopo averle avute sul Monte Sinai annotò ad esempio, nel quarto comandamento, ulteriori parole del Signore a lui stesso rivelate, portando al comandamento stesso un quadro più completo e ampio. (Si veda come in Esodo 20:1 è scritto: “Allora Dio pronunciò tutte queste parole:” in Deut 5:5 invece: “Io stavo allora tra il SIGNORE e voi per riferirvi la parola del SIGNORE, perché voi avevate paura di quel fuoco e non siete saliti sul monte. Egli disse:”. Mosè ripeté la legge di Dio e la raccomandò di nuovo al suo popolo. Per ordine di Dio, Mosè rievoca al popolo di Israele i comandamenti divini. Sono trascorsi circa trentott’anni dal momento in cui la maggior parte dell’antica legislazione è stata data; in Deut. si ripete la legge alla vigilia del possesso di Canaan; la nuova generazione viene convocata al fine di ascoltare la legge della nazione, di comprenderne meglio il significato spirituale per partecipare con piena conoscenza di causa al patto concluso da Dio con i suoi padri, morti nei quarant’anni nel deserto per il loro peccato. Invece del Signore che parla con Mosè [dopo che il popolo, avendo ascoltato il decalogo direttamente dalla voce di Dio, chiede per timore: Esodo 20:1-2,18-26 di ascoltare ogni cosa solo per bocca di Mosè] abbiamo qui Mosè che dietro l’ordine di Dio parla al popolo: Deut 1:1-4; c.5:1-5 con l’intento di istruirlo spiritualmente prima del suo possesso delle terre di Canaan). Ciò non ci deve meravigliare più di tanto; Gesù stesso, gli apostoli e tanti scrittori ispirati nel parlare dei comandamenti di Dio vi aggiunsero ulteriori precisazioni spirituali e non solo, non perché questi (i comandamenti) mancassero di una certa precisione in loro, ma era stata volontà di Dio, come vediamo molto bene nel Pentateuco, col decalogo, racchiudere la sostanza perenne del messaggio della sua volontà nei dieci comandamenti per poi spiegarne, in modo più significativo nel N.T. soprattutto con Cristo, i dettagli spirituali e le ulteriori precisazioni. Per il decimo comandamento non avviene nulla di strano; in Deuteronomio, rispetto al libro dell’Esodo, ci troviamo aggiunte le parole “né il suo campo”, le parole iniziali sono solo in un ordine diverso, ma è proprio questo che da solo basterebbe per spiegare che si tratta di un unico comandamento.

Notare, come anche riguardo al quinto comandamento in Esodo 20:12 e Deut 5:16 siano state usate alcune parole diverse da un libro all’altro e nel caso di Deut. delle precisazioni in più rispetto al libro dell’Esodo.

Tutto ciò dovrebbe farci capire come l’ordine di collocazione dei comandamenti nei due libri sia precisamente identico, è solo nel contesto di qualche singolo comandamento che troviamo piccole aggiunte o alcune diversità di parole; ciò è un ulteriore e decisivo vantaggio a favore di quanto si sta discutendo riguardo al decimo comandamento e alla difesa della Parola di Dio, da menzogne, macchinazioni e manipolazioni umane e sataniche da parte di teologi religiosi di ogni tempo, che tutto vogliono, fuorché sottomettersi completamente e veramente a Dio e alla sua Parola.

Per il primo comandamento: Esodo 20:2-3; Deut 5:6-7 “Io sono il SIGNORE, il tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me”, Gesù Cristo per maggiore precisazione, anche se è già chiaro nel comandamento, aggiunge: Matt. 4:10; Luca 4:8 “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il tuo culto”. Il culto dei santi e delle reliquie è da considerarsi idolatria, inoltre, la Bibbia insegna che neppure agli angeli è dovuto il culto: Ap. 19:9-10; Ap. 22:8-9; Colossesi 2:18-19, e ribadisce che il culto è dovuto solo a Dio.

Ecco il secondo comandamento cosa dice: Esodo 20:4-6; Deut 5:8-10 “Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché, io il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso...”.

La Bibbia ci insegna ad adorare Dio in spirito e verità come del resto Egli è: Giov. 4:23-24; il secondo comandamento stigmatizza il culto delle statue e delle immagini, un rito questo prettamente pagano.

È da notare che il secondo comandamento dice: “..Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose...Non ti prostrare davanti a loro e non li servire..”. Dice proprio “alcuna” immagine allo scopo di prostrarvisi davanti e servirla; ciò è determinante ed elimina senza ombra di dubbio la possibilità che le immagini e sculture cattoliche possano essere lecite nel loro uso.

“Adora il Signore Dio tuo, e a lui solo rendi il tuo culto”. In questa frase sono racchiuse due precisazioni molto importanti: “Adora il Signore Dio tuo”; e l’altra “e a lui solo rendi il tuo culto”.

Gesù Cristo ha tolto così ogni equivoco, ha eliminato la differenziazione del culto che fanno i teologi cattolici con il termine adorazione (a Dio) e venerazione (ai santi morti e agli angeli) per la questione del culto. Gesù dice, togliendo ogni distinzione in merito, che il culto è dovuto soltanto a Dio: Matt. 4:10; Luca 4:8 “e a lui solo rendi il tuo culto”; Egli esclude, senza ombra di dubbio, qualsiasi culto di venerazione rivolto a santi morti, vivi, ad angeli, alla Madonna, ecc..

Tale culto risulterebbe, se attuato, un culto prettamente pagano, estraneo, in modo assoluto, al vero cristianesimo.

Il primo comandamento biblico di Dio dice anche esplicitamente “Non avere altri dèi oltre a me”, ma la Chiesa Cattolica, come è nel suo uso, ne ha modificato qualche parola.

Il comandamento biblico dice: “Non avere altri dèi oltre a me”, quello cattolico dice, invece: “Non avere altro Dio fuori di me”. Nel comandamento biblico, molto più chiaro e ampio, intendiamo bene come Dio non voglia che l’uomo abbi dèi di alcun tipo (non solo un altro Dio), oltre all’unica divinità che è Lui. Ciò ci fa capire come anche il divinizzare ad esempio, Maria come Madonna, come “Madre di Dio”, i santi, gli angeli ecc., li porti ad essere nel culto comune, in qualche modo, come dèi, inferiori sì a Dio, ma pur sempre dèi, oltre all’unica divinità che è Dio.

La Chiesa Cattolica ha “pensato bene” di cambiarne qualche parola, così da far credere che si manca il comandamento solo quando si ha un Dio diverso dall’unico vero Dio e quando i suddetti dèi non appartengono alla “famiglia” di Dio. Il comandamento parla chiaro: “Non avere altri dèi oltre a me”, ovvero esseri divinizzati dall’uomo, sia che siano fuori dalla “famiglia di Dio”, sia che siano dentro, i quali pur sempre, sono e rimangono dèi, oltre all’unico vero Dio.

L’abrogazione delle ordinanze (sacrificali, cerimoniali) locali e temporanee non comportò quella del decalogo, imperativo divino valido per i cristiani oltre che per gli ebrei (Esodo 20:1-17; Deut 5:6-21; Efesini 6:2-3; Matt. 5:21-22; Matt 19:18-19; Romani 13:8-10; ecc..).

Nessuna società può fare a meno dei dieci comandamenti, espressione della volontà e della natura immutabile di Dio. I loro principi spirituali e morali resteranno validi sin quando ci saranno degli uomini sulla terra: il culto in spirito e verità, reso solo al Dio unico, il timore del suo nome, il bisogno del riposo del settimo giorno (che oggi cambia solo il nome, invece di sabato porta il nome di domenica, ma si tratta comunque del settimo giorno. Il nuovo patto abroga però la festività cerimoniale legata a questo giorno, nel senso dei riti e delle cerimonie che un tempo erano ordinate da Dio. Comunque, lo si voglia chiamare: sabato o domenica, il Signore ha espressamente comandato il riposo del settimo giorno, e tale è per noi la domenica: vedere Esodo 20:8-11; Deut 5:12-15. Il Signore nel settimo giorno si riposò dall’opera della sua creazione: Esodo 20:11 “poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato”), i riguardi verso i genitori, il rispetto della vita del prossimo, del suo onore, della sua famiglia e dei suoi beni. Quelli che sono scaduti nel nuovo patto sono gli ordinamenti cerimoniali, sacrificali e quant’altro dell’antico patto, ma i comandamenti sono tutti validi ancora oggi. Non si può a propria scelta annullarne uno o solo modificarlo, o quant’altro. Gesù stesso disse che, non era venuto ad abolire la legge, ma a completarla, ovvero, oggi avvicinandoci a Dio per mezzo di Cristo, la legge stessa viene racchiusa in una vocazione non dipendente dalla legge stessa, ma dall’amore per Dio e per il prossimo. Chi adempie con sincerità a questi due ordinamenti compie automaticamente tutti gli altri in modo pienamente efficace. Il sacerdozio levitico, i sacrifici, le cerimonie, le feste, e tante altre cose ordinate dalla legge prefiguravano Cristo, Sommo Sacerdote e il suo sacrifico espiatorio. Questi tipi di cose, dopo la venuta del Salvatore, non sono più necessari, anzi sono inutili, benché sussista il loro valore simbolico. (L’espressione “la legge” si applica a tutto l’A.T., ma più spesso designava il Pentateuco solamente). Quando Dio parlò dei dieci comandamenti (dati poi in forma scritta su due tavole di pietra, sul Monte Sinai), il popolo intero udì la promulgazione di questa legge fondamentale: Esodo 20:1,19,22; Deut 4:12,33,36; Deut 5:4,22; Esodo 19:9.

Preso da spavento il popolo d’Israele chiese che le ordinanze emananti dai dieci comandamenti (l’insieme degli ordinamenti che regolano il culto, che salvaguardano i diritti dell’uomo, che prescrivono le cerimonie dei sacrifici e delle feste) non gli fossero comunicati direttamente da Dio, ma per la mediazione di Mosè (Esodo 20:18-21).

Queste ordinanze furono date contemporaneamente ai dieci comandamenti, ma comunicate però al popolo da Mosè.

La classificazione cattolica riguardo ai comandamenti di Dio deriva, grosso modo, da una idea di Agostino il quale volle dividere i dieci comandamenti con una suddivisione numerica simbolica: 3-7. La prima parte comprendente tre comandamenti riguardava i doveri verso Dio, la seconda parte comprendente sette comandamenti, i doveri verso il prossimo.

Egli adottò questa suddivisione, perché in qualche modo, faceva risultare le cifre simboliche 3 e 7 ricorrenti di frequente nella Bibbia. Ma la prima parte doveva comprendere anche l’ordinanza relativa al giorno del riposo (quarto comandamento) e per avere quindi solo tre comandamenti in questa parte, Agostino fuse insieme la proibizione di avere altri dèi oltre a Dio (primo comandamento), e l’interdizione di farsi immagini scolpite a scopo di culto (secondo comandamento). Poi, ottenne sette comandamenti nella seconda parte dividendo in due, l’ultimo comandamento biblico (il decimo) relativo alla bramosia. (È altresì chiaro invece che i comandamenti che riguardano i doveri verso Dio sono quattro [i primi quattro] e quelli che riguardano i doveri verso il prossimo sono sei [gli ultimi sei]). L’avvertimento divino di non desiderare la donna d’altri divenne il nono comandamento e quello di non desiderare la casa del prossimo e quant’altro il decimo. Questa suddivisione del decimo comandamento in due è assolutamente illogica e inopportuna; essa fa una distinzione arbitraria fra due tipi di bramosie: il desiderare la donna del prossimo e il desiderare ogni cosa che è del prossimo. È chiaro che non ci sono due tipi di bramosie, ma uno; il comandamento (il decimo) vuol semplicemente dire di non desiderare del prossimo, né la sua donna, né la sua casa, né il suo campo, né quant’altro. Inoltre, se così fosse, Dio attenendosi al sistema ipotetico e inopportuno, che avrebbe usato (secondo i teologi cattolici) per il comando del “non desiderare”, avrebbe dovuto dividere anche il comandamento del “non rubare” in due parti (o almeno ci avrebbe dovuto pensare): “non rubare la donna al tuo prossimo”, “non rubare qualsiasi cosa al tuo prossimo”. Inutili ulteriori commenti. Dio nel voler chiarire, che era illecito desiderare qualsiasi cosa del prossimo, era implicito che intendesse dire che fosse illecito desiderare anche la donna del prossimo, come appunto ha fatto. A pensarci bene, sarebbe stato più giusto (se Dio avesse dovuto suddividere un unico comando in due parti o comandamenti) farlo nei confronti del comandamento, ad esempio come già citato “del non rubare” nel quale rientrano maggiori occasioni di eventuali precisazioni, in quanto concerne una vastità di campo più pratica e quindi maggiormente rischiosa e pericolosa.

Nel Catechismo cattolico il primo comandamento dice semplicemente: “Non avrai altro Dio fuori di me”. Viene così passata sotto silenzio la lunga e solenne proibizione di farsi immagini scolpite, statue ed altre rappresentazioni a scopo di culto: Esodo 20:4-6; Deut. 5:8-10.

Ma poi, anche se il secondo comandamento fosse pur vero che facesse parte del primo, dove sta scritto che gli ordini divini in esso presentati debbano essere annullati e non rispettati? Se facesse parte del primo rimarrebbe pur sempre un comando divino da osservare in modo perenne (“non prostrarsi davanti alcune immagini e non servirle”). La Chiesa Cattolica, pur immagazzinando il secondo nel primo, non può sfuggire al fatto che così facendo, non annunciandolo al popolo e non mettendolo in pratica per niente, ammesso che non annulli un comandamento intero (come del resto accade), ne annulla comunque una parte grande del “primo” che risulta essere così importante e solenne per Dio: Esodo 20:4-6; Deut. 5:8-10.

È probabile che la prima tavola della legge portava per iscritto i primi quattro comandamenti (doveri verso Dio), e la seconda gli ultimi sei (doveri verso il prossimo), oppure cinque comandamenti per ogni tavola.

Nel decalogo di Dio, quello biblico, il secondo comandamento proibisce in modo formale e solenne il fare rappresentazioni e statue a scopo di culto, di esseri umani, angelici, ecc., di prostrarsi davanti ad esse (ovvero inginocchiarsi) e di servire loro (con altari, ceri, preghiere, venerazione e adorazione).

Il Signore ha riassunto i doveri dell’uomo verso Dio in questa parola: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Matt. 22:36-38; Marco 12:29-30).

Questo è il primo grande comandamento e che raggruppa e riassume in sé i primi quattro comandamenti del decalogo, che sono in riferimento alla devozione e adorazione dovuta a Dio. Egli ha pure riassunto i doveri dell’uomo verso il prossimo in: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Matt. 22:39; Marco 12:31). Questo è il secondo grande comandamento e che raggruppa e riassume in sé gli ultimi sei comandamenti del decalogo, che sono in riferimento al rispetto e l’amore verso il prossimo.

La Chiesa Cattolica giustifica il culto delle immagini, della Madonna e dei santi dicendo che non si offre a questi, che un culto d’onore e venerazione (“Dulia” per i santi, “Iperdulia” per la Madonna) mentre solo Dio viene adorato (“Latria”). Sta di fatto che in realtà non è così. Comunque sia, il secondo comandamento proibisce in maniera formale di fare rappresentazioni e statue, a scopo di culto, di esseri umani, di essere angelici, ecc., di prostrarsi dinnanzi ad esse e di servire loro, ad esempio con gli altari in loro onore, i ceri, le preghiere, le invocazioni di aiuto, e quant’altro. Infatti l’Iddio nostro è un Dio geloso, il cui amore, maestà e santità richiedono in maniera esclusiva il nostro culto e la nostra adorazione: Esodo 20:4-6; Deut 5:8-10. Per questa ragione gli apostoli mettevano spesso in guardia in maniera solenne contro gli idoli di tutti i tipi e genere: 1 Giov. 5:21 “Figlioli, guardatevi dagl’idoli”; 1Corinzi 10:14: “Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria”.

In realtà l’unica suddivisione simbolica in due parti del decalogo, che può essere posta, è quella, tra l’altro più antica, di Flavio Giuseppe, di Filone, d’Origene, ecc.: doveri verso Dio, i primi quattro comandamenti, doveri verso il prossimo, gli ultimi sei comandamenti. In effetti, non si ha bisogno in alcun modo della testimonianza di questi uomini antichi del passato riguardo a ciò, perché la Bibbia stessa ci presenta i comandamenti in modo assolutamente e inequivocabilmente chiaro in questa suddivisione.

In ultima analisi, ciò che non può sfuggire è il fatto che il comandamento relativo all’illiceità del prostrarsi dinnanzi a delle sculture o immagini ecc., o sia compreso nel primo (cosa impossibile), o sia un comandamento separato dal primo (cosa che del resto è), quel che è certo che in ogni caso la Chiesa Cattolica non obbedisce a tale santa e giusta volontà del nostro Dio.

La Chiesa Cattolica ha anche cambiato la sostanza e le parole del quarto comandamento: Esodo 20:8-11; Deut 5:12-15 in: “Ricordati di santificare le feste”.

Il comandamento biblico dice, invece, solamente, di ricordarsi del giorno del riposo di Dio per santificarlo (il sabato, il settimo giorno, la domenica di oggi), ma la Chiesa Cattolica ne approfitta per far sembrare che il comando di rispettare le sue feste, che sanno di pagano, in qualche modo provenga da Dio, attraverso il loro quarto comandamento. Se leggiamo: Galati 4:8-11; Colossesi 2:16 ci accorgiamo che persino per le sante feste ebraiche non vi è più vincolo e obbligo nel seguirle, perché erano simbologia e ombra di cose che dovevano avvenire nel futuro per mezzo di Cristo (quindi oggi non vi è più necessità di attuarle), figuriamoci per le feste pagane ed idolatriche cattoliche.

Per quanto riguarda il fatto che Paolo parli che non vi è più obbligo neanche nei confronti delle feste dei sabati, egli vuol semplicemente fare intendere che le cerimonie, i riti, i sacrifici legati a quel giorno non sono più necessari e neanche utili e di conseguenza non vanno più svolti. Tuttavia, onorare il settimo giorno in modo particolare (ovvero il sabato ebraico), ma come del resto tutti i giorni, è ancora oggi un dovere di ogni buon cristiano che deve astenersi dal lavorare in tale giorno.

Riguardo al giorno del riposo, il significato è nel riposo di Dio nel settimo giorno della creazione, dopo che in “sei giorni” creò l’opera sua. In Deut 5:12-15 non si contraddice quanto detto in Esodo 20:8-11 riguardo al significato del riposo del settimo giorno da santificare. Al momento in cui in Deuteronomio, Mosè al c.5 rievoca il decalogo sono trascorsi già più di trentott’anni dal momento in cui la legge è stata data. Il libro del Deuteronomio non è soltanto la ripetizione o copia di leggi già date, ma anche una ricapitolazione fatta in circostanze particolari, per un fine particolare. Nell’Esodo, Levitico e Numeri la legislazione viene presentata come in via di promulgazione, nel Deuteronomio la legge viene rappresentata nel suo insieme e in un certo modo spiegata. Il ricordarsi di essere stati schiavi in Egitto, in Deut. 5:15 non serve a spiegare perché il settimo giorno è da santificare, ma nel contesto vuole semplicemente, ricordare quanto Dio aveva fatto per il suo popolo; esso doveva dietro tali parole avere ulteriore spinta nel proporsi ad osservare il settimo giorno del riposo. Osservare tale giorno non significa più osservare le cerimonie e i riti legati al sabato ebraico, perché questi sono stati abrogati. Il quarto comandamento dice semplicemente e solamente di astenersi dal lavoro in tale giorno; il resto, le cerimonie e i riti che andavano in connessione con il settimo giorno del riposo nell’antico patto sono stati abrogati in Cristo, infatti e comunque mai elencati nell’ordine formale e perenne del quarto comandamento. È vero, che con l’era della grazia inaugurata con il sacrificio di Gesù, noi siamo ogni giorno nel “riposo” di Dio, e lo glorifichiamo sempre, ma è anche vero che un giorno alla settimana Dio ci chiama ad occuparci, esclusivamente, delle cose del Signore, in modo più completo; non lavorando quindi, non si è impediti a farlo.

(Un fedele che sia costretto per motivi seri di lavoro, come i cuochi, camerieri, dottori ed infermieri a lavorare sempre o anche solo a volte, la domenica, deve comprendere a pieno, che il sistema filosofico-culturale del mondo non è quello voluto da Dio e che non ci si può sottomettere all’iniquità e al peccato. Seguire Dio vuol dire anche essere fuori dalle idee e stili di vita del mondo, non solo però da quello che ci è più semplice evitare, ma anche dalle cose che più possono, nel momento in cui le contrastiamo, crearci problematiche difficili da risolvere. Il credente non deve adeguarsi all’iniquo sistema del mondo odierno, bisogna invece avere la fede, l’amore, l’ubbidienza e il coraggio per andare quando è necessario e giusto contro-corrente, rischiando ogni cosa per il nome del Signore. Ad ognuno spetterà poi trovare le soluzioni migliori per meglio risolvere le varie problematiche che potrebbero insorgere nel voler rispettare a pieno i comandamenti di Dio e in questo caso il quarto. Una soluzione per i credenti lavoratori come i cuochi, camerieri, dottori, infermieri, ecc., potrebbe essere, in ultima analisi, oltre alla possibilità di chiedere di farsi sostituire la domenica, [senza però diventare promotori di nomi di colleghi o altri, al fine di farsi sostituire, perché ricordiamoci che se è santo e giusto ubbidire ad un comandamento del Signore, non lo è però portare altri a trasgredirlo, specialmente se credenti come noi] quella di non accettare retribuzioni di alcun tipo per le prestazioni che si dovrebbero svolgere in tale giorno. Così facendo, pur dovendo lavorare in giorno di domenica, si rispetterebbe ugualmente il comandamento, in quanto questi servizi sarebbero vissuti come un’opera pienamente caritatevole nel Signore; venendo a mancare pienamente l’introito, quello sarebbe unicamente un servizio svolto nel e per il nome del Signore e non un lavoro. Ad ogni modo anche in tal caso, ognuno si senta responsabile nel giorno di domenica di riservarsi un tempo sufficiente alla preghiera e meditazione in modo particolare [del resto ciò non dovrà mancare nemmeno gli altri giorni] e di santificarlo pienamente gioendo in comunione con altri fratelli e sorelle nell’adunanza al culto domenicale. Il settimo giorno è il giorno del riposo di Dio nella creazione. Questo giorno per i cristiani dev’essere un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio, la meditazione e il culto fraterno, che favoriscono la crescita della vita interiore e cristiana. In questo giorno siamo tenuti ad astenerci dal lavoro. Tale giorno è necessario inoltre, perché, durante la settimana, il lavoro in qualche modo obbliga i credenti ad occupare minor tempo per le cose di Dio e spesso addirittura li priva dell’adunanza al culto, così, la domenica, il fedele può liberamente partecipare al culto fraterno e dedicarsi esclusivamente alle cose di Dio, alle quali magari era stato impedito parzialmente o non, gli altri giorni).

Riguardo al settimo comandamento biblico: “Non commettere adulterio” che la Chiesa Cattolica ha mutato in: “Non commettere atti impuri”, non ho nulla da obbiettare nella sostanza, perché tale ordinamento è comunque voluto da Dio, ma obbietto però il fatto che si siano voluti cambiare anche qui le parole di questo comandamento. Bisogna smettere di avere poco rispetto della Parola di Dio per manipolarla alla maniera dell’uomo e non riportarla invece come Dio l’ha voluta. Che il commettere atti impuri è un peccato è risaputo; ciò deve essere insegnato sempre e in tutti i modi come tante altre cose che i dieci comandamenti non esplicitano dettagliatamente e precisamente da soli. È giusto però anche che, nel riportare lo scritto del decalogo divino, si faccia come Dio ha comandato.

Il Signore ci ha comandato di osservare tutti i suoi comandamenti: 1Giov 2:3-5; 1Giov. 3:22-24; 1Giov. 5:2-3; 2Giov. v.6; Matt.19:16-21; Luca 11:28; Luca 18:18-27; Giov.14:15,21; Giov 15:10; 1 Corinzi 7:19; Marco 10:17-27; Esodo 34:28; Lev. 26:3; Lev 26:14-16; Deut. 4:2; Deut. 4:13; Deut. 4:40; Deut. 5:10; Deut. 5:29; Deut. 5:32-33; Deut. 6:1-9; Deut. 7:9-10; Deut. 8:1,6; Deut. 10:4; Deut. 11:13-14; Deut. 11:26-28; Deut. 12:32; Deut. 13:4; Deut. 28:9; Deut. 28:13-15; Esodo 20:6; Esodo 31:18; Esodo 32:16; 1Re 8:61; 1Re 9:6-7,9; 1Cronache 28:8; 2Cronache 24:20; Ecclesiaste 12:15; Neemia 1:5,9; Salmo103:17-18; Salmo 119:151,172; Proverbi 3:1-2; Proverbi 4:4; Daniele 9:4 (tutti e non solo nove).

Dio vuole che si osservino tutti i comandamenti del decalogo senza annullare alcunché. Gesù spiegò inoltre che i comandamenti andavano seguiti tutti, per essere nella volontà di Dio e questi sono proprio i comandamenti del decalogo di Mosè; nessuno può avere il diritto iniquo e la disobbedienza di annullare il secondo comandamento, perché così li “offende” e li manca tutti.

I teologi cattolici di ogni tempo hanno osato annientare il comandamento più solenne del decalogo di Mosè e per questo motivo il giudizio di Dio, nel suo giorno, cadrà come una folgore su di loro, sfolgorando e rendendo visibili a tutti la loro iniquità, malizia e orgoglio.

L’idolatria nel seno della Chiesa cristiana di “massa” (ormai avviata, senza possibilità di tornare indietro, verso l’esordio e la nascita della Chiesa Cattolica), iniziò a causa del sincretismo (vedere nello studio “Tradizione e Sacra Scrittura”), che fu un accomodamento fra il vero cristianesimo già gnosticizzato e la religione pagana! Nel IV sec. d.C. nel periodo in cui i pagani entravano in massa nella Chiesa (vedere “l’Editto di tolleranza” e “l’Editto di Tessalonica” nello studio “Tradizione e Sacra Scrittura”) si introdussero delle immagini in alcuni edifici cristiani, ma soltanto, così si diceva, per ornamento e per istruire il popolo. Nel 736 Leone d’Isaurico, Imperatore d’Oriente, promulgò degli editti contro le immagini, che oramai erano diventati oggetti di culto per il popolo. Nel 780 l’Imperatrice Irene reintrodusse il culto nella Chiesa d’Oriente, cosa che fu ratificata nel 787 dal II Concilio di Nicea; ciò però urtò contro un’opposizione tenace contraria a tale dottrina anti-cristiana. Il II Concilio di Nicea del 787 sancì il culto delle immagini dopo numerosissime opposizioni in ambito della Chiesa da alti esponenti e non; tali opposizioni forti continuarono per circa due secoli ancora dopo il Concilio del 787.

Nel 754, il Concilio di Costantinopoli aveva dichiarato eretico ed idolatrico il culto delle immagini; ciò venne ribaltato poi dal II Concilio di Nicea (787) che contraddisse in pieno quanto deciso dal Concilio di Costantinopoli del 754. Poi, ancora il Concilio di Francoforte del 794 condannò nuovamente il culto delle immagini; la decisione ne permetteva la presenza solo nelle chiese a condizione che non si rendesse loro un culto. Il Concilio di Parigi, poi, nel 825 confermò questa decisione. Ma la superstizione popolare purtroppo prevalse su queste giuste decisioni. In Oriente verso il IX sec. e in Occidente verso il X sec., il culto delle immagini è introdotto nuovamente e rifiorisce. Si capiscono subito due cose: la prima è la non infallibilità dei Concili cattolici i quali si contraddissero a vicenda numerose volte e non solo su questa questione; la seconda è che il culto delle immagini rappresentò vivamente, per un lungo periodo, un problema per la Chiesa Cattolica nella quale vi furono forti divisioni riguardo a tale questione, a dimostrazione del fatto che tale culto non è stato tramandato dalla Chiesa primitiva, né tanto meno è consigliata dalla Sacra Scrittura (che anzi si oppone con forza a tale opera iniqua). Quindi, caro lettore è utile che tu sappia, che il culto delle immagini, che oggi la Chiesa Cattolica vanta essere una tradizione giusta, così non è, oltre al fatto che la Bibbia si oppone ferocemente, sta di fatto che perfino in seno alla Chiesa Cattolica stessa non si fu concordi su ciò per lungo tempo, dimostrando ancora di più che la sorgente di tale culto viene dal popolo pagano, dalle tradizioni pagane antiche. È utile non dimenticare come i Concili si contraddissero vivacemente e ferocemente, decidendo a favore una volta, a sfavore un’altra volta, di tale culto, rivelando la non infallibilità loro e la vera fonte da cui nasce tale culto, ovvero il mondo pagano. La cosa assurda è che nel seno della Chiesa Romana vi è proprio la prova di questo nei suoi decreti conciliari del 754 (Costantinopoli), 794 (Francoforte) e 825 (Parigi).

Possibile che non si riesca a capire che prostrandosi davanti ad una Madonnina, una statua di padre Pio, ecc., ci si prostra solo davanti ad un pezzo di legno, di gesso o di metallo fuso? Uno prende un pezzo di legno, gli dà una figura umana, una figura di padre Pio, o di un altro qualsiasi, e gli si prostra dinnanzi invocando il nome di tale “santo”, lo venera, lo prega, gli chiede aiuto per i problemi quotidiani e non; possibile dico, che uno non possa rendersi conto che quel pezzo di legno tale era e tale è rimasto? Che l’aver dato un’immagine umana al pezzo di legno non può cambiarne la natura? Isaia 44:19-20; Isaia 44:12-13; Geremia 10:3-6,8-9,14-16; Geremia 51:17-19; ecc..

Che prostrarsi davanti a quell’immagine significa prostrarsi davanti ad un innocuo pezzo di legno, di gesso o di metallo fuso? Non è menzogna tutto ciò? Non è abominevole, come Dio stesso afferma? Non è al pezzo di legno o tramite esso che chiede aiuto il devoto? Qualcuno forse sarebbe tanto folle da prostrarsi, per esempio, davanti a un pezzo di legno come quello da ardere? Non credo! Allora perché farlo se esso porta un’immagine umana? Forse la sua natura cambia? Non è sempre legno? I teologi cattolici dicono spesso: “Ma noi non veneriamo l’immagine in sé ma colui che viene rappresentato, il santo, la Madonna, ecc.”. Ma Dio proibisce anche qualunque tipo di contatto con le anime dei defunti santi o non: Lev. 20:6; c.19:31 (lo vedremo più avanti) e ordina di invocare solo Lui, il Creatore, l’unico che può salvare e redimere. La Chiesa Romana insegna (tra le altre cose) l’invocazione dei santi morti, (che è idolatria) cosa abominevole agli occhi di Dio, portando il popolo inconsciamente a considerarli come degli dèi, anime potenti con qualità e peculiarità che sono invece uniche di Dio (ne parleremo più approfonditamente più avanti). Comunque sia, anche gli antichi uomini pagani di cui parla la Bibbia, quando si prostravano davanti ai loro idoli non lo facevano sempre ritenendo l’idolo in sé un qualcosa (e Dio li dichiara comunque atti fortemente illeciti ed idolatri), ma spesso lo facevano rivolgendosi solo a quello che essi (gli idoli) rappresentavano. Per quanto riguarda il rivolgersi al Dio Eterno attraverso dei crocifissi, statue e immagini che lo rappresentano, vi è solo il peccato di idolatria, dato che invece Dio può e deve essere invocato, a differenza delle anime dei santi defunti e quant’altro. Chi si prostra davanti ad un crocifisso con l’intento di invocare Dio, commette idolatria; Dio va adorato in spirito e verità, come Egli, appunto, è (Giov. 4:23-24), adorandolo attraverso l’imperfezione di un oggetto, implicitamente, mettiamo in ombra la sua immensa perfezione e santità. Del resto, notiamo come un’immagine di Gesù non c’è stata in alcun modo tramandata dalla cristianità primitiva, perché, cosa non necessaria, ma inutile per il culto al Dio Unico, Vero e Vivente, ed oggi ci ritroviamo ad avere svariate interpretazioni del volto di Gesù. Alcuni lo rappresentano con la carnagione olivastra, specialmente in Oriente (cosa poi vera; Gesù era ebreo e tale popolo presentava e presenta, appunto, tale tipo di carnagione), altri con la carnagione bianca, in Occidente, e con profili facciali innumerevoli.

Alcune immagini (ad esempio quelle raffiguranti i cherubini nel tempio di Salomone) furono fatte al tempo dell’A.T. in Israele, tra il popolo ebreo (anche se in modo assai limitato), e ciò senza urtare la volontà di Dio, in quanto non si rendeva a loro un culto, era solo l’immagine di Dio che non poteva essere fatta, perché la sua immagine non era mai stata rivelata. Ma quando è diventato lecito però prostrarsi davanti ad immagini e statue? Gesù ha rivelato il Padre, questo è vero, e un immagine di Gesù come immagine del Dio nostro, è consentita, ma dico, quando è diventato lecito il culto delle immagini e statue? Di certo non è diventato lecito con la venuta di Gesù tutto ciò, come non lo era prima e mai lo sarà. Il secondo comandamento in sostanza vuole dire che le immagini si possono fare, ma non al fine di prostrarsi davanti a loro e di servirle. Non è certo la venuta di Gesù che ha proclamato, in alcun modo, l’annullamento del secondo comandamento, anzi, il Cristo ha convalidato pienamente i comandamenti del decalogo. Con la sua incarnazione però, avendo rivelato l’Iddio invisibile, possiamo farci un’immagine del Dio Gesù (cosa prima non lecita) ma non è lecito, come allora, neanche oggi prostrarsi e servire le immagini e sculture di alcun tipo. Chi si prostra davanti a sculture e immagini e le serve (peggio ancora se rappresentano uomini mortali ed esseri angelici), si prostra ai demòni e li serve: 1 Corinzi 10:19-20.

Gli ebrei non si prostravano davanti alle immagini dei cherubini del tempio di Salomone, e noi nemmeno dovremmo farlo oggi, di fronte a milioni di idoli umani che ci sono nel mondo cattolico e non solo. Le immagini di Gesù, degli angeli, e i dipinti di qualsiasi cosa, sono ammissibili, purché non vengano rappresentati in modo non appropriato. La croce non è illecita in sé, ed averla come segno o simbolo in una casa non è cosa illecita, purché non vi sia il “cadavere” (cosa deplorevole) di Gesù crocifisso; ciò sarebbe alquanto spregevole per molti motivi; Cristo è risorto, Egli è Potenza alla destra di Dio Padre, non si può sconfinarlo, ancora sofferente, su di una croce. Quindi, la croce che simboleggia la morte e la vittoria di Cristo sul maligno e sul peccato è ben accetta, ma non i crocifissi cattolici e quant’altri con il “corpo” di Gesù sofferente; ciò sfigura l’immagine di Cristo Vittorioso e Potente. Un dipinto va bene, perché esso ricorda l’avvenimento, ma il crocifisso con il “corpo” del Cristo detronizza l’immagine del Gesù risorto. Il crocifisso, così, diventa una contraddizione pesante e, in modo più semplice, si può dire che è anche abominevole perché esso è un pezzo di legno o di ferro sul quale viene sconfinato il “cadavere” di Gesù il quale, invece, è Vivente e Vittorioso. Non è l’oggetto in sé che è un idolo o che comporta l’idolatria, a meno che non rappresenti qualcosa o qualcuno in modo non appropriato. L’idolatria implica l’oggetto da una parte e la devozione dall’altra. I cherubini che costruì Mosè, per ordine divino, alle due estremità del propiziatorio, non furono ordinati allo scopo che il popolo li dovesse servire o che dovesse rendere loro una qualche forma di culto, mentre le immagini e sculture cattoliche ordinate dalla teologia romana sono fatte per rendere a loro e a coloro che essi rappresentano un vero e proprio culto che non importa come venga chiamato, se adorazione o venerazione, rimane sempre un culto e perciò in abominio a Dio. (Leggere per le altre raffigurazioni di cherubini e dei due cherubini lavorati al martello alle due estremità del propiziatorio: Esodo 25:18-20; c.26:1; c.26:31; c.36:8; c.36:35; c.37:7-9; 1 Re 7:29,36; 1 Re 8:6-7; 1 Re 6:23-24,27-29,32,35 ).

Una certa manifestazione visiva e “fisica” di Dio, prima della venuta di Gesù sulla terra, alcuni avevano avuto l’onore di viverla; cioè avevano visto Dio, in un modo sicuramente diverso da quello rilevato poi dall’uomo-Dio Gesù, ma non troppo; per esempio ne citiamo alcuni casi: Genesi 32:24-32, Giacobbe lotta con l’Angelo del Signore, cioè con Dio (Gesù) che si manifestò nella natura di un uomo; Genesi c.18, Abraamo parla con il Signore per intercedere a favore di Sodoma e lo vide nella forma umana; Esodo 3:1-6, Mosè ebbe una manifestazione gloriosa e visibile di Dio che gli apparve come fiamme di fuoco in un pruno, anche qui era l’Angelo del Signore che apparve, cioè Gesù, la seconda Persona della Trinità divina e celeste, quindi Dio; Giudici 13:18-23, Manoà vedendo l’Angelo del Signore (Gesù) dichiarò di aver visto Dio, lo stesso fu per Gedeone in Giudici 6:16-24.

Ma a nessuno di questi personaggi biblici venne mai in mente, dopo aver visto l’Iddio invisibile, in una forma visibile e concreta anche di un uomo, di adorarlo attraverso una rappresentazione, un’immagine, una scultura che rappresentasse quello che loro avevano visto. Sapevano bene che il Dio degli Eserciti era un Dio Vivente ed incorruttibile nell’essenza, nella Persona, nella natura e nell’immagine, e che non poteva essere adorato se non con lo Spirito e in spirito e non con cose materiali e morte. È da notare come per la circostanza e il caso di Giacobbe, di Abraamo e di Mosè, che agirono in tale modo, non ci fosse ancora nemmeno il decalogo mosaico dato da Dio, eppure questi agirono nel giusto modo, tanto più dovremmo fare noi oggi che abbiamo per rivelazione divina i comandamenti di Dio (e in questo caso il secondo comandamento).

Maria, madre di Gesù, ed i “santi”, rappresentati dalle statue cattoliche, sono dei morti non ancora resuscitati: Giov. 6:40; 1 Corinzi 15:22-23.

L’A.T. proibiva sotto pena di morte o, nei migliori casi d’anatema, il cercare di entrare in contatto con i defunti anche se credenti, santi e profeti: Lev. 20:6; Lev. 20:27; Lev 19:31 (Dio non vuole che si evochino i morti, credenti o non).

Deut. 18:11-14 (nessuno può consultare gli spiriti, tanto meno cercare di farlo attraverso degli spiritisti).

1 Samuele 28:3-19; Saul muore per aver voluto evocare l’anima di un “santo”, di un profeta morto (Samuele il profeta), anziché l’Eterno.

C’è da chiedersi anche, se colui, che apparve all’evocatrice di spiriti, non fosse il Signore stesso (l’Angelo dell’Eterno), che poté aver simulato le sembianze di Samuele, anche alla luce di quanto dice il passo di Luca: 16:27-31, e di quanto afferma la Scrittura Sacra in generale.

Le anime dei defunti sono sotto il dominio di Dio e non sotto la volontà degli evocatori che a loro piacimento, come se avessero qualche potere sull’aldilà, credono di poterli evocare. Può anche essere che in quella occasione sia stato davvero Samuele ad apparire, ma ciò solo per eccezione, dietro volontà suprema di Dio, ma con la relativa punizione per Saul disubbidiente. Bisogna inoltre credere (a parte questo caso eccezionale) che gli spiriti evocati e che si manifestano, nei loro modi e tempi, non siano anime di uomini deceduti, ma demòni e forze spirituali malefiche, menzognere.

1 Cronache 10:13-14 (Saul morì perché, invece, di consultare il Signore, decise di consultare l’anima di Samuele).

Isaia 8:19-20: “...Un popolo non deve forse consultare il suo Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi? Alla legge! Alla testimonianza! ...”.

Che differenza c’è in realtà tra l’andare da un medium per evocare un’anima di un defunto, con l’evocarlo per conto proprio? Cercare un contatto con un “santo” trapassato, pregarlo, invocarlo, chiamarlo per nome, prostrarsi davanti ad una sua immagine scolpita, venerarlo, servirlo, come si fa in ambito cattolico, non è forse tremendamente ancora peggio del semplice, ma pur grave contatto con un medium per evocare un’anima?

Lev. 19:31; c.20:6: “se qualche persona si rivolge agli spiriti e agli indovini” è proibito non solo evocarli attraverso un medium o un indovino, ma anche direttamente e per conto proprio.

È chiaro che, pregare, essere devoti, venerare, invocare, prostrarsi, servire, un santo morto è più che evocarlo. Coloro che malignamente tentano di sviare il problema dicendo che oggi, tuttavia, si venerano solo i “santi” e non i defunti “normali”, vorrei ricordare che Samuele era un profeta, credente e santo, perché su di lui fu la Parola di Dio e il suo Spirito, ma nel cercare un contatto con lui, Saul ebbe comunque una punizione dal Signore, la morte. La Chiesa Romana incoraggia il culto delle statue e delle rappresentazioni di Cristo, della Vergine e dei santi, giustificandolo col dire che a questi ultimi (alla Vergine e ai santi) viene reso solo onore e venerazione, ma si adora solo Dio e il suo divino Figliolo. Tuttavia, il decalogo di Mosè proibisce esplicitamente di fare qualsiasi immagine di uomo, di donna o di qualsiasi altro essere (Deut 4:15-18; c.4:23-24) a scopo di culto, venerazione o adorazione.

Il secondo comandamento del decalogo, uno dei più lunghi e solenni, insiste sul divieto di servire le immagini e di prostrarsi dinnanzi ad esse. È quindi proibito porle su altari, inginocchiarsi dinnanzi ad esse, bruciare ceri in loro onore, rivolgere loro preghiere, e portarle in processione. L’Eterno è un Dio geloso che reclama, in maniera assoluta ed esclusiva, la nostra adorazione ed il nostro culto, Egli punisce severamente e duramente chi disubbidisce a questo ordine formale. Il N.T. indica le ragioni spirituali di tali proibizioni: per prima cosa è Cristo Gesù il nostro unico mediatore ed intercessore Onnipotente, e rivolgersi ad altre creature come ipotetici intercessori significa offenderlo duramente: Atti 4:12; Romani 8:31-34; 1 Timoteo 2:5-7; Ebrei 7:24-25; c.9:24.

D’altro canto, se è evidente che una statua non è altro che un po’ di marmo, di metallo o di gesso, per Paolo, il culto reso all’idolo è in realtà reso ai demòni: 1 Corinzi 10:19-22.

Questa parola può sembrare molto dura, ma è chiaro che un atto religioso, proibito da Dio, può recare profitto solo all’avversario.

Nell’ebraico del vecchio testamento la frase: “e si prostrò con la faccia a terra”, serviva ad esprimere la forma di rispetto in uso tra i popoli d’oriente in circostanze svariate, a uomini svariati: Genesi 33:3; c. 42:6; 2 Samuele 24:20 (ma anche a Dio: Genesi 24:52; Salmi 95:6), un rispetto e un uso che voleva dimostrare l’umiltà di chi si accingeva a farlo. Era assolutamente proibito osservare questo atteggiamento nei riguardi degli idoli o di immagini scolpite riguardanti i defunti, gli angeli o perfino di Dio, perché ciò implicava un’adorazione e venerazione (Esodo 20:5) all’idolo stesso e a chi vi era rappresentato.

Quanto accadeva col: “e si prostrò con la faccia a terra”, nei riguardi di un uomo, significava solo un gesto di rispetto e di umiliazione in uso in oriente, nei confronti di una tal persona, ma mai un culto di venerazione o di esaltazione; quello riguardava e riguarda solo Dio.

Nell’A.T. vi è un esempio chiave riguardo l’adorazione nei confronti di Dio, con l’illecito servirsi delle immagini anche se con esse si voglia interpretare e servire un culto a Dio.

Esodo 32:4: “...O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto”; Esodo 32:5: “Quando Aaronne vide questo, costruì un altare davanti al vitello ed esclamò: Domani sarà festa in onore del SIGNORE” (Yahweh).

Aaronne (come del resto anche il popolo) aveva assistito di persona ai grandi prodigi e segni operati dal Dio Yahweh, ad esempio in Esodo 20:18-21, ecc., le piaghe d’Egitto, il passaggio del Mar Rosso con gli egiziani sommersi dall’acqua, e così via dicendo; egli era stato vicinissimo a Mosè (era il fratello) ed aveva avuto l’incarico di profeta di Dio (Esodo 7:1-7); egli (Aaronne) e il popolo sapevano bene che a farli uscire dal paese d’Egitto era stato il Dio di Mosè, il Dio di Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe, loro padri (Esodo 3:13-18), perciò quando Aaronne pronuncia tali parole (Esodo 32:4-5), egli si rivolge proprio al Dio di Mosè, del quale aveva visto grandi segni e prodigi, ma Dio rifiuta tale culto anche se è nel suo nome. Esodo 32:8: “...O Israele questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto” (leggere tutto Esodo 32:1-10).

Deut 9:12: “...hanno ben presto lasciato la via che io avevo loro ordinato di seguire; si sono fatti un immagine di metallo fuso”; c.9:16-21.

Notare come il popolo sapesse bene quale dio avesse fatto uscire Israele dall’Egitto, ovvero il Dio di Mosè: Esodo 14:31 (leggere anche tutto il c.15). Aaronne costruì un altare davanti al vitello d’oro ed esclamò: “...Domani sarà festa in onore del SIGNORE” Esodo 32:5 (la parola: “SIGNORE”, qui con carattere maiuscoletto, nella versione Nuova Riveduta [società biblica di Ginevra], indica, appunto, il termine “Yahweh”, nome del Dio di Mosè).

È alquanto chiaro che Aaronne si riferiva al Dio di Abraamo e di Mosè, perché lo chiama con il nome “Yahweh”, e anche per via dei segni che egli aveva visto e che non avrebbero potuto portarlo di colpo a credere in un altro dio salvatore del suo popolo, all’infuori del Dio Yahweh. Egli stesso assieme a Mosè aveva operato prodigi nel nome del Signore: Esodo 7:9-10; c.7:19-21; c.8:5-7; c.8:16; ecc..

Mosè e i figli d’Israele, dopo aver visto le piaghe di Dio colpire l’Egitto e la potenza del Dio Yahweh scatenarsi sugli egiziani, che li fece affogare nel Mar Rosso (Esodo c.14), cantarono un cantico al Signore Yahweh: Esodo c.15. Quindi, gli israeliti ed Aaronne quando invocarono il nome di Yahweh, servendosi del vitello d’oro, non facevano altro (oltre all’assoluta evidenza del nome che diedero al vitello: “Yahweh”) che invocare il Dio dei loro padri, Abraamo, Isacco e Giacobbe. Ma a Dio ciò non piacque per niente, perché lo si invocò attraverso l’imperfezione di un’immagine, di un idolo, di un qualcosa di metallo fuso, indipendentemente dall’immagine in se stessa, infatti era l’azione del rivolgersi a Lui tramite un idolo, una scultura, che non piacque a Dio.

È inverosimile che dopo tanti segni e miracoli operati dal Dio Yahweh, Aaronne, soprattutto, ma anche il popolo, potessero credere e invocare un altro dio, fuori del Dio Yahweh; infatti lo chiamarono appunto Yahweh. Dio come parlò a Mosè, in alcune occasioni aveva parlato direttamente anche ad Aaronne: Esodo 4:27; c.7:8-10; c.9:8; c.12:1-3, c.12:43; ecc..

Il Signore Yahweh aveva parlato anche ad Aaronne, in modo diretto, e quando egli inaugurò il vitello d’oro, non poté non farlo in onore del Signore di Mosè, che gli aveva parlato personalmente; infatti lo chiamò appunto Yahweh: “Domani sarà festa in onore di Yahweh (SIGNORE)”, il Signore d’Israele, Colui che gli aveva parlato direttamente e che aveva operato grandi prodigi e segni per mezzo suo e di Mosè, davanti al popolo intero.

Nel richiedere ad Aaronne di fare loro un “dio”, il popolo non intendeva dire un “dio” che prendesse il posto di Yahweh, il Dio dei loro padri e di Mosè, ma piuttosto un visibile e tangibile oggetto da seguire col nome e nel nome di Yahweh (un po’ come fanno i cattolici): Esodo 32:1.

Aaronne in virtù di questo accondiscese alla loro richiesta, e presi gli anelli d’oro del popolo, “...dopo aver cesellato lo stampo, ne fece un vitello di metallo fuso...” Esodo 32:4. Come abbiamo già visto, Aaronne non poteva credere ed accettare tale cosa (da parte del popolo), se non in onore del Dio Yahweh: “Domani sarà festa in onore di Yahweh” che aveva a lui parlato e che aveva operato prodigi meravigliosi, di cui egli stesso a volte ne era stato lo strumento e il tramite. Con quella immagine fusa si supponeva, in qualche modo, nell’ignoranza del popolo d’Israele, di aver rappresentato l’Iddio dei loro padri, il Signore di Mosè (Salmo 106:19-20). Si veda poi, come in 1 Re 7:29,36 viene detto che furono scolpiti oltre a dei cherubini nel tempio del Signore anche dei buoi e dei leoni (vedere anche 1 Re 7:25). Per un vitello d’oro il Signore si era adirato ferocemente e si era accesa la sua ira sul popolo uscito dall’Egitto, invece, per i buoi e i leoni del tempio non avviene la stessa cosa. In realtà, non è l’immagine in se stessa o la scultura che è in abominio a Dio (a meno che non vi sia raffigurato o scolpito qualcosa o qualcuno in modo non appropriato), ma il culto che si pretende voler rendere a questi. In quel caso il vitello d’oro fu fatto per offrire attraverso di esso un culto al Signore Yahweh che invece è Spirito; in questo caso i leoni, i buoi e i cherubini, servivano di abbellimento e, in alcuni casi, anche per pura simbologia; nient’altro, nessun culto doveva essere reso ai cherubini, ai buoi o ai leoni (specialmente poi attraverso loro rappresentazioni), ma solo a Dio e solo in spirito e verità, come Egli è: Giov. 4:23-24.

Questi non furono mai costruiti e scolpiti a scopo di culto, come invece avviene oggi in ambito cattolico per le numerosissime immagini e sculture e quant’altro, ma solo per ornamento e a volte anche per puro senso simbolico. Il secondo comandamento proibiva e proibisce il prostrarsi davanti ad alcun tipo di immagini e sculture e soprattutto il servirle: Esodo 20:4-6; Deut 5:8-10.

Gesù disse che ogni forma di culto deve essere resa solo a Dio: Matt. 4:10; Luca 4:8.

Notare poi in 1 Re 7:25, come addirittura nel tempio del Signore, il mare di bronzo posasse su dodici buoi di metallo (che probabilmente rappresentavano le dodici tribù d’Israele) a prova del fatto che Dio non proibiva le immagini, ma solo quelle che sarebbero state usate per un culto e per essere servite. Oggi la legge di Dio riguardo al secondo comandamento rimane invariata in modo assoluto. Il popolo quando costruì il vitello d’oro aveva già ricevuto da Dio il secondo comandamento in forma verbale assieme agli altri nove (i comandamenti scolpiti sulle due pietre, Mosè li ricevette in seguito dal Signore, nei quaranta giorni passati sul Monte Sinai).

Riflessione: Sarebbe cambiato qualcosa se invece del vitello d’oro, Aaronne e il popolo avessero eretto un’immagine rappresentante la forma umana, o una forma astratta, dichiarando sempre che quella immagine era lì come testimonianza della potenza e della Persona del Dio d’Israele, Colui che aveva fatto uscire il suo popolo dall’Egitto? Credo proprio di no! Aaronne e il popolo d’Israele sapevano bene che a farli uscire dal paese d’Egitto non era stato un altro dio (ad esempio un dio egiziano come pensano alcuni teologi cattolici, nel senso che credono che questi si siano, attraverso il vitello, prostrati a una divinità egiziana e non al Dio Yahweh, in quanto erano, essendo usciti dall’Egitto, influenzati dalla tradizione religiosa egiziana; ma rispondo loro con fermezza: è, oltremodo, impossibile che il popolo d’Israele potesse aver concluso che una divinità egiziana protettrice, del popolo d’Egitto, potesse aver agito in contraddizione con i suoi personali legami col popolo del Faraone ed aver aiutato un popolo straniero nemico d’Egitto; è anche, oltremodo, assai improbabile che questi si siano affidati ad un’altra divinità non egiziana, in quanto non ne conoscevano altri all’infuori di quelli d’Egitto, nel quale avevano soggiornato per più di quattrocento anni; è anche improbabile che in quell’occasione abbiano avuto il tempo, il modo, la fantasia, l’immaginazione di inventare una nuova divinità), ma il Dio d’Abraamo, d’Isacco e di Giacobbe, il Dio di Mosè.

Il popolo di Mosè voleva con tali gesta rendere l’invisibile perfezione di Dio, simile alla visibile imperfezione della materia. Dio non gradì tutto ciò, perché essi disobbedirono al suo comandamento.Vorrei chiedere ai teologi cattolici, se Aaronne e il popolo, per adorare Dio, avessero fatto un’immagine di metallo fuso, diversa dal vitello, forse Dio avrebbe potuto gradirla? Certamente no! Dio si sarebbe ugualmente adirato, perché la sua ira non era direttamente legata alla figura dell’immagine rappresentata in se stessa, ma all’immagine utilizzata come servizio di culto nel suo nome; Egli che è Spirito e verità, e non materia imperfetta. Il nostro Dio unico reclama da noi, in maniera assoluta, un culto in spirito e verità come Egli è: Giov. 4:23-24.

A quelli che credono che l’avvertimento del secondo comandamento era valido sino a quando l’Iddio d’Israele non si sarebbe manifestato visibilmente nella Persona di Gesù uomo e allora, in seguito, avendo Dio preso forma umana e resosi visibile si potrebbe adorarlo attraverso le immagini e, come Lui, si potrebbero anche venerare gli angeli e i santi morti, attraverso e con le statue e le varie immagini, annullando, così, il secondo comandamento, rispondo: mi chiedo, dunque, in principio Dio si sarebbe offeso se lo si avesse adorato attraverso qualunque immagine, mentre oggi, ad esempio, se l’adoriamo con il crocifisso, o se peggio, ancora, veneriamo la Madonna e i santi, Egli non dovrebbe offendersi più. Tutto ciò mi sembra alquanto illogico, perché ciò che prima era Spirito e verità, oggi lo è ancora e sempre lo sarà.

Comunque, analizziamo meglio il problema: il secondo comandamento non era in aspettativa di essere annullato dalla manifestazione divina di Gesù uomo, infatti, anche nell’A.T., furono scolpite delle immagini, come i cherubini, nel tempio di Salomone, e quelli nel tabernacolo alle due estremità del propiziatorio (Esodo 25:18-22), e ciò avvenne per ordine di Dio, quindi il secondo comandamento non voleva dire, nella sostanza, che le immagini in sé erano in abominio a Dio, altrimenti non avrebbe ordinato tali immagini di cherubini e Dio stesso distruggerebbe le cose le quali a volte erano adorate, anche senza l’uso delle immagini; il sole, la luna, le stelle, ecc., ciò era ed è “impossibile” da un punto di vista umano e della creazione, ma Dio voleva semplicemente dire che nulla della natura e della creazione, alberi, mari, animali, uomini, stelle, sole, luna o immagini di codeste cose dovesse avere un culto.

Quando Gesù si è incarnato sulla terra, ha rivelato il Padre, ma non ha annullato il secondo comandamento. Inoltre, gli angeli come pure i santi (parlo di quegli uomini biblici che sono stati un esempio di fede) erano già “creature rivelate”, eppure il comandamento (il secondo) condannava anche ogni loro rappresentazione a scopo di culto. Ciò era in abominio a Dio e lo è anche oggi perché sussiste il fondamento del comandamento ordinato da Dio.

Pertanto, il sole, la luna, le stelle, un’immagine di un angelo, di un uomo, un dipinto di Gesù, non sono cose illecite, ovvero non sono cose in abominio a Dio (a meno che, nel rappresentare l’immagine di qualche creatura, non si evidenzi una volontaria o involontaria esaltazione della creatura stessa in modo non appropriato), ma è la venerazione o adorazione rivolte ad essi o per mezzo di essi, che è cosa illecita, ovvero la devozione e l’utilizzo che se ne fanno. È sbagliato pensare che con la venuta di Cristo in carne sulla terra e la rivelazione del Dio invisibile, operata attraverso una natura carnale, cioè nell’uomo Gesù, noi non siamo più tenuti ad adempiere al secondo comandamento, tanto addirittura da annullarlo. È vero, che in circostanza del fatto che Gesù è venuto sulla terra, per un sano capriccio, potremmo anche avere un dipinto che lo raffiguri o un qualcosa di scolpito che rappresenti la sua Potenza e Gloria, ma mai, lo dico con l’autorità che viene da Dio e dalle Sacre Scritture, mai usarle come strumenti di adorazione e venerazione. Gesù disse: Matt. 5:18-20 “..finché non siano passati il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini...” (Apice, iota: piccolo segno grafico. Il discorso qui riportato fu indubbiamente pronunciato in aramaico, la parola: iota si riferisce quindi alla lettera ebraica: gòd, gòdh. Nella scrittura ebraico-aramaica, in uso ai tempi di Gesù, gòd era la più piccola lettera dell’alfabeto. In senso figurato la parola: iota o apice indica ciò che sembra avere poca importanza). Al verso 17 Gesù dice: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

I teologi cattolici portano spesso l’esempio del serpente di rame fatto da Mosè (Numeri 21:4-9) per giustificare il culto cattolico delle immagini e sculture. Il Signore, irato, aveva mandato un gran numero di serpenti velenosi tra il popolo d’Israele e un gran numero d’israeliti morirono. Allora, chiesero a Mosè di intercedere presso Dio per loro ed egli lo fece; il Signore gli rispose, che tutti coloro che venivano morsi da serpenti velenosi, dovevano guardare un serpente di rame, che Mosè doveva forgiare e porre sopra un’asta; chi lo avrebbe guardato sarebbe rimasto in vita (questo implicava un atto di fede: Giov. 3:14-15). Vediamo, poi, come in 2 Re 18:1-7, secoli più tardi, il re Ezechia, uomo giusto e timorato di Dio fece a pezzi il serpente di rame, che Mosè aveva fatto nel deserto e che gli israeliti avevano conservato sino ad allora. Il motivo fu che gli israeliti da tempo avevano iniziato ad offrire incenso davanti a quel pezzo di rame (2 Re 18:4).

Il re Ezechia, così, pose fine a questa idolatria; il messaggio ancora una volta è che le immagini, le statue non sono in sé in abominio a Dio. Fino a quando il serpente di rame rimase solo un punto di riferimento per guarire per fede in Dio dal veleno dei serpenti velenosi, questo non fu abominevole ma solo, però, fino al momento che non divenne oggetto di culto. Fare un culto agli angeli, ai santi morti e peggio ancora farlo, attraverso loro immagini e sculture, è in abominio a Dio; questa è idolatria a tutti gli effetti. Gli israeliti avrebbero potuto (come taluni probabilmente fecero) prostrarsi ad offrire incenso davanti a quel pezzo di rame, invocando solo il Signore, e solo in suo onore; ma ciò era ed è, comunque, idolatria e come tale il re Ezechia (uomo giusto) fece a pezzi quello che per il suo popolo era diventato una pietra d’inciampo. Ricordiamoci che non è l’immagine in se stessa che è in abominio a Dio, ma essa lo è quando diventa oggetto di culto, d’adorazione o venerazione. Che sia per Dio, o per i santi, o per gli angeli, questo non cambia niente.

Quindi, teologi cattolici, non ha alcun senso prendere il passo biblico che parla del serpente di rame (Numeri 21:4-9), per giustificare il culto che rendete attraverso immagini e statue a Dio, ai santi e agli angeli, perché bisogna inoltre prendere in considerazione anche il passo biblico di 2 Re 18:1-7, dove chiaramente è detto che quando si arrivò ad offrire incenso (quindi un culto) davanti a quel pezzo di rame, si entrò nell’idolatria. Peggio ancora fate voi teologi cattolici insegnando agli uomini di pregare attraverso queste cose, accendere ceri, invocare morti, prostrarsi e servire immagini e sculture, portarli in processione e quant’altro. Altro che semplice incenso, voi fate molto di peggio. Il serpente di rame doveva essere solo guardato, non ci si doveva prostrare dinnanzi o peggio ancora adorarlo, venerarlo, ecc..

Numeri 21:8-9; gli israeliti dovevano solo guardare il serpente di rame, non lo dovevano adorare, venerare; il “guardare” il serpente di rame implicava solo un atto di fede; il “guardare” è diverso dal “prostrarsi” davanti e dall’adorare e venerare l’oggetto.

Un uomo non pecca d’idolatria se, ad esempio, guarda il sole e ne coglie la bellezza, ma pecca (d’idolatria) nel momento in cui si prostra davanti ad esso, perché ciò implica un culto.

Così è stato per il serpente di rame di Mosè.

Molti israeliti errarono in seguito in questo senso, non si limitarono solamente a guardare al serpente di rame (che simboleggiava un atto di fede), ma gli offrirono incenso e probabilmente gli si prostrarono dinnanzi di continuo: 2 Re 18:4.

“Guardare” al serpente di rame di Mosè, per ricevere la guarigione fisica dai morsi dei serpenti velenosi, era figura della fede nella potente opera del Signore Dio, Cristo Gesù, per ricevere guarigione spirituale dal veleno del peccato (Giov. 3:14-15).

Al punto 2634 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù. È lui l’unico intercessore presso il Padre in favore di tutti gli uomini, particolarmente dei peccatori. Egli <può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore> (Eb. 7,25). Lo Spirito Santo stesso, <intercede [...], poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio> (Rm 8,26-27)”.

Al punto 2664 si legge: “Per la preghiera cristiana non c’è altra via che Cristo. La nostra preghiera, sia essa comunitaria o personale, vocale o interiore, giunge al Padre soltanto se preghiamo nel <nome> di Gesù. Quindi, la santa umanità di Gesù è la via mediante la quale lo Spirito Santo ci insegna a pregare Dio nostro Padre”.

Al punto 2683 si legge: “I testimoni che ci hanno preceduto nel Regno, specialmente coloro che la Chiesa riconosce come <santi>, partecipano alla tradizione vivente della preghiera... Entrando nella <gioia> del loro Signore, essi sono stati stabiliti <su molto>. La loro intercessione è il più alto servizio che rendono al disegno di Dio. Possiamo e dobbiamo pregarli di intercedere per noi e per il mondo intero”.

È alquanto contraddittorio quanto viene detto (e non solo) in questi tre punti. È assai evidente la confusione e l’astuzia nel proporre tali dogmi e dottrine in modo poco chiaro e vago.

La venerazione dei santi morti nasceva ufficialmente verso l’anno 375 d.C.. Verso la fine dello stesso secolo (il IV), entra nella cristianità di “massa”, oramai, gnosticizzata e posseduta dal processo del sincretismo (vedere nello studio “Tradizione e Sacra Scrittura”) la primitiva e originaria venerazione dei santi morti e degli angeli, ma alla fine del V secolo, e soprattutto nel VI secolo, il culto dei santi morti, che poco prima era legato, fondamentalmente, alle loro tombe, ha un processo ancora più pagano; si irradia aldilà delle proprie tombe ed esce dai confini della chiesa locale con il diffondersi delle loro gesta (raccontate e narrate spesso in forma mistica e leggendaria) e con la distribuzione ed il relativo culto delle reliquie.

Tutto ciò creò molti disaccordi anche nel seno della Chiesa stessa oramai paganizzata. Nel 736 Leone d’Isaurico, Imperatore d’Oriente, promulgò degli editti contro il culto delle immagini e delle reliquie. Nel 780 l’Imperatrice bizantina Irene, dopo decenni reintrodusse nella Chiesa d’Oriente il culto e poi convocò un Concilio della Chiesa (II Concilio di Nicea del 787) nel quale tale culto venne ratificato. Tutto ciò urtò (del resto come avveniva già da tempo) contro un’opposizione cristiana tenace e contraria a tale dottrina nefasta.

La teologia cattolica distingue il culto reso a Dio definendolo di “Latria” o adorazione, con quello alla Madonna “Iperdulia” e ai santi “Dulia”.

In seguito, per non appesantire il calendario universale romano (alcuni secoli più avanti) con troppe memorie di santi, si decise di toglierne i nomi di quelli storicamente meno constatabili e lasciare quelli con più accurata provatura storica.

Ma a volte si sono dovuti lasciare alcuni nomi di “santi” nel calendario, pur non essendo legati (le loro storie) a fatti e avvenimenti veri nella storia, a motivo di altri criteri, ad esempio quello più comune, della già avviata rappresentatività e devozione popolare. Se alcuni non provati da veridicità storica furono tolti, per altri invece non fu possibile, perché erano già molto venerati dal popolo e quindi si decise di lasciarli nel calendario romano, pur la ulteriore constatazione che molti di quei “santi” nella tradizione popolare vi erano entrati dietro una storia leggendaria o di certo non propriamente vera; esempi possono essere: San Biagio, Sant’Agata, San Giorgio, San Gennaro, Santa Lucia, ecc.. Pensiamo a quanta gente invoca i santi defunti, li venera, offre loro preghiere, chiede loro intercessioni e quant’altro; se potessero sapere, oltre a quanto dice la Sacra Scrittura a riguardo, che oltretutto molti di quei santi, che essi venerano, sono stati mistificati da fatti leggendari e non veri, e che altri ancora furono in prima linea, o di appoggio nel formulare e attuare l’Inquisizione, per mezzo della quale si commisero atroci omicidi nel nome di Gesù, e così via dicendo, forse avrebbero più discernimento almeno in questo agire.

Nel passato non sono mai mancate le dispute riguardo all’accettazione o meno dell’arte sacra, intesa come iconografia. Gli ebrei che avevano un più acuto senso spirituale della infinità e perfezione di Dio, in genere, si sono sempre mostrati diffidenti nei riguardi delle arti figurative. Si può chiaramente dire che l’idolo non è sempre la rappresentazione, la scultura, o il dipinto dove viene raffigurato una situazione o un personaggio storico-religioso, ma questi lo divengono per coloro i quali ne sono devoti, e si servono di questi stessi per adorare il Signore o venerare i santi e gli angeli. In pratica, è in particolar modo la devozione che fa divenire l’immagine o la scultura un idolo. Ad esempio, potremmo dire che il denaro in sé non è un idolo, ma lo è per chi ne è troppo affascinato; la stessa cosa vale per il calcio, per chi è devoto di un cantante famoso, ecc.; un cantante non è un idolo in sé, ma può diventarlo per chi ne è in una certa maniera “devoto”.

La “massa” nel mondo, oggi esposta e schiava all’idolatria di ogni tipo, lo è anche nel seno della Chiesa Cattolica, sotto il manto della religiosità. Della gente diviene devota di una persona morta, spesso, perché affascinata dalla storia del “santo”, dai miracoli, dalla bellezza dell’oggetto inanimato che lo rappresenta e ne fa un idolo nel suo cuore attuando un culto di venerazione. Se da parte della Chiesa Cattolica e di tanti altri suoi simili non ci fosse un insensato insegnamento a riguardo e una sempre più crescente e lucrosa pubblicità di codeste cose, venendo a mancare l’occasione non ci sarebbe la forte tentazione da parte del popolo cattolico ad agire con idolatria a riguardo di queste cose.

La giustificazione del culto delle immagini dichiarata, al II Concilio di Nicea (787), contro le opposizioni cristiane contrarie, si fondò principalmente sul fatto che quello che nella Bibbia è scritto può essere rappresentato da immagini, perché ciò aiuta specialmente quelli poco istruiti teologicamente ad avere subito un’idea del discorso storico religioso. Per certi aspetti tale motivazione può essere cosa, limitatamente però, buona. Ma da qui ad arrivare a vivere per queste immagini, facendone degli idoli, a praticare la nostra fede attraverso e con l’intermediazione di altri presso Dio e attraverso gli idoli, c’è molta strada che è stata percorsa. La rappresentazione è in parte giustificata dalla voglia di conoscenza per i poco istruiti e per la possibilità di riceverla nel minor tempo e con più chiarezza, ma se dovessimo giustificare invece quello che accade oggi, l’impresa sarebbe ardua. Cosa si dovrebbe inventare per giustificare tale idolatria? L’immagine di Gesù, ad esempio, non ci è stata tramandata storicamente, e questo ha sempre lasciato campo libero alle svariate interpretazioni degli artisti e alle loro ispirazioni religiose-culturali.

La prima giustificazione della Chiesa Cattolica di oggi, riguardo al culto delle immagini, è la stessa di quella di un tempo, ovvero essa afferma che tale culto è in primo luogo un mezzo attraverso il quale un individuo può conoscere meglio un avvenimento accaduto e un veicolo attraverso il quale si può ricordare meglio e più costantemente Dio stesso. A me però non pare che oggi, come anche nel passato, accada solo questo (anzi, di tutto ciò non vi è la minima traccia o quasi). Vedo nelle persone dare una fondamentale e particolare importanza all’oggetto e a chi vi è rappresentato; è una devozione piena di fanatismo che li porta inevitabilmente ad attuare il culto idolatra che è abominio agli occhi di Dio.

Salomone decorò il tempio di Gerusalemme con sculture di cherubini, ma solo come rappresentazioni, non fini a se stesse, ma semplicemente come arte intesa a rivelare la bellezza della Potenza di Dio e del suo tempio. Infatti, gli ebrei non adoravano Dio attraverso una scultura o un’ immagine (e neanche oggi lo fanno) e tanto meno si sarebbero sognati di venerare gli angeli o i morti, addirittura attraverso delle loro sculture. (Eccetto i casi e i momenti turbolenti del popolo ebreo del passato, in cui venne, proprio per la colpa di idolatria, punito da Dio svariate volte nel corso della sua storia).

In pratica, se era illecito adorare Dio, per mezzo di un’immagine, tanto più lo era ed è, adorare e venerare le creature (che non sono Dio) attraverso loro rappresentazioni o sculture; inoltre è assolutamente vietato invocare, in qualsiasi modo, qualsiasi creatura, che si tratti di santi morti o angeli. Oggi nella Chiesa Cattolica vi sono numerosissimi intercessori tra Dio e l’uomo: la Madonna, i santi di epoche passate e presenti e gli angeli. Spessissimo si tende a divinizzarli come accade soprattutto nei riguardi della Madonna. Noi sappiamo, invece, che c’è un solo intercessore fra Dio e gli uomini, l’uomo-Dio Cristo Gesù che è morto per i nostri peccati e ci ha liberato dall’eterna infamia (1 Timoteo 2:5-7), ed è solo nel suo nome e per mezzo di Lui solo, che possiamo avere la salvezza (Atti 4:12). Gesù dice, inoltre, di rendere ogni forma di culto solo a Dio: Luca 4:8; Matt.4:10.

Chiunque potrebbe avere un dipinto che ricordi un avvenimento biblico, una raffigurazione di una creatura angelica o altro (non è la stessa cosa però nel caso della Madonna rappresentata spesso sui vari dipinti e con le varie sculture, come esaltata, divinizzata e glorificata. In questo caso come in altri, questo oggetto, indipendentemente dalla devozione o meno dei devoti, rappresenta in se stesso già un idolo, perché presenta una creatura in un modo non appropriato).

Avere un dipinto come ricordanza di fatti o avvenimenti biblici o altro non deve però portare il credente a considerare l’oggetto o il dipinto come un qualcosa al quale rendere un culto, e addirittura esporsi con fanatismo, o non, a preghiere e suppliche ed invocazioni attraverso l’idolo, alla creatura in esso rappresentata o a Dio il Creatore.

Tutto ciò porterebbe il credente a essere spaventosamente lontano dal messaggio biblico e di Dio e si ritroverebbe legato in un abisso quasi senza alcuna possibilità di uscirne fuori. Dio non vuole che lo si adori attraverso delle sculture o immagini che lo rappresentino (anche se non è illecito avere ad esempio un dipinto di Gesù) figuriamoci quanto di peggio possa esserci nella devozione e venerazione di immagini o sculture di creature, fini o no al soggetto stesso raffigurato. Dio è Spirito e verità, e in spirito e verità bisogna adorarlo: Giov. 4:23-24.

Sul piano spirituale l’idolo può essere ogni persona o cosa che nel nostro cuore prende il posto di Dio. L’amore per il denaro, la concupiscenza sono essi stessi forma d’idolatria. Gli uomini del XX secolo credono di essere più raffinati di quelli dell’antichità, ma non sono meno idolatri di essi. Gli dèi di oggi, come anche del passato, oltre a quanto detto riguardo ai “santi” cattolici sono ancora: lo sport, lo Stato, l’astrologia, la magia, la cartomanzia, il denaro, l’io, ecc.; essi si pongono tra il Creatore e la creatura. Fuggiamo, dunque, dagli idoli e da ogni idolatria esteriore e interiore. Il solo mezzo per farlo consiste nell’amare con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, l’Iddio unico e meraviglioso che reclama da noi, in maniera assoluta, il nostro culto in spirito e verità: Giov. 4:23-24.

Ma i santi chi sono? Sono forse solo e tutti quelli canonizzati dalla Chiesa Cattolica? Innanzi tutto la Scrittura ci insegna che i santi sono tutti coloro che rigenerati dallo Spirito Santo confidano in Gesù, vivono per Lui e mettono in pratica la volontà del Padre celeste. I santi non sono solo coloro che fanno o hanno fatto miracoli, guarigioni o altri segni spettacolari; non è da queste cose che si può dedurre con certezza se un uomo è santo, o meglio, se è fedele a Dio. Leggiamo in Matt.7:21-23 che molti tra coloro che hanno fatto opere potenti, miracoli, profetizzato ed evangelizzato nel nome di Gesù, davanti a Dio nel loro giorno verranno trovati infedeli, malfattori e quindi saranno condannati. È molto probabile che questi (ritenuti malfattori da Gesù), invece sulla terra siano stati canonizzati santi e venerati con devozione dal popolo. L’uomo non può decidere al posto di Dio innalzando agli onori del popolo un credente defunto come santo, insegnando un culto da rendere a quest’ultimo e una personale ed individuale devozione a seconda da chi uno viene affascinato. I santi sono tutti coloro che vivono con fedeltà alla Parola di Dio. È il Signore, che in ultima analisi, ne distingue i veri dai falsi. I veri santi praticano ed insegnano ciò che Dio ha insegnato, cose molto più importanti e grandi che fare miracoli e prodigi. Chi fa la volontà di Dio è un santo e possiede la salvezza, chi fa i miracoli o profetizza o quant’altro, ma non è fedele all’insegnamento della Parola di Dio, non è un santo, ma un malfattore e verrà condannato (Matt.7:21-23). Ne risulta, che molti dei santi, canonizzati dalla Chiesa Romana, avendo insegnato false dottrine e avendo operato di conseguenza, non possono essere ritenuti tali da Gesù e quindi è piuttosto probabile che non si trovino in paradiso, come crede invece il popolo cattolico. Esso crede che solo alcuni possono essere definiti “santi” e scoraggiati continuano la loro vita mondana senza il coraggio e la speranza di poter essere nell’opera e nella fede “simili a questi”.

La Chiesa Cattolica, con la sua divisione fra clero e laici, pone una barriera mal sana al popolo che è portato a credere che solo i preti e quant’altri siano tenuti ad avere uno stretto rigore morale di vita, mentre ad esso basta cercare di fare il possibile di tanto in tanto nella mondanità e di confessarsi qualche volta al prete. La gerarchia ecclesiastica romana mette in una condizione sfavorevole il popolo riguardo alla conoscenza e alla pratica della volontà di Dio.

Sulla Chiesa Romana pesano condanne maggiori di ogni altra istituzione religiosa, sia per la potenza d’errore che insegna, sia per il lungo tempo per il quale è al potere e al servizio della menzogna. Morte e crudeltà atroci fanno parte della storia della Chiesa Romana. Dio non dimenticherà, al giudizio finale, la pena su quegli uomini di ogni tempo che presi dal fascino del prestigio e del potere hanno insegnato ed insegnano menzogne, nascondendo e occultando le verità di Dio. Così facendo loro negano a se stessi la possibilità della salvezza ed insegnano agli altri, scrupolosamente, come e cosa fare per aver parte alla stessa sorte. Su di loro pesa l’enorme e pesante responsabilità di aver ostacolato ed infine negato la salvezza a moltitudine di uomini, con i loro nefasti ed iniqui insegnamenti. Colui che ruba qualcosa pecca contro Dio e contro colui che ha danneggiato. Colui che invece insegna il falso, nel nome di Dio, pecca contro Dio e contro l’uomo che è stato ingannato, ma il “peggio” è che insegna a quest’ultimo a fare lo stesso. Egli è peggiore di un comune ladro che si limitasse a rubare senza prendersi la briga di insegnare agli altri a fare lo stesso. I santi, secondo la Sacra Scrittura, sono tutti coloro che fanno la volontà di Dio, confidando nel suo Figliolo Cristo Gesù. Ecco quanto dice la Bibbia a riguardo: Atti 26:10 “...io rinchiusi nelle prigioni molti santi...”; Filippesi 4:21-23: “Salutate ognuno dei santi in Cristo Gesù...Tutti i santi vi salutano e specialmente quelli della casa di Cesare...”; 1Corinzi 1:2; c.16:1; 2 Corinzi 1:1; c.8:4; c.9:1,12; c.13:12; Efesini1:15-18; c.3:8; c.6:18-19; Filippesi 1:1-2; Colossesi 1:1-2; c.1:4; c.1:12; c.1:26; Ebrei 6:10; Romani 12:13; c.15:25-26; c.15:31-33; c.16:1-2; c.16:15; Salmo 37:28; Atti 9:13; Atti 9:32 .

Si diventa santi, qui in terra, con la conversione a Gesù Cristo e con l’ubbidienza alla volontà di Dio Padre. Iddio li fa santi e i loro nomi sono scritti nei cieli. Non hanno bisogno di essere riconosciuti o canonizzati dal Papa. I veri santi non attirano mai la gente a loro stessi; gli individui vanno diretti ed istruiti per la conversione unica a Cristo Gesù. I cattolici romani credono di onorarli facendo in loro onore delle feste e quant’altro che sanno di pagano e d’idolatria, ma invece offendono il loro nome o almeno quello dei veri santi.

Leggere: 1Corinzi 1:11-13; c.3:4-8; c.3:21-23; c.4:6; Paolo fa capire com’è stolto e anticristiano avere devozione per un credente a danno di un’altro e che bisogna essere devoti solo a Dio per mezzo di Cristo Gesù, nel nome del quale si viene battezzati. (Esempi di stoltezza, da parte dei cattolici, sono quelli che si definiscono: mariani, ovvero, devoti particolari di Maria. Noi siamo cristiani e non mariani o quant’altro. Cristiani significa: “di Cristo” non “di Maria”. Paolo qui parla dell’assurdità che c’è nella devozione verso alcuni credenti vivi; chissà cosa direbbe oggi riguardo alla devozione cattolica nei confronti di miriadi di santi morti e degli angeli, con l’aggiunta abominevole delle invocazioni dei santi morti, delle preghiere e delle suppliche a loro rivolte).

In Isaia 8:19-20 si legge: “...Un popolo non deve forse consultare il suo Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi? Alla legge! Alla testimonianza!....” . Si comprende bene in questo passo la vanità e la disubbidienza che c’è nel consultare, invocare e venerare i morti santi o non, a favore dei vivi; chi fa ciò verrà giudicato da Dio. In Atti 10:25-26 Pietro non accetta che gli si prostri davanti; egli afferma che è un uomo comune come tutti gli altri credenti. Chissà come reagirebbe oggi nei confronti degli onori e quant’altro, che vengono rivolti ai santi morti e al Papa (che i teologi cattolici spudoratamente sostengono essere successore di Pietro). In Atti 14:9-18 è scritto che si voleva offrire un sacrificio e fare onore con ghirlande a Paolo e a Barnaba, ma questi con forza si opposero all’attribuzione di tali onori che quei pagani avevano in mente di dare alla loro persona.

In Ap.22:8-9; c.19:9-10 l’angelo non accetta l’onore e l’adorazione da parte di Giovanni e dichiara in modo preciso che si adora solo Dio. In Colossesi 2:18-19 Paolo avverte di non venerare gli angeli, in caso contrario, si perde il premio presso Dio (probabilmente con il dire che si perde il premio, Paolo, qui, vuol dire che si perde la ricompensa: 1Corinzi 3:14-15, non la salvezza [vedere quanto viene detto a proposito nello studio: “Il Purgatorio”]. È sott’inteso che Paolo non stia parlando a delle persone non nate di nuovo, non rigenerate o ad individui che vivono una profonda intimità con l’idolatria, ma semplicemente a credenti nati di nuovo che, mossi da falsi insegnamenti e da intenzioni di pietà carnale e non spirituale, potevano essere portati a venerare gli angeli oltre a Dio; un po’, lontanamente, quello che capitò all’apostolo Giovanni in Ap.19:9-10; c.22:8-9. Il riferimento alla semplice perdita della ricompensa, anziché della salvezza, in questo passo, è riferito solo a credenti nati di nuovo e per le circostanze sopra citate. È altresì chiaro e certo che coloro che hanno un’intima comunione con l’idolatria non possono perdere alcuna ricompensa, perché, non essendo rigenerati e nati di nuovo, non hanno la salvezza).

Alcuni teologi cattolici vedono nei due passi, che sto per esporre, un indizio favorevole riguardo al loro insegnamento dottrinale che gli angeli possono essere pregati, invocati e venerati: Ap.5:8 “Quand’ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi”; Ap.8:3-4: “E venne un’altro angelo con un incensiere d’oro; si fermò presso l’altare e gli furono dati molti profumi affinché li offrisse con le preghiere di tutti i santi sull’altare d’oro posto davanti al trono. E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio insieme alle preghiere dei santi”. Qui non si parla di preghiere fatte da credenti ad angeli o a creature celesti, ma di esseri angelici che porgono simbolicamente davanti a Dio le preghiere, dei santi vivi, rivolte al Signore, e non agli angeli (si tratta di preghiere rivolte a Dio che, in questo caso, sono da parte dei credenti vivi al tempo della tribolazione) per la liberazione dal male al tempo della tribolazione (periodo che sulla terra si manifesterà in un contesto di globale violenza e malvagità nei confronti dei cristiani e degli ebrei da parte dei pagani e nel quale non mancheranno i giudizi divini decisi in cielo). Le preghiere sono sempre rivolte a Dio; vorrei chiedere ai teologi cattolici, come mai nelle Scritture ispirate (Bibbia) non vi è mai alcuna traccia di preghiere fatte agli angeli o ai santi defunti e, anzi è scritto di adorare e venerare sempre e solo Dio? Come si può giustificare il vostro culto ai santi morti e agli angeli, con quanto dice la Sacra Scrittura? In tutta la Bibbia vi sono numerosissime preghiere rivolte solo e sempre a Dio, e mai, dico mai, in una sola occasione, viene esposta una sola preghiera fatta a un credente defunto o a un angelo. Ad esempio, i Salmi sono preghiere ispirate e scritte da personaggi biblici come: Salomone (Salmo 127), Mosè (Salmo 90), i figli di Core (Salmo 87), Davide (Salmo 86), Asaf (Salmo 80), ecc., e presentano sempre e solo preghiere rivolte a Dio (Salmo 5:2), mai ad esempio a Mosè, ad Abramo e a tanti altri uomini di fede e profeti e angeli che si potrebbero elencare; perché oggi avviene l’opposto in molti ambiti religiosi che si definiscono cristiani? Niente nelle Sacre Scritture è scritto riguardo al culto dei santi morti e degli angeli, è invece scritto l’esatto contrario: Matt.4:10; Luca 4:8. Ad esempio, chiedo ai teologi cattolici: potete provare che un credente cristiano nel N.T. abbia mai rivolto preghiere a santi defunti o agli angeli anziché solo a Gesù Cristo? Che si possono accendere candele e sparare fuochi d’artificio in loro onore? Che si possono portare le loro immagini o statue in processione per le pubbliche vie per farle venerare dal popolo? Credo proprio di no! Nel N.T. tutti i credenti in Cristo sulla terra sono chiamati “santi” quantunque non siano perfetti. Si diventa santi qui in terra per la conversione a Cristo Gesù e con l’ubbidienza a Lui. L’Iddio li fa e li dichiara santi e i loro nomi sono scritti nei cieli. Non hanno bisogno di essere riconosciuti o canonizzati dal Papa. I veri santi non attirano mai l’attenzione e la gente a loro stessi; nel N.T. i santi dirigevano le persone a Cristo Gesù, il Salvatore. I cattolici romani credono di onorare la memoria dei santi defunti facendo in loro onore delle feste che sanno di pagano e d’idolatria, ma invece li offendono. I santi defunti sarebbero i primi a protestare e a rifiutare simili idolatrie (almeno i veri santi). Cristo Gesù è il nostro avvocato presso il Padre. Egli solo è Colui che può giustificarci davanti al Padre Celeste. Nessuna anima di un defunto può far ciò, perché essa non è Dio e perché non ha il titolo di mediatore (intercessore) che Gesù uomo-Dio si è acquistato sulla croce espiando una volta per sempre i nostri peccati. Perché non invocare il Padre per mezzo di Gesù solo? Perché invocare Dio per mezzo di qualcun’altro? Perché invocare un’anima di un defunto, anziché Gesù il Salvatore? Forse Gesù non è in grado di soddisfare chiunque potentemente? L’altro passo che i teologi cattolici prendono per sostenere che i santi morti possono essere invocati è l’apocrifo: 2Maccabei 15:11-16, versione C.E.I. cattolica (vedere quanto viene detto riguardo agli apocrifi e in questo caso al libro 2Maccabei nello studio del “Il Purgatorio”). È scritto che Giuda Maccabeo raccontò ai suoi uomini un sogno che aveva avuto; anzi, si trattava di una visione. (v.11) “La sua visione era questa: Onia, che era stato sommo sacerdote...con le mani protese pregava per tutta la nazione giudaica. Gli era anche apparso un personaggio...Onia disse:<Questi è l’amico dei suoi fratelli, colui che innalza molte preghiere per il popolo e per la città santa, Geremia il profeta di Dio>. E Geremia stendendo la destra consegnò a Giuda una spada d’oro, pronunciando queste parole nel porgerla: <Prendi la spada sacra come dono da parte di Dio; con questa abbatterai i nemici>”. Ad ogni modo, qui l’avvenimento presenta questi personaggi che pregano per il loro popolo, in modo implicito, senza aver loro chiesto al popolo di essere invocati per poter intercedere in suo favore, ovvero non vi è alcun minimo accenno riguardo ad un’invocazione da fare ai santi morti, né tanto meno ad una loro intercessione proposta su richiesta da parte del bisognoso. Diciamo subito che né in 2Maccabei 15:11-16, né in 2Maccabei 12:40-45 (andare a leggere) vi è alcuna indicazione riguardo all’invocare e venerare le anime dei santi defunti, pur essendovi però altri generi di contraddizioni evidenti. Il contenuto di tale libro fu composto da un certo Giasone di Cirene, in un’opera che conteneva originariamente cinque libri, questi furono poi sintetizzati, in seguito, da altri scrittori, in unico libro (l’odierno 2Maccabei). Giasone quando scrive sono già passati molti decenni dai fatti che egli descrive e deve essersi basato su fatti oralmente tramandati o scritti da qualcun’altro, o tutte e due le cose insieme dalle quali, poi, lui ne ha preso spunto per la sua opera di cinque libri. L’opera sua non è ispirata, né tanto meno lo è lui, tanto più che se fosse stata Parola di Dio ispirata, gli scrittori, in seguito, non avrebbero osato sintetizzarla da cinque libri in uno solo. Pensate al vangelo di Marco, di Matteo, di Luca, di Giovanni, anche in essi è raccontata una storia, quella di Gesù (il libro di 2Maccabei ma anche il primo narrano invece la storia dei giudei in un drastico periodo), chi si sognerebbe di sintetizzarli? Fare ciò significherebbe tagliuzzare la Parola di Dio; e ciò non sarebbe un atto lecito, ma un atto degno di punizione divina (Proverbi 30:5-6; Deut. 4:2; Ap. 22:18-19), inoltre, il libro ispirato perderebbe tale peculiarità e non sarebbe più parte della Parola di Dio. Uno scrittore ispirato, inoltre, non avrebbe mai potuto scrivere parole come: (parlo di Giasone, l’autore dei cinque libri sintetizzati da altri scrittori in un unico libro) c.15:37-39 (vers.C.E.I.) “...anch’io chiudo qui la mia narrazione. Se la disposizione dei fatti è riuscita scritta bene e ben composta, era quello che volevo; se invece è riuscita di poco valore e mediocre questo solo ho potuto fare....così l’arte di ben disporre l’argomento delizia gli orecchi di coloro a cui capita di leggere la composizione. E qui sia la fine ”. Immaginate, ad esempio, Isaia il profeta che ultimando il suo Scritto Sacro, scrivesse simili cose, certamente non sarebbe ritenuto ispirato; difficile da poter immaginare che uno scrittore ispirato, che scrive sotto la potenza e l’ispirazione dello Spirito Santo, possa pensare e scrivere codeste parole. Nello scritto ispirato tutto è buono e verace e ha pieno valore perché chi guida è Dio, e quello che è scritto è Parola di Dio. Qualcuno potrebbe obbiettare a ciò, dichiarando che anche se i cinque libri di Giasone potevano non essere ispirati, Dio potrebbe, invece aver ispirato gli scrittori che sintetizzarono tale opera in un unico libro, ovvero potrebbero affermare che l’odierno libro di 2Maccabei è ispirato, in quanto il Signore potrebbe aver suscitato negli scrittori l’ispirazione divina, i quali avrebbero usato, come base del loro testo, dei libri storici non ispirati (i cinque libri di Giasone), come d’altronde avviene per i libri 1-2 Re e 1-2 Cronache, nei quali gli scrittori ispirati senza dubbio affermano, a volte implicitamente, a volte esplicitamente, di aver preso le fonti storiche del loro racconto ispirato da altri libri storici non ispirati. Rispondo: innanzi tutto in 1-2 Re e 1-2 Cronache, gli scrittori ispirati fanno assumere alla loro opera una propria personalità individuale dovuta all’ispirazione divina e non compare in alcun modo la vecchia personalità individuale dei libri storici, usati come fonti per il libro ispirato.

Nel libro 2Maccabei, invece, avviene l’opposto; gli scrittori (quelli che hanno sintetizzato l’opera di cinque libri di Giasone) hanno completamente e certamente lasciato la personalità e individualità propria dei cinque libri di Giasone di Cirene; 2Maccabei 2:23-31: “questi fatti, narrati da Giasone di Cirene nel corso di cinque libri, ci studieremo di riassumerli in una sola composizione.Vedendo infatti la massa di numeri e l’effettiva difficoltà per chi desidera di inoltrarsi nelle narrazioni storiche, a causa della vastità della materia, ci siamo preoccupati di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendono ritenere nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori. Per noi certo, che ci siamo sobbarcati la fatica del sunteggiare, l’impresa non si presenta facile: ci vorranno sudori e veglie, così come non è facile preparare un banchetto e accontentare le esigenze altrui; tuttavia per far cosa gradita a molti ci sarà dolce sopportare la fatica, lasciando all’autore la completa esposizione dei particolari, curandoci invece di procedere secondo gli schemi di un riassunto. Come infatti in una casa nuova all’architetto tocca pensare a tutta la costruzione, mentre chi è incaricato di dipingere a fuoco e a fresco deve badare solo alla decorazione, così, penso, è per noi. L’entrare in argomento e il passare in rassegna i fatti e l’insinuarsi nei particolari, spetta all’ideatore dell’opera storica; curare il sunto della esposizione e tralasciare i complementi della narrazione storica, è riservato a chi fa l’opera di compendio. Di qui dunque cominceremo la narrazione, senza nulla aggiungere a ciò che abbiamo detto nella prefazione: sarebbe certo ingenuo abbondare nei preamboli e abbreviare poi la narrazione storica”.

Quando Dio ispirava uno scrittore non lasciava alcuna opportunità e occasione di trasmettere, nel libro ispirato, l’identità e la personalità propria di quei libri non ispirati usati come fonti storiche e nemmeno date o avvenimenti non veri e non reali. Nel libro 2Maccabei, invece, è, assolutamente, chiaro che gli scrittori hanno lasciato pensiero, opera e ideologia dell’autore Giasone, senza preoccuparsi di lasciare la propria sotto l’influsso dello Spirito Santo (che infatti non c’è stato e neanche era in programma) e di dare attraverso l’influenza di Egli, al nuovo libro, un’identità nuova che in effetti non c’è stata. Quando Dio ispira lo fa con potenza e i segni che lascia sono alcuni evidenti ed altri evidenziabili. Chi legge il libro 2Maccabei si renderà subito conto che gli scrittori hanno semplicemente sintetizzato l’opera di Giasone, lasciando l’identità, la personalità e l’individualità propria dell’opera originaria del tutto intatta. (Inoltre, se fossero stati ispirati gli scrittori, che sintetizzarono l’opera, non avrebbero dovuto lasciare il pensiero personale del Giasone riguardo al suo scritto, specialmente intriso com’è di pensiero e insicurezza umana: c.15:37-39). I libri di 1-2 Re e 1-2 Cronache fanno accenno semplicemente a dei libri storici non ispirati (indicandone spesso il nome degli autori), dai quali era possibile ricavarne delle fonti con date ed elementi storici utili, ma niente di più. Nel libro 2Maccabei, invece si dà fin troppa importanza all’autore originario dell’opera, e questo è fin troppo contraddittorio, se si vuol considerare il libro 2Maccabei come ispirato, perché l’autore vero e autentico in questo caso sarebbe stato lo Spirito Santo. Nel libro 2Maccabei si vuole, da parte degli scrittori, lasciare completamente intatti, pensiero, ideologia e identità dell’autore umano Giasone e si sprecano fin troppe parole per la sua presentazione (2Maccabei 2:23-32). In conclusione, né i cinque libri di Giasone sono ispirati, né lo è l’opera forgiata da codesti libri dagli scrittori anonimi di 2Maccabei.

Giasone di Cirene può aver scritto (per quanto riguarda il passo citato e non solo) tali cose riguardo alla visione di Giuda Maccabeo, non basandosi però su fatti realmente accaduti, ma affidandosi a fonti orali o scritte con lo sfondo leggendario, oppure questa visione può essere stata un’aggiunta degli scrittori che hanno riassunto l’opera (che poteva non contenerla), affascinati da fonti orali o scritte, dalle sfumature leggendarie; del resto, essi dichiarano di aver sintetizzato i cinque libri di Giasone, e ciò non esclude, per niente, che nell’esecuzione non vi siano state delle modifiche importanti di composizioni frasarie e anche di elementi, come anche delle aggiunte. Oppure, ancora, Giuda può aver realmente dichiarato tale visione (anche se nessuno può garantire se l’abbia fatto effettivamente in quel modo e con tali elementi). Ad ogni modo, anche se Giuda avesse realmente dichiarato, di aver avuto tale visione, ai suoi uomini, non dimentichiamoci che l’arte del raccontare sogni e visioni false non mancava nel giudaismo: Geremia 23:32: “...<io vengo contro quelli che profetizzano sogni falsi, che li raccontano e traviano il mio popolo con le loro menzogne e con la loro temerarietà, sebbene io non li abbia mandati e non abbia dato alcun ordine, ed essi non possano recare alcun giovamento a questo popolo>, dice il SIGNORE”; soprattutto se constatiamo dai versi 11,17-18, sempre del capitolo 15 di Maccabei, che l’intento di Giuda era quello di spronare e incoraggiare all’eroismo i suoi uomini, attaccando battaglia contro i nemici; e non è da sottovalutare nemmeno l’opera ingannatrice di Satana che può aver reso visibile tale sogno o visione a Giuda, per distorcere, in qualche modo, il vero messaggio della Parola di Dio.

Ad ogni modo, sono propenso a credere che sia stata in realtà colpa del Giasone di Cirene che, probabilmente, narrò tale fatto nella sua opera di cinque libri, poi sintetizzata dagli altri scrittori, basandosi su prove e scritti poco affidabili ed è anche probabile che lui stesso, attratto da aspetti leggendari, ha potuto poco diligentemente riportare avvenimenti credibili a volte, poco credibili altre volte, e leggendari pure. D’altronde, egli stesso si definisce semplicemente un narratore paragonabile, lontanamente, quasi ad uno storico credente di oggi, probabilmente, anche poco conoscitore del vero giudaismo e della Parola di Dio.

Che si tratti di un avvenimento leggendario lo si può riscontrare anche leggendo i versi 15 e 16, sempre del capitolo 15, dove si intravede, vivacemente, uno sfondo di leggenda e non di storia reale. La “spada d’oro”, “la spada sacra”, data da Geremia, defunto ormai da secoli, a Giuda, come dono di Dio per abbattere i nemici, ci fa pensare molto alle storie raccontate nei film di fantascienza e molto di più a mitologie e leggende del mondo ellenistico dalle quali i giudei in quel tempo, inesorabilmente, erano influenzati. Tutto quanto è stato detto finora chiarisce come ci si trovi di fronte ad un libro apocrifo. Inoltre, tale libro non fa parte del canone ebraico e mai lo è stato. Gesù e gli apostoli non lo citano mai. È, poi, evidente in 2Maccabei 15:11-16, che né Onia, né Geremia, i quali vengono presentati come personaggi che pregano Dio per il loro popolo, abbiano mai chiesto che il popolo invocasse e pregasse loro. In nessuna parte della Bibbia, che contiene numerosissime preghiere, troviamo mai una preghiera o un’invocazione fatta ad un credente defunto o ad un angelo, ma sempre ed esclusivamente a Dio.

1Timoteo 2:5: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”; Giov.14:13: “e quello che chiederete nel mio nome, lo farò...”; Giov 16:23-24: “... In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà...”; Giov15:16: “...affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia”; Atti 4:12: “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”; ecc..

È contrario alla Parola di Dio pregare i defunti e chiedere la loro mediazione presso Dio.

L’invocazione dei defunti, la loro venerazione, le immagini per il culto e tanto altro ancora, oltre ad essere tutte cose condannate da Dio, sminuiscono anche la mediazione che Gesù Cristo (l’unica mediazione) compie alla destra del Padre in favore dei credenti. Se davvero i santi in cielo potessero intercedere, dietro richieste a loro fatte, per i credenti sulla terra, la Parola di Dio avrebbe in questo (e non solo) delle contraddizioni, in quanto in 1 Timoteo 2:5-7 è chiaramente detto che c’è un solo intercessore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo-Dio. I teologi cattolici infischiandosene dell’autorità della Bibbia dicono, invece, che vi sono tanti intercessori in cielo. Secondo la Parola di Dio tutti coloro che credono veramente e fermamente nel Signore Gesù sono santi, perché sono santificati mediante l’offerta di Cristo, fatta una volta per sempre (Ebrei 10:10); essi sono santificati da Cristo già sulla terra e non hanno bisogno di essere dichiarati “santi” dopo morti da qualche autorità ecclesiastica romana.

La Chiesa Cattolica ha dichiarato “santi” (canonizzati) tanti uomini cattolici che sono stati malvagi, arroganti, ipocriti, e quant’altro ancora, nella sua storia secolare di Chiesa Romana, anche se oggi sembra molto scrupolosa in tale processo di canonizzazione. (Però non è stato sempre così, specialmente, nel Medioevo).

Le inique dottrine cattoliche portano con facilità gli uomini ad avere una fede ipocrita, specialmente, a causa del culto reso ai “santi”, invece che solo a Dio. Basti pensare come molti cattolici invocano il loro santo protettore, semplicemente, perché ritenuto potente nelle opere miracolose (quindi c’è l’interesse), e non invocano altri, spesso solo perché non ritenuti operatori di miracoli. Tutto ciò è un inganno cattolico che fa fiorire l’ipocrisia negli individui predisposti, anziché amputarli del male che hanno in essi. Cosi facendo, implicitamente, non si ritiene Dio potente e capace tanto da soccorrere ogni credente in ogni sua necessità, perché ha bisogno dell’aiuto di miriadi di intercessori. Egli invece è infinitamente Onnipotente.

Il nostro Dio, è Vivente, il “suo orecchio” non è troppo duro per udire, il suo braccio è potente da soccorrere chiunque lo invochi in qualsiasi situazione si trovi; è in Lui che bisogna avere piena fiducia, non nei santi defunti o negli angeli che sono solo delle creature di Dio, come lo siamo anche noi.

Il vero credente ha come unico protettore il Signore Iddio Onnipotente, l’Eterno degli Eserciti, il Creatore di tutte le cose: Salmo 34:6; c.50:15; c.91:9-11; c.103:3-4; c.121:5-8; Geremia17:14.

È sempre e solo Dio che esaudisce ogni nostro bisogno; a Lui ricorriamo e siamo pieni di fiducia che Egli farà la cosa più giusta secondo la sua santa volontà. L’uomo santo non lo si discerne dal fatto se fa miracoli o meno, ma dal fatto che crede nel Signore Gesù dal quale viene giustificato per grazia e santificato mediante lo Spirito Santo e mette in pratica la volontà del Padre Celeste. Cari cattolici, quando pregate padre Pio (ad esempio) lo fate spinti da piena fede in Dio, o spinti dal fatto che tale “santo” viene ritenuto come uno che fa miracoli anche da morto? Se questi non li facesse, e non li avesse mai fatti, lo avreste mai invocato? Sappiate discernere quanto detto finora e praticate la Parola di Dio secondo quanto è stata ispirata; mettete in pratica gli insegnamenti di Gesù che hanno una scienza e una saggezza immensi e lasciate perdere gli insegnamenti dei cristiani infedeli contrari, come nel caso della Chiesa Romana, alla volontà di Dio.

Potete provare teologi cattolici con la Bibbia che le preghiere possono essere rivolte ad altri invece che solo a Dio, Uno e Trino? Matt. 6:6; Giov. 16:23-24; Atti 7:59; 1 Corinzi 1:2; ecc..

Che la stessa preghiera si possa ripetere meccanicamente tante volte come avviene, per esempio, per la corona del rosario? Matt. 6:7.

La canonizzazione dei “santi” è antibiblica e ci fu solo molti secoli dopo la testimonianza degli apostoli e dei discepoli della Chiesa primitiva, e dal 1172 fu riservata solo al Papa.

Per la canonizzazione di un “santo” normalmente è richiesto l’accertamento di due miracoli e il processo di beatificazione che è anteriore a quello di canonizzazione. (Tutto ciò a volte può avvenire a seconda dei casi con metodiche e tempi un po’ diversi). La Bibbia, invece, chiama santi tutti i credenti e veri seguaci di Cristo: Romani 1:7; 1 Corinzi 1:2; ecc..

Nessun uomo credente o non, vivo o morto, è degno di ricevere una qualche forma di culto, perché è, e rimane, sempre e solo una creatura di Dio. In Matt. 4:10 Gesù disse: “Adora il Signore Dio tuo, e a lui solo rendi il culto”; Luca 4:8: ...a lui solo rendi il tuo culto”; si esclude quindi la possibilità di poter rendere qualsiasi tipo di culto ad altri oltre che a Dio.

Adorare o venerare una creatura di Dio, non importa se viva o morta, se un essere umano o angelico, è idolatria agli occhi di Dio, quindi è peccato.

Gli idolatri non erediteranno il Regno di Dio (1 Corinzi 6:9), ma saranno gettati nello stagno di fuoco ardente che è la morte seconda (Ap. 20:11-15).

Il processo di canonizzazione, oggi, in ambito cattolico, segue un lungo e laborioso esame della vita e delle opere del defunto cattolico da santificare, questi, morto in odore di santità, viene, dopo essere stato proclamato beato, canonizzato santo e quindi iscritto nel catalogo dei santi che possono essere invocati universalmente da tutti. Inutile dire che quando si dovrebbe parlare di santi morti, ci si dovrebbe riferire, in questo senso, solo nei riguardi di credenti rigenerati, morti in Cristo, quindi che sono andati ad abitare in cielo con il Signore. Molti dei santi cattolici invece, che sulla terra erano dati all’idolatria (e che la insegnavano ad altri), alle più svariate superstizioni, che insegnavano, inoltre, che la salvezza si merita con le opere (così detronizzavano il sacrificio unico e completo di Gesù sulla croce), che dopo la morte c’è il purgatorio, che hanno favorito e praticato formule inquisitorie, Crociate e quant’altro, è molto probabile che si trovino in tutt’altro luogo che non nel paradiso di Dio.

L’ambiente cattolico è anche pieno di superstizione finemente nascosta, ovvero che non si presenta in modo propriamente esplicito. Il popolo cattolico colloca nelle proprie automobili, case e quant’altro, immaginette di “santi”, crocifissi, madonnine e via dicendo, credendo che questi possano, in qualche modo, proteggerlo contro i mali quotidiani di questa vita, ma non solo. Ci sono mamme premurose che, ad esempio, nelle automobili dei propri figli collocano l’immaginetta di padre Pio, San Cosimo, San Francesco, una madonnina, ecc., perché questi servano di protezione a loro. Tutto questo sconfina oltre che nell’idolatria pura, anche nella superstizione vera e propria condannata anch’essa duramente da Dio. L’immaginetta non ha alcun potere, né di fare il male, né di fare il bene. Dio ci chiama al ravvedimento e a portare il suo Nome nei nostri cuori. Non sarà un crocifisso, una madonnina, o un’immaginetta di padre Pio, che ci soccorrerà o proteggerà dai pericoli, bisogna, invece, coltivare l’amore per Dio ed istruirsi nella sua Parola e volontà divina. Tutto questo è roba da superstiziosi, maghi, cartomanti, negromanti, idolatri, ecc., e non deve far parte della Chiesa di Cristo Gesù.

La superstizione nella Chiesa Cattolica non ha limiti, si arriva perfino a proporre alcuni dei “santi defunti” con delle specifiche capacità guaritrici e con dei compiti ben precisi.

C’è il santo cattolico che è particolarmente invocato come protettore dei bambini, quello o quella per le malattie agli occhi, la santa protettrice delle partorienti, ecc., c’è il santo patrono di una città, di uno Stato, e via dicendo. Ogni nazione e città cattolica hanno un “santo protettore”, così anche le arti, i mestieri, le forze armate e gli individui in seno alla Chiesa stessa. C’è anche Santa Barbara protettrice dell’artiglieria, San Cristofaro degli automobilisti e dei viaggiatori, la Madonna di Loreto dell’aviazione (La Madonna, pur rappresentando sempre e solo Maria, viene, superstiziosamente, spesso creduta e figurata come protettrice di un qualcosa o di un qualcos’altro a seconda dei paesi e delle nazioni), Santa Lucia contro il mal degli occhi, ecc..

Il cristianesimo cattolico ha sostituito la devozione agli antichi dèi pagani, con quella a degli uomini defunti, i “santi morti protettori”. Leggere: 1 Corinzi 1:11-13; c.3:4-8,21-23; c.4:6.

Paolo, nei passi citati, mette in luce come sia carnale e non spirituale essere devoti a qualcuno, anziché solo a Cristo, disapprovando la gente che, semplicemente (nel passo di 1 Corinzi in questione), prova devozione verso taluni a danno di altri; figuriamoci quanto c’è di più carnale nell’essere devoti a santi morti, ad invocarli, pregarli, festeggiarli, ecc., anziché essere devoti solo a Dio ed invocare solo Lui. Caro lettore (e la Bibbia insegna così e non può mentire) m’immagino Dio e la sua gloria come una presenza folgorante davanti alla quale ogni sua creatura si prostra (Ap. 4:8-11; Ap. 5:13-14; ecc.) per servirlo. L’immagine cattolica di Dio è differente, è antibiblica. C’è chi si prostra a Dio e nel contempo alla Madonna, a padre Pio, a San Francesco e a tanti altri. È una visione distorta di Dio e del culto che gli è dovuto. Potremmo dire che si viene a creare come una sorta di “scala” a tanti gradini, con tanti intercessori e culti offerti a tante creature, anziché solo a Dio. Pensando a Dio, non vedo, invece, una “scala”, ma un unico grande gradino dove vi è posto gloriosamente l’Iddio Creatore e noi tutti credenti, alla base inferiore, pronti a servire esclusivamente Lui con piena adorazione. In pratica, secondo la teologia cattolica, la Madonna, padre Pio, ecc., dovrebbero intercedere presso Gesù e poi Egli dovrebbe mediare per il Padre. Ma perché creare una “scala” a più gradini; perché non rivolgersi direttamente a Gesù, l’unico mediatore, intercessore fra Dio Padre e gli uomini? 1 Timoteo 2:5-7.

Questi finiscono per diventare letteralmente dei veri e propri dèi con la loro schiera di fanatici devoti, i quali inconsciamente non sanno nemmeno di considerarli tali. La superstizione li induce a portarli in processione; in loro onore sparano dei fuochi in cielo, fanno delle feste, ecc.. Tutto questo è contrario alla Parola e volontà di Dio in modo assoluto. Egli disse: “Non avere altri dèi oltre a me” (primo comandamento biblico non precisamente uguale al primo comandamento cattolico che dai teologi cattolici è stato reso in parte diverso da quello biblico: Esodo 20:3; Deut. 5:7).

Questi “santi” defunti, anche se non a parole, nei fatti, però, vengono ritenuti degli dèi oltre al Dio Creatore. Caro lettore, ti sei mai chiesto se tu, volendo vivere una reale vita cristiana in umiltà e amore, saresti stato disposto a ricevere gli onori, la gloria e i bacia mano, ad esempio, come quelli dati nei confronti della persona del Papa? Se tu, buon cristiano che rivolgi l’attenzione e lo sguardo, di chi ti ascolta, esclusivamente a Dio, in Cristo Gesù, per glorificarlo sempre, da morto acconsentiresti a feste, fuochi e processioni in tuo onore? Probabilmente se la tua fede è vera, se è pulita, ciò non sarebbe buono per te, non lo accetteresti mai, ti strapperesti le vesti di dosso e urleresti con tutte le forze che la gloria, l’onore, la lode, e il culto spettano solo all’Iddio Creatore di ogni cosa: Atti 4:12; Atti 10:25-26; Atti 14:9-18; Ap. 19:9-10, Ap 22:8-9; Colossesi 2:18-19; Matt. 4:10; Luca 4:8; 1 Corinzi 1:11-13; c.3:4-8,21-23; c.4:6; Ebrei 7:24-25; 1 Timoteo 2:5-7; Isaia 8:19-20; Romani 8:31-34; Esodo 20:3-6; Deut. 5:7-10. Così parlerebbe un buon cristiano, un vero credente che cerca solo la gloria che viene da Dio e non quella vana che viene dagli uomini.

Non sarebbe poi corretto da parte di Dio considerare santi solo coloro che hanno fatto o fanno miracoli “da morti” o, comunque, considerare tali solo una piccola cerchia di cristiani credenti e non invece tutti i veri credenti. Tutti quelli, che fanno la volontà di Dio, sono santi, anche se imperfetti nella carne, essi lo sono perché vengono santificati nel sangue sacrificale di Cristo Gesù, per mezzo della loro sincera fede. Ogni cosa va chiesta a Dio Padre nel nome di Cristo Gesù, e colui che chiede in questo modo verrà esaudito secondo la giustizia e la volontà di Dio: Giov. 14:13-14; Giov. 15:16; Giov. 16:23-24.

La preghiera a Dio Padre va rivolta esclusivamente nel nome di Gesù, suo unigenito Figlio, non con altri nomi di uomini, o angeli, cosa che Dio non ha ordinato in alcun modo e che risulta essere tremendamente illecita. Gesù è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini: 1Timoteo 2:5-7.

La Parola del Signore considera santi tutti coloro che, dopo aver realizzato la nuova nascita, si consacrano totalmente a Cristo per seguirlo fedelmente e costantemente, sebbene, molti possono essere ancora spiritualmente immaturi e certamente imperfetti, meritano comunque questo appellativo, perché consacrati a Cristo e intenti a proseguire nel cammino della santificazione.

Il culto ai santi morti e agli angeli è proibito da Dio. Perché la Chiesa Cattolica li venera? Perché insegna di fare le preghiere anche ai santi morti e agli angeli in contrapposizione con la Parola di Dio? Gli angeli di Dio non sono suoi avversari, perché possano gradire, a loro favore, la disubbidienza alla legge di Dio: Colossesi 2:18-19; Ap. 22:8-9; Ap. 19:9-10.

Dio ha condannato con tanta decisione l’idolatria, il culto al di fuori del Dio Unico.

Tutto il culto, che non è rivolto a Dio soltanto, è idolatria: Luca 4:8; Matt. 4:10.

La Sacra Bibbia contiene tutte le regole di Dio e nessuno può ignorarle e trasformarle a proprio piacimento. Dalla Genesi all’Apocalisse, e fino ad oggi, i comandamenti di Dio rimangono immutabili, “Gesù Cristo era con Mosè” ed era con gli apostoli.

“Gesù è lo stesso ieri, oggi e in eterno”: Ebrei 13:8, Matt. 5:18, Luca 16:17.

Il secondo comandamento recita (inutile il tentativo di nasconderlo nel primo) la volontà di Dio riguardo al non prostrarsi e venerare le immagini e le sculture rappresentanti qualsiasi forma umana o altro che è lassù nei cieli o quaggiù sulla terra, o nelle acque sotto la terra.

Dio è andato perfino nello specifico, affinché non ci fossero esclusioni. Tale precisione determina e chiarisce, in modo assoluto e specifico, la volontà unica dell’ordine formale di Dio del secondo comandamento, riguardo al divieto di culto per ogni tipo di immagini e statue. Vi sembra che questo comandamento divino venga osservato? Non viene forse violato, nonostante le precise definizioni di Dio? Le raffigurazioni umane nelle immagini, nei dipinti o sulle sculture non appartengono a cose che sono “quaggiù sulla terra”? Nonostante le proclamazioni solenni dei dieci comandamenti, si continua a servire ideologie pagane, attirando la maledizione di Dio. Gli angeli di Dio sono rimasti fedeli a Lui e amministrano i compiti che Dio assegna a loro. Essi sono assegnati a coloro che vivono per Cristo ed osservano i comandamenti divini: Ebrei 1:14; Dio è il Creatore di ogni cosa ed Egli solo va ringraziato per ogni opera.

Leggere: Lev. 26:14-25; Deut. 28:15; Lev. 26:2-6; Giacomo 2:10; Giov. 14:15.

Un grande equivoco ha indotto milioni di persone a considerare idoli soltanto quelli che esistevano al tempo dei popoli antichi dell’A.T. come anche nell’Impero Romano ed in altri popoli pagani. Ciò non corrisponde assolutamente a verità. La definizione dell’idolo è data in modo preciso dal secondo comandamento e dal primo (“Non avere altri dèi oltre a me”), quello che fa la Chiesa Cattolica è idolatria pura, camuffata da mascheramenti che trovano le loro forti basi, a causa della malizia e dell’ignoranza al messaggio biblico, nel mondo pagano. Nel c.14 degli Atti, versi 8-18 è narrato che Paolo guarì uno zoppo dalla nascita; le genti, volevano rendergli onore e sacrifici, e con lui anche a Barnaba, ma i due membri della Chiesa (Paolo e Barnaba) si stracciarono le vesti a quella vista, rimproverando loro aspramente e impedendoli di fare ciò. Ai giorni nostri avviene l’esatto contrario. Il secondo comandamento è stato completamente annientato ed eliminato, e di conseguenza l’ordine successivo dei comandamenti risulta sbagliato nell’ambito cattolico; inoltre i comandamenti sono diventati nove, nonostante il tentativo di sdoppiare il decimo.

Luca 4:8; Matt. 4:10: “e a lui solo rendi il tuo culto”, ci si guardi un po’ attorno e si constati se il culto è rivolto solo a Dio, oppure le cose stanno diversamente. La domanda che sorge spontanea e che ispira una potente curiosità insoddisfatta è: perché, se il culto delle statue e delle immagini non è una violazione del secondo comandamento, dico, perché, è stato nascosto ed eliminato e sostituito dal decimo sdoppiato? Ovvero, perché i teologi cattolici hanno fatto e continuano a fare di tutto per nascondere il comando divino del “ non prostrarsi davanti alle immagini e statue e di non servirle”, se credono di essere nel giusto? Un uomo che è convinto della propria innocenza non ha paura di affrontare la verità, non si nasconde e non ha segreti di cui avere paura, invece voi teologi cattolici che dite che il secondo comandamento fa parte del primo, comunque lo nascondete e non lo presentate in esso e non lo portate a conoscenza del popolo. Ditemi voi, se questo è un atteggiamento di uno che crede di agire nel giusto, di essere innocente e in questo caso di fare la volontà di Dio.

La spiegazione è molto semplice: il secondo comandamento contrasta con il culto cattolico dei santi che è la più vasta organizzazione idolatra diffusa al mondo (basti pensare all’enorme numero di santuari esistenti nel mondo cattolico) ed è precisamente questo, e non solo, il motivo che ha indotto a nasconderlo.

Pensate un po’ se il mondo cattolico venisse in massa a conoscenza della verità di Dio riguardo a tutto ciò, quanto la Chiesa Romana potrebbe perdere in prestigio, potere e tanto altro ancora. Una volta che la Bibbia è stata resa accessibile a tutti (e ciò non è avvenuto se non da qualche decennio) si cerca di dire che il secondo comandamento, di cui parla la Scrittura nel decalogo di Mosè, riguarda solo gli idoli pagani; ma allora perché nasconderlo?

Inutile dire, poi, che sarebbe stato abbastanza ingenuo e poco saggio da parte di Dio aver formulato un comandamento così preciso, solenne e completo, per poi dividere l’idolatria in “quella pagana disubbidiente” e in “quella sacra ubbidiente”.

Ad esempio, possiamo dire che quando il comandamento dice “non uccidere”, “non rubare”, non si può (e in questo caso è da notare come i comandi del “non uccidere”, “non rubare” siano volutamente descritti in modo generale e non specifico) credere che tale comando possa in qualche modo riguardare solo una parte del messaggio stesso. Ovvero, quando Dio dice: “non rubare” non lascia alcuna alternativa o scappatoia che rientri nella sostanza del messaggio stesso, che possa invece essere definito contraddittoriamente come una non disubbidienza dell’ordine divino.

Così è anche per il secondo comandamento che tra l’altro è l’unico dei comandamenti ad essere stato volutamente, da Dio espresso, decisamente con una precisione tale che non può, essere scisso da un ordine generale, specifico, preciso e dettagliato, in un ordine limitato che ne divide la sostanza del messaggio.

Quindi possiamo dire che come per il comandamento “non rubare” non possiamo dire che sia giusto rubare qualcosa e ingiusto solo rubarne qualcun’altra, ma è ingiusto rubare qualsiasi cosa di ogni tipo e a qualsiasi persona, così anche, e soprattutto, per il secondo comandamento possiamo dire, con estrema e assoluta certezza, che non è giusto prostrarsi davanti ad “alcuna” immagine e scultura (e non ingiusto solamente in alcuni casi); è ingiusto, in ogni caso, in ogni circostanza del tipo generale, specifico e assoluto.

Per quanto riguarda il decalogo di Mosè, in Atti 7:38: “Questi è colui che nell’assemblea del deserto fu con l’angelo che gli parlava sul Monte Sinai e con i nostri padri, e che ricevette parole di vita da trasmettere a noi”, è evidente che le rivelazioni del decalogo sono da osservare con diligenza assoluta. Non è possibile, trattandosi di comandamenti di Dio, stabilire quali osservare e quali non osservare, poiché sono tutti comandamenti divini: Giacomo 2:10 “Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti”.

Ai nostri giorni, in spregio ai comandamenti di Dio, ci si carica sulle spalle un simulacro di legno, di gesso, di pietra, di metalli fusi, adornati di vesti splendenti, e si crede di ottenere miracoli da Dio rivolgendo preghiere alla polvere della terra, ad esseri angelici fedeli servitori di Dio che non accetterebbero mai l’onore, la gloria e le preghiere che spettano solo al Dio Creatore.

Gli uomini si rivolgono alla creatura, anziché completamente e solamente a Dio, a Colui che ha il potere di salvarli.

Atti 14:14-15; se Paolo potesse vedere queste nefandezze si strapperebbe ancora le vesti e farebbe anche di più. Si continua ad alimentare la fabbrica dei “santi”, incuranti della maledizione di Dio che dice: Geremia 17:5 “..Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dal SIGNORE!”. Gli uomini confidano nei santi morti, nella Madonna, e li invocano con preghiere e tant’altro; così dimostrano di confidare nell’uomo riguardo a qualcosa che spetta solo a Dio concedere, rivelando in loro una lontananza cronica dal vero amore e culto al Signore.

Gesù ha detto in Matt. 6:6: “Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa” (leggere anche i versi 7-13). Invece di implorare solo il Padre, solo Dio, nel nome di Gesù, si è andati ad invocare la Madonna, padre Pio, San Francesco e tanti altri ancora. Leggere: 1 Corinzi 1:11-13; c.3:4-8; c.3:21-23; c.4:6.

Questo non è cristianesimo (che significa “di Cristo”), ma è idolatria, paganità, menzogna, religione, culto esteriore, ecc.. Tutti i veri credenti hanno il compito di evangelizzare il vero messaggio di Dio, di Cristo Gesù, al mondo intero ed inculcare la lettura e lo studio della Bibbia, affinché chiunque sia spinto da sincerità e vero amore, per grazia di Dio, si accorga dell’inganno del mondo, e possa rimediare, acquisendo una vera conoscenza e donando un vero culto e vere preghiere al Dio Unico che è Spirito e Verità.

I teologi cattolici, dicono spesso, che “il non prostrarsi davanti a sculture e immagini” era inteso solo per le rappresentazioni di altri dèi. In realtà per Dio non c’è differenza, se uno chiama la scultura o l’immagine: Madonna, padre Pio, o con altri nomi del mondo antico pagano. Sono sempre idoli, mezzi o cose di devozione, alle quali viene rivolta l’invocazione e le preghiere, oltre tutto anche perché, comunque sia, tale invocazione e tali preghiere devono sempre, in modo assoluto, essere solo ed esclusivamente rivolte a Dio ed in spirito e verità, come Egli potentemente è, senza osare nemmeno nei casi di adorazione a Lui, come tramite o mezzi, sculture o immagini che se usate a scopo di culto sono idoli maledetti da Dio, in ogni caso.

Perché caro lettore, dobbiamo rivolgerci ai santi morti e non solo a Gesù? Forse dovremmo non ritenerlo Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente per poter accontentare tutti? Così facendo dovremmo forse ritenere che la Madonna e quant’altri possono, invece, avere tale Potenza da poterlo fare loro? È certo che così non può essere; in più offendiamo il Signore Gesù, ritenendolo non in grado di soddisfare ogni nostra richiesta. Solo Lui è degno di essere il mediatore, Egli è Dio ed ha, in quanto tale, tutte le peculiarità divine per poter accontentare tutti (gli altri non le posseggono), e in più, è Lui solo che ci ha riconciliato con Dio risolvendo il problema del peccato che allontanava l’uomo da Dio, facendosi crocifiggere per il peccato di coloro che in ogni tempo hanno creduto e continuano a credere. Naturalmente, questa riconciliazione è possibile solo per coloro che lo accettano nella propria vita come Signore e personale Salvatore, e solo attraverso di Lui (Gesù, il Figlio del Padre celeste), le nostre preghiere possono giungere al Padre; nessun’altro nome è stato dato per intercedere a nostro favore: 1 Timoteo 2:5-7; Atti 4:12.

In ambiente cattolico ho visto anche, con dispiacere, gente fanatica di un “santo” morto (la Madonna, padre Pio, ecc...), ma di un fanatismo senza limiti che non ha nulla da invidiare al fanatismo di alcuni scellerati per una squadra di calcio, per un cantante, per un vip della televisione o del cinema; ciò è idolatria in ogni caso. Questi cattolici sono inoltre più idolatri di questi altri, perché nel loro fanatismo c’è pura devozione, puro affidamento ad una creatura, con preghiere, invocazioni, venerazioni, ecc..

Dio è l’unico che può ascoltare i nostri pensieri, i nostri gemiti, le nostre preghiere; Egli solo è Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente. Confidiamo in Lui solo, Colui che può redimerci e salvarci, in quanto il Creatore di ogni cosa. Egli, ascoltando le nostre preghiere, manderà lo Spirito Santo nei nostri cuori e nelle nostre menti e degli angeli suoi servi che verranno ad abitare come sentinelle sulla via della nostra vita.

Questi “santi” cattolici li si prega, li si invoca, si fanno in loro onore lunghe e ripetitive preghiere (ad esempio il rosario), si fanno loro richieste, perfino quelle più banali (vincite al lotto, al totocalcio, ecc.), si chiede loro aiuto e i miracoli di guarigione, si accendono ceri e si fanno feste in loro onore e si sparano fuochi nel cielo; la Chiesa Cattolica e i suoi simili dedicano perfino delle chiese e dei luoghi di culto in loro onore, e via dicendo.

Cari cattolici, riuscite a riflettere su una cosa molto semplice? Come può un’anima staccatasi dal corpo e andata in cielo (anche se molti dei “santi” cattolici, invece di stare in cielo sono sicuramente nell’Ades [inferno]), potere ascoltare tutte le vostre invocazioni, tutte le vostre preghiere, tutte le vostre richieste in ogni parte del mondo? Quest’anima che misera com’è al cospetto di Dio e in aspettativa della risurrezione corporale, dico: come può avere tale Potenza? Voi offendete Dio per svariati motivi che ho già elencato; questi voi li fate diventare, nel vostro immaginario, inconsciamente, degli dèi (Esodo 20:3; Deut. 5:7) che non importa come li chiamate, ma davanti a Dio rimane pur sempre una situazione abominevole e deplorevole. Forse tu uomo potresti ascoltare una richiesta d’aiuto fatta a centinaia di chilometri di distanza da te? Forse tu potresti ascoltarne milioni al contempo stesso? Hai tale potere tu, oh, uomo? Hai tale potenza? Forse tu potresti ascoltare le richieste interiori espresse nel cuore di una persona, senza che lo faccia verbalmente con delle parole, e in più a distanza di centinaia di chilometri da te? Credo proprio di no! Come può allora un’anima di un credente defunto che oltretutto è in aspettativa di ricevere il nuovo corpo e la relativa gloria che avverrà alla resurrezione, poter adempiere a tutto ciò? Come può l’anima di Maria poter ascoltare tutte le preghiere e le richieste di aiuto rivolte a lei da ogni parte del mondo? Come può ella, addirittura, ascoltare le preghiere interiori (dette nel cuore) dei suoi devoti senza che questi proferiscano parola? Forse ella è Onnisciente? Onnipresente? Onnipotente? Forse che un’anima può scrutare anche i cuori nella profondità? Non è solo Dio che ha tale potere? Salmo 7:9; Ap. 2:23; Salmo 139:2-4; Matt. 6:8.

Ecco cosa fate, avete posto davanti a Dio degli dèi, e Dio, se non vi ravvedete, non potrà che chiamarvi in giudizio, tanto più, se ascoltate e verificate (almeno per chi ne ha avuto la possibilità) con le vostre orecchie e i vostri occhi quanto di falso c’è nella tradizione religiosa e continuate a non ravvedervi.

L’Onnipotenza, l’Onniscienza e l’Onnipresenza sono qualità e peculiarità assolute di Dio. Come possono le anime dei santi morti ascoltare le preghiere che il mondo pagano rivolge loro?

L’Onnipresenza, come le altre due peculiarità, appartiene solo a Dio.

L’anima dei santi defunti non può stare o dividersi in ogni parte sulla terra e nello stesso momento (in effetti non ci sono per niente sulla terra) per ascoltare le preghiere a loro rivolte, in svariati luoghi, paesi, nazioni e continenti. Non possono farlo nemmeno gli angeli e i demòni. Gli angeli, per adempiere ai loro servizi nei riguardi di quelli (cioè gli uomini sulla terra) che devono ereditare la salvezza (Ebrei 1:14), sì, perché a questo sono incaricati, sono dei girovaghi tra terra e cielo, non se ne stanno comodamente in cielo ad adempiere da lì ai loro incarichi, essi non hanno le peculiarità divine e devono venire sulla terra direttamente ad adempiere il loro lavoro o ministero: Daniele 10:12-14,20-21.

Le anime sante, invece, stanno in cielo, non essendo destinate a questo ministero e non ne hanno alcuno in questa “età presente”, da svolgere nuovamente sulla terra (ce l’hanno avuto quando erano viventi sulla terra e ne avranno un altro solo nel Regno di Dio sulla terra quando verrà), ma aspettano in cielo la resurrezione dei nuovi corpi. Ad ogni modo, non potrebbero essere in alcun modo Onnipresenti, solo Dio lo è. Gli angeli sono in movimento tra cielo e terra. (Solo Dio può essere Onnipresente, gli angeli non possono esserlo e nemmeno le anime dei credenti).

C’è un esempio in Giobbe 1:6-8; c.2:1-3; Satana (angelo decaduto) appare come un girovago, un vagabondo sulla terra, sempre in cerca delle sue prede (come fanno anche i suoi demòni, del resto). Nel libro di Giobbe, Dio chiede a Satana: “Da dove vieni?”, e Satana risponde: “Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa”. Egli non è Onnipresente, ma è in continuo movimento e anche gli angeli lo sono. Le anime sante invece stanno in cielo e non vengono sulla terra e, lì, aspettano la resurrezione dei nuovi corpi. (Gli angeli e i demòni, nel mondo spirituale nel quale vivono, che non ha le leggi fisiche del mondo materiale, nel quale noi viviamo, possono agire nella loro opera con una velocità “supersonica”, che permette loro di spostarsi velocissimamente da un luogo all’altro, ma non possono essere, in alcun modo, Onnipresenti, e tanto meno, Onnipotenti e Onniscienti).

Luca 16:26-31; qui vi è un esempio di come anche per il “seno di Abraamo”, o “paradiso”, valeva la stessa regola, e cioè che le anime dei credenti non hanno alcun ministero da svolgere sulla terra, ma si riposano dalle loro fatiche: Ap. 14:13 (infatti, prima della resurrezione e ascensione di Gesù, le anime dei credenti andavano “nel seno di Abraamo” o “paradiso”, oggi invece vanno direttamente in cielo che ugualmente chiamiamo “paradiso”).

Se uno invoca, prega, chiede aiuto a padre Pio, alla Madonna e a quant’altri, facendolo crede spessissimo di venerare semplicemente un santo, la “Madre di Dio”, un angelo, ma ai fatti egli, ritenendo questi capaci di poterlo aiutare, ascoltare, ed intervenire, e non solo, ma di poter ascoltare e soddisfare tutte le invocazioni di aiuto di ogni uomo sulla terra, che si rivolge a loro, fa divenire (spessissimo solo inconsciamente, senza che neanche se ne accorga), nel suo cuore e nella sua mente, quei “santi”, gli angeli e la Madonna, al pari o quasi, di Dio Eterno, facendone degli dèi, dei dii, perché li ritiene Onnipresenti, Onniscienti e Onnipotenti, in grado cioè di ascoltare, aiutare, esaudire, intercedere per tutti coloro che li invocano in ogni parte del mondo; in pratica quindi tanti dèi o dii.

Il primo comandamento dice: “Non avere altri dèi oltre a me” Esodo 20:3; Deut. 5:7.

A parole, i “santi”, la Madonna e gli angeli non sono, in ambito cattolico ritenuti tali (ovvero dèi o dii), ma nei fatti non è affatto così; si interagisce con loro come si interagirebbe con un dio. Non esplicitamente ma implicitamente, questi vengono ad essere, per il popolo cattolico, dei dii o dèi, perché si associano alla loro persona, peculiarità che, invece appartengono, esclusivamente, solo al Dio Unico ed Eterno. Si crede, che abbiano tale potenza e peculiarità, e, quindi, è come voler dire che questi sono dei dii, infatti, li si ritiene Onnipotenti, Onniscienti e Onnipresenti. Per entrare nella disubbidienza, nei confronti del primo comandamento, non è necessario che uno chiami qualcun’altro, all’infuori di Dio solo, con il termine “dio”, ma basta che uno interagisca con questi, che può essere un essere umano o angelico che non è Dio, in qualche modo però come se lo fosse.

Ne risulta che la religione cattolica romana, ai fatti, non è una religione monoteista, ma politeista, perché ha tanti “santi defunti” ritenuti, seppur, dalla maggioranza, solo inconsciamente, degli dèi, ai quali si offre il culto che, invece, è dovuto solo a Dio.

Chi, invece, di adorare solo il Creatore, adora e venera anche la creatura, rientra come membro appartenente ad una religione politeistica pagana, nella quale tale caratteristica è principale e fondamentale. Infatti, nella Chiesa Romana non vi è un unico culto dovuto solo a Dio, ma ve ne sono di tre tipi: “Latria” per Dio, “Dulia” per i santi defunti canonizzati, “Iperdulia” per la Madonna.

In Ap. 6:9-11; Ap.7:9-17 si nota molto bene come perfino le anime sante dei martiri della tribolazione (e noi sappiamo che i martiri sono più che santi, per aver dato la propria vita a causa della testimonianza del nome di Gesù), appaiono, chiaramente, non Onnipotenti, non Onniscienti e non Onnipresenti davanti a Dio che è il solo ad esserlo; questi vengono presentati nel libro dell’Apocalisse “come una folla immensa”: c.7:9; essi gridano che si compia il giudizio divino sulla terra: c.6:10-11; ecc.. Vengono presentate come “misere” davanti al trono di Dio, il quale viene da loro e dagli angeli tutti e dalla Chiesa rapita (con tutti i resuscitati), continuamente adorato. Non vi è traccia alcuna che questi siano dopo la morte diventati, in alcun modo, Onnipotenti, Onniscienti e Onnipresenti; il loro desiderio è pieno di umiltà e adorazione; non di potere assoluto.

(Riguardo alle anime dei martiri di Ap. 6:9-11 si tratta, ovviamente, dei martiri della grande tribolazione, descritti più approfonditamente in Ap. 7:9-17. Questi del c.6:9-11 sono i primi martiri della grande tribolazione: v.10-11. Si noti anche l’espressione “su quelli che abitano sulla terra” v. 10, la quale indicherebbe che i loro uccisori sono ancora viventi sulla terra. Questo passo non vuol dire che i santi nel cielo vedono nello specifico quanto accade sulla terra; questi conoscono gli avvenimenti drastici che avvengono sulla terra, solo e perché, è proprio da questi eventi che essi provengono ed è proprio a causa di questi che sono morti e quindi saliti in cielo).

Troppo spesso si sente parlare in ambito cattolico che l’intercessione dei santi, nell’aldilà, è permessa a causa della comunione dei santi. Ogni buon credente prega l’Iddio, affinché aiuti i suoi fratelli e sorelle, di conseguenza anche le anime che sono in cielo, certamente, chiedono il bene per gli uomini giusti sulla terra (d’altronde, essendo credenti possono e devono solo volere il bene per i loro fratelli rimasti sulla terra) ma essi lo fanno però solo in modo implicito.

Nessun buon cristiano si sognerebbe di porgere delle preghiere di lodi ad un suo fratello nella fede, di dargli degli onori divini, di essergli devoto, di venerarlo, di adorarlo e quant’altro.

È quindi inconcepibile il fatto che possa e debba farlo quando questi è defunto; del resto, in questo caso, oltre a quanto già detto, si aggiungerebbe l’illegalità dell’invocazione dell’anima di un defunto (cosa in abominio a Dio). È cristiano andare da un fratello nella fede e chiedergli di pregare il Signore per noi, ma è assolutamente da folli e anticristiano volgere lo sguardo verso il cielo dove troneggia il Cristo e il Padre Celeste e chiedere invece, l’intercessione di qualcun’altro.

Le anime che sono in cielo, implicitamente, chiedono a Dio il bene per gli uomini giusti, chiedono che si appresti l’instaurazione del Regno di Dio sulla terra, ecc.. Non serve invocarli, ciò è un impedimento ad avere un aiuto da parte di Dio, perché non solo non si fa la sua volontà, ma si fa l’opposto. È proibito invocare le anime dei defunti santi o non, si invoca solo Dio: Isaia 8:19-20; Lev. 20:6; Lev. 19:31; 1Samuele 28:1-25.

È del tutto improbabile, per non dire impossibile, che le anime salvate, che sono in cielo, possano, in alcun modo, ascoltare le invocazioni e le preghiere a loro rivolte; ciò significherebbe voler credere che tali anime sono Onnipotenti, Onniscienti e Onnipresenti, visto che potrebbero conoscere, ascoltare ed esaudire ogni nostro bisogno per il quale esse vengono interrogate. È da chiarire, poi (e lo dico con certezza di convinzione), che molti dei santi, canonizzati dalla Chiesa Cattolica (chiaramente esclusi quelli dell’era apostolica), è certo che non siano in cielo ma nell’Ades (inferno), un motivo in più per non invocarli. (Molti di essi, infatti, hanno traviato la Parola di Dio e hanno insegnato la disubbidienza nei confronti di Dio agli altri).

Abbiamo già detto che tale intercessione delle anime in cielo avviene in modo implicito, generale e non specifico, essa non va invocata, perché le anime sante non possono sentirci e anche perché ciò è un male per vari aspetti. Questa comunione dei santi avviene, perché tutti i credenti sono uniti nel medesimo Spirito Santo; ossia tutta la Chiesa, sia nell’aldilà, che quella sulla terra, è unita in una comunione santa, perché lo è per mezzo dello Spirito Santo che è in ognuno dei veri credenti. Ma questa comunione non è tale da permettere l’intercessione dei santi in paradiso in modo esplicito, diretto (perché essi non sono Onnipotenti, Onniscienti e Onnipresenti) e specifico secondo le richieste a loro rivolte; infatti, notiamo come perfino la comunione dei santi sulla terra ha dei limiti ben precisi; una chiesa o un credente non possono essere in contatto con un altra chiesa o credente di un altro paese se non con un contatto personale e diretto; non possono parlarsi telepaticamente. (E se già tra i credenti vivi sulla terra la comunione non può e non avviene con Onnipresenza, Onnipotenza e Onniscienza, tanto più, ciò non può avvenire tra i credenti vivi e quelli defunti). Essi sono uniti nel medesimo Spirito e sono in comunione grazie ad Esso, ma con dei limiti ben precisi.

Quindi come la comunione dei santi sulla terra non vuol dire vivere un rapporto di Onniscienza, Onnipotenza e Onnipresenza con gli altri credenti vivi, così è fra le anime del cielo e i credenti sulla terra. Ciò può farlo solo ed esclusivamente Dio. La comunione non indica un rapporto di perfetta Onnipresenza e Onniscienza tra i credenti, sia tra i vivi, che tra i vivi e i defunti (Ebrei 12:22-24).

I santi intercedono in cielo in modo implicito: Ap 6:9-11.

Possiamo portare un esempio che ci può aiutare a comprendere meglio quanto detto:

La moglie e il marito sono in comunione tra loro, a causa della loro promessa, del loro amore e della loro intimità. La Bibbia inoltre, ci dice che i due sono una sola o una stessa carne: Genesi 2:24; Matt. 19:5. Questo però non vuol dire, in alcuno modo, che essi vivano il loro rapporto con Onniscienza e Onnipresenza, infatti, i due non possono né conoscere i pensieri l’uno dell’altro (o comunque non completamente), né possono essere a conoscenza diretta di quanto l’altro faccia in assenza di uno dei due. Così avviene per la comunione dei santi.

In alcun modo fra i credenti vi è una posizione di Onnipotenza, Onniscienza e Onnipresenza.

Cristo Gesù è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini: 1 Timoteo 2:5. Forse qualcuno potrebbe pensare che sono necessari altri intercessori in cielo, oltre a Gesù, perché Egli da solo non può farcela a prestare ascolto a tutte le preghiere che gli vengono rivolte nel suo nome? È bene sapere, invece, che tale idea deve essere subito annientata. Gesù, dopo che fu risorto, disse (oltre alla testimonianza resa di essere Dio) che gli era stata data ogni potestà in cielo e in terra (Matt. 28:18) e nell’epistola agli ebrei è scritto chiaramente che Gesù, dato che dimora in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette: Ebrei 7:24, e il v.25 dice: “Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro”.

Se dunque è scritto che Gesù ha ogni potestà anche in cielo e che può salvare, a pieno, coloro che si accostano a Dio tramite Lui, è inammissibile pensare e udire che abbia bisogno di una schiera di intercessori al suo fianco per aiutarlo nella sua opera di mediazione. È non solo inammissibile, ma anche ingiurioso nei suoi confronti. Esorto coloro che sono ancora nella Chiesa Cattolica ad uscire da essa e di unirsi ad una Chiesa Evangelica Pentecostale che annunzia il vero messaggio di Dio riguardo alla sua volontà. Le anime, che sono in cielo, non sanno nulla, in modo diretto, di quel che accade sulla terra (in modo indiretto, sì, però attraverso Dio), soprattutto non possono investigare e conoscere le faccende individuali dei singoli uomini (questo non avviene neanche in modo indiretto). Le anime dei defunti non ci vedono e neppure possono ascoltarci: Ecclesiaste 9:5 “non sanno nulla”. Sia, dunque, che essi si trovino in paradiso o nell’Ades, essi non possono sapere nulla, in modo diretto, di noi. A conferma di ciò c’è il fatto che gli israeliti, ai giorni di Isaia, dicevano a Dio: Isaia 63:16 “Tuttavia tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce”, e il fatto che nel libro di Giobbe, a proposito dell’empio che muore, è detto: Giobbe 14:20-22 “Tu lo sopraffai una volta per sempre, ed egli se ne va; gli muti la sembianza, e lo mandi via. Se i suoi figli salgono in onore, egli lo ignora; se cadono in disprezzo, egli non lo vede; questo solo sente: che il suo corpo soffre, che l’anima sua è in lutto”. C’è anche qualcosa, nella storia della consultazione dell’evocatrice di En-dor da parte di Saul, che conferma, quanto abbiamo detto, infatti, quando Samuele “viene fatto risalire”, dallo Sceol, da questa spiritista (è stata una rarissima eccezione e solo per volontà di Dio), e appare a Saul, gli disse: 1Samuele 28:15 “..Perché mi hai disturbato, facendomi salire?..”. Se Samuele avesse potuto vedere ed ascoltare Saul, prima di essere evocato, non gli avrebbe fatto quella domanda. L’invocazione delle anime dei defunti, come si è visto in precedenza, è condannata da Dio: Lev. 19:31; Lev. 20:6; 1Cronache 10:13-14; Deut. 18:10-14; Lev. 20:27; ecc..

In Isaia 8:19-22 è scritto che non si possono consultare i morti a favore dei vivi; chi farà ciò sarà condannato come empio da Dio, se non si ravvede quanto prima, specialmente, se al peccato del consultare le anime dei defunti vi aggiungiamo pure la devozione e venerazione nei loro confronti.

Tutto questo non esclude, assolutamente, che le anime dei credenti che sono in cielo non ci siano alleate e che, pur non vedendoci e non potendoci ascoltare, esse parlino a Dio in favore dell’umanità credente e che si affretti il giudizio sull’opera empia del mondo.

Tutto questo avviene, implicitamente, senza bisogno di alcun tipo di richieste da parte dei credenti nei loro confronti.

Ogni cosa è sottomessa sempre al disegno di Dio, secondo la sua santa e giusta volontà.

Il ricco della storia di Luca 16:19-31, finito nell’Ades (v.22-23), chiede (v.27-28), essendo ancora vivi in lui i ricordi dei suoi cari (infatti la sua richiesta è basata sui ricordi terrestri e non su una visione diretta delle faccende terrestri), un segno per questi che possa aiutare loro a ravvedersi, e lo chiede interpellando Abraamo (che era nel “seno di Abraamo” o “paradiso”), chiedendogli una visita speciale di Lazzaro (il quale era anche, in quanto salvato, “nel seno di Abraamo”) sulla terra; ma Abraamo gli rispose: (v.29) “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”; (v.30) “Ed egli:<No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno>”; (v.31) “Abraamo rispose: <Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti resuscita>”.

Qui si esclude, in assoluto, che un’anima di un defunto santo, o non, possa avere il ministero di aiutare gli uomini sulla terra a convertirsi, perché questi hanno la testimonianza della Parola di Dio che è sufficiente per ravvedersi e credere. Tuttavia, ciò testimonia come il ricco, pur essendo stato un uomo ingiusto sulla terra, nell’Ades egli chiede, comunque, un atto di pietà per i suoi cari e lo fa chiedendo un qualcosa di inammissibile (cosa che non può essere esaudita, non perché è un empio a chiederla, ma perché tale è la volontà di Dio), tanto più dobbiamo credere, con ferma certezza, che le anime in cielo, pur non potendo vedere e ascoltare gli affari terrestri, in modo diretto, hanno sentimenti benigni di pietà verso coloro che sono ancora sulla terra, ma la volontà di Dio esige che gli increduli sulla terra, arrivino alla conoscenza del Divino, attraverso la testimonianza della Parola di Dio e non tramite apparizione di credenti defunti: Luca 16:27-31.

I teologi cattolici nel passo dell’Apocalisse: c.6:9-11, in qualche modo, credono di poter affermare che le anime nel cielo possano vederci e ascoltarci e, quindi, intercedere specificatamente ed esplicitamente per noi: “Essi gridarono a gran voce: Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?...”.

Bisogna subito dire che queste anime, che il veggente Giovanni (come abbiamo già spiegato prima) vede e che descrive in questo passo, sono le anime dei credenti uccisi nella prima parte della tribolazione che durerà sette anni e che avverrà negli ultimissimi tempi; la sua fine segnerà l’inizio del Regno di Dio sulla terra.

Queste anime, che da poco hanno lasciato lo spettacolo tenebroso della terra (ma che non sanno, dopo la loro morte, cosa in più o in meno vi accada), ricordano bene gli avvenimenti e la causa della loro morte da martiri (in più vedono salire in cielo schiere di anime che come loro sono state martirizzate sulla terra) e chiedono al Signore quanto tempo manchi perché ciò finisca e vengano puniti i malvagi che abitano sulla terra e che probabilmente sono gli stessi che li hanno uccisi: v.10.

V.11, a loro gli viene detto di riposarsi ancora un po’ di tempo, finché non fosse stato raggiunto il numero dei loro compagni di servizio che dovevano essere uccisi come loro.

Essi non sanno quel che succede di nuovo sulla terra nello specifico, perché non sono Onniscienti, Onnipotenti e Onnipresenti; quello che loro sanno dipende dal fatto che essi sono stati, solo, poco tempo prima, uccisi sulla terra e ricordano bene come e per mezzo di chi ciò è avvenuto.

In questo passo non può, in alcun modo, signori e teologi cattolici, esservi nemmeno lontanamente l’idea di quanto voi sostenete.

Parliamo dei passi: Ap.19:9-10; c.22:8-9:

Ap.19:9-10: “E l’angelo mi disse...Io mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: <Guardati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù: adora Dio! Perché la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia>”.

Ap.22:8-9: “Io, Giovanni, sono quello che ha udito e visto queste cose. E, dopo averle viste e udite, mi prostrai ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate, per adorarlo. Ma egli mi disse: <Guardati dal farlo; io sono un servo come te e come i tuoi fratelli, i profeti, e come quelli che custodiscono le parole di questo libro. Adora Dio!>”.

Il veggente Giovanni (quasi certamente si tratta dell’apostolo Giovanni), ricco di esperienza cristiana e vecchio negli anni, sapeva bene che Iddio solo doveva essere adorato.

In molte delle sue visioni egli aveva visto come i ventiquattro anziani, le quattro creature viventi e tutti gli angeli fedeli perennemente adorassero Dio e l’Agnello: Ap.4:8-11; c.5:8-10,13-14; c.7:11-12; c.11:16-17; c.19:4-5.

Quando egli si prostrò ai piedi dell’angelo (e sapeva bene che era semplicemente un angelo e non Dio, ad esempio, leggere Ap.19:9: “E l’angelo mi disse:...”; Ap.22:6: “Poi mi disse:<Queste parole sono fedeli e veritiere; e il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve avvenire tra poco>”) non poté con la sua esperienza incappare in un errore d’idolatria schietta adorando l’angelo come un dio.

Questo è assolutamente da escludere. È impossibile pensare che Giovanni, prostrato ai piedi dell’angelo, lo acclamasse come un dio, perché sapeva bene che era semplicemente un angelo mandato da Dio: Ap. 22:6,8-9. È chiaro che i due passi (Ap. 19:9-10 e Ap. 22:8-9) escludono qualsiasi possibilità di culto agli angeli come anche ai santi morti. In Matt. 4:10 e Luca 4:8, Gesù chiarisce come ogni culto deve essere reso solo a Dio; in pratica, ogni forma di culto deve essere reso al Creatore soltanto e non anche alla creatura. I teologi cattolici sostengono di non offendere Dio con il culto degli angeli e dei santi morti, dichiarano che esso sia semplicemente un culto di venerazione, differente da quello reso a Dio di adorazione. Innanzi tutto i passi: Matt. 4:10 e Luca 4:8 rivelano come in realtà il culto è unico e non ve ne sono di due o più tipi, e soprattutto, che deve essere reso solo a Dio che lo si voglia chiamare adorazione, venerazione o quant’altro. Ma se esistono due tipi di culto, adorazione e venerazione, come poteva Giovanni con la sua esperienza, l’ispirazione ricevuta, le rivelazioni e visioni a lui concesse, incappare in un errore simile? Ovvero come poté rendere all’angelo un culto di adorazione, anziché di venerazione? E come poteva, poi, dopo il rimprovero, in Ap. 19:10, ripetere lo stesso errore, in Ap.22:8-9, una seconda volta dopo che era già stato ammonito dall’angelo?

Ma, poi, che avrebbe dovuto dire o fare per ritrovarsi nel culto di adorazione, anziché in quello di venerazione, secondo i teologi cattolici lecito? Egli non lo acclamò come Dio, o come un dio, perché sapeva bene che era un angelo (e la sua esperienza cristiana e il fatto che era stato testimone oculare del ministero di Gesù, non potevano aver lasciato Giovanni in una condizione di ignoranza e ingenuità), ma invece gli portò riverenza, onore e ringraziamento per l’opera compiuta (da parte di Dio) riguardo alle visioni e rivelazioni all’apostolo stesso date.

Egli prostrandosi all’angelo, lo volle onorare e dimostrò riverenza e ringraziamento, molto di meno di quanto oggi dichiarasi faccia ogni “buon cattolico” verso tutti i santi morti, la Madonna e gli angeli, venerandoli, invocandoli e quant’altro.

Ma l’angelo non accettò tale comportamento e atteggiamento nei suoi riguardi e venne dichiarato per ben due volte, e in due occasioni, che solo Dio poteva essere adorato e che perfino solo Lui poteva essere onorato e ringraziato per ogni cosa; l’angelo dichiara che egli era solo un servo di Dio come lo erano i fratelli spirituali di Giovanni, i profeti, ecc..

Se la Chiesa Cattolica osa dire che è lecito quanto si fa con il culto agli angeli e ai santi morti, e che ciò non è adorazione ma venerazione (come se ci fosse qualche differenza tra l’una o l’altra) e che nessun cattolico, pure il più ignorante dell’argomento, prostrandosi e venerando la Madonna, ecc., erra entrando nel culto di adorazione, come si può credere che Giovanni abbia invece agito così?

Se quello che fece Giovanni fu ritenuto sbagliato, figuriamoci quanto possa esserlo di più quello che i cattolici fanno nei confronti dei loro santi, della Madonna, ecc., che va ben oltre.

Oggi si invoca la Madonna, padre Pio, ecc., si chiede a loro ogni sorta di cose e di aiuto, li si onora e si porgono a loro infinite preghiere; la Madonna viene chiamata: “la Regina del cielo”, “la Regina dell’universo”, “la Regina degli angeli”, “Madre Santissima”, “Madre di Dio”, ecc., e le si dedicano rosari interi in ogni parte del mondo, feste, e quant’altro. La Chiesa Cattolica favorisce tali culti abominevoli e li ritiene leciti e graditi da Dio.

Ma se tutto ciò è lecito davanti a Dio, cosa fece Giovanni per meritarsi il rimprovero da parte dell’angelo? Egli non considerò l’angelo come Dio, o come un dio, anche perché se pure avrebbe potuto errare così esageratamente la prima volta, sarebbe inspiegabile come Giovanni avesse potuto sbagliare nuovamente nello stesso modo, per una seconda volta, dopo la prima ammonizione.

Egli, semplicemente, preso dalla situazione, chiaramente non comune, si lasciò andare in una sorta di ringraziamento verso l’angelo, prostrandosi ai suoi piedi, ma ciò venne ritenuto un male, nei confronti di Dio, da parte dell’angelo, perché questi pur essendo un essere spirituale più elevato dell’uomo, rimane pur sempre un servo di Dio come tutti i santi vivi sulla terra e le anime dei credenti in cielo.

Oggi avviene molto di più di quanto fece Giovanni che a sua volta, per lo meno, era giustificato dalla circostanza fuori dal comune che rese lui passibile ad emozioni e sentimenti non del tutto controllabili. Non c’è differenza tra adorazione e venerazione; quale differenza dovrebbe esserci cari teologi cattolici? Queste differenti terminologie, culto di “Latria” per Dio, culto di “Iperdulia” per la Madonna, e culto di “Dulia” per i santi defunti canonizzati e gli angeli, sono pure e fantasiose invenzioni umane, filosofiche e pagane. Esiste un unico culto e per servire unicamente Dio Creatore di ogni cosa.

In Atti 10:25-26 è scritto che Cornelio si inginocchiò per onorare Pietro, ma questi non glielo permise e non accettò. Cornelio non lo acclamò come Dio, o come un dio, ma solo come uomo di Dio, eppure lo scrittore ispirato degli Atti (Luca) scrive: “Ma Pietro lo rialzò dicendo:< Alzati, anch’io sono uomo!>”. Cornelio voleva mostrargli semplicemente un onore che all’uomo non è dovuto e che non è lecito avere, in quanto creatura e non Creatore. Quanto allora ci può essere, e c’è di più errato, nell’atteggiamento specifico e generale della Chiesa Cattolica, nei confronti del culto reso ai santi e agli angeli, che maliziosamente definiscono col termine di venerazione, credendo che così facendo possano, in qualche modo, sfuggire al significato dato al termine “culto” nella Bibbia (Matt.4:10; Luca 4:8), dividendo appunto il culto in due tipi diversi. I teologi cattolici dicono che si entra nell’adorazione quando, compiendo un culto nei confronti di un determinato essere, umano o angelico, lo si consideri Dio o un dio. Ma se il significato vero del verbo adorare, nella Bibbia, è realmente solo questo e non racchiude invece molteplici altri atteggiamenti di devozione, ringraziamento e onore, come poté Giovanni adorare, in questo senso, l’angelo con la sua esperienza cristiana, con l’ispirazione avuta da Dio, oltretutto sapendo di avere di fronte solo un angelo e non Dio?

Anche i pellegrinaggi ai vari sepolcri di “santi” morti, che i teologi cattolici sponsorizzano al popolo cattolico, sono cosa abominevole per Dio. L’Arcangelo Michele disputò col Diavolo riguardo al corpo di Mosè (Giuda v.9), proprio, perché questi (il Diavolo) certamente voleva fare del sepolcro di Mosè una meta di pellegrinaggio per sviare il popolo, ma tale luogo, con ragione fu nascosto da Dio (Deut. 34:6).

Mosè era un personaggio così rilevante che il suo corpo senza vita avrebbe potuto creare tutto ciò.

Dio non abita in templi costruiti da mani d’uomo:

Atti 17:16,24-25®Atti 7:47-50 ® Isaia 66:1-2. Se Dio affermò, che la sua presenza o dimora era nel tabernacolo, fu perché esso conteneva l’arca del patto (la testimonianza dei dieci comandamenti su due tavole di pietra era contenuta nell’arca del patto) e poi perché tale tabernacolo era ordinato direttamente da Dio, secondo il modello del tabernacolo celeste, dove Gesù si trova attualmente: Esodo 25:40; Ebrei 8:1-5 ® Ebrei 9:11-12 ® Ebrei 9:24-25.

Se viene menzionato che il tempio di Salomone, anch’esso fosse, secoli più tardi, la dimora di Dio, era semplicemente perché esso conteneva l’arca dell’alleanza o del patto, e la sua costruzione interna, riguardante il servizio a Dio, era secondo il tabernacolo precedente. Nell’arca, Dio aveva impresso il suo Santo Nome; i suoi comandamenti erano scritti su due tavole di pietra contenute dall’arca. Non era a motivo del tempio di Salomone o per la costruzione in se stessa, che il nome di Dio vi era impresso; vediamo come in 1Re 8:1-11; 2Cronache c.5, la gloria del Signore entrò nel tempio in concomitanza del posizionamento in esso dell’arca dell’alleanza.

Rivolgendomi al popolo cattolico dico: smettete di andare in pellegrinaggio ai vari santuari mariani e quant’altri; sì, perché quelli sono templi o chiese dedicate in onore della Madonna, dei “santi” morti, ecc., cosa abominevole per Dio; il tempio di Salomone non era dedicato a Salomone, ma a Dio, esso portava il nome di Dio, Salomone era semplicemente colui che ne aveva ordinato, per ordine di Dio, la costruzione, non vi era impresso il suo nome e non era a lui che era stato dedicato.

Dio è in ogni luogo dove lo si invochi, non è necessario fare migliaia di chilometri credendo di trovarlo in un determinato luogo (Matt. 18:20).

Il tempio di Gerusalemme, di quel tempo, veniva chiamato di Salomone, perché lui ne era stato il fondatore e non perché era in suo onore.

A Pentecoste ci fu la discesa dello Spirito Santo sulla comunità cristiana a Gerusalemme (Atti 2:1-4). La discesa dello Spirito Santo sui credenti fu preceduta da due segni: il primo fu un suono come di vento impetuoso che soffia, il secondo furono delle lingue come di fuoco. Probabilmente una nuvola di fuoco che li sovrastava, si divise in modo da formare delle lingue come di fuoco, che scesero su ciascuno di loro. Nuvola e fuoco avevano accompagnato la manifestazione della presenza divina all’inizio della dispensazione della legge (Esodo 40:34,38).

Del fuoco era sceso dal cielo sul sacrifico inaugurale, a dimostrazione che Dio aveva accettato il tabernacolo come suo santuario e durante il regno di Salomone avvenne lo stesso per il tempio: Lev. 9:24; 2Cronache 7:1-3, in questo modo investiva tabernacolo e tempio come luoghi messi da parte perché Egli potesse manifestare la sua presenza in Israele in modo continuo e permanente. L’apparizione di lingue “come di fuoco” a Pentecoste rivela l’esistenza di un nuovo tipo di santuario o di tempio, quello umano, attraverso il quale Dio manifesta la sua presenza. Il segno del “fuoco”, nel giorno di Pentecoste, annunziò chiaramente che il vecchio tempio, tra l’altro prossimo alla distruzione per opera di Tito (nel 70 d.C.), non era più necessario. Il santuario dell’attuale dispensazione, con la morte e resurrezione di Cristo Gesù e la discesa dello Spirito Santo, si sarebbe realizzato dovunque, uomini e donne, pieni dello Spirito Santo, si sarebbero radunati in pieno accordo per permettere a Dio di operare nella loro vita: Matt. 18:20; Efesini 2:20-22.

Oggi il tempio di Dio è il corpo del credente rigenerato, e lo è anche la Chiesa di Cristo, intesa come unione di credenti perché lo Spirito di Dio abita in loro: 1Corinzi 3:16-17; c.6:19-20; 2Corinzi 6:16.

La Chiesa di Dio, di Cristo Gesù, è ovunque vi siano i credenti riuniti nell’adorazione; anche in una semplice casa come avveniva ai tempi degli apostoli (1Corinzi 16:19; Colossesi 4:15), e come avviene spesso anche tuttora, e volendo anche su “una barca in alto mare”, purché vi siano i credenti riuniti nel nome del Signore (Matt. 18:20). Dio va adorato, in Spirito e verità, in ogni luogo con vera fede e vocazione, non nei templi pagani dedicati ai più svariati “santi” morti, fatti diventare per il popolo pagano cattolico come degli dèi (Giov. 4:23-24; Matt. 18:20). Dio detesta l’idolatria e la superstizione.

1Timoteo 2:5-7; se l’apostolo Paolo avesse creduto che c’erano innumerevoli intercessori, mediatori, (milioni per i cattolici) fra Dio e gli uomini, perché scrisse che ce n’era uno solamente? Cristo Gesù uomo-Dio è l’unico e il solo mediatore fra Dio e l’uomo, perché Lui solo ha risolto il problema del peccato, per mezzo del suo sacrificio e ci ha riconciliati al Padre; Egli è Dio e può condurci a Dio Padre, infatti, siede alla destra di Lui.

Gesù è l’unico intercessore per l’uomo, proprio il Cristo, vero uomo e vero Dio, glorificato e asceso al cielo. Paolo per rinforzare la tesi, secondo cui c’è un solo mediatore, intercessore fra Dio e gli uomini, fa un paragone preciso e solenne: “Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo”. In pratica, come c’è un solo Dio, così c’è un solo intercessore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo. È importante notare come Paolo dica: “Cristo Gesù uomo”, ovvero, Cristo Gesù come Dio ma anche come uomo (infatti, è asceso al cielo con un corpo glorificato, e così pure ritornerà) è l’unico intercessore; Egli può esserlo perché è Dio e uomo nello stesso tempo. Inoltre, Egli è Onnipotente, Onnisciente e Onnipresente, in quanto Dio. Egli è mediatore anche come uomo, annullando così qualsiasi altro ipotetico mediatore cattolico umano. Nessun uomo può avere le peculiarità divine per poter essere un altro mediatore. Quindi, come non ci sono tanti dèi o dii, ma uno solo (il Dio vivente), così non possono esserci tanti intercessori o mediatori, ma solo uno, Cristo Gesù uomo-Dio.

Se l’angelo non accettò che Giovanni gli si prostrasse davanti per adorarlo, come possiamo pensare che i veri santi defunti possano accettare tale culto nei loro riguardi che supera di gran lunga quanto fece Giovanni nei confronti dell’angelo? Ap. 19:9-10; Ap. 22:8-9.

La verità è che ogni forma di culto, sia con onore, sia con preghiere che con ringraziamenti, ecc., deve essere offerto solo a Dio e unicamente per mezzo del nome di Cristo Gesù. Solo Dio, il Creatore, è degno di lode, gloria e adorazione.

La Chiesa Cattolica e i suoi simili dovrebbero ravvedersi in modo totale, ma le profezie bibliche ci fanno capire ed intendere, tra le altre cose, che ciò non potrà avvenire perché il mondo giace sotto il dominio di Satana, ed in quanto così, la massa degli individui è in suo potere. Non v’illudete, i salvati, benché siamo nell’era della grazia di Cristo Gesù, sono alquanto minori riguardo a quanti riceveranno il giudizio di condanna. Gesù definisce il popolo dei salvati un “piccolo gregge” confrontato col gregge dei dispersi, dei condannati: Luca 12:32; Luca 13:23-24; Luca 18:8; Matt. 7:13-14.

La Chiesa Cattolica (e i suoi simili) assicura la salvezza a molti, attraverso i suoi sacramenti e la purificazione in purgatorio. In realtà, non è così; questa fiducia viene inculcata ed insegnata dal demònio insediato in seno alla Chiesa Romana, il quale vuole che l’uomo pensi che, in un modo o in un altro, può essere salvato senza una vera conversione a Cristo Gesù e un vero ravvedimento. Si ottiene così una massa di “cristiani” non cristiani che verranno invece giudicati e condannati.

Ravvedetevi finché siete in tempo, il mondo passa, ogni cosa bella o cattiva passa, ma la vita eterna è un qualcosa che non finirà mai. Proponiamoci di vivere secondo Dio, secondo i suoi comandamenti. In primo luogo, non come se fossimo interessati unicamente alla salvezza, ma per ricambiare l’immenso amore che Cristo Gesù gratuitamente ci ha elargito morendo sulla croce per noi.

Egli patì cattiverie e violenze di ogni genere sulla propria carne con estrema umiltà e per amore verso di noi; sì, proprio verso tutti gli uomini di ogni epoca, anche verso te, caro lettore. Come si potrebbe non amarlo? Come si potrebbe non amare Colui che ci ha tanto amati da sacrificarsi per la nostra salvezza, per soddisfare la giustizia del Padre, di Dio, attraverso il suo Santo e Giusto sacrificio espiatorio? Sono convinto che il vero amore per Dio lo si può discernere solo in chi non ama Dio unicamente a motivo della salvezza, ma lo ama per quello che Egli è, per la sua Giustizia, la sua Santità, il suo Amore, per quello che Egli ha fatto e continua ad operare e soprattutto perché Egli ci ha amati per primo.

La venerazione tributata ai “santi” morti (Dulia) e alla Madonna (Iperdulia) non differisce nei fatti dall’adorazione che deve essere resa solo a Dio. Esiste un unico culto e dev’essere tributato esclusivamente a Dio Onnipotente: Matt. 4:10; Luca 4:8.

Il culto della venerazione è un’invenzione dell’uomo poiché esiste un unico culto e solo per Dio. La sola idea della necessità di più intermediari è una vera e propria bestemmia contro lo Spirito Santo.

L’unico mediatore fra Dio e gli uomini è Cristo Gesù uomo-Dio: 1Timoteo 2:5-7; 1Giov. 2:1; Ebrei 7:24-25; Ebrei 9:24; Giov. 14:6,13-14; Giov. 15:16; Romani 8:33-34; Efesini 5:20 .

Molti, semplicemente per il fatto di far parte di una religione cristiana senza essersi veramente convertiti a Cristo, ravveduti, ed aver accettato pienamente la grazia e i comandamenti divini nella propria vita, credono di dover ricevere dopo la morte, la salvezza, ma Gesù, individui del genere li dichiara malfattori: Luca 13:23-28. Anche molti che avranno fatto opere potenti nel nome di Gesù, cacciato demòni, profetizzato ecc., il Signore Gesù li dichiarerà malfattori e dirà loro di non averli mai conosciuti, in quanto saranno stati nelle loro vita sulla terra, disubbidienti alla volontà del Padre Celeste e della sua Parola: Matt. 7:21-23.

Dio non dà la gloria, la lode e l’onore, che spetta solo a Lui, a qualcun’altro, quindi, tanto meno può accettare che altri s’impossessino di tale titoli e di tali onori per conto proprio (Isaia 42:8).

Il vero credente ha piena fiducia e fede solo in Dio e si rivolge in preghiera e con invocazioni esclusivamente a Lui: Salmo 73:25-26.

Possiamo rispondere alla domanda: “perché non deve esserci il culto dei santi defunti, degli angeli e delle immagini?” Sì, e per i seguenti motivi che elenco in modo sintetico:

1) Perché Dio vieta, ripetutamente, di prostrarsi davanti ad immagini e sculture, e lo fa soprattutto nel secondo comandamento del decalogo; è vietato di prostrarsi davanti a loro e soprattutto di rendere a loro, o attraverso di loro, qualsiasi tipo di culto (Esodo 20:4-6; Deut. 5:8-10).

2) Perché Dio proibisce d’invocare gli spiriti o anime dei defunti, credenti o non, santi o non, e specialmente pregarli, venerarli, fare loro richieste d’aiuto e quant’altro (Isaia 8:19-20; Lev. 19:31; Lev. 20:6; 1Samuele 28:7-20).

3) Perché Gesù è l’unico mediatore, intercessore fra Dio e gli uomini (1Timoteo 2:5-7) e perché non ci è stato dato altro nome per mezzo del quale noi possiamo essere salvati (Atti 4:12). Egli può essere intercessore perché è Onnipotente, Onnisciente, Onnipresente, le anime dei defunti, non lo sono. Inoltre, Cristo Gesù uomo-Dio è il solo che ha risolto con il suo sacrificio il problema del peccato ed è quindi il mediatore anche del nuovo patto.

4) Perché gli angeli, le anime dei “santi” e la Madonna non sono Onnipotenti, Onniscienti, Onnipresenti; quindi, non avendo tali peculiarità divine, non possono essere degli intercessori, né in modo diretto, né in modo specifico.

5) Perché Dio richiede assoluta devozione a Lui (“Non avere altri dèi oltre a me”); Egli solo può essere invocato e adorato (Deut. 5:7; Esodo 20:3; Matt. 4:10; Luca 4:8; Ap. 19:10; Ap. 22:8-9; Colossesi 2:18-19; Luca 11:27-28).

“Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Luca 11:28).

 

 

 

 

Seconda parte

Falsi miracoli

La potenza di Satana è continuamente all’opera sul piano soprannaturale, e la Bibbia ci mette costantemente in guardia contro di essa.

Gesù (e anche gli apostoli; lo vedremo più avanti) parla apertamente dei grandi prodigi e dei miracoli che avrebbero compiuto molti falsi profeti allo scopo di sedurre, non solo gli sviati, ma se fosse possibile, anche gli eletti (Matt. 24:24).

Come distinguere un miracolo vero da uno falso? Come distinguere un miracolo che viene da Dio da uno che viene da Satana? Utilizzando la pietra di paragone della Parola di Dio. Se un segno o un prodigio contraddice i comandamenti divini, dev’essere senz’altro respinto (Deut. 13:1-5). Se mira poi alla gloria e al vantaggio personale dell’uomo, non è secondo lo spirito cristiano autentico. I veri miracoli divini manifestano la Grandezza e la Santità di Dio; i prodigi assurdi e puerili non possono venire da Dio, per esempio, quelli degli evangeli apocrifi, delle leggende dei “santi” del Medioevo, delle immaginette della Madonna che lacrimano sangue, così pure i dogmi antibiblici come la Transustanziazione, l’Immacolata Concezione di Maria, ecc.. Nella nostra epoca, prossima alla fine, i prodigi menzogneri abbondano nel mondo religioso. Abbiamo tutti noi la fede e il discernimento biblico di Dio per respingere le trappole del nemico e riconoscere ed accogliere invece il vero miracolo?

Matt.7:21-23: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno:<Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?>. Allora dichiarerò loro:<Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!>”. Il Signore nel suo giorno lascerà fuori del suo Regno quelli che pretenderanno di aver operato miracoli, prodigi e profetizzato nel suo nome (Matt. 7:21-23), ma lo avranno fatto con uno spirito di disubbidienza ai suoi comandamenti e alla volontà del Padre Celeste; quindi, in realtà, saranno stati in qualche modo sedotti dallo spirito di disubbidienza e dalla potenza di Satana che se ne servirà per sedurre, attraverso i loro miracoli, le genti, per portarle nella stessa disubbidienza nei confronti di Dio; ecco perché Gesù dichiarerà loro di non averli mai conosciuti e li indicherà come malfattori.

Il fatto che Gesù dica: v.23 “Allora dichiarerò loro:<Io non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, malfattori!>”, la frase: “Io non vi ho mai conosciuti”, indica che, anche quando questi, operavano quei prodigi, Gesù non era con loro; infatti, il non averli mai “conosciuti” indica che Gesù non è mai stato dalla loro parte e con loro. Il bello è che, sempre nel passo in questione, è scritto che molti di questi avranno cacciato pure demòni. Il maligno sa abbastanza bene cosa fare e come usare la sua potenza per ingannare gli uomini; i suoi intrighi sono innumerevoli e molto subdoli. La maggior parte delle volte, quando vuole ingannare, ama e sa di poter ottenere più risultati, facendo passare le sue opere, i suoi prodigi e le sue dottrine che ispira, come cose che provengono da Dio. Noi abbiamo un’arma infallibile a disposizione: le Sacre Scritture. Esse possono darci il discernimento che viene da Dio, per smascherare con semplicità Satana nel suo agire nel mondo, sempre e sotto tutti gli aspetti. Dio si scaglia con molta fermezza contro chi si costruisce statue ed immagini per il culto: Romani 1:21-25 “perché pure avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti, e il loro cuore, privo d’intelligenza, si è ottenebrato. Benché si dichiarino sapienti, son diventati stolti, e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile....essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore che è benedetto in eterno. Amen”. (Inutile elencare tutti gli altri passi che parlano chiaramente dell’illegalità di tale culto). Dio darebbe dello stolto a quelli che si “dichiarano sapienti”, mentre si comporterebbe allo stesso modo, accreditando, con segni e prodigi, le statue e le immagini con il loro relativo culto? Dio maledice chi costruisce un’immagine scolpita per prostrarsi davanti ad essa: Abacuc 2:18-20; Deut. 4:23-31; Deut. 4:15-19; Isaia 44:9-13,19-20; ecc..

Dio potrebbe mandare messaggi per mezzo d’immagini e sculture? Potrebbe maledire se stesso? Dio ha stabilito il secondo comandamento del decalogo: Esodo 20:1-17; Deut. 5:6-21, perché avrebbe stabilito un comandamento così circostanziato e preciso, se fosse lecito fare l’esatto contrario? Può Dio essere in contraddizione?

Dio punì severamente il re Saul perché questi “aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti”. 1Cronache 10:13-14: “Così morì Saul, a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il SIGNORE per non aver osservato la parola del SIGNORE, e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti, mentre non aveva consultato il SIGNORE. E il SIGNORE lo fece morire, e trasferì il regno a Davide, figlio d’Isai” (vedere anche: 1Samuele 28:1-25). Va detto che lo stesso giorno morirono anche tre figli di Saul (1Cronache 10:2) quindi, la punizione fu molto severa. In Lev. 19:31 e Lev. 20:6 il Signore proibisce qualsiasi tipo di contatto con le anime dei defunti. In Isaia 8:19-20 è scritto: “...Un popolo non deve forse consultare il suo Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi? Alla legge! alla testimonianza!...”.

Perché mai Dio avrebbe punito Saul e affermato quanto detto nei passi prima citati, se Egli stesso avesse oggi mandato la “bella Signora di Fatima” comportandosi allo stesso modo (se non peggio) di Saul? Come potrebbe essere Lui l’artefice diretto delle apparizioni Mariane, ben sapendo che ciò avrebbe comportato un incoraggiamento ed un incremento delle invocazioni già ad essa rivolte da parte di quanti sono sviati? Come avrebbe potuto Egli punire Saul e poi accettare ben volentieri le invocazioni dirette e personali ai santi defunti e alla Madonna, la devozione a loro rivolti, le preghiere, i ceri, le processioni e quant’altro e addirittura, provvedere Egli stesso alle apparizioni di tali “soggetti”? Il Signore non è un Dio ingiusto e mai si contraddice. Ciò che un tempo era contrario alla sua volontà, ai suoi comandamenti divini e giusti, non può essere ben accetto oggi; peggio ancora essere Lui stesso a promuoverli (le preghiere ai santi defunti, i ceri, le processioni, ecc.) per contraddire i suoi stessi comandamenti divini con delle apparizioni e quant’altro. Dio non può avvallare ciò che ha proibito con i comandamenti, perciò Egli non compie direttamente quei “segni e prodigi” bugiardi, ma permette di farlo alla potenza del nemico, come Paolo dice espressamente in 2Tessalonicesi 2:9-12: “..Perciò Dio manda loro una potenza d’errore perché credano alla menzogna ”; Deut. 13:1-4.

Badate bene che qui non si sta affermando che quei “segni e prodigi” bugiardi non avvengano, si afferma invece, che non è opera dei santi morti, né di Dio. Il Signore non potrebbe contraddirsi, avallando quello che ha proibito con i suoi comandamenti divini. Ma è l’opera delle tenebre che si è insinuata fin dal principio in molteplici forme, assoggettando e tenendo prigioniere le coscienze di quelli che non hanno tenuto fede ai comandamenti di Dio (2Tessalonicesi 2:9-12).

Perché meravigliarsi se una statua piange sangue, se nell’aria appare una figura angelica che si presenta come proveniente da Dio o per tutti i prodigi menzogneri che avvengono nei più svariati ambiti religiosi, alcuni dei quali erroneamente e falsamente definiti anche cristiani? Teniamo presente che Satana ha detto di aver ricevuto “gloria” e “potenza” e di poterle dare a chi vuole (Luca 4:6-7; Matt. 4:8-9); egli può fare prodigi e miracoli confondendoli in apparenza con quelli che veramente provengono da Dio. Non c’è da meravigliarsi di tutto ciò. Ci sarebbe, invece, da stupirsi come tutto questo porti a quel grande movimento di pellegrinaggi verso i santuari e ad un’accentuazione maggiore di credibilità verso false dottrine che sono l’ombra dell’opera di Satana.

Ma Gesù si è premurato di avvertire gli individui, e specialmente i suoi servitori, riguardo le bugie e le trappole di Satana; infatti, ad esempio, in un passo della Bibbia è scritto che Egli disse: Matt. 24:23-26 “Allora, se qualcuno vi dice: <Il Cristo è qui>, oppure <È là>, non lo credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco v’è l’ho predetto. Se dunque vi dicono: <Eccolo è nel deserto>, non v’andate; <eccolo è nelle stanze interne>, non lo credete”. Gesù parla di “grandi segni e prodigi”, come quelli che avvengono in vari santuari cattolici ed in altri luoghi similmente idolatri. Egli però ordina di non credere e di non andarci. I santuari Mariani e gli altri luoghi di culto cattolici, le apparizioni ingannatrici, i falsi miracoli e via dicendo, dei nostri tempi sviano dalla verità, invece di essere di aiuto, come Gesù stesso ci ha predetto. Certi miracoli, apparizioni e messaggi (“grandi segni e prodigi”), vengono attribuiti a Dio, ma Cristo ha prevenuto questo inganno, avvertendo di non credere. Tuttavia, questi “prodigi bugiardi” avvengono, qual’è la spiegazione? Perché Dio li permette? È la stessa Parola di Dio a darcene una spiegazione.

Deut. 13:1-4: “Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti annunzia un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: <Andiamo dietro a dèi stranieri, che tu non hai mai conosciuto, e serviamoli>, tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il SIGNORE, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il SIGNORE, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l’anima vostra. Seguirete il SIGNORE, il vostro Dio, lo temerete, osserverete i suoi comandamenti, ubbidirete alla sua voce, lo servirete e vi terrete stretti a lui”.

2Cronache 18:17-22: “... Io ho visto il SIGNORE seduto sul suo trono, e tutto l’esercito del cielo che gli stava a destra e a sinistra. E il SIGNORE disse: <Chi sedurrà Acab, re di Israele, affinché salga contro Ramot di Galaad e vi perisca?> Ci fu chi rispose in un modo e chi rispose in un altro. Allora si fece avanti uno spirito, il quale si presentò davanti al SIGNORE, e disse: <Lo sedurrò io>. Il SIGNORE gli disse: <E come?> Quello rispose: <Io uscirò e sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti>. Il SIGNORE gli disse: <Si, riuscirai a sedurlo; esci e fa così>. E ora, ecco, il SIGNORE ha messo uno spirito di menzogna in bocca a questi tuoi profeti; ma il SIGNORE ha pronunziato del male contro di te”; 1Re 22:19-23.

2Tessalonicesi 2:9-12: “La venuta di quell’empio avrà luogo, per l’azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo di inganno e d’iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all’amore della verità per essere salvati. Perciò Dio manda loro una potenza d’errore perché credano alla menzogna, affinché tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati”.

1Timoteo 4:1-3: “Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, sviati dalla ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza...”.

Ti consiglio vivamente, caro lettore, di meditare attentamente questi passi; in essi sono nascosti innumerevoli verità riguardo a Dio e al suo modo di agire nei riguardi della sua creazione. Avendo il mondo scelto di seguire il male, Dio, secondo i suoi disegni e la sua volontà, lascia e permette ad ogni sorta di spirito menzognero di ingannare i più (gli sviati) con ogni sorta di prodigi e segni ingannatori. Una rimanenza eletta, preservata, Dio l’ha sempre scelta in ogni epoca. Così, Dio, quando uomini e popoli interi si lasciano andare dietro alla menzogna, dietro a ciò che è male agli occhi di Dio, Egli permette ai demòni e a Satana, che travino con false ispirazioni e falsi segni ulteriormente ciò che è già traviato di per sé, affinché si renda ancora più manifesta in modo incontestabile l’empietà e la disubbidienza di molti riguardo alla volontà di Dio, spesso nascoste sotto un pio manto. Dio lascia traviare chi già è traviato di per sé, chi è stato già giudicato o è comunque nel giudizio (benché chiunque può ravvedersi in seguito e credere nel perdono di Dio) e, aiuta, ispira chi si è spinto nella ricerca della verità e non della menzogna, chi nella coscienza vuole con amore e sincerità seguire le vie del Signore. Così avviene, in un certo senso, nel mondo cattolico; si chiedono segni menzogneri per mezzo della Madonna (che altro non è che uno spirito menzognero, quando addirittura non sia invenzione dell’uomo), ed essa appare loro per traviarli di più, per insegnare maggiormente a loro le vie della menzogna e della disubbidienza. Si chiedono segni per mezzi di padre Pio e quant’altri, e questi spesso vengono concessi a loro danno e giudizio. Bisogna invocare solo Dio e solo nel nome di Cristo Gesù, l’unico intercessore fra Dio e gli uomini: 1Timoteo 2:5-7. Gli uomini, inconsciamente (ma non sempre solo inconsciamente), chiedono di essere traviati e spesso ciò viene loro concesso a loro danno e giudizio. Dio vuole la salvezza di tutti, ma, riguardo a molti empi predisposti sempre e solo alla menzogna, Dio concede loro la menzogna, nient’altro quello che il loro cuore ha già scelto di seguire. Crediamo in Dio e predisponiamoci a voler seguire tutte le sue vie e i suoi comandamenti secondo la sua santa e giusta volontà, ed Egli ci istruirà nel bene e nella giustizia secondo verità, annichilendo il velo che copre gli occhi dal vedere la Luce risplendente e sfolgorante del Signore nostro Cristo Gesù.

1Re 22:19-23; 2Cronache 18:17-22; Acab era da tempo che agiva malvagiamente e che era lontano da Dio. Il Signore lo aveva giudicato e aveva deciso che doveva morire nella battaglia contro il re di Siria; permise allora ad uno spirito menzognero di ispirare i quattrocento profeti di Acab a profetizzare a favore della partenza di Acab alla guerra contro il re di Siria; questi gli comunicarono che certamente avrebbe vinto (1Re 22:3-12); la realtà era, invece, che avrebbe trovato la morte e la sconfitta del suo esercito (1Re 22:29-38). Dio manda lo spirito dell’errore sugli uomini che hanno già il loro cuore verso la menzogna e indurisce il cuore degli uomini che hanno già, in modo profondo e cronico, il loro cuore indurito per l’empietà, ma aiuta e salva tutti coloro che pur peccatori si predispongono o sono predisposti verso il ravvedimento e la conversione dal profondo del loro cuore e a rinunciare alla menzogna e all’empietà. Inoltre, nel periodo della grande tribolazione, Satana, di questi prodigi e segni bugiardi, avrà il permesso da Dio di compierne in maggior numero e con maggior potenza: Ap. c.13; c.16:14; c.19:20.

Riguardo ai falsi profeti, leggere anche quanto è detto in Geremia 23:16, 21-22, 25, 30-32.

Anche l’occultismo potrebbe partorire falsi miracoli: Atti 8:9-11; Esodo 7:11,22; Esodo 8:7.

2Corinzi 11:14-15: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere”. Ricordatevi che Satana viene spesso nel mondo per traviare, nelle vesti di angelo di luce, perché sa che se venisse nella forma e nei modi che fanno parte della sua natura, avrebbe poco credito e pochi seguaci.

I demòni, nei loro disegni menzogneri, sono soliti, per avvalorare in modo maggiore i loro inganni essere in “qualche modo dalla parte” di Dio e mettere in atto opere, prodigi e segni con una certa marcatura di verità divine. Ad esempio, in Atti 16:16-18 vediamo uno spirito demoniaco che possedeva una donna e che non aveva alcun tipo di problema nell’esaltare il nome di Dio: “Questi uomini sono servi del Dio altissimo, e vi annunziano la via della salvezza”, ma il suo scopo era quello di portare le genti a una certa esaltazione di Paolo e Sila. Quindi, l’astuzia di questo demònio era quella di usare il nome di Dio per portare gli individui che ascoltavano Paolo e Sila (e gli altri evangelizzatori) a dare una qualche specie di onore nei loro confronti. Ma Paolo, infastidito, si voltò e disse allo spirito: “< Io ti ordino, nel nome di Gesù Cristo, che tu esca da costei.> Ed egli uscì in quell’istante”.

Galati 1:6-9 (scrivo il v.8): “Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema”. I messaggi attribuiti alla Madonna (Maria), o a tanti altri, non sono altro che messaggi provenienti da uno spirito menzognero o da più spiriti (1Re 22:19-23; 2Cronache 18:17-22; Deut. 13:1-4), (senza escludere anche la possibilità che una parte di questi vengano dalla menzogna dell’uomo) perché contraddicono e combattono la Parola di Dio. Analizziamo quanto è scritto in Galati; qualunque apparizione angelica (o qualunque uomo che professi un vangelo o un insegnamento che non porti esclusivamente le verità di Gesù) è da ritenere anatema se porta delle verità non bibliche, non divine; in pratica, se contraddice quanto dice la Parola di Dio.

È chiaro che riguardo alle apparizioni mariane e a quant’altro ancora, per quanto detto finora, siamo di fronte a messaggi, rivelazioni menzognere e demoniache ma anche di pura invenzione umana. Attenti però che qui non si sta dicendo, per niente, che alcune rivelazioni date e alcune apparizioni mariane, o di altri, non si siano verificate realmente o non possano verificarsi, la potenza di Satana agisce anche in questo senso, ma noi abbiamo molti avvertimenti divini a riguardo, ad esempio, la Parola di Dio in Deut. 13:1-4; Matt. 24:24; 2Tessalonicesi 2:9-12; 2Cronache 18:17-22; 1Re 22:19-23; Ap. 13:13-14; Ap. 19:20; Geremia 23:16, 21-22, 25, 30-32 .

Noi non dobbiamo limitarci ad identificare come divine, o non, queste o altre rivelazioni, messaggi e quant’altro, semplicemente, per il fatto che in alcune occasioni taluni cose rivelate possono essersi realmente verificate, e ritenere provenienti da Satana solo quelle che non si verificano. Gli stolti credono che se tali cose si compiono come profetizzate, debbano provenire assolutamente da Dio e solo, nel caso contrario, provengono da Satana. Questo è vero in parte: il modo più completo e giusto per verificare se tali segni e messaggi vengono da Dio, oppure no, è porre la Parola di Dio come pietra di paragone. Se tali messaggi e segni rientrano nella verità biblica secondo certi profili e le loro parole profetiche si avverano, allora tali cose e quant’altro provengono da Dio. Se tali segni annunciati si avverano, ma non sono conformi alla volontà di Dio, secondo alcuni o molti profili, allora provengono da Satana.

Se tali segni non si avverano, ed inoltre non sono conformi alla Parola di Dio, è evidente che in questi casi ci può essere la mano di Satana, come anche la menzogna dell’uomo (Geremia 23:16,21-22,25,30-32).

Dio mette alla prova, a volte, gli uomini, facendo verificare prodigi d’inganno e menzogneri.

Molti credono, e fanno bene, che Satana non conosca il futuro aldilà di quanto è stato rivelato, e può essere a conoscenza di “tutti”, nelle Sacre Scritture. A motivo di questo, essi credono che qualunque profezia, segno annunciato da uomini, da apparizioni angeliche, mariane e di “santi” defunti, se si avvera deve, per forza di cose, provenire da Dio, in quanto Satana non potrebbe mai aver rivelato uno specifico evento futuro reale e vero, perché egli non ha tale potere che ha solo Dio. Rispondo subito “ingenuamente”, a questi, che se la “Madonna” o gli angeli possono venire a conoscenza di specifici eventi futuri da Dio, non bisogna escludere che anche Satana (e i suoi seguaci angeli decaduti), non da sé (perché egli non ha questo potere), ma indirettamente, da Dio, potrebbe venirne a conoscenza. Vediamo in Ap. 6:9-11 come le anime dei santi martiri della tribolazione non sappiano neanche quanto attraverso la Bibbia sarebbe stato loro possibile sapere. Infatti, al v.10 essi chiedono al Signore fino a quando avrebbe aspettato per giudicare gli empi sulla terra, cosa, che noi, sappiamo deve avvenire alla fine del periodo della tribolazione che dovrà durare non meno di sette anni.

Si dovrebbe sapere, una cosa molto importante, che qualunque angelo di Dio non ha alcun potere in sé di conoscere il futuro, ma quello che può conoscere nello specifico viene esclusivamente da Dio. Se avviene ciò per gli angeli di Dio, non deve essere esclusa la stessa possibilità per Satana e i suoi angeli. Inoltre, certamente avviene qualcosa di non meno importante: Satana ha la possibilità, concessagli da Dio, di chiedergli di provare gli uomini in svariati modi. Vediamo, ad esempio, in Giobbe 1:6-22; c.2:1-10 come Satana aveva chiesto a Dio di poter provare Giobbe con dei grandi mali. Dio glielo permise non concedendogli però di stendere la mano sulla vita di Giobbe per farlo morire. Se avesse voluto Satana, avendo avuto la concessione da Dio di poter attuare i suoi disegni cattivi sulla persona di Giobbe, sulla sua famiglia, sui suoi servi e sul suo bestiame, egli conoscendo nello specifico quali cose tremende dovevano accadere nella vita di Giobbe, perché egli stesso doveva causarle, avrebbe potuto investire un uomo della sua ispirazione (oppure apparire come angelo di luce), e questi avrebbe potuto profetizzare tale avvenimenti che poi sarebbero accaduti, grazie solo, non ad una potenza conoscitiva diretta di Satana degli eventi futuri nello specifico, ma alla concessione resa da Dio di poter mettere in atto tali eventi; egli, poi, per mezzo della profezia o di apparizioni, avrebbe potuto, semplicemente, per suoi scopi ingannatori, farli conoscere, investendo un uomo della sua ispirazione, oppure apparendo come angelo di luce.

2 Corinzi 11:14-15: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori, si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere”. Non dimenticatevi che Satana quando viene nel mondo per traviare, lo fa prevalentemente nelle vesti di angelo di luce, perché sa che se venisse nella forma e nei modi che fanno parte della sua natura, avrebbe poco credito e pochi seguaci.

È anche certo che quando la potente menzogna satanica prende piede nel mondo, ciò avviene perché tutto rientra nei disegni e nella volontà santa e giusta di Dio, che si serve di essa (la potente menzogna satanica) e dell’opera sua, anche per rendere manifesta l’empietà, l’ingiustizia, che spesso possono essere nascoste in modo subdolo, e sotto un pio manto, affinché il suo giusto giudizio quando viene sia potentemente individuato come vero e santo. Leggere: 2Cronache 18:17-22; 1Re 22:19-23; 2 Tessalonicesi 2:9-12; Deut.13:1-4.

 

 

 

 

 

 

Capitolo 3

Culto di Maria

A Maria la Chiesa Cattolica Romana tributa un culto di “Iperdulia”, cioè di speciale venerazione che in pratica equivale ad una vera e propria adorazione come quella resa a Dio. Maria (o la Madonna per i cattolici) ha un posto di preminenza nel movimento cattolico.

Nel rosario, per esempio, la proporzione stabilita è di un Padre Nostro per ogni dieci Ave Maria. Frasi del genere: Santa Madre di Dio, Stella Mattutina, Porta del cielo, Regina dell’Universo, Regina degli angeli, Madre Santissima, ecc., dette da Papi, da vescovi e preti nelle varie epoche risuonano spesso nell’ambito religioso cattolico. A questo proposito vorrei farvi leggere, giusto per darvi un’idea di quanto c’è stato e c’è attorno alla figura di Maria, alcune citazioni prese dall’opera “Le glorie di Maria” di Alfonso Maria dei Liquori vescovo di S.Agata dei Goti, proclamato santo dal 1839 e dottore della Chiesa dal 1871: “Allorché ricorriamo a questa divina Madre, non solamente dobbiamo star sicuri della sua protezione, ma alle volte saremo più presto esauditi e salvati con il ricorrere a Maria, invocando il suo santo nome, che invocando il nome di Gesù nostro Salvatore”; “Quelli che si impiegano nel pubblicare le glorie di Maria sono sicuri del paradiso”; “Tutte le grazie si dispensano solo per mano di Maria”; “Maria è la Regina di misericordia, perché ella apre i tesori della misericordia di Dio a chi vuole, quando vuole e come vuole, sì che non vi è peccatore, per incallito che sia, il quale si perda, se Maria lo protegge”, “Maria è il principio, il mezzo ed il fine della nostra felicità”; “Chi non ricorre a Maria non si salverà”; “Ogni bene, ogni aiuto, ogni grazia che gli uomini han ricevuto e riceveranno da Dio sino alla fine del mondo, tutto è venuto e verrà loro grazie all’intercessione e per mezzo di Maria”; “Per essere salvati, basta invocare questa divina madre”; “Niuno può entrare in cielo se non passa per Maria, la quale ne è la porta”; “ Tutti gli uomini, passati, presenti, e futuri devono considerare Maria come il mezzo e l’arca della salvezza di tutti i secoli”; “Solo di Maria può dirsi che abbia avuto questa sorte: che non solamente che ella sia stata sottomessa alla volontà di Dio, ma anche Dio si sia assoggettato alla di lei volontà”; “Ai comandi di Maria, tutti ubbidiscono, anche Dio”; “Voi (Maria) avete dato a me (Gesù) l’essere umano, io darò a voi l’essere Dio, cioè l’onnipotenza con cui possiate aiutare e salvare chi volete”. Inutile ogni commento, quello che è utile sapere è che i vari messaggi e le varie apparizioni mariane approvano e confermano tali affermazioni e, anzi, li incentivano sempre più. Questa è opera del diavolo, della sua potenza malefica e ingannatrice. Frasi del genere sono simili al pensiero e agli scritti di moltissimi “dottori della Chiesa Cattolica” e a quelli di molti teologi ed ecclesiastici contemporanei. (Contro la preghiera del rosario: Matt.6:7. L’origine del rosario, ovvero di uno strumento “conta preghiere” fu certamente importato, introdotto e diffuso dai crociati che l’avevano visto in uso tra i musulmani, religiosi pagani, anche se ad incentivarlo, inizialmente, nella Chiesa, come un uso importante, fu Pietro l’eremita nell’anno 1090).

Nell’anno 1954 Papa Pio XII proclama Maria “Regina del Mondo”.

Nell’anno 1964 Papa Paolo VI proclama Maria “Madre della Chiesa”.

L’origine della corona del rosario, introdotta ufficialmente da Pietro l’eremita nell’anno 1090, è da cercarsi nelle varie espressioni di pietà popolare pagane musulmane, via via diffusesi poi nel cristianesimo pagano, dando origine ad una particolare devozione a Maria che nel tempo diede vita all’ideazione del rosario odierno. Il contare le preghiere è pratica pagana ed è severamente condannata da Cristo. Egli vuole preghiere del cuore, spontanee, sincere, non un numero infinito di parole e preghiere memorizzate e meccaniche, sempre uguali fra loro (Matt.6:5-13). Dopo il Concilio di Efeso (431 d.C.) il culto verso Maria crebbe mirabilmente in venerazione, devozione e in preghiere; ebbe, come dire, uno slancio. Mentre prima era qualcosa di disorganizzato e senza un vero e proprio culto, al Concilio avvenne la regolamentazione di tutto quanto riguardava la natura di Maria e il culto come “Madre di Dio”, e fu l’inizio di quanto oggi si vede.

La tradizione del rosario trovò il suo successo alla fine del XV secolo ad opera del predicatore Bretone Alain de la Roche. I teologi cattolici (e non solo) dichiarano che Gesù non vuole che la maternità di Maria passi inosservata; essa (la maternità di Maria) deve esprimersi in atti di venerazione e di pubblico culto. Il culto verso la figura di Maria nasce, prima ancora della regolamentazione ufficiale nel Concilio di Efeso del 431, verso il IV secolo come segno di pietà popolare, ma in modo molto disorganizzato e controverso.

I teologi cattolici dichiarano che il culto reso alla Madonna (“Iperdulia”) e ai santi (“Dulia”) non offende Dio perché ad Egli si rende un culto assoluto (“Latria”), mentre agli altri viene reso solo onore e venerazione. La realtà è un’altra, basti vedere quanto accade oggi nei riguardi della Madonna e dei più svariati “santi” defunti cattolici.

Nel XIV secolo le devozioni a Maria si moltiplicano e facilmente degenerano in credenze popolari nutrite di miracoli e prodigi, sconfinanti nella superstizione e nel sentimentalismo.

I riformatori chiedono ai cattolici (durante la Riforma) di cercare di ritornare all’essenziale, al Cristo solo, e alla sola Scrittura Sacra. La controreazione cattolica invece fa si che la Madonna diventi oggetto di un culto ancora più esagerato; infatti, nasce il movimento mariano dei tempi moderni, con un’immenso flusso di pubblicazioni, fondazioni e devozioni. Nel secolo XIX si moltiplicano in Europa le apparizioni della Madonna provocando “conversioni” di massa e successi.

Ma come nasce il culto popolare a Maria come Madre di Dio e le conseguenti dottrine mariane?

C’è infatti una differenza fra il modo in cui Dio ci presenta Maria nella Sacra Scrittura, in cui ce la descrivono i testimoni suoi contemporanei che l’hanno conosciuta e il modo di quelli che tanti secoli dopo fino ad oggi pretendono di conoscerla. Penso che sia chiaro, per tutti noi, che coloro i quali vivono con una persona la conoscano meglio di quelli che secoli dopo ne vorranno parlare. Credo che sia decisivo ciò che Gesù e i suoi discepoli ci dicono di Maria (e in generale la Sacra Scrittura riguardo alla proibizione di venerare una creatura, di invocare le anime dei defunti, di prostrarsi davanti a immagini e statue) e non quello che ne hanno detto gli altri secoli più tardi.

Noi sappiamo che non c’è altro intercessore fra Dio e gli uomini al di fuori di Cristo Gesù (1Timoteo 2:5) e solo nel suo nome ed invocando solo Lui si può avere la salvezza (Atti 4:12).

Cercheremo adesso di spiegare come è nato il culto di Maria nel cristianesimo di “massa”. Oltre al processo di gnosi in seno al cristianesimo e a quello del sincretismo che fuse il cristianesimo gnosticizzato, con la religione pagana (vedere in “Tradizione e Sacra Scrittura”), il culto mariano praticato nella Chiesa Cattolica ha le sue origini nei culti pagani anteriori al cristianesimo. Esso (il culto mariano) non ha nulla a che vedere con la reale figura di Maria madre di Gesù del N.T.. Il Concilio di Efeso, condannando le dottrine del vescovo Nestorio, aveva dichiarato: “Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo”. Da questa definizione i teologi trassero la conseguenza: se Gesù è vero Dio allora Maria è “Madre di Dio”. Quest’ultima affermazione, poggiando su un ragionamento filosofico ma non biblico, spalancò le porte alla fantasia religiosa e ad un fanatismo mariano, sulla scia dei culti pagani delle Dee-Madri. I romani avevano un culto speciale per la Dea Diana, simbolo della verginità, venerata come Dea e regina del cielo.

I greci avevano invece la Dea Artemide, simbolo anch’essa della verginità e che aveva dato vita al mito di Diana per i romani. Potremmo dire che la Dea Diana e la Dea Artemide sono la stessa cosa. Per capire meglio quanto si sta per dire leggere il capitolo 19 di Atti, dove si nota come ad Efeso (dove Maria fu proclamata “Madre di Dio”) gli uomini erano legati a questa figura di Dea-Madre in modo morboso. Questa tradizione pagana era diffusa non solo ad Efeso, ma in tutti i territori romani, greci e babilonesi. La Dea Diana dei romani e la Dea Artemide dei greci erano associate e, in qualche modo, traevano origine entrambe, dal mito della Dea Semiramide dei babilonesi.

In pratica, queste tre Dee riportavano di diverso solo il nome, ma gli aggettivi e gli attributi ad esse tributati erano pressoché gli stessi. Ad esempio, sia la Dea Diana che la Dea Artemide venivano ovunque chiamate “Madre di Dio”, “Madre del cielo”, “Regina del cielo”, “Onnipotente cui tutto è sottoposto”. In molti paesi la Dea-Madre era la divinità più importante; era quella che genera, e per tanto era oggetto di un culto speciale.

Paolo capì che la gente di Efeso era schiava di quella “Dea potente” e che non potevano essere facilmente liberati. Dovendo partire per la Macedonia, l’apostolo lasciò ad Efeso, Timoteo, perché curasse la piccola comunità cristiana. Ma l’opposizione contro il cristianesimo era molto forte. Ad Efeso, dopo questi fatti elencati nel capitolo 19 di Atti, convissero ancora anche se nettamente separati cristianesimo e paganesimo, finché gli Imperatori romani, Teodosio e Graziano dichiararono nel 380 con “l’Editto di Tessalonica” il cristianesimo religione di Stato (questo fu un’altro evento decisivo che provocò l’introduzione in massa dei pagani nelle allora piccole comunità cristiane, che finì per paganizzare e romanizzare il movimento cristiano di “massa” e che portò anche al culto verso la figura di Maria), proibendo nello stesso tempo tutti i culti pagani. Leggiamo ora Atti 19:27-28,34: ”...ma che anche il tempio della grande dea Diana non conti più, e che sia perfino privata della sua maestà colei che tutta l’Asia e il mondo adorano...<Grande è la Diana degli Efesini!>...<Grande è la Diana degli Efesini!>”; c.19:35-36: “Allora il segretario calmata la folla, disse: <Uomini di Efeso, c’è forse qualcuno che non sappia che la città degli Efesini è la custode del tempio della grande Diana e della sua immagine caduta dal cielo? Queste cose sono incontestabili...>”. Per quegli efesini, ma non solo, che fino a quel momento erano rimasti fedeli alle loro tradizioni pagane ed alla fede nella Dea Diana (o Artemide), si presentavano ora dei momenti difficili. Essi dovevano sottomettersi ad un Dio-Padre, sebbene nel loro cuore restassero fedeli ad una Dea-Madre, Diana o Artemide.

Ma appena cinquant’anni più tardi dall’“Editto di Tessalonica” del 380, nel 431 il Concilio di Efeso portò ad una svolta decisiva. È fuori di dubbio che già con Costantino e prima ancora, a causa dello gnosticismo, vi era stata una sorta di mescolanza fra il cristianesimo autentico e le tradizioni e filosofie pagane che finì poi nel processo finale del sincretismo (è nel periodo di paganizzazione e romanizzazione del cristianesimo di “massa” e con il processo iniziale dello gnosticismo che si ultimò con il sincretismo, che vediamo prender vita gli esponenti cattolici che hanno fatto la storia della dottrina cattolica, suscitati e partoriti in tali periodi e sempre più in seguito, da processi pagani fortemente acuti che nel tempo si sono definitivamente cronicizzati). Ma il fare del cristianesimo una religione di Stato diede una svolta e uno slancio inaudito al paganesimo in seno alla cristianità di “massa”. È vero che la venerazione di Diana o Artemide con “l’Editto di Tessalonica” non fu più autorizzata, ma la Chiesa cristiana di “massa” statalizzata diede a Maria il titolo di “Madre di Dio” proprio ad Efeso nel 431 (mentre fino a quel momento era stata designata ufficialmente solo come madre di Gesù), e si cominciò a venerarla come tale. In tal modo ella veniva disonorata e ridotta al rango di una Dea, cosa che lei non era e non avrebbe mai voluto essere.

Ora gli efesini, ma non solo, avevano di nuovo la loro Dea, un surrogato di Artemide e di Diana. In quel periodo un gran numero di pagani era entrato (erano stati costretti a motivo della persecuzioni nei loro confronti) a far parte delle comunità cristiane, portandovi nel segreto del loro cuore le credenze nelle divinità pagane. Maria ora diveniva “Madre di Dio e Regina del cielo” come lo era in precedenza Diana (o Artemide). La proclamazione del dogma di Maria, come “Madre di Dio”, fu accolta ad Efeso con grandi esplosioni di Giubilo popolare, ed il vecchio culto pagano, divenuto cattolico, si è protratto fino ai giorni nostri. Paolo scrisse due lettere a Timoteo che si trovava ad Efeso, ed in esse lo esortava a rimanere fedele alla Parola di Dio; ciò che hanno fatto molti veri cristiani fedeli alla Parola di Dio, che al tempo dell’uscita di tale dogma si opposero, dichiarando che era una cosa abominevole e che avrebbe ostacolato la vera conversione. Gli uomini non avrebbero trovato la salvezza poiché si sarebbero trovati asserviti all’antica Dea-Madre che aveva cambiato solo il nome, da pagano, a un nome cristiano. Paolo aveva scritto a Timoteo (1 Timoteo 2:5-7) che l’unico intercessore (mediatore) fra Dio e gli uomini è Cristo Gesù. E in un’altra lettera Paolo dichiara (Galati 1:6-10) l’anatema per chi proclama un vangelo, una dottrina, un insegnamento diverso da quello autentico, perfino se fosse un angelo dal cielo a promuoverlo. In Atti 4:12 gli apostoli Pietro e Giovanni sono concordi nel dire che non c’è intercessore al di fuori di Gesù Cristo e che non c’è altro nome dato agli uomini, per mezzo del quale si può essere salvati. Maria è un esempio di fede, non è lecito però rivolgerle preghiere, invocazioni, venerarla e considerarla la “Regina del cielo”, “Madre di Dio”; invece di onorarla si offende la sua memoria e si offende in maniera grave Dio, perché ciò vuol dire idolatria.

Anche nel giudaismo antico si hanno esempi di depravazione spirituale da parte degli israeliti riguardo al culto della Dea-Madre, della Regina del cielo; ad esempio leggere: Geremia 7:18-19; Geremia 44:16-18 .

Maria è madre della natura umana di Gesù, non di quella divina.

Cosa penserebbe Gesù oggi riguardo alla venerazione (“Iperdulia”), al culto e ad ogni altra forma di devozione che c’è verso la figura di Maria, o come dicono i cattolici “Madonna”? Leggendo i vangeli ci si rende conto quale fosse l’idea di Gesù riguardo a Maria che egli designava come madre della sua natura umana e non di quella divina, ovvero, non ha mai detto nulla riguardo alla figura di Maria come se dovesse essere presentata o considerata come Madre di Dio, secondo l’ideologia cattolica, ma, invece, mette nero su bianco come ella fosse semplicemente colei che aveva ospitato nel grembo il Figlio Eterno e Celeste di Dio Padre per opera dello Spirito Santo e non per opera sua. Maria fu Madre a tutti gli effetti dell’uomo Gesù, che ella concepì, ma riguardo alla natura divina di Cristo (Dio incarnato) ella rivestì semplicemente il ruolo, o per meglio dire, fu un canale attraverso il quale l’Iddio Gesù, Creatore di ogni cosa, poté venire nella natura di uomo sulla terra. È chiaro che per attuare questo suo disegno divino, ovvero far sì che Egli potesse incarnarsi nella natura di uomo e venire nel mondo, doveva usare un canale umano (Maria). Dio doveva, per potersi incarnare nella natura di uomo sulla terra oltre ad entrare divinamente nel grembo di Maria, “assoggettarsi” alle leggi della natura e prendere un corpo umano attraverso un processo naturale umano comune, diverso solo per il concepimento verginale di Maria. Come Dio si servì d’Abraamo per attuare il suo patto divino, di Mosè per dare le sue leggi al suo popolo, e in generale si servì e si serve dei suoi servitori, taluni rivestendoli come profeti, taluni come guaritori, altri come evangelizzatori, ecc., di Maria, Dio si servì per poter assumere la natura di uomo sulla terra. Le aggiunte ideologiche cattoliche, e non solo, alla figura di Maria sono menzogna, filosofia, misticismo e paganesimo.

Maria era una serva di Dio, come lo erano e lo sono tutti gli altri suoi fedeli servitori. Fare di Maria una divinità, con tanto di onore, gloria e venerazione (a Maria viene reso un culto speciale superiore a quello reso agli altri santi venerati, chiamato “Iperdulia”, mentre il culto per i santi viene chiamato “Dulia”), non solo offende in modo grave Dio, ma ella stessa ne risulterebbe offesa, conoscendo bene che ogni forma di culto va reso solo a Dio (Luca 4:8) a Colui il quale ha creato ogni cosa.

Noi tutti, invece, dobbiamo servire con adorazione, lode e ogni sorta di ringraziamenti, unicamente, Colui che ci ha creati e che ha il potere assoluto di salvarci.

Matt.1:18-24; Luca 1:34-35; la divina Persona di Gesù entrò nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo. Ella diede alla luce Gesù uomo, la sua natura umana, ma quella divina era preesistente e poté trovarsi nel grembo di Maria per opera dello Spirito Santo.

Fu la divina Persona di Gesù, la potenza dello Spirito Santo e del Padre a mettere in atto il meccanismo della gravidanza di Maria nella sua verginità.

Ella in quanto donna, creatura, è madre del Gesù vero uomo, non del Gesù vero Dio, Creatore d’ogni cosa. Gesù, nella sua natura incarnata di uomo, aveva un’anima, uno spirito e un corpo, ma aveva anche la natura e l’essenza divina; ovvero, la Persona Spirituale Onnipotente del Gesù celeste s’incarnò in un corpo umano che aveva lo spirito e l’anima comune a tutti gli uomini sulla terra, e che però furono distinti dalla Divinità. La Parola di Dio si era incarnata in un corpo umano dal quale era distinta. Maria è madre della natura umana di Gesù che comprende l’anima, lo spirito e il corpo, ma non dell’Essere divino. Il Gesù divino ha solo un Padre (il Padre Altissimo), Colui che lo ha dall’eternità generato nel suo seno; Egli non ha una “Madre”, ma solo un Padre celeste; Maria, inoltre, che è una creatura, è stata ella stessa creata da Gesù. Il Gesù Dio è figlio del Dio Padre Altissimo. Il Gesù uomo è figlio di Maria. Gesù Dio non ha un Padre e una Madre, ma solo un Padre, e solo da Lui è stato eternamente generato. La verginità di Maria è servita ad un tempo per dimostrare l’opera miracolosa del parto, ma anche la figliolanza e la natura divina e non carnale del Gesù Dio incarnato. Matt.1:18,20: “...si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.....perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo”; Luca 1:35: “L’angelo le rispose: <Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio>”. Il Padre di Gesù Dio è uno solo (Colui che lo ha generato dall’eternità), l’ Iddio Padre Onnipotente. Per il resto, come è detto in Marco 3:31-35; Luca 8:19-21; Matt.12:46-50 chiunque nella fede e in forma spirituale può, come meglio crede, sentirsi madre, sorella o fratello nei confronti della persona umana di Gesù (sembra che, nella circostanza dei versetti appena citati, Gesù fosse con i suoi discepoli in una casa; sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle quando vennero per incontrarlo aspettavano di fuori: Matt.12:46-47; Marco 3:31-32 ).

Luca 11:27-28; tutti coloro che mettono in pratica la volontà di Dio sono beati e la loro beatitudine e il loro privilegio è maggiore della semplice maternità di Maria nei confronti dell’uomo Gesù, se non fosse però che anche ella fu credente e mise in pratica la volontà di Dio. Gesù, nel passo di Luca appena citato, vuole affermare che Maria non è più beata degli altri, per il semplice fatto che è stata sua madre, ma beati sono tutti coloro che praticano la volontà di Dio in modo efficiente. Il Gesù Dio (la Persona divina Gesù) è Colui che assieme al Padre e allo Spirito Santo (eterni e preesistenti) ha creato ogni cosa; come può Maria essere madre della divinità di Gesù? Ella riguardo alla divinità di Gesù figura solo come “madre adottiva”, come del resto Giuseppe figura come “padre adottivo” sia per la divinità di Gesù, ma anche (a differenza di Maria) per quella umana, della quale invece Maria è madre a tutti gli effetti.

Rimasi sconcertato in una occasione quando, da parte di uno studioso cattolico, mi fu detto che Maria, in ogni caso, solo per il fatto di essere stata prescelta per concepire Gesù, fosse davanti a Dio la figura umana superiore e rivestita di maestà più di ogni altra creatura.

In pratica, mi fu fatto figurativamente un esempio del genere: una scala con dei gradini, sull’ultimo gradino c’era Dio, subito dopo veniva la Madonna, San Giuseppe e in seguito tutti gli altri angeli e santi. Si spiega perché i cattolici si volgono verso Maria in modo particolare, perché la ritengono dopo Dio “la mediatrice per eccellenza” superiore a ogni altro “santo intercessore”. Dietro a tutto ciò, chiunque abbia una vera conoscenza biblica, può riscontrare con estrema facilità la natura carnale e pagana di tali ideologie. Gesù prevedendo che ciò sarebbe accaduto fece in modo che Maria non fosse mai presa in considerazione più del dovuto (Matt. 12:46-50; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21; Giov. 2:3-7; Luca 11:27-28), e a chi si rivolse a Lui ponendo un’enfasi non biblica riguardo alla persona di Maria, Egli rispose: “Mentr’egli diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse:<Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!>. Ma egli disse:< Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!>” (Luca 11:27-28).

Comprendiamo il messaggio di Gesù di quest’ultimo passo e proviamo a pensare cosa risponderebbe oggi il Signore nei confronti di coloro che certamente non si limitano solamente a quanto accade nel passo, ma rivolgono a Maria infinite preghiere (rosari, ecc.), la invocano pur essendo ella defunta, la venerano e ne sono infinitamente devoti.

Ad aumentare il culto verso Maria vi sono le numerose apparizioni di quest’ultimo secolo; tutto ciò non solo ha alimentato nuove e controverse forme di pietà popolare, ma ne ha stabilizzato, in modo più forte, il culto in generale nei riguardi della persona di Maria. Noi sappiamo quanto dice Paolo in Galati 1:6-10, che quand’anche scendesse un angelo dal cielo e portasse un insegnamento, una dottrina, o rivelazioni estranee ed opposte all’insegnamento delle Sacre Scritture sia anatema. In pratica, la “Madonna” nelle sue varie apparizioni ha detto e dichiarato tantissime cose estranee ed opposte al messaggio biblico, quindi, non può trattarsi di un messaggero o inviato di Dio. Di conseguenza, tutto ciò, invece di rafforzare il culto avrebbe dovuto far verificare il contrario. Ma del resto chi è lontano dalla verità non può, con le sue sole forze, comprendere i segni e gli avvenimenti, discernendo quelli divini da quelli non divini. Nella Sacra Scrittura è con forza affermato che non vi è un altro nome all’infuori del nome di Gesù, per il quale possiamo essere salvati; di conseguenza l’invocazione alla Madonna risulta vana, inutile e provocatoria nei confronti di Dio e dell’opera salvifica di Cristo Gesù (Atti 4:12). Nella Scrittura è chiaramente detto che è proibito invocare i morti, esserne devoti, porgere loro preghiere e venerarli; ciò, oltre ad essere offensivo riguardo a Dio, risulta essere certamente un culto che non porta ad alcun minimo beneficio; anzi! Lev. 19:31; Lev. 20:6; Isaia 8:19-20.

La Scrittura, inoltre, dichiara, in modo molto chiaro e preciso, di non venerare gli angeli e alcun’altra creatura e quindi anche Maria: Colossesi 2:18-19; Ap. 22:8-9; c.19:9-10.

È proibito non solo venerare le creature ma peggio ancora farlo attraverso loro immagini e sculture: Deut. 5:8-10; Esodo 20:4-6.

La Sacra Scrittura indica Gesù Cristo come l’unico intercessore, mediatore fra Dio e gli uomini (1Timoteo 2:5-7). Questo principio di ispirazione divina viene contraddetto dall’ideologia cattolica (e non solo) come lo si vede nel codice del Catechismo cattolico, dove Maria viene indicata come “ la mediatrice per eccellenza ”. A dirla tutta, la Chiesa Cattolica, ritiene come intercessori e mediatori tutti i suoi “santi” morti canonizzati e gli angeli. Anche in questo studio abbiamo visto come, molto dell’insegnamento e delle dottrine cattoliche, siano opposte all’insegnamento ispirato della Parola di Dio. Maria è chiaramente una santa che è vissuta in umiltà e fedeltà al Signore; è un esempio per tutti noi come lo sono tanti altri santi morti (attenzione, con la parola “santi”, in questo caso, non si intendono però “i santi” del culto cattolico in generale [a parte molti di quelli dell’epoca apostolica e della Chiesa primitiva, ritenuti giustamente santi dalla medesima Chiesa]) di ogni epoca che sono vissuti con fedeltà vera al Signore. Noi ringraziamo il Signore di aver attuato il suo disegno attraverso una donna simile, come è stata Maria, nell’umiltà e nella fedeltà al Signore, ma in alcun modo possiamo o dobbiamo invocarla e venerarla, perché ciò vorrebbe dire idolatria, offendere Dio e anche Maria stessa.

Maria non è la “Madre di Dio” nel senso cattolico, poiché ha dato a Cristo la natura umana e non quella divina.

I testi citati: Matt. 12:46-50; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21; Luca 11:27-28, Giov. 2:3-7 mostrano che il Signore ha sempre vigilato affinché gli uomini (e anche Maria stessa) non attribuissero alla figura della madre di Gesù un rango più elevato degli altri, né una parte nel suo ministero.

In Giov. 2:1-12, alle nozze di Cana, Maria vede con gioia che Gesù si manifesta come Messia e crede alla sua missione. Cristo si oppone con rispetto, ma con fermezza, all’intervento inopportuno di sua madre; v.4: “Gesù le disse: <Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta>”.

Le fa comprendere che ella non deve entrare in rapporto col suo ministero esclusivo di Messia e Salvatore. Come figlio le mostra rispetto, come Messia, Salvatore e Dio la mette sullo stesso piano dei suoi discepoli, poiché Maria, come chiunque altro, aveva bisogno della salvezza offerta da Cristo. “L’ora mia non è ancora venuta” (Giov.2:4; Giov.2:11). Questa frase di Gesù sta a significare che non era ancora venuto il momento in cui Gesù doveva compiere il primo miracolo ufficiale, e Maria sua madre, a differenza di come interpretano i teologi cattolici, non doveva avere alcuna parte nel suo esclusivo ministero di Messia: “Che c’è fra me e te, o donna?”.

Per capire ulteriormente il distacco che Gesù voleva intendere quando parlò così a Maria, riguardo al suo ministero esclusivo di Messia e di Salvatore nel c.2:4 di Giovanni, è bene leggere: Marco 5:7-8 “e a gran voce disse: <Che c’è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi>. Gesù, infatti, gli diceva: <Spirito immondo, esci da quest’uomo!>”.

Il “che c’è fra me e te” nel c.2:4 di Giovanni vuol rendere chiaro come Gesù ponesse Maria, riguardo al suo ministero di Salvatore, sullo stesso piano dei suoi discepoli. Egli ripeté che il legame spirituale, che lo univa ai discepoli, aveva più valore di qualsiasi legame carnale: Matt. 12:50 “ Poiché chiunque avrà fatta la volontà del Padre mio che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre”.

Il “che c’è fra me e te”, dà ad intendere come per Gesù, il rapporto di Salvatore e Messia nei confronti di sua madre non era più elevato di quello con i suoi discepoli; ella, pur essendo la madre della sua natura umana, aveva bisogno come tutti di essere salvata tramite il ministero di Gesù Cristo. Maria occupa un posto unico nella storia del cristianesimo come madre del Messia, del Gesù uomo (Luca 1:48: “...Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”), perché ha avuto l’onore di essere la madre della natura umana di Gesù, il canale attraverso il quale, il divino Gesù preesistente è entrato nel mondo (attraverso il grembo materno di Maria) per opera dello Spirito Santo.

 

 

La “donna” di Apocalisse cap.12

Molti teologi cattolici vedono nella “donna” di Ap. c.12 la figura di Maria elevata al rango di “Regina del cielo”. Altri teologi cattolici pensano che la “donna”, del passo in questione, figuri la Chiesa, altri ancora l’una e l’altra cosa, in maniera sovrapposta. È del tutto evidente che c’è un bel po’ di incertezza e confusione in ambito cattolico, e non solo, riguardo all’interpretazione del passo che stiamo per trattare a proposito della “donna”.

La “donna”, ivi menzionata, rappresenta, invece, l’antico popolo di Dio, Israele.

La ragione per cui Israele (la “donna”) è perseguitato dal dragone è che esso ha dato al mondo la testimonianza di Dio (le Sacre Scritture) e il Salvatore (Cristo Gesù).

D’altro canto, Israele, numerosissime volte nelle Sacre Scritture, viene presentato e figurato come una “donna” (a volte fedele, a volte infedele), ciò avviene anche per descrivere e presentare spesso gli altri popoli della storia biblica. Cito gli esempi che ritengo più rilevanti: Galati 4:21-26 “...Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre...”; Osea 2:16-19: “...dice il SIGNORE, <che tu mi chiamerai: Marito mio...>”; Geremia 31:22: “Fino a quando te ne andrai vagabonda, figlia infedele? Poiché il SIGNORE crea una cosa nuova sulla terra: la donna che corteggia l’uomo”; Isaia 54:5-6: “Poiché il tuo creatore è il tuo sposo...Poiché il SIGNORE ti richiama come una donna abbandonata, il cui spirito è afflitto, come la sposa della giovinezza..”; Isaia 50:1: “..Dov’è la lettera di divorzio di vostra madre, con cui io l’ho ripudiata?... per i vostri misfatti vostra madre è stata ripudiata”; Osea 2:2: “Contestate vostra madre, contestatela! perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito!..”; Osea 2:19: “Io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità...”; Michea 4:10: “Soffri e gemi, figlia di Sion, come donna che partorisce, perché ora uscirai dalla città, abiterai per i campi, e andrai fino a Babilonia...”; Geremia 4:31: “Odo infatti dei gridi come di donna che è nei dolori; un’angoscia come quella di donna che è nel suo primo parto; è la voce della figlia di Sion...”; Geremia 46:11: “Sali a Galaad, prendi del balsamo, o vergine, figlia d’Egitto!..”; Isaia 47:1: “Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia..”; Geremia 18:13: “..La vergine, d’Israele ha fatto una cosa orribile, enorme”; Geremia 31:4: “Io ti ricostruirò e tu sarai ricostruita, vergine d’Israele..”; Isaia 1:8: “La figlia di Sion è rimasta ....come una città assediata”; Sofonia 3:14: “Prorompi in grida di gioia, o figlia di Sion. Alza grida di esultanza, o Israele...”; 2 Re 19:21: “..La vergine figlia di Sion ti disprezza, si fa beffe di te; la figlia di Gerusalemme scrolla il capo dietro a te”; Zaccaria 9:9: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme...”; Lamentazioni 4:22: “Il castigo della tua iniquità è finito, o figlia di Sion!...”; Osea 2:2-7; Ezechiele c.16; Ezechiele c.23; Amos 5:2; Isaia 22:4; c.23:12; c.37:22; c.47:7-9; c.52:1-2; c.62:11-12; Geremia 4:11; c.8:19-22; c.13:21; c.14:17; c.22:23; c.46:24; Lament. 1:1,6; c.1:15; c.2:1-18; c.3:48.

Dopo aver visto come tantissimi profeti presentano molteplici volte Israele come una “donna”, non dovrebbe più sorprenderci il fatto che la “donna” di Ap. c.12 sia Israele.

Tra l’altro, lo stesso veggente Giovanni, nella sua composizione del libro dell’Apocalisse, presenta il popolo infedele di Dio ugualmente come una “donna” (la “meretrice”, la “prostituta”). È chiaro che, nel parlare della grande tribolazione, il veggente descrive, da una parte, l’Israele di Dio (c.12) sotto le vesti di una “donna” comune ai profeti, da un’altra parte (c.17-18) l’infedele popolo sotto le vesti di una “donna” meretrice, prostituta, che è adultera nei confronti di Dio. Nel parlare di Babilonia la grande (la “donna prostituta”), trattando il periodo della tribolazione prima del Regno di Dio e del giudizio finale, Giovanni spreca due capitoli interi (c.17-18) nel descriverla, e vuoi che non abbia dedicato un solo capitolo al popolo fedele di Dio, l’Israele vero (la “donna” del c.12)?

La meretrice (Babilonia la grande) è anch’essa presentata come una “donna”, la stessa cosa avviene anche per l’Israele fedele (c.12).

Si ha, come un parallelismo, da una parte la “donna” del c.12 (l’Israele vero, fedele), dall’altra parte la “donna” infedele, la “prostituta” (c.l7-18), la “meretrice” (“BABILONIA LA GRANDE, LA MADRE DELLE PROSTITUTE E DELLE ABOMINAZIONI DELLA TERRA”: c.17:5). Ma leggiamo i versi più interessanti riguardo alla “donna” meretrice: c.17:3-6 “...e vidi una donna seduta sopra una bestia... La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle.... E vidi che quella donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù”; c.17:18: “La donna che hai vista è la grande città che domina sui re della terra”; c.18:7-10: “Datele tormento e afflizione nella stessa misura in cui ha glorificato se stessa e vissuto nel lusso. Poiché dice in cuor suo: <Io sono regina, non sono vedova e non vedrò mai lutto!>...I re della terra, che fornicavano e vivevano in lascivie con lei, quando vedranno il fumo del suo incendio piangeranno e faranno cordoglio per lei. Spaventati dai suoi tormenti se ne staranno lontani e diranno: <Ahi! Ahi! Babilonia, la grande città, la potente città! Il tuo giudizio è venuto in un momento!>”. Babilonia la grande, nel passo dell’Apocalisse in questione, è chiaramente la figura del popolo infedele di Dio, sotto tutti gli aspetti. Nel c.12:1 si descrive la futura gloria celeste d’Israele (la “donna”), mentre nel c.17:4 si vede come la “donna” meretrice (Babilonia la grande) abbia una gloria ricevuta dall’uomo e non da Dio e al c.18:7 si legge come verrà punita nella stessa misura in cui si è autoglorificata. Babilonia la grande al c.17 rappresenta la falsa religione mondiale (che ovviamente raggrupperà tutte le più importanti ideologie religiose menzognere), mentre al c.18 rappresenta il potere commerciale e politico mondiale, senza scrupoli, del mondo globale di quel tempo. Nel c.12 dell’Apocalisse viene, poi, detto che la “donna” fugge nel deserto per 1260 giorni (l’ultima e tremenda fase della grande tribolazione, infatti, essa durerà completamente sette anni), subisce un attacco dal serpente che non è un attacco spirituale, ma fisico sulla terra, ed, infine, è nutrita sempre per quei 1260 giorni (tre anni e mezzo) nel deserto. È fin troppo chiaro che la “donna”, in questione, non può essere, in alcun modo, Maria; che ci andrebbe a fare nel deserto, rifugiata, per 1260 giorni? Per quale motivo e come dovrebbe essere nutrita Maria e quali attacchi terrestri Satana potrebbe e dovrebbe attuare contro di lei? Se parla di Maria, sembrerebbe strano che Satana perseguiti un’anima che è in cielo con Dio, tanto da costringerla a fuggire, come se Dio lasciasse che le anime sante dei defunti, che vanno in paradiso, possano essere perseguitate da Satana anche in cielo. Che timore ci coglierebbe se così fosse! Vediamo nel c.12:15-16: “Il serpente gettò acqua dalla sua bocca, come un fiume dietro alla donna, per farla travolgere dalla corrente. Ma la terra soccorse la donna: aprì la bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva gettato fuori dalla sua bocca”. Quest’acqua, come un fiume contro la “donna”, figura alcuni popoli che aizzati dal serpente attaccheranno Israele che quasi miracolosamente resterà illeso, forse per aiuto di nazioni amiche o per eventi soprannaturali, oppure tutte e due le cose insieme. Ap.17:15: “...<Le acque che hai viste e sulle quali siede la prostituta, sono popoli, moltitudini, nazioni e lingue>”; Salmo 18:16-19: “Egli tese dall’alto la mano e mi prese, mi trasse fuori dalle grandi acque. Mi liberò dal mio potente nemico, da quelli che mi odiavano, perch’eran più forti di me...”; Isaia 17:13: “Le nazioni rumoreggiano, come rumoreggiano le grandi acque. Ma egli le minaccia, ed esse fuggono lontano”; Geremia 47:2-4: “Così parla il SIGNORE: <Ecco, delle acque salgono dal settentrione; formano un torrente che straripa; esse inondano il paese e tutto ciò che contiene, ...perché giunge il giorno in cui tutti i Filistei saranno devastati...”; Isaia 60:5: “Allora guarderai e sarai raggiante... poiché l’abbondanza del mare si volgerà verso di te, la ricchezza delle nazioni verrà a te”; Isaia 8:7-8: “ecco, il SIGNORE sta per far salire su di loro le potenti e grandi acque del fiume, cioè il re d’Assiria e tutta la sua gloria...”; Salmo 46:3-6: “se le acque rumoreggiano, schiumano e si gonfiano... Le nazioni rumoreggiano, i regni vacillano; egli fa udire la sua voce, la terra si scioglie”.

Diventa chiaro come al v.15-16 si parli di un attacco terrestre verso il popolo d’Israele e non verso Maria che è in cielo con Dio, con gli angeli e gli altri santi. Come già detto all’inizio dell’argomentazione, che stiamo trattando, alcuni teologi cattolici pensano che nel c.12 si presenti la figura di Maria, ma anche della Chiesa in maniera sovrapposta; ovvero in un tempo Maria, in un altro tempo la Chiesa perseguitata. Dal v.1 al v.5 la “donna” figurerebbe Maria, dal v.6 in poi, invece, la Chiesa perseguitata dal serpente. Questo mutamento è assai artificioso ed ignobile; riguardo ad Israele (ed alla Chiesa) si parlerebbe solo della persecuzione (e non della gloria futura), mentre il v.1, che parla, invece, della futura gloria celeste, del regale premio del popolo di Dio, apparterebbe e rappresenterebbe solo la gloria di Maria come “Madre di Dio”.

Il v.1 dice: “Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo”. Il rivestimento del sole e la luna sotto i piedi indicano la gloria celeste futura del popolo di Dio; la corona sul capo della “donna” rappresenta il titolo regale d’Israele (Ezechiele 16:12); le dodici stelle rappresentano le dodici tribù d’Israele (è chiaro che nella figurazione dell’Israele regale, sotto le vesti di una “donna”, la Chiesa vi faccia parte, d’altronde, l’Israele spirituale è il popolo credente di Dio per mezzo di Cristo Gesù, di ogni nazione e parte del mondo. Gesù stesso disse che “Giudeo” non era chi lo era secondo la carne, ma chiunque avrebbe fatto la volontà di Dio).

A mio avviso il capitolo 12 si divide, invece, in una visione nel cielo dell’Israele vero (la “donna”), Chiesa inclusa, che figura la gloria futura del popolo di Dio, e in una visione terrena che figura la persecuzione letterale sulla terra del popolo ebreo (Israele): Ap.12:13-16 e in un secondo momento anche della Chiesa vivente sulla terra: Ap. 12:17.

Non c’è un mutamento di soggetto, ma solo un mutamento di proiezione profetica nei riguardi d’Israele; si passa da una visione nel cielo ad una visione sulla terra, infatti, la “donna” fugge nel deserto e viene perseguitata sulla terra; è chiaro, quindi, che la visione dal cielo (v.1) si è spostata sulla terra (v.6,13-16). C’è da chiedersi perché debba avvenire un mutamento di soggetto, vale a dire perché la “donna” dovrebbe indicare Maria, in un primo momento, e, solo dopo, indicare Israele (o come secondo alcuni teologi cattolici la Chiesa)? Sin dai tempi antichi ad Israele era stata promessa la gloria celeste, rappresentata nel v.1 del c.12 di Apocalisse. Qui invece se crediamo che al v.1 si descrivi Maria e la sua gloria, riguardo ad Israele viene menzionato solo persecuzione e non la speranza finale della gloria, almeno non in questa visione. Leggendo il c.12, per intero, si capisce bene come la “donna” glorificata è anche quella che partorisce, ed è anche quella che viene perseguitata sulla terra dal serpente; quando e come dovrebbe avvenire il mutamento da Maria ad Israele (o la Chiesa)? Al v.1 il veggente descrive una visione celeste della gloria futura d’Israele (e della Chiesa), più avanti descrive una visione sulla terra riguardo alla stessa “donna”, descrivendo invece la tribolazione e la persecuzione che l’Israele ancora sulla terra (e in seguito anche la Chiesa) dovrà subire prima che venga il giorno della coronazione e della gloria completa. A portare molti teologi cattolici a credere che la “donna” di Ap. c.12 sia Maria, sta il fatto che questa “donna” (v.2) viene presentata nella visione come incinta e partoriente un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro (v.5). Bisogna, innanzi tutto, dire che qualsiasi interpretazione si voglia dare alla figura del figlio partorito, sarebbe molto strano, se credessimo che la “donna” fosse Maria, il fatto che al figlio (che quindi sarebbe Gesù) non vengano dedicati elementi di gloria (v.2-5), almeno simili a quelli dedicati secondo molti teologi cattolici a Maria nel v.1. Invece del figlio viene detto solo che reggerà tutte le nazioni con una verga di ferro, mentre Maria da sola verrebbe presentata con immensa gloria e regalità celeste (v.1).

Parlando del “figlio maschio”, pur ritenendo sufficientemente valida la tesi di molti studiosi evangelici (ma non troppo perché presenta i suoi problemi) che questi figuri Gesù, che venne dal popolo d’Israele (dalla “donna”), ovvero che, in pratica, venne partorito nel mondo da esso; bisogna dire comunque che vi sono alcune tesi forse più attendibili, ma non è l’occasione adatta per discuterle, ci vorrebbero troppe parole per renderle chiare ed accettabili. Lo scopo di questo studio è un’altro, far venire alla luce l’identità vera della “donna” di Ap.12. Ad ogni modo quel che c’è di certo è che la “donna” in questione non è Maria; si noti anche il fatto che dopo che il figlio è stato partorito e rapito verso Dio (v.5) e dopo che Michele e i suoi angeli combattono contro Satana e i suoi angeli (v.7-9), al v.13 è scritto: “Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò la donna che aveva partorito il figlio maschio”; al v.14: “Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, lontana dalla presenza del serpente”® v.6 (I 1260 giorni del v.6 sono la stessa cosa di, un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, inoltre lo sono anche quando si parla di 42 mesi: Ap. 13:5; il calendario ebraico era di 360 giorni l’anno [perché usavano il calendario lunare anziché quello solare], quindi ogni mese era di 30 giorni; 42 mesi fanno esattamente 1260 giorni o tre anni e mezzo; come vedete le date profetiche riguardo a quest’avvenimento sono precise e concordano tra loro).

È chiaro che Satana perseguita la stessa “donna” che aveva partorito il “figlio maschio” e questa stessa “donna”, e non un’altra, si rifugia per 1260 giorni nel deserto. È evidente che non c’è alcun mutamento di soggetto; come potrebbe Maria essere perseguitata da Satana, essendo oggi in cielo con Dio? E perché dovrebbe rifugiarsi ed essere nutrita nel deserto?

Il passo dice chiaramente che è la stessa “donna” che ha partorito che si rifugia nel deserto; perché i teologi cattolici qui mutano la figura di Maria in quella della Chiesa? Perché sarebbe impossibile far passare per vero, che al tempo della grande tribolazione (che è un evento futuro), Maria debba, in qualche modo, scappare, rifugiarsi, essere nutrita nel deserto, ed essere anche attaccata (v. 15-16) da un esercito di uomini terrestri, essendo un’anima che sta in cielo che aspetta, come le altre anime salvate, la resurrezione corporale. Voi avete visto un mutamento di soggetto nello scritto di questo passo ispirato? Qui si parla sempre della “donna” Israele e mai di Maria. Dio punirà gli ipocriti, coloro che manipolano, per loro interessi teologici preconfezionati, la sua Parola e le visioni e rivelazioni date al veggente Giovanni e a tutti gli altri profeti, veggenti e scrittori ispirati, della Bibbia. È utile sapere che non bisogna seguire il concetto di consecuzione, o non, degli eventi col solo criterio dei capitoli e dei versetti numerati, perché questi furono aggiunti dopo dall’uomo, ed è facile pensare che la loro collocazione, spesso, non essendo ispirata, possa ostacolare la consecuzione dovuta agli eventi rivelati e che, quasi mai, sono utili a spiegare o facilitare tale apprendimento riguardo agli eventi, tuttavia, questo metodo è assai utile per trovare i passi e i versi desiderati con facilità, ma, al di là di tale scopo, non bisogna utilizzarlo.

Giovanni scrisse l’Apocalisse (o rivelazione di Gesù) come si scrive una comune lettera, senza mettere capitoli o versetti numerati, quindi, sarebbe utile a tutti usare un criterio più elevato riguardo ai passi (in questo caso dell’Apocalisse), identificando la consecuzione o non, degli eventi, senza tener conto dei capitoli o versetti numerati, ma affidandosi pienamente allo Spirito di Dio, come unica guida e ad uno studio profondo e sincero, come del resto, bisogna fare nei riguardi di tutti gli Scritti Sacri.

Durante gli ultimi tre anni e mezzo (o 1260 giorni, o un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, o 42 mesi) della grande tribolazione, la “donna” (Israele), che ormai non sarà più una nazione nel senso di uno Stato come lo è oggi, dopo aver avuto un attacco da parte del serpente (il dragone), fugge e trova un riparo nel deserto, dove viene nutrita malgrado le sanzioni ordinate dall’Anticristo: Ap. 12:6; c.12:14.

Durante l’attacco del serpente (che simbolicamente sta a significare che popoli nemici si raduneranno per attaccare lo Stato d’Israele, che soccombendo, a causa di tale attacco, non rimarrà altro che un popolo disperso che fuggirà nel deserto: Matt. 24:15-22; Marco 13:14-20), la stessa terra prende le difese della “donna”: Ap. 12:14-16 (forse nazioni amiche o eventi soprannaturali, o entrambi, aiuteranno il popolo ebreo e questi, in qualche modo, avrà il tempo di fuggire nel deserto, nel quale sarà protetto dal nemico).

Durante il regno dell’Anticristo è probabile che gli ebrei trovino un rifugio in Transgiordania e fin nel deserto della Siria. Infatti, Daniele spiega che l’Anticristo entrerà in Palestina per schiacciare i giudei ma “Edom, Moab e la parte principale dei figli di Ammon” scamperanno dalle sue mani: Daniele 11:41.

I fuggitivi (Matt. 24:15-22; Marco 13:14-20; Isaia 26:20-21; Gioele 3:14-16; Sofonia 2:1-3) che si nasconderanno in quei territori, troveranno scampo e nutrimento per il resto della tribolazione.

A questo punto Satana (il serpente) non potendo più far niente alla “donna” fuggita (il popolo ebreo che mediante la predicazione dei due testimoni: c.11:1-14, e dei 144.000: c. 7:1-8, almeno in parte, si è convertito a Cristo, prima dell’attacco allo Stato d’Israele) che sarà dispersa nel deserto, sempre nelle vesti dell’Anticristo, si scaglia contro il “rimanente” fedele: v.17 (gli individui e non la nazione), coloro che sono ancora nel paese e che non sono fuggiti nel deserto quando è scoppiato l’attacco tremendo verso il popolo d’Israele, a metà periodo della tribolazione: Matt. 24:15-22, Marco 13:14-20 (la tribolazione durerà sette anni, a metà di questo periodo, ciò dovrebbe avvenire e durare per tre anni e mezzo circa, ovvero 1260 giorni, 42 mesi); in più e soprattutto non risparmierà assolutamente (v.17) “...quelli che restano della discendenza di lei che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù...”, ovvero i cristiani, di ogni nazione e parte del mondo, che si saranno convertiti al Salvatore dopo il rapimento della Chiesa che avverrà poco tempo prima dell’inizio della tribolazione che durerà sette anni. Questi verranno tremendamente perseguitati, torturati e uccisi dal regime dittatoriale omicida dell’Anticristo, poco tempo dopo l’attacco degli eserciti sferrato alla nazione d’Israele e per i restanti tre anni e mezzo della tribolazione. È chiaro che mentre al v.1, parlando della gloria futura d’Israele nel Regno di Dio (il Regno di mille anni), è implicita anche la figurazione della Chiesa, nelle fasi successive vediamo come riguardo alla persecuzione, da parte del serpente, alla “donna”, che ha partorito, sia da identificare, in un primo momento, precisamente solo il popolo ebreo, mentre i credenti cristiani perseguitati, di ogni razza e parte del mondo, compaiono solo nel v.17, quando l’Anticristo, non potendo quasi più far niente contro la “donna” (il popolo ebreo rifugiato nel deserto), rivolge la sua tremenda attenzione sul mondo cristiano in generale, applicando normative omicida contro di esso. Ad ogni modo non si pretende con certezza di aver descritto gli eventi futuri con dettagliata precisione; Dio solo sa nei dettagli cosa accadrà, noi dovremo aspettare che tali eventi si verifichino per conoscerne le ulteriori precisazioni nei dettagli. Comunque, non vien meno la convinzione, da parte mia, che quanto detto, riguardo alle profezie di persecuzioni, in senso generale, si verificheranno, secondo quanto spiegato, in virtù di una evidente e chiara esposizione biblica nei riguardi di tali eventi.

Il mio scopo era quello di detronizzare la menzognera ideologia cattolica e di quant’altri che credono di poter trovare nel c.12 di Apocalisse una giustificazione al culto di Maria e al titolo a lei dato di “Madre di Dio”; spero di esserci riuscito, ringraziando e lodando sempre l’Iddio Creatore. A Lui sia la gloria, l’onore, la lode e l’adorazione, oggi e in eterno.

Perché si deve sempre voler manipolare le Sacre Scritture per agevolare dottrine che vengono dalla tradizione pagana dell’uomo?

In Ap. 22:18-19 è detto che se qualcuno aggiunge o toglie qualcosa dalle parole di queste profezie, Dio lo punirà con estrema severità. E ciò non vuol dire soltanto tradurre lo Scritto Sacro in modo corretto senza manipolazioni letterarie, ma anche stare attenti nell’evangelizzazione e nell’esporre gli insegnamenti riguardo a tali profezie, senza farlo con malizia o fine estraneo alla volontà e verità rivelata, seguendo le proprie ideologie e abbassando l’autorità della Bibbia e di Dio.

Qui ho voluto solo rendere chiara l’identificazione della “donna” con Israele (e con l’Israele futuro e la sua gloria comprendente anche la Chiesa: v.1); comprenderete che elencare ulteriori particolari, mi avrebbe distolto dallo scopo iniziale che era quello di detronizzare il culto verso la “Madonna”. Si dovrebbe scrivere un libro esclusivamente per il c.12 di Apocalisse per poterne trattare gli eventi in modo consecutivo e completo.

(Ap. 12:4; la caduta della terza parte delle stelle del cielo sulla terra potrebbe significare che il potere di Satana si estende sia nei cieli che sulla terra o anche, come è più probabile, la caduta dei suoi angeli assieme a lui sulla terra, a causa della perdita della battaglia nel cielo con Michele e i suoi angeli, che avverrà in quel tempo e in modo spirituale, invisibile e soprannaturale: Ap. 12:7-9. Dopo tale avvenimento Satana e i suoi angeli non potranno avere più accesso in cielo, come invece avviene ancora oggi: Ap.12:10-12; Giobbe 1:6-7; c.2:1-2, ma saranno sconfinati in modo definitivo sulla terra ed è per questo che il loro potere di azione sul mondo aumenterà).

Sembra che l’Anticristo debba governare a livello mondiale in modo globale per sette anni (Daniele 9:27; “settimana” di anni), ma a metà di quei sette anni dopo che avrà regnato per tre anni e mezzo e si sarà prodigato efficientemente (ma falsamente) per promuovere la pace mondiale (anche se non mancheranno, tuttavia, casi sporadici di guerre nel mondo, in qualche modo, in questo primo periodo della tribolazione, ci riuscirà quasi ad un livello globale), si rivelerà (dopo quei primi tre anni e mezzo) drasticamente per quello che egli, in realtà, è; si rivelerà come un tremendo distruttore e omicida (e ciò sarà in concomitanza con il potere datogli dal dragone: Ap. 13:2-5,7) e vi saranno guerre devastanti nel mondo intero per tutto il resto degli ultimi tre anni e mezzo.

Probabilmente all’inizio dei sette anni stipulerà trattati di pace con e fra molte nazioni, promovendo la diplomazia pacifista. Infatti, in Daniele 9:27 è detto che in mezzo alla settimana (sette anni) quindi dopo tre anni e mezzo e per i restanti tre anni e mezzo (vedere: Ap. 13:5; 42 mesi = tre anni e mezzo), l’invasore, l’Anticristo, farà cessare sacrifici e offerta (probabilmente egli stesso prima ne promuoverà la restaurazione a Gerusalemme, assieme alla ricostruzione del tempio) oltre a rompere i trattati di pace, che prima avrà stipulato, e commetterà le cose più abominevoli mai accadute sulla terra; ucciderà i santi e coloro che gli saranno avversari nei suoi scopi: Ap.13:7. Sarà in quel tempo che molti ebrei convertiti, e non, fuggiranno nel deserto e troveranno scampo (la “donna” che fugge); molti altri invece, i convertiti a Cristo di ogni nazione e contrari al regime dell’Anticristo, troveranno la morte, ma il loro premio sarà grande: Ap. 20:4-6, essi regneranno con Cristo mille anni sulla terra, assieme alla Chiesa rapita e ai morti resuscitati di ogni tempo, e in seguito tutti noi credenti vivremo su una nuova terra (che avrà un nuovo cielo e non ci sarà più il mare), nella Gerusalemme celeste e saremo con Dio Onnipotente nel suo amore in eterno.

La progenie della donna di Genesi 3:15

Un altro passo che i teologi cattolici prendono per sostenere, non si riesce a capire in che modo, la dottrina del culto a Maria è Genesi 3:15: “Io porrò inimicizia fra te e la donna e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno”. Il passo dice che la progenie (Gesù Cristo) della “donna” schiaccerà il capo del serpente, ovvero lo vincerà del tutto (questo è avvenuto spiritualmente sulla croce e concretamente avverrà al giudizio finale quando Satana e i suoi verranno eternamente rinchiusi nell’inferno); il serpente, d’altra parte, ha ferito questa progenie (Gesù Cristo) al calcagno, ovvero disegnò ed attuò la morte di Gesù, con la quale, poi, lo stesso serpente è stato sconfitto. Come si fa qui in questo passo a vedere la figura di Maria, o addirittura Maria, come “Madre di Dio”, col suo culto secondo l’ideologia cattolica? Qui si profetizza la venuta di Gesù che avrebbe sconfitto Satana (con la sua morte espiatoria sulla croce).

Perché allora bisogna assistere a innumerevoli assurdità? Perché fare di questo passo un qualcosa che indichi, ad esempio, Maria come “Madre di Dio” o il culto da renderle? Voi vedete qualcosa di tutto ciò in questo passo? Molte volte, tanto per citare un esempio, mi è capitato di vedere immaginette e statuette della Madonna con un serpente alla loro base, la cui testa era schiacciata dai piedi, appunto, della Madonna.

Tutto ciò è offensivo nei riguardi di Gesù e della sua opera salvifica. È Gesù che ha schiacciato la testa al serpente, con la sua morte sulla croce. In più, Egli se ha potuto, spiritualmente, vincere definitivamente Satana, è perché Egli stesso è Dio; la gloria per la salvezza dal peccato va solo al Signore, Colui che per grazia, ha annientato il potere del peccato e la pena che esso comportava per i suoi figlioli. Come si può pensare che una creatura (Maria), per quanto umile e santa possa essere stata, abbia potuto avere tale potenza per poter far questo, quando sappiamo, invece, che la salvezza viene solo da Dio, per mezzo del suo unigenito Figliuolo, Cristo Gesù?

Il resto è pura filosofia umana che meriterà la giusta condanna divina a suo tempo.

 

Altri passi della Bibbia presi dai teologi cattolici.

 

I teologi cattolici prendono anche questi versi, che sto per citare per appoggiare le loro inique dottrine, riguardo al culto da rendere a Maria e al titolo di “Madre di Dio” che al suo nome impongono.

Giov. 19:25-27; vedendo il dolore di Maria, sua madre, Gesù volle onorarla e la consegnò alle cure dell’apostolo che egli amava (Giovanni); ciò avvenne perché i suoi fratelli carnali, vivevano in Galilea: Matt. 13:53-58; Matt. 6:1-6 (avevano la residenza lì), anche perché, inoltre, con molta probabilità non erano ancora credenti, (infatti, vediamo che probabilmente, solo dopo la resurrezione, essi credettero al ministero di Gesù: Giov. 7:3-9; Atti 1:14) e in più, perché non era difficile che fossero già sposati (1Corinzi 9:5) e quindi, tirando le somme, non potevano,, appieno curarsi di Maria loro madre e forse neanche confortarla con il giusto spirito da credente, come Giovanni, invece, avrebbe fatto.

E infatti, vediamo che da quel momento il discepolo la prese in casa sua.

Anche qui nulla che confermi minimamente le dottrine mariane cattoliche.

 

Proseguiamo:

Luca 1:42; le parole dette ad alta voce da Elisabetta: Luca 1:42 “... Benedetta sei tu fra le donne...”, danno l’idea di come a Maria era stato dato un onore più grande che a tutte le altre donne.

Maria, ispirata (Luca 1:46-55) dalla circostanza in atto, intonò un cantico per lodare Dio, innanzi tutto, per il favore speciale che le aveva concesso (v.48-49).

Ella consapevole che la nascita del suo figlio Gesù, sarebbe stata qualcosa di grande e potente disse: “... Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto il Potente. Santo è il suo nome”.

I teologi cattolici fanno di questi versetti un qualcosa di rivelatore al culto che deve essere reso a Maria come “Madre di Dio”. Il fatto che Elisabetta abbia detto: “Benedetta sei tu tra le donne” e che Maria abbia detto riguardo a sé “Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”, non significa di certo che a Maria si deve offrire un culto o che ella stessa voleva essere venerata.

Se leggiamo: Giudici 5:24 “Benedetta sia fra le donne Iael, moglie di Eber, il Cheneo! Fra le donne che stanno sotto le tende, sia benedetta”, vediamo come da Debora, nel suo cantico con Barac, figlio di Abinoam (v.1), per una donna di nome Iael, viene usata la stessa terminologia nello spessore che usò Elisabetta nei confronti di Maria, tutto questo senza che si dovesse intendere, in alcun modo, una forma di venerazione da rendere a Iael. Abraamo in Genesi 17:4-5: “Quanto a me, ecco il patto che faccio con te; tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni; non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni”, viene designato come padre di una moltitudine di nazioni, per non parlare delle benedizioni rivolte a Davide, a Mosè e a tanti altri. Benedizioni e onori dati a personaggi che hanno adempiuto fedelmente il loro mandato divino e che non hanno nulla a che vedere con il doverli venerare.

Maria ha avuto un onore particolare, perché è stata la madre di Gesù Salvatore; Mosè perché è stato il legislatore; Abraamo perché è stato il padre da cui discende il popolo di Dio (quello ebreo nella carne, e tutti i cristiani rigenerati di ogni razza e nazione [anche ebrei] nello spirito); Davide il re, perché è stato colui al quale fu promesso un trono eterno; da lui doveva discendere il vero Re ed Eterno Cristo Gesù. Ognuno ha adempiuto fedelmente ai comandi di Dio, per cui sono beati nella storia umana e sono esempi di fede in modo perenne.

Beati sono tutti coloro che mettono in pratica la volontà di Dio, con umiltà ed amore (Matt. 5:3-11) e non solo Maria e altri pochi (Luca 11:17-28).

La Scrittura dice che il popolo d’Israele dell’età avvenire sarà beato: “Tutte le nazioni vi proclameranno beati...” Malachia 3:12.

Maria ha indubbiamente avuto il privilegio di concepire e partorire Cristo Gesù; ma beati sono tutti (e non solo pochi) coloro che fanno la volontà di Dio. Essi sono santi perché vengono santificati dall’opera di Cristo Gesù in loro.

Maria è beata non solo perché concepì e partorì Gesù, ma sopratutto perché credette e praticò la volontà di Dio con un servizio sincero ed umile.

Maria disse: v.48-49 “perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva. Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto il Potente. Santo è il suo nome”.

Ella affermando che, da quel momento in poi, tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata, non voleva accreditarsi un titolo di maestosità (cosa che tra l’altro, sarebbe stato estraneo alla sua natura piena di umiltà: v.48), ma volle semplicemente dire che a causa del suo privilegio (dal suo grembo sarebbe uscito il Salvatore), il suo nome sarebbe rimasto nelle menti e ricordato di generazione in generazione, e se vogliamo anche a causa della sua fede nel compimento dell’opera divina in lei e della sua umiltà di servizio (v.45,48), esempio di fede per ogni cristiano che vuole davvero seguire l’Iddio Onnipotente.

Maria sarebbe rimasta nei ricordi di tutti i credenti, a causa del suo ruolo importante e decisivo nella storia della cristianità. Il suo nome sarebbe stato ricordato generazioni avvenire. Noi possiamo dire che Maria è beata e santa, ma tali sono anche tutti i veri credenti che operano secondo la Parola di Dio.

Maria però, come del resto altri personaggi biblici importanti per la loro opera svolta (Mosè, Abraamo, Davide, ecc.), rimane, in modo incisivo, nei ricordi della storia dell’umanità cristiana e nelle nostre menti a causa del ruolo decisivo e importante da lei avuto, appunto, nella storia umana e cristiana. Non è lecito però innalzarla agli onori degli altari, come se fosse una Dea Madre (“Madre di Dio”); Dio ha in abominio simili cose. Maria se fosse ancora viva, non avrebbe accettato in modo assoluto quanto avviene in ambito cattolico (e quant’altri) riguardo al suo nome. Solo Dio va adorato e innalzato in gloria e onore, Egli è Colui che ha creato ogni cosa e che dà la vita agli esseri viventi. Noi creature di Dio dobbiamo amarci gli uni e gli altri con profonda stima e sincerità, non però venerandoci a vicenda, o offrendo un culto gli uni agli altri, ciò sarebbe idolatria e come tale punita da Dio.

Riguardo poi al fatto che Elisabetta dica a Maria in Luca 1:43: “Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me?”, qui non viene detto che Maria è “Madre di Dio” nel senso cattolico, ma madre di Gesù, il bambino che doveva nascere, il Messia aspettato. Le intenzioni di Elisabetta non furono quelle di chiamare Maria, “Madre di Dio” (infatti non lo fece, ella non avrebbe mai detto che Dio è figlio di Maria o che Maria è “Madre di Dio”. Colui che ha creato ogni cosa è Padre di tutti e noi tutti siamo sui figli. Ella non disse: “Madre di Dio “, ma : “madre del mio Signore”, madre del Messia uomo.), perché ella stessa, benché fu ripiena di Spirito Santo (v.41), non poté trascendere la perfetta realtà che Gesù non sarebbe stato soltanto il Messia uomo ma nello stesso tempo l’Iddio incarnato. Questo venne rivelato più tardi durante il ministero di Gesù che iniziò all’età di trent’anni. Benché alcune profezie antiche lo rivelavano anche come tale, rimanevano ancora celate per tale aspetto. Perfino Maria non poté capire, prima del ministero di Gesù, che egli fosse l’Iddio incarnato, altrimenti, non sarebbe più potuta essere sua “madre”; sin da bambino Gesù sarebbe stato continuamente adorato da lei e i rapporti madre e figlio non sarebbero potuti coesistere. Questo lo si capisce anche dalla storia del Gesù dodicenne che va al tempio e vi rimane all’insaputa dei genitori, Maria dopo averlo cercato e trovato gli dice: “Quando i genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: <Figlio mio perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo, stando in gran pena>. Ed egli disse loro :< Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?> Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro” Luca 2:48-50.

Appare evidente come Maria non avesse la piena concezione della realtà del figlio Gesù; come poteva sapere che Egli era Dio? Ciò avvenne gradualmente da quando Gesù, all’età di trent’anni, iniziò il suo ministero di predicazione e di Messia. In conclusione, come avrebbe dovuto Elisabetta chiamare Maria per non lasciarvi sviare teologi cattolici? Cosa doveva dire per non essere traviati voi pagani di fatto? Del resto, sempre in Luca vediamo come perfino Giuseppe viene identificato come il padre di Gesù; che si dovrebbe forse dire, che egli era il “Padre di Dio”? No di certo! Luca 2:33,41,48: “Il padre e la madre di Gesù... I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme... Quando i suoi genitori lo videro... Ecco tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena”.

Per Elisabetta fu come voler dire: “Come mai mi è dato che la madre del Messia mio Signore venga da me?”. Maria non è la “Madre di Dio”, nel senso cattolico, perché ha dato a Cristo la natura umana e non la divina. I passi: Matt. 12:46-50; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21; Luca 11:27-28 mostrano che il Signore ha sempre vigilato, affinché gli uomini (e anche Maria stessa) non attribuissero alla figura della madre di Gesù un rango più elevato degli altri; né una parte nel suo ministero esclusivo: Giov. 2:3-4.

 

I fratelli di Gesù.

Al punto 411 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “ ... Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunciata nel <protovangelo>, la Madre di Cristo, Maria, come <nuova Eva>. Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia di peccato originale e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato” .

Al punto 508 si legge: “...fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale, ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la sua vita”.

Nel 1854 Papa Pio IX, l’8 dicembre, proclamò Maria Immacolata Concezione, dichiarando come dogma di fede la Concezione Immacolata di Maria, ovvero il privilegio esclusivo di Maria di essere stata, sin dal primo istante del suo concepimento, in vista dei meriti di Cristo Gesù, preservata immune da ogni macchia del peccato originale, e anche l’impossibilità da parte di Maria all’essere stata esposta anche a peccati veniali, ovvero ella non avrebbe mai commesso alcun tipo di peccato. (Questo è falso perché la Sacra Scrittura ci insegna che tutti noi siamo peccatori, solo il Gesù uomo non lo fu). Si dichiara, inoltre, che Maria concepì Gesù nella verginità (e questo è vero perché ce lo dice la Sacra Scrittura) e che rimase tale per tutta la sua vita (questo è falso). La Scrittura ci insegna chiaramente che l’unico ad essere stato concepito con immacolata concezione fu solo Gesù che mai peccò.

Maria, in realtà, dopo il concepimento verginale di Gesù, ebbe dei figli e delle figlie, quindi è impossibile darle il titolo di Vergine Perpetua, come anche di Immacolata Concezione.

Matt. 1:18: “...Maria sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”.

Luca 2:7: “ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito...”.

Matt. 1:25: “e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù”. La Bibbia dimostra chiaramente che Gesù aveva fratelli e sorelle carnali, ne specifica i nomi (solo dei fratelli) e ne descrive le circostanze; è impossibile affermare il contrario.

Riportiamo i passi della Bibbia nei quali si parla dei fratelli e delle sorelle carnali di Gesù:

Marco 6:1-4: “Poi partì di là e andò nel suo paese e i suoi discepoli lo seguirono... <...Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iose, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?> E si scandalizzavano a causa di lui”.

Matt. 13:53-58: “...Recatosi nella sua patria...< ...Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi? ...>”. (Si noti bene, in questo passo, che Gesù torna nel suo paese, e che erano persone del luogo ad indicare per nome i suoi fratelli carnali; se non fossero suoi fratelli, l’evangelista avrebbe indicato il nome del loro padre o il grado di parentela, infatti, la Scrittura, spessissimo, quando cita, per la prima volta, dei nomi di personaggi, indica la loro appartenenza, la tribù o la famiglia, o il padre, o la madre, o il fratello, o la sorella).

1 Corinzi 9:5: “Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?” (Un’altra testimonianza, sui fratelli di Gesù, da parte di Paolo).

Matt. 12:46-50: “Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. Ed uno gli disse: <Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti>”; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21.

Per quelli che equivocano sul termine “fratello”, dicendo che andrebbe letto “cugino” (se gli evangelisti avessero voluto indicare i cugini di Gesù, anziché i fratelli carnali, avrebbero certamente indicato a quale famiglia appartenevano, specialmente nell’elencazione in Marco 6:1-4; Matt. 13:53-58; inoltre, vedremo, più avanti, che molti altri scrittori ispirati parlano dei fratelli e delle sorelle di Gesù senza mai porre un accenno all’appartenenza di questi ad un’altra famiglia che non fosse quella di Gesù) è da notare anche che, nei tre passi citati, a rendere ancora più evidente il fatto, che si tratti di fratelli e sorelle carnali di Gesù e non di cugini, è proprio l’ultima risposta che diede Gesù: “Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre” (Matt. 12:50); “Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre” (Marco 3:35); “Ma egli rispose loro: <Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica>” (Luca 8:21).

L’annuncio che viene fatto a Gesù è: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano” (Marco 3:32). A ciò Gesù risponde: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (Marco 3:33), e poi aggiunge, girando lo sguardo verso i suoi discepoli: “..Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre” (Marco 3:34-35).

Se dovessimo credere che la parola “fratello” sta in realtà per “cugino” (ciò è impossibile), vediamo cosa, praticamente, avrebbe risposto Gesù all’uomo che gli annunciò l’arrivo di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle; in pratica avrebbe detto: “Chi è mia madre e chi sono i miei cugini?”, “Ecco mia madre e i miei cugini”, “Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è cugino, cugina e madre”. È chiaro che un tale discorso non regge; Gesù ha realmente voluto indicare i suoi discepoli come fratelli e sorelle (nel senso spirituale) e non come cugini e cugine. Per rispondere con tali parole e tale significato, il motivo è, essenzialmente che, colui che annunciò l’arrivo di questi, non voleva dire altro che la madre, i fratelli e le sorelle di Gesù lo cercavano per vederlo. Così Gesù ripiegò tali titoli carnali (madre, fratello e sorella) in senso spirituale sui suoi discepoli.

Sarebbe, poi, alquanto strano che sia l’uomo, che annunciò, sia Gesù avessero usato allo stesso modo i due termini cugini e cugine, quando sappiamo bene che il termine cugini di per sé racchiude già molto bene il senso dei due sessi; cioè, perché dire cugini e cugine quando con il termine cugini si ha già una completezza di significato sia del sesso femminile che maschile? Inutile dire che, comunque li si vogliano mettere, questi termini nel passo stonano fortemente. Proviamo a tradurre un passo secondo il pensiero cattolico: Marco 3:31-35 “...<Ecco tua madre, i tuoi cugini e le tue cugine là fuori che ti cercano>. Egli rispose: <Chi è mia madre e chi sono i miei cugini?> Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, disse: <Ecco mia madre e i miei cugini! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio mi è cugino, cugina e madre>”.

Questi invece erano fratelli e sorelle carnali di Gesù, ma Egli chiarisce che, comunque sia, chiunque avrà fatto la volontà del Padre suo celeste, gli è fratello, sorella e madre, non la carne, ma lo Spirito e la fede avrebbero definito i veri fratelli e sorelle di Gesù, chiaramente in senso spirituale.

Alcuni teologi cattolici sostengono che nelle parole: “fratelli” e “sorelle” ci siano da vedere (non si sa come in realtà) i termini “cugini” e “cugine”, dicendo che nell’ebraico, lingua che scarseggiava di terminologie e parole indicative precise, il termine “fratello” o “sorella” poteva indicare a volte anche una parentela più larga, come cugino, nipote, ecc. (e ciò non è falso). Ma questi teologi dimenticano, con malizia, che il N.T. (dove si parla dei fratelli e delle sorelle di Gesù) è stato scritto in greco, lingua che non scarseggia di termini e nomi, a differenza della lingua ebraica. Questa lingua (la greca) ha per il termine “fratello” il corrispettivo termine greco “adelphos” e per “cugino” il termine “anepsios”, quindi, non vi è alcun motivo per il quale gli scrittori del N.T. abbiano voluto tutti usare il termine greco “adelphos” (fratello), anziché “anepsios” (cugino) se erano cugini di Gesù e non fratelli e sorelle. Ci sono termini usati nel N.T., che vedremo più avanti, i quali indicano con estrema precisione anche i gradi di parentela più larga.

Nella lingua usata per i testi sacri del N.T. (il greco antico), la parola italiana “fratello” si traduce, come già detto: “adelphos”, mentre la parola cugino: “anepsios”; gli evangelisti e gli scrittori ispirati, parlando di questi (dei fratelli e delle sorelle di Gesù), usarono sempre la parola greca “adelphos” (fratello); come mai, se erano cugini, anziché fratelli carnali, non usarono la parola greca “anepsios” (cugino)? Come mai tutti gli scrittori del N.T., tutti gli evangelisti, se questi non erano fratelli carnali di Gesù, dico: come mai usarono tutti la parola greca “adelphos” (fratello)? Com’è possibile che scrittori per di più ispirati che spesso hanno scritto i loro testi a distanza l’uno dall’altro nel tempo, a distanza l’uno dall’altro nel luogo, dico: com’è possibile che tutti questi siano stati concordi nel decifrare e definire tali personaggi della famiglia di Gesù con il termine “fratelli”, “sorelle”, anziché “cugini”? Escludendo la folle idea che questi possano essersi messi d'accordo tra loro, per un motivo occulto nell’usare sempre lo stesso termine che invece doveva indicarne un altro, diviene, invece, assai chiaro che se ciò è avvenuto, è esclusivamente per il semplice fatto che tutti gli scrittori ispirati, quando parlavano di questi personaggi, erano ben a conoscenza che questi erano, realmente, fratelli e sorelle carnali di Gesù, altrimenti non si potrebbe spiegare, in alcun modo, come mai tutti siano stati concordi nell’usare sempre i termini “fratello e sorella”, senza che alcuno abbia mai voluto, ispirato dallo Spirito Santo, usare il termine più appropriato “cugino” (anepsios). Cari teologi cattolici, se credete allo Spirito Santo e alla sua ispirazione e se conoscete bene la lingua greca e i suoi termini “adelphos” (fratello) e “anepsios” (cugino), come fate a ritenere e a pensare che tutti questi scrittori, ispirati dallo Spirito Santo, abbiano usato tutti, e ripeto tutti, un termine, anziché un altro comunque a loro disposizione? Gli abitanti di Nazaret erano sorpresi di vedere una tale differenza tra Gesù il figlio del falegname e i suoi fratelli e le sue sorelle, precisamente, perché erano della stessa famiglia: Marco 6:2-3; Matt. 13:54-57.

Proviamo a chiederci: può essere possibile che uno scrittore ispirato (e lo Spirito Santo è infallibile), il quale avesse dovuto scrivere un testo sacro in lingua italiana, nella quale ci sono a disposizione, come nella lingua greca, i termini “fratello” e “cugino”, nell’identificare dei cugini di un personaggio chiave dovrebbe aver usato il termine “fratello”, pur avendo a disposizione la parola “cugino”? Diventa ancora più folle tale cosa se si pensa che in ciò dovessero incappare non uno, ma tutti gli scrittori ispirati dallo Spirito Santo che si accingessero a parlare degli stessi cugini, dello stesso personaggio chiave.

Matteo ci dice che Giuseppe: “...prese con sé sua moglie; e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio (il suo figlio primogenito: Luca 2:7); e gli pose nome Gesù” (Matt. 1:24-25).

Questo significa che Giuseppe, dopo che Maria ebbe partorito Gesù, conobbe sua moglie, ovvero ebbe rapporti coniugali con lei. Notate come non ci sia scritto che lui non la conobbe mai, ma solo che non la conobbe fino ad un tempo preciso, e cioè fino a che non partorì Gesù.

Per cui dopo il parto verginale di Maria, Giuseppe conobbe sua moglie.

Luca dice : “ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito” (Luca 2:7), per cui se Gesù fosse stato il suo unico figlio, sarebbe stato chiamato il suo unigenito e non il suo primogenito, oppure, Luca avrebbe dovuto, semplicemente, scrivere: “ed ella diede alla luce suo figlio”.

Ma poi, perché Maria sarebbe dovuta rimanere vergine per tutta la vita? Lei era sposata legalmente con Giuseppe, suo marito, chi o che cosa doveva vietarle di avere rapporti coniugali con il suo coniuge? Vediamo che Maria era fidanzata e promessa sposa a Giuseppe già da tempo prima del messaggio dell’angelo riguardo al concepimento verginale di Gesù (Luca 1:26-27).

D’altro canto è ovvio che se Maria e Giuseppe avevano deciso di unirsi in matrimonio (Matt. 1:18; Luca 1:26-27), è palese che ciò avrebbe comportato anche i rapporti coniugali; è alquanto stupido credere (soprattutto dopo quanto abbiamo visto e vedremo) che Giuseppe e Maria abbiano voluto sposarsi volendo privarsi nel matrimonio dei rapporti coniugali, ciò non avrebbe avuto molto senso. Essi avrebbero potuto decidere di non unirsi in matrimonio vista l’incompletezza che questo avrebbe comportato, e per certi punti di vista, se consideriamo la tesi cattolica del matrimonio casto perpetuo di Maria con Giuseppe, sarebbe potuta essere questa, una “potente” occasione (specialmente nel tempo) per Satana di tentare a pensieri ed azioni di peccato (1 Corinzi 7:5) .

Essi avrebbero potuto tranquillamente decidere di rimanere in buoni rapporti e di non sposarsi, se avessero avuto in mente un matrimonio di questo tipo. L’angelo Gabriele le disse che lei avrebbe concepito e partorito il Figlio di Dio, per la potenza dell’Altissimo; nella sua verginità ella avrebbe concepito e partorito Gesù per opera dello Spirito Santo, e tutto ciò come segno manifesto che l’opera che doveva avvenire era opera di Dio e non dell’uomo. Ma dopo aver partorito Gesù, nulla vietava a Maria di avere una vita coniugale completa con suo marito Giuseppe. Nessun ordinamento era stato dato dall’angelo, da parte di Dio, riguardo al non avere rapporti coniugali con Giuseppe, dopo aver partorito Gesù. Ella doveva rimanere vergine finché la nascita di Gesù fosse avvenuta e ciò per dar gloria e rendere nota la potenza dell’Altissimo che si era manifestata in lei. Del resto Giuseppe, suo marito, non avendo impedimenti di alcunché, avrà certamente richiesto a Maria, sua moglie, dopo il compimento della nascita di Gesù, una vita matrimoniale completa anche sotto l’aspetto dei rapporti coniugali.

Come abbiamo già detto, molti teologi cattolici pensano che questi fratelli e sorelle, elencati nella Bibbia, siano, invece, cugini di Gesù, anche se il termine “cugini” non viene mai impiegato nei loro confronti, benché la parola greca, che sta precisamente ad indicare il termine “cugino” (anepsios), faccia parte del vocabolario del N.T.. Leggere ad esempio: Colossesi 4:10 “...Marco, il cugino di Barnaba (... se viene da voi, accoglietelo)”. Anche la parola parente è molto presente nel N.T.: Marco 6:4 “...se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua”; Luca 1:36: “Ecco Elisabetta, tua parente ...”; Luca 1:58: “I suoi vicini e i parenti udirono che il Signore le aveva usato grande misericordia...”; Giov. 18:26: “Uno dei suoi servi, del sommo sacerdote, parente di quello ...”; Atti 10:24: “....Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi”. È strano che i fratelli carnali di Gesù non siano mai stati chiamati “cugini”, se davvero lo erano, visto che, come abbiamo notato, non solo il termine “cugino” (anepsios) viene usato nel N.T. e quindi adoperato dagli scrittori ispirati, ma quello che è fondamentale e determinante, lo ribadisco, è che nella lingua greca, i termini “cugino” (anepsios) e “fratello” (adelphos) non mancano per nulla. Come potrebbe essere possibile inoltre, che proprio Paolo che usò nella sua lettera ai Colossesi 4:10: “...Marco il cugino di Barnaba...”, il termine “cugino” (anepsios) per esprimere il grado di parentela di Marco con Barnaba, nei riguardi dei fratelli del Signore nella sua prima lettera ai Corinzi 9:5: “Non abbiamo il diritto di condurre con noi una moglie, sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?”, abbia, invece, potuto usare il termine “fratello” (adelphos), anziché “cugino” (anepsios), se questi erano cugini del Signore e non fratelli carnali? Perché non usò in questo passo lo stesso termine “cugino” che aveva usato per esprimere il grado di parentela di Marco con Barnaba, ma usò invece il termine “fratelli”, se questi erano, invece, i cugini del Signore?

Quindi, se questi erano cugini o parenti più alla larga di Gesù, perché si sono usate sempre le parole “fratelli” e “sorelle”, anziché quelle più adatte? Evidentemente, perché tali erano, come abbiamo in molti modi, avuto occasione di verificare. Se, come credono la maggior parte dei teologi cattolici odierni, questi erano figli di una sorella di Maria, madre di Gesù, o di una sua cugina, perché non vengono impiegati i termini più precisi di “figli della sorella o cugini”, come avviene, ad esempio in Atti 23:16? “Ma il figlio della sorella di Paolo”. Leggere anche: Colossesi 4:10.

Tanta precisione in questo passo e una confusione di ordine di gradi in tanti altri? È da aggiungere che tutti e quattro gli evangelisti scrittori ispirati (senza contare gli scrittori ispirati dell’epistole) per un “caso di pura coincidenza” (lo dico con ironia), parlando di questi personaggi li designano tutti con i termini di “fratelli” e “sorelle”; nessuno si sognò di designarli con i termini di “cugini” e “cugine”, o come figli di qualcun’altro. Simile coincidenza non è possibile; gli scrittori ispirati scrissero in tempi diversi l’uno dall’altro i propri scritti (e non scopiazzarono a vicenda le loro narrazioni); quello che scrissero fu ispirato dallo Spirito Santo e realmente indicativo della biografia storica di Cristo Gesù: Luca 1:1-4. Perché nessuno designò questi con un altro termine? Perché gli stessi evangelisti altrove nei loro vangeli, e gli scrittori dell’epistole usano i termini “parente”, “cugino”, mentre con “quei tali” concordano tutti tranquillamente a designarli come fratelli e sorelle carnali di Gesù? Perché parlando di Maria, madre di Gesù e dei fratelli e sorelle di Lui, non viene mai data alcuna indicazione che non si trattassero dei figlioli di Maria? Eppure non è nello stile degli scrittori ispirati evangelisti essere poco precisi nei riguardi dei dettagli biografici legati alla Persona di Gesù, durante il suo ministero.

Come mai nemmeno una sola volta in un passo qualunque del N.T. questi vengono designati con i termini di “cugini” e “cugine”? Nemmeno una sola volta! Perché tanti scrittori ispirati furono portati a designarli sempre con i termini “fratelli” e “sorelle”? Evidentemente perché tali erano. Leggere quest’altri passi: Galati 1:18-19 “Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; e non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo, il fratello del Signore” (la Scrittura ci dimostra che i fratelli di Gesù credettero in Lui completamente solo dopo la sua resurrezione; Paolo qui testimonia della presenza del fratello di Gesù di nome Giacomo, proprio quel Giacomo di Matt. 13:55-56; Marco 6:3-4).

Giov. 2:12: “Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni” (quelli che sostengono che i fratelli di Gesù sono, invece, i suoi discepoli, hanno torto, perché l’evangelista li cita contemporaneamente, ponendo una differenza fra loro, molto chiara).

Giov. 7:3-5,10: “Perciò i suoi fratelli gli dissero: <Parti di qua e và in Giudea, affinché i tuoi discepoli..>.. Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui....Ma quando i suoi fratelli furono saliti alla festa, allora vi salì anche lui....” (altra differenziazione tra i fratelli di Gesù e i discepoli).

Atti 1:14: “Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù e con i fratelli di lui” (dopo la resurrezione di Cristo anche i suoi fratelli credettero in lui, infatti li troviamo radunati, assieme con gli apostoli, nella circostanza raccontata in questo passo).

Le parole “fratelli” e “sorelle” non possono nemmeno essere intese come fratelli e sorelle in senso spirituale, o come discepoli; oltre ai punti già visionati possiamo dire che Gesù certamente (vedere ad esempio: Marco 3:31-35) alle parole indirizzategli: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle, là fuori che ti cercano”, se esse fossero da intendersi come fratelli e sorelle spirituali di Gesù, non avrebbe dovuto rispondere: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, perché colui che aveva parlato, in tale senso, non avrebbe sbagliato usando tali termini se questi fossero stati dei fratelli e delle sorelle spirituali di Gesù. Ma Egli rispose, girando lo sguardo sui discepoli che gli sedevano attorno: “Chiunque avrà fatto la volontà di Dio mi è fratello, sorella e madre”. Se questi fossero stati fratelli e sorelle spirituali e non carnali, Gesù non avrebbe dovuto ribadire il concetto di chi fossero i veri fratelli e sorelle spirituali, essendo, appunto, questi già rientranti nel suo concetto ideologico-spirituale.

In Giov. 7:5 viene detto: “Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui”, quindi non possono essere né discepoli, né fratelli spirituali perché è implicito che se questi fossero stati tali, avrebbero dovuto, certamente, credere in Lui, per poter essere definiti fratelli spirituali.

Il passo, invece, ci dice che “..neppure i suoi fratelli credevano in lui”; oltre al fatto che il passo dica, chiaramente, che questi non credevano nel ministero di Gesù e, quindi, non potevano essere suoi fratelli o discepoli spirituali, si può intendere bene il messaggio del verso 5, in questione, con la parola “neppure” che vuole fare intendere un qualcosa, in qualche modo, di “incredibile” a credersi, appunto: nemmeno i fratelli carnali di Gesù (che avrebbero dovuto essere i primi a credere in Lui), credevano in Lui.

Questi erano certamente fratelli carnali di Gesù, i quali, probabilmente, per il fatto che erano cresciuti insieme e avevano condiviso la fanciullezza e l’adolescenza, stentavano un po’ a credere che il loro fratello carnale Gesù potesse essere il Messia tanto aspettato. In pratica, sembrava loro un po’ inverosimile, ma in seguito, però, ebbero modo di ricredersi: 1 Corinzi 9:5; Atti 1:14. Rimane anche il fatto che essi seguivano sempre Maria, ne condividevano la vita, i viaggi: Luca 8:19-20; Marco 3:31-32; Matt. 12:46-47; Giov. 2:12; Atti 1:14, ecc.; azioni queste che giustificano ulteriormente la figliolanza con Maria. Se erano cugini, anziché seguire sempre Maria, potevano stare con i loro genitori e parenti; se erano fratelli spirituali e non carnali di Gesù, potevano seguire direttamente Gesù, anziché stare sempre dietro a Maria. Che avrebbero dovuto avere a che fare con Maria per stare sempre con lei, se erano dei discepoli o fratelli spirituali di Gesù? Se fossero tali, non dovevano, proprio a motivo di questo, seguire esclusivamente Gesù, come facevano i suoi discepoli?

Matt. 13:53-58; Marco 6:1-6; Giacomo, Simone, Giuda e Giuseppe (o Iose o Giosè), fratelli di Gesù, e le sue sorelle, appaiono in modo evidente in questi passi come fratelli e sorelle carnali di Gesù anziché spirituali: “Non è questo il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli... E le sue sorelle non sono tutte tra di noi? Da dove gli vengono tutte queste cose? E si scandalizzavano a causa di lui” Matt.13:55-57. Questi non sono, in alcun modo, fratelli e sorelle spirituali di Gesù, ma sono individui che sono cresciuti con Gesù, e nel suo stesso paese Nazaret; sono appunto fratelli e sorelle di carne.

Non possono nemmeno essere i suoi cugini perché dopo aver citato il padre e la madre, la gente di Nazaret non avrebbe usato un collegamento prettamente logico nell’elencare i nomi dei suoi cugini: Matt. 13:55-56; Marco 6:3.

Giacomo, fratello del Signore, non può essere identificato nell’apostolo Giacomo, figlio d’Alfeo, né nell’apostolo Giacomo, figlio di Zebedeo, fratello dell’apostolo Giovanni.

Giacomo figlio di Zebedeo fu ucciso da Erode Agrippa I probabilmente nel 44 d.C. (Atti 12:1-2).

Ma il Giacomo, fratello del Signore (egli fu conduttore della Chiesa di Gerusalemme: Galati 2:9; Atti 12:17; c.15:13) continua a comparire sulla scena. Inoltre, leggere il v.2 di Atti c.12: “...Giacomo, fratello di Giovanni” .

D’altro canto, Giacomo figlio d’Alfeo (come anche Giacomo di Zebedeo) era fra gli apostoli: Matt. 10:2-4; Luca 6:12-16, perché dire allora: “Poiché neppure i suoi fratelli credevano in lui?” Giov. 7:5.

Galati 1:18-19: “Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni; e non vidi nessun altro degli apostoli; ma solo Giacomo il fratello del Signore”.

I fratelli e le sorelle di Gesù non possono essere né gli apostoli, né i discepoli di Gesù, guardate la differenziazione che si fa in 1 Corinzi 9:5; Atti 1:12-14; Giov. 2:12.

I fratelli e le sorelle di Gesù vengono elencati in modo separato dai discepoli e dagli apostoli. È, oltremodo, chiaro (leggere: Matt.13:53-58) come i fratelli e le sorelle carnali di Gesù appaiono in modo concreto e reale. Notare in che modo preciso viene fatta l’analisi familiare di Gesù dalla gente di Nazaret (prima il padre, poi la madre, poi i suoi fratelli e sorelle), si inizia col dire: “Non è questo il figlio del falegname?” (quindi si parla di Giuseppe), poi: “Sua madre non si chiama Maria?” (quindi si passa a elencare Maria sua madre), poi: “e i sui fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?” (quindi infine si passa ad elencare i suoi fratelli e sorelle carnali). Perché interrompere l’ordine familiare, inserendo qui i cugini o procugini di Gesù? Egli era tornato a Nazaret, il paese in cui viveva ed era cresciuto, dopo un certo tempo che aveva iniziato a predicare; la gente del posto che lo conosceva bene perché lo aveva visto crescere fin dalla sua infanzia, si stupiva che al suo ritorno Egli fosse così cambiato (Gesù aveva iniziato il suo ministero di Messia circa all’età di trent’anni) e scandalizzati non riuscivano a conciliare il Gesù che avevano sempre conosciuto nella famiglia di Giuseppe e di Maria, suoi genitori, con i suoi fratelli e sorelle, con il Gesù che predicava con tanta sapienza e operava opere potenti. Non riuscivano a capire un tale cambiamento in potenza e sapienza.

Quando si parla dei fratelli di Gesù, insieme ad essi, si parla sempre di Maria, senza mai dare la minima indicazione che non si trattasse dei suoi figlioli: Luca 8:19; Giov.2:12; Matt.12:46; Marco 3:31; Atti 1:14.

Molti altri teologi cattolici, invece, pensano che i fratelli e le sorelle di Gesù, in questione, possano essere prole di un matrimonio precedente di Giuseppe. Questi sforzi di trasformare quanto la Scrittura Sacra, in realtà, dice sono conseguenza del desiderio di provare la verginità perpetua di Maria. Ricordiamo che Cristo in Luca 2:7 viene chiamato “il figlio primogenito” di Maria. All’epoca, nella quale scriveva Luca, Gesù era stato il maggiore e non il figlio unico di Maria. Il passo di Matt.1:25 lascia intendere che, dopo la nascita di Gesù, Maria divenne realmente la moglie a tutti gli effetti di Giuseppe. Ad ogni modo, lo scrittore poteva non scrivere “primogenito”, ma semplicemente: “unigenito”, “unico figlio”, “suo figlio” (come esempio); se inserì tale precisazione, un motivo ci sarà stato certamente. Perché, poi allora, i fratelli e le sorelle di Gesù, in questione, non vengono mai, semplicemente, descritti come figli di Giuseppe marito di Maria? C’è da dire anche che se ciò fosse stato scritto (cosa che non è avvenuta per niente), non proverebbe comunque che questi non potessero essere anche figli di Maria. Nulla è detto in questi termini, anzi è sempre detto il contrario. Anche se nella Bibbia vi fosse stato scritto che Giuseppe fosse stato già sposato (e ciò in assoluto non avviene), ciò non escluderebbe, comunque, che alcuni di tali figli (o tutti) potessero essere stati di Maria e gli altri del matrimonio precedente di Giuseppe.

Se tutti questi fratelli e sorelle di Gesù (Matt.13:55-57; Marco 6:1-6) fossero frutto di un matrimonio precedente a quello con Maria, per il quale Giuseppe sarebbe rimasto vedovo, apparirebbe abbastanza strano il fatto che egli non gli avesse portati con sé a Betlemme per la registrazione. Ma nulla è detto al riguardo: Luca 2:1-7; Luca 2:16-17.

In Matt. 2:13-15 è detto che Giuseppe, il quale era ancora in Giudea, dovette con il bambino (Gesù) e sua madre, a causa di Erode, fuggire in Egitto, finché il tiranno non morì; nessuna traccia di altri figli di Giuseppe; per tutto quel tempo chi avrebbe dovuto custodirli? “...Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggì in Egitto....Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto...”.

In Matt.2:19-23 l’angelo dice: “...Alzati prendi il bambino e sua madre, e va’ nel paese d’Israele...Egli, alzatosi, prese il bambino e sua madre, e rientrò nel paese d’Israele..”.

È chiaro che tali figli sono nati solo dopo a Giuseppe e proprio da Maria, sua moglie; perché confondere e manipolare quanto la Scrittura dice in modo chiaro? Matt.1:25; Luca 2:7.

Luca parla di una iscrizione ufficiale su un registro che ogni uomo doveva compiere per la sua famiglia e per lui, secondo le sue origini primitive. Normalmente era sufficiente la presenza del capo famiglia per la registrazione della situazione familiare e patrimoniale (Luca 2:1-7), ma Giuseppe prevedendo che Maria avrebbe partorito in quel tempo decise di portarla con sé, non era però necessario che lei andasse insieme. Non vi è alcuna notizia che Giuseppe abbia iscritto nel registro alcun altro nome se non quello suo e di Maria: Luca 2:5 “per farsi registrare con Maria sua sposa, che era incinta”. Se avesse avuto dei figli da un’altro matrimonio avrebbe dovuto iscrivere nel registro i loro nomi, essendo egli il loro padre e loro i suoi discendenti, e vista la situazione come minimo portarli con sé sia a Betlemme che in Egitto poi. (Luca 2:1-7; c.2:16-17; Matteo 2:13-15; c.2:19-23).

Ad avvalorare quanto dice la Bibbia, riguardo ai fratelli e alle sorelle di Gesù c’è questa scoperta archeologica: l’otto Ottobre la “BIBLICAL ARCHAEOLOGY REVIEW” convoca una conferenza stampa a Washington e comunica una notizia, la seguente: “un’urna funebre, scoperta di recente in Israele, potrebbe essere la più antica traccia archeologica dell’esistenza di Gesù. La tomba di origine calcarea è lunga 50 cm circa, risalibile all’anno 63 d.C. e avrebbe contenuto le ossa di Giacomo fratello di Cristo Gesù (che tra l’altro fu conduttore della Chiesa di Gerusalemme). Una scritta incisa sul coperchio recita, infatti: <Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù>. Lo stile della scrittura e il fatto che urne del genere venissero utilizzate dagli ebrei solo tra il 20 e il 70 d.C. hanno aiutato la datazione. Uno storico ebreo del primo secolo d.C. ha poi tramandato che il fratello di Gesù, il cosiddetto Cristo, che si chiamava Giacomo fu lapidato come eretico nell’anno 62 d.C., e se le sue ossa fossero state poste in un’urna ciò sarebbe avvenuto per tradizione proprio un anno dopo”.

Matt.13:53-57; Marco 6:1-6. Di questa notizia ne ha parlato anche il programma “Enigma” andato in onda sulla rete RAI3 il 13 Dicembre 2002, Televisione Italiana ore 20:50.

 

 

Il dogma cattolico dell’ascensione di Maria.

Al punto 966 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “<Infine, l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col suo corpo e con la sua anima, e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte>. L’assunzione della santa Vergine è una singolare partecipazione alla risurrezione del suo Figlio e un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani”.

Al punto 974 si legge: “La santissima Vergine Maria, dopo aver terminato il corso della sua vita terrena, fu elevata, corpo e anima, alla gloria del cielo, dove già partecipa alla gloria della resurrezione del suo Figlio, anticipando la risurrezione di tutte le membra del suo corpo”.

Il primo Novembre del 1950 Papa Pio XII proclamò il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo col corpo glorificato. Pio XII nel dogma affermò: “Maria, la Madre di Dio immacolata e sempre vergine dopo essere giunta al termine della sua vita terrena è stata elevata in anima e corpo alla gloria celeste”.

La “Bolla” non esplicita le modalità del trapasso di Maria, ovvero non spiega se ella deve essere stata rapita da viva e assunta in cielo con l’anima e il corpo glorificato, oppure deve essere stata morta, resuscitata e rapita poi in cielo col corpo glorificato. Tutto ciò è assolutamente un’invenzione filosofico-umana che ha le sue basi nelle tradizioni e pietà popolari. Nulla di biblico. Il dogma di Pio XII, così com’è stato da lui composto, ha dato modo di prendere in considerazione da parte cattolica tutte e due le tesi (rapita da viva, o morta e poi resuscitata e rapita in cielo).

Parliamo della prima tesi: se Maria fosse veramente stata rapita in cielo senza passare dalla morte fisica, essendo un avvenimento eccezionale, non ne avrebbero parlato con clamore gli apostoli e i discepoli nelle loro epistole del N.T.? Ma, invece, nulla è detto a riguardo, anzi Maria, da Atti 1:14 in poi, non viene più citata negli Scritti Sacri. Anche se Elia ed Enoc furono rapiti al cielo, non v’è motivo di pensare che a Maria sia toccata simile sorte. Riguardo ad Elia ed Enoc, la Scrittura ci parla del loro rapimento, ma riguardo a Maria non dice niente. Perché promuovere una dottrina senza alcun fondamento scritturale di alcun tipo? Ad ogni modo, né Elia, né Enoc ebbero, nel loro rapimento al cielo, il corpo glorificato. Parlando di tale corpo (che sarà un corpo incorruttibile ed immortale), collegandomi con la seconda tesi, la Sacra Scrittura ci insegna che esso verrà donato a tutte le anime dei credenti al momento della resurrezione dei giusti (vedere meglio negli studi: “Purgatorio” e “Millennio”). Maria non può aver preceduto tutti gli altri credenti. Paolo indica in maniera precisa qual’è l’ordine delle resurrezioni: 1 Corinzi 15:23 “ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo (compreso Maria), alla sua venuta”; 1 Corinzi 15:51-55: “Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili e noi saremo trasformati....”; 1Tessalonicesi 4:13-18: “...Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima resusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria.....”. Perché promulgare il dogma dell’Assunzione di Maria in cielo col corpo glorificato, quando la Scrittura Sacra rivela che la resurrezione avverrà in un unico momento per tutti i credenti? La Chiesa Cattolica crede che Maria abbia avuto un privilegio particolare ed esclusivo a tale riguardo. Ma la Scrittura Sacra non solo non dice nulla riguardo a tale ipotetico privilegio avuto da Maria, ma spiega l’ordine delle resurrezioni (la spiegazione di Paolo, a riguardo di tali resurrezioni, consiste solo nell’indicazione di quanto avverrà al rapimento della Chiesa, al ritorno invisibile di Gesù sulla terra [sarà invisibile solo per i non rapiti] prima del suo ritorno fisico in gloria per regnare) in modo chiaro e in netto contrasto con la tesi cattolica inventata riguardo all’assunzione di Maria col corpo glorificato e incorruttibile in cielo.

(Leggere quanto è detto a riguardo, più dettagliatamente, negli studi: “Purgatorio” e “Millennio”).

Attenzione: la resurrezione corporale, di cui si sta parlando e di cui parla Paolo, non va confusa con i casi di resurrezione biblici (ad esempio quella Lazzaro); quelle sono resurrezioni in cui l’anima del defunto ritorna a vivere nel suo corpo mortale (riprende vita il corpo che aveva prima di morire; qui si parla, invece, della resurrezione generale delle anime dei credenti che entreranno in possesso di un nuovo corpo, di un corpo glorioso, immortale e incorruttibile). In conclusione, Maria non può aver preceduto gli altri credenti nella resurrezione col corpo glorificato; ciò avverrà, per tutti, alla venuta di Gesù, quando verrà (in modo invisibile per gli increduli, ma visibile per i credenti rapiti) per rapire la sua Chiesa e far risorgere i credenti di ogni tempo.

I messaggi della Madonna.

Messaggi della Madonna presi dalle riviste “Messaggi carismatici cattolici” (Editrice: Edizioni Segno):

1) Messaggio della Madonna a Raymundo Lopes, 25-07-2000 (Anno III n° 25), pag. 29: “È urgente e necessario che il corpo clericale della Chiesa promuova una consacrazione del mondo al Mio Cuore Immacolato. Consacrate l’America al Mio Cuore Immacolato”.

(Di ogni messaggio, senza che ne venga intaccato in nulla il senso e il contenuto delle parole in essi espresse, ne verrà riportato solo la parte ritenuta importante per questo studio, il quale riguarderà l’attendibilità o meno di queste apparizioni come provenienti o no da Dio).

2) Mess. della Madonna, 11-08-2000 (Anno II n° 22), pag. 22: “Io, Io la Madre del Cielo Mi rivolgo a voi, piccoli cari, che Mi avete dato il cuore ed ogni anelito dell’Anima”.

3) Mess. di Gesù, 18-04-2000 (Anno II n° 22), pag. 25: “..ricordatevi che ci sono sempre Io con voi e con Me c’è la Mia e vostra Santa Madre Nutrice, che vi nutre con il latte del Suo stesso Cuore per essere ancora parafulmini della cristianità”.

4) Mess. della Madonna (Anno III n° 25), copertina: “SONO COLEI CHE SONO NELLA TRINITÀ DIVINA. SONO LA VERGINE DELLA RIVELAZIONE”.

(Le parole di questi messaggi, che hanno uno o più caratteri maiuscoletto, le ho riportate così come sono state scritte in questi libri).

Dal libro: “La Madonna ci viene a trovare”, messaggi dati a Riccardo Giuseppini (Editrice: Edizioni Segno):

1) Mess. della Madonna del 25-02-93: “Pregate il Santo Rosario per cancellare le paure dei vostri figli”.

2) Mess. della Madonna del 15-03-93: “In verità vi dico: Un domani camminerete con me per le vie del Paradiso”.

3) Mess. della Madonna del 25-04-93: “Anche stasera pregate con devozione il Santo Rosario. Anche se sarete pochi per via del tempo, avrà sempre un grande effetto in Cielo... Oggi vengo a voi come Madre del Buon Consiglio. Il consiglio che vi dò è quello di seguire le direttive del signor Vescovo. Anche lui è stato illuminato da Me”.

4) Mess. della Madonna del 14-05-93: “Suonerete a festa perché molti guariranno. Suonerete a festa perché tutto il paese si consacrerà a Maria SS. Incoronata. Questo prometto e questo manterrò! Non dubitate. Come vostra Mamma di Fatima vi bacio, vi accarezzo dolcemente il cuore, o figli miei laboriosi. Grazie per tutto quello che fate per me”.

5) Mess. della Madonna del 7-07-93: “Vi invio la forza per portare la pesante Croce, vi invio la pace per essere sereni anche nel dolore e vi invio la consolazione che Maria, la vostra Mamma, non vi abbandona, ma è sempre vicina a voi, pronta ad aiutarvi nei momenti di disperazione. Grandi grazie si attueranno questa sera grazie alla recita del Santo Rosario. Vi benedico dal mio Sacro Cuore”.

6) Mess. di Gesù del 20-08-93: “Quando pregate, abbandonatevi a Me, al Padre e alla Santa Madre Maria”. Leggere, invece, cosa dice Gesù in Matt. 12:46-50; Luca 11:27-28.

7) Mess. della Madonna del 20-09-93: “Soltanto venendo a Me potete trovare la luce. Potete trovare la pace...Decidetevi subito quest’oggi a consacrarvi a Me, ed Io vi sosterrò nella lotta contro il potere delle tenebre...Decidetevi! Venite a Me! Lo grido forte! Ora o mai più!...Vi amo e piango per voi che fate piangere! Maria Santissima Regina della Luce”.

8) Mess. della Madonna del 28-09-93: “Io lo comando nel Santissimo Nome di Gesù! Io lo comando nel nome della Vergine Maria!”. Leggere cosa è detto, invece, in Giov. 14:13-14; c.15:16; c.16:23-24.

9) Mess. della Madonna del 7-10-93: “Anch’Io ho il rosario in mano e mentre prego guardo con amore ognuno di voi...Ho pietà soprattutto per gli indemòniati”.

10) Mess. della Madonna del 28-10-93: “E l’ora del trapasso non vi spaventi, perché Io sono Maria, la Porta del Cielo! Amen!”. Leggere quanto, invece, è detto in Giov. 10:9.

11) Mess. della Madonna del 08-12-93: “È apparso, infatti nel cielo, un enorme cuore: il Cuore Immacolato di Maria, dove voglio che vi rifugiate e dove voglio che racchiudiate le vostre speranze e tutte le vostre creature. Una grande ‘M’ è apparsa. Questa è la sigla di Maria, regina del cielo e della terra...Io sono l’Immacolata dello Spirito Santo. Alleluja!”.

12) Mess. della Madonna del 02-01-94: “Le profezie si avvereranno e molte anime verranno a me. In quanto a voi, io, la Vergine Maria, sono già in possesso dei vostri cuori per le opere di bene che seminate ovunque. Peccherete, sì! Ma mai, dico mai, il Maligno potrà impadronirsi delle vostre anime perché voi già siete con me. Allora nulla vi spaventi. Io vi amo”.

13) Mess. della Madonna del 20-01-94: “La grande ‘M’ luminosa che hai visto Riccardo, è la ‘M’ che ho impresso nel cuore di ognuno di voi; è il marchio indelebile della Vergine Immacolata che, ogni qualvolta viene invocata, riesce a schiacciare la testa del serpente che rantola, agonizza, perché imminente è la sua fine. Accanto alla ‘M’ hai visto la mia figura, Riccardo. Questo per dirti che io sono sempre vicina a coloro che portano la mia sigla nel loro cuore”.

14) Mess. della Madonna del 20-02-94: “Queste preghiere arrivano alla Vergine Maria ed Io le posso presentare al Padre con infinito Amore”.

15) Mess. di Gesù del 01-04-94: “Allora, pochi attimi prima di quest’ora attuale, Io, appeso alla Croce, soffrivo in maniera terribile. Si univano al mio dolore: mia Madre, la SS. Vergine Maria, alcune donne e molti miserabili della città”. Leggere quanto dice, invece, Gesù in Matt. 12:46-50.

16) Mess. della Madonna del 20-04-94: “Pace a voi, o figli! La Vergine della Salvezza è in mezzo a voi! Gloria a Dio nell’alto dei Cieli!...Grazie per aver risposto alla mia chiamata, Io sono la Regina dell’Amore. Vi abbraccio tutti, o figli cari, e vi amo. Guardo la piccola, qua alla tua sinistra: ungetela con l’Olio Santo della Vergine Maria”.

17) Mess. della Madonna del 20-06-94: “Nuove guerre scoppieranno se voi non vi convertirete tutti quanti al Mio Sacro Cuore. Questo fu l’avviso di Fatima e questo è l’avviso che oggi la Madre Santa vi offre. Io vi dò speranza, vi dò forza e anche la fede, se voi me la chiedete, ma ho bisogno di preghiere da presentare al Padre per lenire i dolori del mondo”.

18) Mess. della Madonna del 20-09-94: “Vattene, Satana, maestro d’inganni! Lascia questa figlia che non ti appartiene! Ti ordino di lasciarla! Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Non ribellarti a Maria, la Vergine del Cielo!”.

19) Mess. della Madonna del 20-09-94: “Egli è forte (il Maligno) e non vuole lasciare le sue prede, ma per chi confida in Me, Io prometto la liberazione...Siate vicini alla Vergine Maria! Accostatevi al mio Sacro Manto!...Il mio amore vi accosterà al mio Sacro Cuore! A nulla potranno le trappole del Maligno! Io ho già vinto per l’Autorità del Divino!”.

20) Mess. della Madonna del 20-01-95: “Abbracciatemi forte e incoraggiate la Mamma Celeste, che vi supplica preghiere piangendo...I miei profeti si riveleranno con segni evidenti. Io sradicherò tutte le radici di Satana e il mio Cuore Immacolato trionferà”.

21) Mess. della Madonna del 20-02-95: “Le mie immagini, per i credenti, versano sangue e lacrime. Non ci sono delle mie immagini che sorridono, ma piangono”.

22) Mess. della Madonna del 20-03-96: “In verità vi dico: mio FIGLIO ha vinto sulle legioni del male, mai riuscirà (Satana) a prendere un’anima che con fede viene incontro alla sua MAMMA CELESTE”.

23) Mess. della Madonna del 20-09-96: “Vengo con le mani giunte e con la corona del Rosario Santo per insegnarvi a pregare...Salite sino al Calvario, senza paura, la Vergine della Salvezza vi tenderà la mano per darvi la ricompensa eterna..Non appoggiatevi alla politica, ma logorate il Santo Rosario..Non lasciatevi lusingare dal male, in verità voi già siete con Me”.

24) Mess. della Madonna del 20-11-96: “Ho dovuto sempre tribolare per divulgare la mia parola, che è parola di amore, ma alla fine sapete che Maria vince la sua lotta contro il dominio delle tenebre”.

Dal libro: “I messaggi della Regina della Pace”, Medjugorje (Editrice SHALOM):

1) Mess. della Madonna, pag.73 e pag.132: “Vengo a convertire e a riconciliare tutto il mondo!”.

2) Mess. della Madonna, pag.99: “La Gospa (la Madonna) dice che dobbiamo pregare il rosario ogni giorno!” (Parla la veggente).

3) Mess. della Madonna, pag.130 e pag.131: “Vorrei che la gente in questi giorni pregasse con me; e pregasse il più possibile! Che inoltre digiunasse il mercoledì e il venerdì; che recitasse ogni giorno il Rosario: i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi”.

4) Mess. della Madonna, pag. 140: “In qualunque luogo io vada ed è con me pure mio Figlio, là mi raggiunge anche satana”.

5) Mess. della Madonna, pag. 142: “Satana si è impossessato di una parte del mio progetto e vuole farlo suo. Pregate affinché non abbia successo”.

6) Mess. della Madonna, pag. 149: “Io sono con voi e vi proteggo nonostante satana desideri distruggere i miei progetti e fermare i desideri che il Padre celeste vuole realizzare qui”.

7) Mess. della Madonna, pag. 155 e pag.156: “Satana è forte, e per questo chiedo le vostre preghiere e che me le offriate per quelli che stanno sotto il suo influsso, perché si salvino”.

8) Mess. della Madonna, pag. 156: “Cari figli, armatevi contro satana e sconfiggetelo con il rosario in mano. La corona del rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno per satana che appartenete a me”. “Con il rosario vincerete tutti i mali che satana intende infliggere ora alla Chiesa Cattolica”. “Cari figli, voi dimenticate che io da voi attendo i sacrifici per aiutarvi e per allontanare satana da voi”. (Sempre nella pag. 156 si afferma che la Madonna abbia detto, in occasione di alcune sue apparizioni a Fatima e a Lourdes, che il “santo rosario” è un’arma particolarmente efficace per combattere il Maligno).

9) Mess. della Madonna, pag. 192: “Ed ora in quest’ultimo periodo, molti chiedono dei messaggi solo per curiosità, e non per Fede e per devozione verso mio Figlio e verso di Me”.

10) Mess. della Madonna, pag. 193: “Cari figli ve l’ho già detto che vi ho scelti in modo particolare, così come siete. Io sono la Madonna che vi ama tutti. In ogni istante, quando avete delle difficoltà, non abbiate paura, perché Io vi amo anche quando siete lontani da me e da mio Figlio”.

11) Mess. della Madonna, pag. 197 e pag. 199: “Vorrei che la gente...ogni giorno recitasse almeno il Rosario: i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi”. “Chiedo alle famiglie della parrocchia di recitare il Rosario in famiglia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

12) Mess. della Madonna, pag. 203 e pag. 204: (Giovedì 20 Dicembre 1984) “Desidero che ogni membro della famiglia abbia un fiore accanto al Presepio, perché Gesù possa venire e vedere il vostro abbandono a Lui”.

13) Mess. della Madonna, pag. 209: (Domenica 24 Marzo 1985, Vigilia dell’Annunciazione) “Desidero che viviate la mia festa nel vostro intimo”.

14) Mess. della Madonna, pag. 213: “In questi giorni abbandonatevi completamente a me”.

15) Mess. della Madonna, pag. 215: “Cari figli, vi esorto ad invitare tutti alla preghiera del Rosario. Con il Rosario vincerete tutti gli ostacoli che Satana in questo momento vuole procurare alla Chiesa cattolica. Voi tutti, sacerdoti, recitate il Rosario, date spazio al Rosario. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

16) Mess. della Madonna, pag. 216 e pag. 217: “Cari figli, oggi v’invito a collocare nelle vostre case numerosi oggetti sacri; ogni persona porti addosso qualche oggetto benedetto. Benedite tutti gli oggetti; così Satana vi tenterà di meno, perché avrete la necessaria armatura contro di lui”. “Pregate perché ciò non avvenga, poiché, Io vi voglio per me per potervi donare a Dio”. “Cari figli, rivestitevi dell’armatura contro Satana e vincetelo con il Rosario in mano”.

17) Mess. della Madonna, pag. 221: “Io vi amo tutti in modo uguale, e desidero che tutti lavoriate”.

18) Mess. della Madonna, pag. 222 e pag. 224: “Sono madre, e pur provando dolore per chiunque si allontana dalla strada giusta, perdono volentieri e sono contenta per ogni figlio che ritorna a me”. “Abbandonate i vostri cuori a me”.

19) Mess. della Madonna, pag. 226 e pag. 227: “Cari figli, non permettete che Satana si impadronisca dei vostri cuori, così da diventare la sua immagine anziché la mia. V’invito a pregare, perché possiate diventare testimoni della mia presenza”.

20) Mess. della Madonna, pag. 227: “Spetta a voi per primi (ai parrocchiani), accogliere i messaggi, e poi agli altri. Voi ne sarete responsabili davanti a me e davanti a mio Figlio Gesù”.

21) Mess. della Madonna, pag. 229: “Senza amore non potete accettare né me né mio Figlio”.

22) Mess. della Madonna, pag. 230: “Cari figli, abbandonatevi totalmente a me, perché Io possa guidarvi pienamente”.

23) Mess. della Madonna, pag. 231 e pag. 232: “Cari figli, oggi v’invito ad offrirmi il vostro cuore, perché Io possa cambiarlo e farlo simile al mio cuore. Voi mi domandate, cari figli, perché non potete soddisfare le mie richieste; voi non potete, perché non mi avete dato il vostro cuore perché io lo cambi...V’invito a fare tutto quello che vi dico; così sarò con voi”.

24) Mess. della Madonna, pag. 233: “Cari figli v’invito a pregare il Rosario; il Rosario sia per voi un impegno da eseguire con gioia...Desidero insegnarvi a pregare”.

25) Mess. della Madonna, pag. 235: “Cari figli oggi v’invito a riflettere perché io sono da tanto tempo con voi. Io Sono la Mediatrice tra voi e Dio”. Leggere quanto è detto, invece, in 1Timoteo 2:5-7; Atti 4:12.

26) Mess. della Madonna, pag.242: “Cari figli, anche oggi v’invito a consacrare la vostra vita a me con amore, così che io possa guidarvi con amore”.

27) Mess. della Madonna, pag. 243: “Perciò, cari figli, pregate e abbandonatevi a me totalmente”.

28) Mess. della Madonna, pag. 258: “Figlioli voi siete miei: Io vi amo e desidero che vi abbandoniate a me, perché vi possa condurre a Dio...Pregate perché comprendiate che siete miei”.

29) Mess. della Madonna, pag. 264: “Io sono con voi e veglio incessantemente su ogni cuore che si dona a me”.

30) Mess. della Madonna, pag. 270: “Cari figli, Io sono con voi anche se non ne siete coscienti. Desidero proteggervi da tutto ciò che Satana vi offre e attraverso cui vi vuole distruggere”.

31) Mess. della Madonna, pag. 274: “Io sono con voi ed intercedo per voi presso Dio. Pregate perché Satana desidera distruggere i miei progetti di pace”.

32) Mess. della Madonna, pag. 275: “Dio mi ha, mandato tra voi per aiutarvi. Se volete, afferrate il Rosario; solo il Rosario può fare i miracoli nel mondo e nella vostra vita”.

33) Mess. della Madonna, pag. 284: “Io sono con voi ed intercedo per voi presso Dio, perché Lui vi protegga; mi sono, però, necessarie, le vostre preghiere ed il vostro sì”.

34) Mess. della Madonna, pag. 286: “Quando vengono le prove e i problemi, allora dite: ‘Dio, Mamma, dove siete?’, Io aspetto solo che voi mi diate il vostro sì per porgerlo a Gesù”.

35) Mess. della Madonna, pag. 288: “Io sono con voi anche in questi giorni inquieti, nei quali Satana vuole distruggere tutto quello che Io e mio Figlio Gesù stiamo costruendo”.

36) Mess. della Madonna, pag. 290: “Cari figli che la tenerezza del mio piccolo Gesù vi accompagni sempre”.

37) Mess. della Madonna, pag. 291 e pag. 292: “Io sono con voi e vi guido verso un nuovo tempo, tempo che Dio vi dà come una grazia per conoscerLo ancora di più”. “Io sono con voi e vi metto tutti sotto il mio manto”.

38) Mess. della Madonna, pag. 295: “Io desidero che la vostra vita sia legata a me. Sono vostra Madre e non voglio, cari figlioli, che Satana vi distolga”.

39) Mess. della Madonna, pag. 297 e pag. 298: “Cari figli, oggi gioisco con il piccolo Gesù e desidero che la gioia di Gesù entri in ogni cuore. Figlioli, con il messaggio Io vi dono, assieme al mio Figlio Gesù, la benedizione, perché in ogni cuore regni la pace. Io vi amo, figlioli e v’invito tutti ad avvicinarvi a me attraverso la preghiera”.

40) Mess. della Madonna, pag. 300: “Io sono vostra Madre, vi amo tutti ugualmente ed intercedo per voi presso Dio”.

41) Mess. della Madonna, pag. 300 e pag. 301: “Vi amo e desidero condurvi tutti con me in Paradiso. Ma se non pregate e se non siete umili ed obbedienti ai messaggi che vi dò, non posso aiutarvi”.

42) Mess. della Madonna, pag. 306: “Io vi sono vicina e v’invito a venire tutti, figlioli, tra le mie braccia, per aiutarvi; ma voi non volete, e così Satana vi tenta; e anche nelle cose più piccole la vostra Fede viene meno”.

43) Mess. della Madonna, pag. 307 e pag. 308: “Io vi sono vicina, figlioli, ed intercedo davanti all’Altissimo per ognuno di voi e vi benedico tutti con la mia benedizione materna”.

44) Mess. della Madonna, pag. 321: “Invito tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose a recitare il Rosario ed a insegnare agli altri a pregare. Figlioli, il Rosario mi è particolarmente caro; attraverso esso, voi mi aprite il vostro cuore, ed Io posso aiutarvi”.

45) Mess. della Madonna, pag. 329: “Che la santa confessione sia per voi il primo passo della conversione”.

46) Mess. della Madonna, pag. 334 e pag. 335: “Desidero che il mio cuore e il cuore di Gesù e il vostro cuore si fondano in un unico cuore di amore e di pace”. “Perciò figlioli pregate in questo tempo specialmente perché nei vostri cuori nasca il piccolo Gesù, creatore della pace. Soltanto attraverso la preghiera voi potete diventare i miei apostoli della pace in questo mondo senza pace”.

47) Mess. della Madonna, pag. 336: (sabato 25 Dicembre 1999) “Figlioli, oggi in modo speciale, assieme a Gesù Bambino che tengo fra le braccia, io vi do la possibilità di decidervi per la pace...Perciò mettete il neonato Gesù Bambino al primo posto nella vostra vita ed egli vi condurrà sulla via della salvezza”.

Questi messaggi sono solo una parte delle migliaia di affermazioni fatte dalla “Madonna” a Medjugorje, Fatima, Lourdes, ecc.. Si ha, attraverso la lettura di tali messaggi, una figura di Dio e di Gesù molto diversa da quella della Bibbia, dei vangeli e di tutto il N.T. e del messaggio biblico in generale. Tutto ciò non può venire dallo stesso Dio delle Sacre Scritture, Egli rimane sempre uguale nel Carattere e nella Personalità e nella volontà che i suoi comandamenti vengano pienamente rispettati ed applicati (vedere il secondo comandamento biblico). Notate come, con molta astuzia e finezza, le parole di tali messaggi sembrano apparentemente non voler annullare la supremazia di Dio, ma ahimè, un buono studioso e vero credente di Dio si accorgerà come tutto ciò abbia e si prefigga un grande e diverso scopo. Questo scopo maligno segue però un ordine graduale, cioè parla nella verità per lanciare la menzogna, o parla nella menzogna pur lanciando qualche verità. Questo designa furbizia e astuzia, doti primarie di Satana.

Matt. 12:46-50; Marco 3:31-35; Luca 8:19-21; Luca 11:27-28; Giov. 2:3-4; come conciliate questi passi della Bibbia con i messaggi della Madonna e di “Gesù”, qui trascritti, dati e rivelati alla Chiesa Cattolica? È inutile alcun commento, perché colui che conosce bene Dio e la sua Parola saprà trarre le giuste conseguenze e considerazioni. Credo che, in genere, si possa dire che molte delle apparizioni e delle rivelazioni della Madonna, nel mondo, siano vere e proprie manifestazioni spirituali angeliche maligne, con l’intento di spingere l’uomo sempre più verso l’ignoranza alla verità, ma in altri casi non escludo, assolutamente, che si tratti di pura invenzione umana.

Leggere anche i passi: Giov.3:15-16; c.6:35; c.6:40; c.6:47; c.7:37-39; c.14:6; c.14:13-14; c.15:16; c.16:23-24; Atti 4:12; c.10:25-26; c.16:31; Colossesi 2:18-19; Matt. 4:10; Luca 4:8; Ap. 19:9-10; c.22:8-9; Isaia 8:19-20; c. 43:11; c. 45:21-22; Osea 13:4; 1Timoteo 2:5-7; Ebrei 7:24-25; Galati 1:6-9; Esodo 20:3-6; Deut. 5:7-10; Lev. 19:31; c.20:6.

A rendere poi certo che tali apparizioni mariane non siano solo in parte frutto della potenza di Satana, ma anche della menzogna dell’uomo, c’è il fatto che la “Madonna” quando appare, ad esempio, in territori popolati da gente di colore (ad esempio, quelli dell’Africa centrale), ella viene identificata quasi sempre con la carnagione di colore nero e vestita di abiti secondo i costumi del posto, quando appare in territori popolati dai bianchi (Italia, Francia, ecc.), ella viene individuata con la carnagione bianca e vestita di abiti sempre secondo i costumi locali, quando, invece, appare in territori con carnagione olivastra (ad esempio, Africa settentrionale ed Orientale), ella viene identificata spesso con la carnagione olivastra e sempre secondo i costumi e la cultura del posto. Questo dovrebbe aiutarci a capire come, probabilmente, molte delle apparizioni della Madonna, nel mondo, non siano solo opera di Satana, ma anche menzogna dell’uomo che quando afferma di averla osservata in apparizione, nell’ingenuità, ma anche nella malizia diabolica, si attiene spessissimo agli usi e costumi del proprio luogo. Maria, essendo nata nei territori giudei, era di carnagione olivastra e non potrebbe apparire in tutto il mondo conformandosi agli usi, alla cultura e ai costumi dei vari posti, cambiando di tanto in tanto il colore della sua pelle, da bianca a nera, a olivastra, ecc.. È consueto, inoltre, vedere che, oltre alla carnagione, ai vestiti, ecc., vi sono anche differenze nei lineamenti, contorni e profili facciali, strettamente collegabili alle caratteristiche fisiche della razza del territorio in cui si ritiene che ella sia apparsa.

Galati 1:6-9 (scrivo il v.8): “Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema”. È chiaro che i messaggi attribuiti a Maria non sono altro che messaggi provenienti da uno spirito menzognero o da più spiriti (1Re 22:19-23; 2Cronache 18:17-22; Deut. 13:1-4), (senza escludere anche la possibilità che una parte di questi vengano dalla menzogna dell’uomo), i quali contraddicono e combattono la Parola di Dio. Analizziamo quanto è scritto in Galati: qualunque apparizione angelica (o qualunque uomo che professi un vangelo o un insegnamento che non porti esclusivamente le verità di Gesù) è da ritenere anatema, se porta delle verità non bibliche, non divine; in pratica, se contraddice quanto dice la Parola di Dio. È chiaro che riguardo alle apparizioni mariane, per quanto detto finora, siamo di fronte a messaggi e rivelazioni menzognere e demoniache ma anche di pura invenzione umana. Attenti, però, che qui non si sta dicendo, per niente, che alcune rivelazioni date e alcune apparizioni mariane non si siano verificate realmente o non possano verificarsi: la potenza di Satana agisce anche in questo senso, ma noi abbiamo molti avvertimenti divini a riguardo, ad esempio, la Parola di Dio in Deut. 13:1-4; Matt. 24:24; 2Tessalonicesi 2:9-12; 2Cronache 18:17-22; 1Re 22:19-23; Ap. 13:13-14; Ap. 19:20; Geremia 23:16, 21-22, 25, 30-32 .

Noi non dobbiamo limitarci ad identificare come divine o non queste o altre rivelazioni, messaggi e quant’altro, semplicemente, per il fatto che in alcune occasioni taluni cose rivelate possano essersi realmente verificate, e ritenere provenienti da Satana solo quelle che non si verificano. Gli stolti credono che se tali cose si compiono come profetizzate, debbano provenire assolutamente da Dio e solo nel caso contrario provengono da Satana. Questo è vero in parte: il modo più completo e giusto per verificare se tali segni e messaggi vengono da Dio, oppure no, è porre la Parola di Dio come pietra di paragone. Se tali messaggi e segni rientrano nella verità biblica, secondo certi profili, e le loro parole profetiche si avverano, allora tali cose, e quant’altro, provengono da Dio. Se tali segni annunciati si avverano, ma non sono conformi alla volontà di Dio, secondo alcuni o molti profili, allora provengono da Satana. Se tali segni non si avverano ed, inoltre, non sono conformi alla Parola di Dio, è evidente che in questi casi ci può essere la mano di Satana, come anche la menzogna dell’uomo: Geremia 23:16,21-22,25,30-32. (Leggere, per meglio capire questo discorso, la seconda parte dello studio: “Idolatria, culto dei santi e falsi miracoli”).

Dio mette alla prova, a volte, gli uomini, facendo verificare prodigi d’inganno e menzogneri.

Molti credono, e fanno bene, che Satana non conosca il futuro, aldilà di quanto è stato rivelato, e può essere a conoscenza di “tutti”, nelle Sacre Scritture. A motivo di questo essi credono che qualunque profezia, segno annunciato da uomini, da apparizioni angeliche, mariane e di “santi” defunti, se si avvera deve, per forza di cose, provenire da Dio, in quanto Satana non potrebbe mai aver rivelato uno specifico evento futuro reale e vero, perché egli non ha tale potere che, invece, ha solo Dio. Rispondo subito “ingenuamente” a questi, che se la “Madonna” o gli angeli possono venire a conoscenza di specifici eventi futuri da Dio, non bisogna escludere che anche Satana (e i suoi seguaci, angeli decaduti), non da sé (perché egli non ha questo potere), ma indirettamente da Dio, potrebbe venirne a conoscenza. Vediamo, in Ap. 6:9-11, come le anime dei santi martiri della tribolazione non sappiano neanche quanto attraverso la Bibbia sarebbe stato loro possibile sapere. Infatti, al v.10 esse chiedono al Signore fino a quando Egli avrebbe aspettato per giudicare gli empi sulla terra, cosa, che noi sappiamo, deve avvenire alla fine del periodo della tribolazione, che dovrà durare non meno di sette anni. Si dovrebbe sapere una cosa molto importante che qualunque angelo di Dio non ha alcun potere in sé di conoscere il futuro, ma quello che può conoscere nello specifico viene esclusivamente da Dio. Se avviene ciò per gli angeli di Dio, non deve essere esclusa la stessa possibilità per Satana e i suoi angeli. Inoltre, certamente, avviene qualcosa di non meno importante: Satana ha la possibilità, concessagli da Dio, di chiedergli di provare gli uomini in svariati modi. Vediamo, ad esempio, in Giobbe 1:6-22; c.2:1-10 come Satana aveva chiesto a Dio di poter provare Giobbe con dei grandi mali. Dio glielo permise, non concedendogli, però, di stendere la mano sulla vita di Giobbe per farlo morire. Se Satana avesse voluto, avendo avuto la concessione da Dio di poter attuare i suoi disegni cattivi sulla persona di Giobbe, sulla sua famiglia, sui suoi servi e sul suo bestiame, egli conoscendo, nello specifico, quali cose tremende dovevano accadere nella vita di Giobbe, perché egli stesso doveva causarle, avrebbe potuto investire un uomo della sua ispirazione (oppure apparire come angelo di luce), e questi avrebbe potuto profetizzare tale avvenimenti che poi sarebbero accaduti, grazie solo, non ad una potenza conoscitiva diretta di Satana degli eventi futuri, nello specifico, ma alla concessione resa da Dio di poter mettere in atto tali eventi; egli poi, per mezzo della profezia o di apparizioni, avrebbe potuto, semplicemente, per suoi scopi ingannatori, farli conoscere, investendo un uomo della sua ispirazione, oppure apparendo come angelo di luce.

2 Corinzi 11:14-15: “Non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce. Non è dunque cosa eccezionale se anche i suoi servitori, si travestono da servitori di giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere”. Ricordatevi che Satana viene spesso nel mondo per traviare nelle vesti di angelo di luce, perché sa che se venisse nella forma e nei modi che fanno parte della sua natura, avrebbe poco credito e pochi seguaci.

È anche certo che quando ciò avviene, tutto rientra nei disegni e nella volontà santa e giusta di Dio che si serve della potenza del male e dell’opera sua, anche, per rendere manifesta l’empietà, l’ingiustizia che spesso possono essere nascoste in modo subdolo, affinché il suo giusto giudizio, quando viene, sia potentemente individuato come vero e santo.

Leggere anche: 2 Cronache 18:17-22; 1Re 22:19-23; 2 Tessalonicesi 2:9-12; Deut.13:1-4.

Conclusione

La Bibbia ci esorta in molti passi a pregare ed invocare Iddio soltanto. Maria non disse mai di indirizzare a lei le preghiere dei credenti.

Potete provare, voi teologi cattolici, che si possano fare immagini, statue di Maria, e che Chiese e santuari possano ad essa essere dedicati? E che Maria abbia mai domandato di pregarla, di venerarla e quant’altro (Luca 11:27-28; Esodo 20:3-5; Lev.26:1; Deut.5:7-9)?

Il pregarla, l’invocarla e il celebrare delle feste in suo onore è un insulto alla sua memoria, ed ella sarebbe la prima a protestare.

Maria è la donna più privilegiata che troviamo menzionata nella Bibbia, ed è, debitamente, rispettata e onorata da tutti i cristiani evangelici. Ma invocarla, pregarla, venerarla, prostrarsi davanti a delle immagini e statue, che la rappresentano, è illecito e abominevole per Dio.

Se Gesù avesse voluto, come accade in ambito cattolico e non solo, che Maria dovesse essere venerata, invocata, chiamata “Madre di Dio”, “Regina del cielo”, “Regina degli angeli”, non avrebbe in talune occasioni parlato così: Luca 11:27-28; Matt.12:46-50; Luca 8:19-21; Marco 3:31-35; Giov.2:3-4.

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 4

Santa Cena del Signore o Eucaristia

cattolica?

 

Matt. 26:26-29: “Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo:<Prendete, mangiate, questo è il mio corpo>. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo:<Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati. Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio>”.

Luca 22:19-20: “Poi prese del pane, rese grazie e lo ruppe, e lo diede loro dicendo: <Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me>. Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: <Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi>”.

Marco 14:22-25: “Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: <Prendete, questo è il mio corpo>. Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. Poi Gesù disse:< Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti. In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio>”.

1Corinzi 11:23-29: “ ...cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse:< Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me>. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo:< Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga>.........”.

Proprio come la Pasqua permetteva di fare agli israeliti “un passo indietro nel tempo” e ricordare l’esodo dei loro padri dall’Egitto, così la Cena del Signore permette ai credenti di commemorare e celebrare personalmente la liberazione dalla schiavitù del peccato, ottenuta grazie alla morte espiatrice di Cristo Gesù. Davanti al simbolismo del pane e del vino, siamo messi di fronte al terribile prezzo che è stato pagato necessariamente per essere riscattati dalla tirannia del peccato. La Cena del Signore ricorda ai credenti che il peccato, non soltanto separa da Dio, ma anche gli uni dagli altri.

In questo senso rappresenta sia la comunione individuale col Cristo, ma anche l’unità spirituale dei credenti riuniti nella medesima comunione divina.

I teologi cattolici vedono, nei passi prima citati e in quelli che citeremo, la conferma che Gesù si trovi tutto intero (la sua divinità, il suo sangue, il suo corpo e la sua anima) nell’ostia e nel vino, in pratica che Gesù è fisicamente presente in questi due elementi in modo intero e completo.

Giov. 6:51: “Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo”.

Giov. 6:52-58: “I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: < Come può costui darci da mangiare la sua carne?> Perciò Gesù disse loro: < In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo resusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui. Come il Padre vivente mi ha mandato e io vivo a motivo del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me. Questo è il pane che è disceso dal cielo; non come quello che i padri mangiarono e morirono: chi mangia di questo pane vivrà in eterno>”.

In Giov. 6:35,40,47 Gesù ripete che chiunque crede in Lui riceve la vita eterna e la certezza di essere salvato.

In Giov. 6:50,51,53,54,58, nello stesso capitolo, colui che mangia e beve la carne e il sangue di Gesù riceve esattamente le stesse grazie di chi crede nel Figlio dell’Uomo; è chiaro che Gesù parli in entrambi i casi della fede in Lui e del riconoscerlo come Salvatore Divino.

Infatti, in Giov. 6:60,63, in successione al passo prima riportato (Giov. 6:52-58), Gesù risponde al mormorio, sia dei giudei che dei suoi discepoli, in questo modo: “Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: < Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo? >....<.. È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita >”.

Egli stesso, dunque, dichiara che le sue parole sono spirito e vita e che si devono intendere spiritualmente.

Diventa chiaro che mangiare la carne di Gesù è l’esatto equivalente di credere in Lui.

Qui Gesù usa un simbolismo particolare che equivale a voler dire che noi dobbiamo partecipare completamente e con fiducia alla natura di Cristo Gesù come “pane disceso dal cielo”, quindi, come Dio incarnato sulla terra, e credere all’opera del suo “sangue sparso per molti” (Giov.6:51,56; Luca 22:19-20), quindi come Dio Redentore morto per noi sulla croce.

Solo chi avrà creduto in Lui e alla sua opera avrà vita eterna.

Non vi è alcun riferimento a del pane e a del vino consacrati (eucaristia cattolica).

Solo la fede salva e il discernimento della natura divina e dell’opera redentrice di grazia di Dio in Cristo Gesù; non un mangiare o un bere nell’uso comune o cattolico: Giov. 6:35,40,47,63.

Giov. 6:35-63: “....se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.......<Come può costui darci da mangiare la sua carne? >.......Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna...Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.....così chi mi mangia vivrà anch’egli a motivo di me.........Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: < Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo? >....<...È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho detto sono spirito e vita >”.

Leggendo tutto il capitolo 6, dal v.35 al v.63, si riesce ancor meglio a comprendere che le parole di Gesù “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue” hanno un significato spirituale e non letterale: Giov. 6:60-63.

Per comprendere meglio le parole spirituali di Gesù, ovvero che quando Egli dice: “chi mangia il pane disceso dal cielo”, “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna”, voglia semplicemente dire che chi crede in Lui e nella sua opera ha vita eterna, leggiamo i seguenti passi; una mente acuta non troverà difficile comprendere la connessione dei vari discorsi di Gesù, nei vari passaggi, con l’unico elemento necessario, ovvero credere in Gesù per essere salvati; il resto è un simbolismo usato dal Signore per portare il suo messaggio in diversi modi, arricchito e con molti particolari.

Giov. 6:35-47: “....Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete...Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo resusciterò nell’ultimo giorno....In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna”.

Giov. 8:12: “...Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.

Giov. 8:24: “perché se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati”.

Giov. 3:36: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (le parole di questo verso citato sono di Giovanni il Battista e non di Gesù).

Giov. 14:6: “...Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

In questi passi citati Gesù esprime e dimostra con dei termini spirituali la sua natura e opera.

Al contrario, la Chiesa Cattolica, al punto 1384 del suo Catechismo, dice: “Il Signore ci rivolge un invito pressante a riceverlo nel sacramento dell’Eucaristia: <In verità, in verità vi dico se non mangiate la Carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita.> (Gv. 6,53)”.

Il “mangiare la carne, il pane e il bere il sangue, il vino” non giovano a nulla invece (leggere Giov.6:63). Le parole di Gesù, riguardo al “mangiare la sua carne e al bere il suo sangue” (Giov.6:53-56), devono essere prese in senso spirituale e non letterale (Giov.6:63).

“Mangiare la sua carne e bere il suo sangue” vuol dire appropriarsi dell’opera redentrice di Cristo Gesù, credendo in Lui per essere salvati. Queste parole, in termini figurativi, hanno un senso spirituale e non hanno nulla a che vedere con quanto dicono i teologi cattolici, riguardo al fatto che, secondo loro, Gesù intendesse dire di mangiare letteralmente e realmente il suo corpo (pane), e bere il suo sangue (vino) per essere salvati, altrimenti si rimarrebbe nelle tenebre del peccato.

Essi ritengono che Gesù dicendo ai discepoli di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, intendesse dire letteralmente di mangiare il pane e bere il vino consacrati, in quanto (sempre secondo questi) suo corpo, sua anima, sua divinità e suo sangue.

Al punto 1374 del Catechismo cattolico si legge: “Il modo della presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche è unico. Esso pone l’Eucaristia al di sopra di tutti i sacramenti e ne fa < quasi il coronamento della vita spirituale e il fine al quale tendono tutti i sacramenti>. Nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero. <Tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia, perché è sostanziale, e in forza di essa Cristo, Dio e Uomo, tutt’intero si fa presente>”.

Il pane e il frutto della vigna (vino) sono solo dei simboli, la cui natura non cambia dopo che sono stati benedetti. Gesù era ancora vivo quando istituì la Santa Cena, e quindi, anche per questo motivo, non potevano il suo corpo, la sua anima, il suo sangue e la sua divinità, essere nel pane e nel vino.

Egli usò dei termini in senso spirituale; Matt. 26:27-29: “....Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati. Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.

Credendo alla teoria cattolica dovremmo asserire che in pratica Gesù mangiando il pane nella sera della Pasqua mangiò se stesso; mangiando il pane si mangiò la sua anima, il suo corpo, il suo sangue, la sua divinità, bevendo il vino, bevette la sua anima, il suo corpo, il suo sangue, la sua divinità. Inutile ogni commento.

Se un ebreo (per non dire un cristiano della Chiesa primitiva, venuto dal giudaismo, quali furono gli apostoli e i discepoli del Signore) avesse avuto la sfortuna di comprendere la diavoleria cattolica che afferma che il vino e il pane erano anche il sangue letterale, fisico e reale di Gesù, rimarrebbe, senza ogni dubbio, solamente per questo, della giusta e certa convinzione, che trattasi di una menzogna satanica, conoscendo bene il dettame, di Dio, del non “mangiare il sangue” di creature morte: Lev. 7:26-27; c.17:10-14.

Si noti come Gesù chiamò il contenuto del calice: “questo frutto della vigna”. In sostanza, Gesù fa chiarimento che il contenuto del calice è, e rimane, il frutto della vigna (il vino) e non è cambiato, diventando il suo sangue, ma solo, simbolicamente, lo rappresenta.

Essendo l’istituzione della Santa Cena la circostanza anticipata del sacrificio sulla croce e il memoriale che in seguito l’avrebbe commemorato, Gesù se avesse bevuto, attraverso il vino, veramente, il suo sangue (per non parlare dell’anima, del corpo e della divinità), si sarebbe opposto al dettame divino del non mangiare sangue di creature morte, in quanto Egli, in quel momento, con quelle gesta, prefigurava e anticipava la sua stessa morte. Inoltre, se così fosse, Egli avrebbe indotto, col comandamento “fate questo in memoria di me”, alla trasgressione, dei suoi servitori, allo stesso dettame divino. Poi, è utile aggiungere un altra cosa; come può essere possibile che nella messa cattolica avvenga nuovamente il sacrificio di Gesù, se perfino quando Gesù la istituì (la Santa Cena), tale sacrificio si doveva ancora compiere? In realtà, la Santa Cena è un commemorare la sofferenza e il sacrificio compiuto da Cristo (una volta per sempre), finché Egli non sia venuto in gloria a regnare sulla terra, ad instaurare il Regno di pace e giustizia, dove Egli stesso potrà nuovamente bere “il frutto della vigna” (e non il suo sangue) con i suoi servitori salvati (Matt. 26:29).

Eucaristia significa: rendimento di grazie.

Gesù era fisicamente presente mentre pronunciava le parole del passo di Matt. 26:26-29, così i discepoli non mangiarono, letteralmente, il suo corpo, né bevvero il suo sangue, cosa, quest’ultima, che dei giudei, quali erano i discepoli, non avrebbero mai potuto accettare: Lev.7:26-27; Lev.17:10-14. Proprio come il sangue del sacrificio ratificava l’antico patto mosaico sul monte Sinai (Esodo 24:6-8), così il sangue di Gesù, versato al Golgota, inaugurò il nuovo patto (Geremia 31:31-34; Ebrei 8:6-13; Luca 22:20; ecc.). Questo nuovo patto non si riferisce ad un accordo tra due parti come il primo, ma ad una decisione presa da una delle due parti, in questo caso, Dio.

L’altra parte, ossia l’uomo non può alterare questa decisone, può solo accettarla o rifiutarla.

Voglio ripetere ancora, cari lettori, che Gesù quando istituiva la Santa Cena era ancora in vita; la sua anima, il suo sangue, il suo corpo e la sua divinità non poterono essere nel pane e nel vino; la sua anima non poteva essere nel pane e nel vino perché essa era in Lui, il suo sangue, nemmeno, e neanche il suo corpo e la sua divinità. Chiariamo, non che a Dio mancasse la potenza soprannaturale, per poter far questo, Egli potrebbe fare molte cose per la sua potenza, ma alcune le fa e altre no.

In questo caso è chiaro, per svariate prove e aspetti, che Gesù usò parole spirituali e una simbologia con degli elementi, per portare a conoscere, esclusivamente, una verità spirituale.

Oltretutto, quando istituì la Santa Cena, che non è, come dice la Chiesa Cattolica, un rinnovamento mistico del sacrificio di Gesù, ma solo la commemorazione del suo sacrificio, Egli non era ancora morto. In pratica, non aveva ancora avuto luogo il suo sacrificio. Questo sarebbe avvenuto alle ore 9 della mattina del giorno seguente e durato fino alle ore 15 del pomeriggio dello stesso giorno. Paradossalmente, cari teologi cattolici, la Santa Cena, che voi celebrate come un vero e proprio sacrificio mistico, ripetuto di Cristo, quando Gesù la istituì, il suo sacrificio non aveva ancora avuto luogo.

Questo dovrebbe farci capire che nella Santa Cena cattolica non avviene alcun sacrificio ripetuto di Gesù, perché perfino Cristo stesso, quando vi partecipò alla prima e unica volta (all’istituzione di essa), non essendosi ancora sacrificato poté vedere nelle sue gesta solo un memoriale simbolico di quello che la mattina seguente Egli avrebbe operato; oggi noi commemoriamo la grande opera del Signore partecipando alla Santa Cena, nel ricordo del sacrificio di Gesù. Quindi, come potevano (o perché avrebbero dovuto) il pane e il vino essere il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesù, se Egli era ancora in vita e, inoltre, il suo sacrificio, doveva ancora avere luogo? Come poteva Gesù, fisicamente vivente, essere tutto intero nel pane e nel vino? Cristo dicendo queste parole: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me ...Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi” (Luca 22:19-20) non poteva simultaneamente essere tutto intero nel pane e nel vino (giacché era fisicamente presente e vivo, quando compiva tali gesta e proferiva tali parole; inoltre, ripeto, doveva ancora compiere il suo sacrificio).

Quindi, ciò dimostra come Gesù Cristo voglia usare questi elementi (il pane e il vino) semplicemente per simboleggiare la sua Santa ed espiatrice dipartita, e non per ultimo, come un modo perfetto per entrare in comunione con Lui individualmente e collettivamente.

(La simbologia di tali elementi [il pane e il vino] viene, inoltre, a rendersi ancor più evidente in virtù del fatto che Cristo se ne serve per far vivere anticipatamente e spiritualmente, dentro la mente e i cuori degli apostoli, ancora prima che avvenga il suo sacrificio, la fede nella sua opera redentrice per mezzo della sua morte. Ciò spiegherebbe, anche il motivo per il quale, alla Santa Cena [circostanza nella quale essa venne istituita dalla presenza fisica di Gesù], quella sera non erano invitati altri discepoli del Signore, ma solo gli apostoli perché essi solo, in quanto vicini al Signore sin dagli inizi del suo ministero, e in quanto scelti direttamente e fisicamente da Cristo, potevano e dovevano essere [escluso Giuda] i testimoni oculari, anticipatori in fede e in Spirito, di quanto Gesù proferiva riguardo a sé e alla sua opera di sacrificio, e non per ultimo, dell’istituzione del sacramento, per poterlo poi, quest’ultimo, inserire come tale, nella Chiesa di Cristo. Del resto, sin dall’inizio del suo ministero con la scelta degli apostoli Gesù riserva loro gli insegnamenti più diretti, le spiegazioni delle parabole, la sua continua presenza fisica, e altro ancora, destinandoli, con e per tutto ciò, ad essere in futuro le “fondamenta dottrinali”, [in quanto testimoni oculari], nella Chiesa, poiché avrebbero per mezzo della potenza dello Spirito Santo tramandato letteralmente gli insegnamenti di Gesù una volta e per sempre).

Ciò che rende santa questa commemorazione è la fede individuale e collettiva nell’opera divina di Cristo riguardo al peccato (con la conseguente presenza dello Spirito Santo) e non l’elemento in se stesso, questo non ha alcun valore al di fuori del contesto della Santa Cena, ma in esso può diventare e diventa “uno strumento, in fede, di comunicazione per entrare in comunione”, mediante l’opera dello Spirito Santo (e della fede), con l’opera attuata da Cristo in passato, ma ancora vivente nell’efficacia per salvare dalla condanna del peccato.

Il nostro Dio è un Dio di Spirito e, in quanto tale, noi dobbiamo essere spirituali, non confidanti in qualche elemento o materia con la pretesa iniqua di essere consacrati, ma confidanti per fede con canali sempre spirituali: Giov.4:23-24; Ebrei 9:9-10.

1Corinzi 11:23-26: “<...Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me>. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice dicendo: <Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrette, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga>”.

1Corinzi 10:16-22 “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane....”.

1Corinzi 11:20-21: “Quando poi vi riunite insieme, quello che fate non è mangiare la cena del Signore; poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco”.

Atti 20:7: “Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per spezzare il pane...”.

Atti 2:42: “Ed erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere”.

Atti 2:46: “E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme...”.

“Mangiare la sua carne e bere il suo sangue” significa nutrirsi per fede della sua Persona offerta in sacrificio per noi sulla croce.

“Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue”, il nuovo patto istituito da Cristo è un patto sancito col sangue (come il vecchio patto), ovvero col suo sangue.

Per sancire l’antico patto tra Dio ed Israele sul monte Sinai, dopo che Dio ebbe posto le sue condizioni ed il popolo le ebbe accettate, Mosè prese un bacino pieno del sangue del sacrificio e ne sparse una parte sull’altare stabilendo così che Dio era legato alla sua parte del patto; poi sparse il resto del sangue sul popolo legandolo al rispetto della sua parte del contratto o patto (Esodo 24:3-8).

In Atti 2:42 leggiamo che i primi cristiani perseveravano “nel rompere il pane”. Queste ultime parole si riferiscono ad un pasto ordinario o alla celebrazione della Cena del Signore? Forse ad entrambi. Ecco ciò che deve essersi verificato: in principio la comunione dei discepoli era così intima e sentita che spesso consumavano i pasti insieme. Mentre circondavano la tavola per chiedere la benedizione sul cibo a Dio, il ricordo dell’ultima cena di Cristo si riformulava nelle loro menti e la richiesta della benedizione per il cibo e il ringraziamento al Signore sfociava in un vero e proprio culto di adorazione al Cristo, cosicché a poco a poco sarebbe diventato difficile stabilire precisamente se i discepoli consumavano un pasto comune o partecipavano alla Santa Cena o ad entrambi.

La vita e l’adorazione in quei tempi era ben altra cosa rispetto ad oggi. Assai presto “il rompere il pane” e la Santa Cena vennero distinti in modo preciso, cosicché l’ordine del culto divenne il seguente: in un giorno stabilito i cristiani si radunavano insieme per consumare un pasto nella comunione fraterna (il banchetto dell’Amore, o Agape) caratterizzato dalla gioia che scaturiva dall’amore fraterno; tutti portavano provviste per tale pasto e queste dovevano essere distribuite in parti uguali fra tutti i credenti.

In 1Corinzi 11:20-22 Paolo biasima coloro che in tali circostanze si ubriacavano e quelli che mangiavano il loro cibo senza condividerlo con i poveri.

Alla fine dell’Agape veniva celebrata la Santa Cena.

Più tardi nel I sec. la Santa Cena fu separata dall’Agape e veniva celebrata la domenica mattina. Probabilmente l’Agape voleva ricordare la cena che precedette l’istituzione della Santa Cena, ovvero il pasto che vi fu tra Gesù e i suoi discepoli prima che Egli stesso istituisse il sacramento.

Riflessione: Mi chiedo se il sacramento è la Santa Cena, come possono esserlo anche il pane e il vino? Ciò è impossibile. Sarebbe come dire, ad esempio, che il battesimo è un sacramento (e questo è vero), ma che lo è anche l’acqua o l’uomo che vi partecipa. Impossibile anche questo.

La Santa Cena è un sacramento istituito da Cristo (assieme al battesimo), il pane ed il vino sono gli elementi che usiamo assieme alla fede e alla comunione fraterna e dello Spirito Santo per entrare in comunione con Cristo e quindi con Dio. La Chiesa Cattolica ha finito per definire il pane ed il vino: “il sacramento”, ha dimenticato che questi sono solo elementi e che il sacramento è solo la Santa Cena, ovvero l’ordine di riunirsi nel ringraziamento e nel ricordo dell’opera salvifica di Cristo sulla croce per la redenzione dell’uomo.

1Corinzi 11:23-26 (questo passo spiega bene quanto detto finora ); gli elementi: il pane ed il vino, l’adunanza dei credenti, la fede e la comunione fraterna formulano, in definitiva il sacramento, della Santa Cena, senza dimenticare poi l’opera dello Spirito Santo. Tutte queste cose connesse fra di loro rientrano e danno vita al sacramento ordinato da Dio, come pure per il battesimo, l’acqua, la fede e l’uomo, che viene battezzato, sono gli elementi che formulano il sacramento.

Nessuno di questi elementi è un sacramento, poiché esso prende esclusivamente vita dalla comunione fra di loro (fra questi elementi). Ovvero l’utilizzo di questi elementi per un unico fine dà vita alla realizzazione del sacramento e dell’ordine divino.

L’acqua non è il sacramento del battesimo, come non lo è neanche l’uomo, ma combinati tra di loro e per mezzo della fede questi formano il sacramento del battesimo.

Così, il pane ed il vino non sono la Santa Cena, ma elementi che connessi con la comunione fraterna, la fede e l’opera dello Spirito Santo danno vita al sacramento della Santa Cena.

Nessuno di questi elementi è un sacramento, ma la comunione e l’unione fra di loro lo è.

Al punto 1330 del Catechismo cattolico si legge: “....Si parla anche del Santissimo Sacramento, in questo costituisce il sacramento dei sacramenti. Con questo nome si indicano le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo”.

Ecco che la Chiesa Cattolica finisce per chiamare “Santissimo Sacramento” gli elementi (il pane il vino) che invece sono e rimangono tali. I cattolici offrono un culto di adorazione a del semplice pane (ostia) e a del vino; ciò è idolatria. Il clero e il popolo cattolico chiamano o denominano l’ostia (e il vino) come il Santissimo Sacramento, l’adorano, vi si prostrano davanti come se Dio fosse incarnato davanti a loro.

Questa è idolatria pura. Dio è Spirito e Verità e in spirito e verità va adorato: Giov. 4:23-24.

Il “Santissimo Sacramento” invece non è l’ostia (o il vino), ma la celebrazione della Santa Cena.

Il “Santissimo Sacramento” è l’unione, l’insieme degli elementi coinvolti in comunione tra di loro.

Cristo Gesù è asceso al cielo col suo corpo glorificato (Marco 16:19; Luca 24:51; Atti 1:9-11) e lì vi deve rimanere (Atti 3:21) fino al giorno in cui dovrà tornare fisicamente. Egli non può manifestarsi fisicamente (ma in Spirito sì) sulla terra (Marco 13:21-23) se non quando verrà in gloria e sarà visibile a tutti (Matt. 24:27; Ap. 19:11-21). Quindi, Egli fisicamente non può essere nell’ostia, o meglio, l’ostia non può essere il corpo di Gesù, ciò (oltre a quanto detto finora) va contro l’insegnamento della Bibbia e di quanto viene detto riguardo alla Persona visibile, fisica e gloriosa di Gesù che adesso è in cielo alla destra del Padre; Egli tramite lo Spirito Santo governa la sua Chiesa universale sulla terra in modo invisibile e spirituale e non fisico come invece avverrà dalla sua venuta gloriosa in poi. Gesù stesso avvertì i suoi: Matt. 24:23-27 “.....eccolo è nelle stanze interne...” di non andare dove si sarebbe sostenuto che Egli fosse fisicamente presente, ad esempio “nelle stanze interne” (un esempio lo sono i luoghi di culto della Chiesa Cattolica durante la messa) perché Egli verrà fisicamente solo nel suo giorno glorioso e non in miliardi di posti e momenti prima (“eccolo è nelle stanze interne”).

Gesù usa, anche in altri casi, parole riferite a se stesso in senso allegorico: “Io sono la porta”,“Io sono la vite”, ecc.. Si dovrebbe forse prendere alla lettera quanto Gesù dice in taluni casi? Certo che no!

Egli non è una “porta”, o un “portone”, o una “vite”, ma le parole “porta” e “vite”, Gesù le usa in senso allegorico. Così è anche per le parole usate riguardo agli elementi: pane e vino. Elementi questi rappresentativi nella Santa Cena del corpo e del sangue di Gesù (non sono però il corpo, la divinità, l’anima e il sangue di Gesù), ovvero del suo sacrificio unico e completo offerto sulla croce una volta per sempre.

Il dogma della Transustanziazione fu decretato da Papa Innocenzo III nell’anno 1215. Nel 1220 l’adorazione dell’ostia fu sancita da Papa Onorio III, e nel 1414, al Concilio di Costanza, la Chiesa Romana proibì il calice ai fedeli. Per secoli la Santa Cena fu celebrata dalla Chiesa Cattolica in ambedue le specie (pane e vino); così è celebrata tutt’ora dalla Chiesa Ortodossa Greca. Sulla Chiesa Romana dunque grava anche la colpa e il sacrilegio di aver mutilato ed alterato il sacramento della Santa Cena e di aver negato il calice ai fedeli fin dall’anno 1414.

In conclusione, per tanti altri motivi, oltre a questo, la Santa Cena che istituì Gesù non è riscontrabile nella Chiesa Romana.

Nella Chiesa Romana si è voluto togliere il calice del vino al popolo, però Gesù disse: “bevetene tutti” (Cristo voleva che tutti partecipassero alla commemorazione della sua morte, non come un atto magico in sé, ma come espressione esteriore dell’amore e della fede interiori nei confronti della sua Persona, del suo sacrificio e del suo ritorno). Che cosa ha più valore: la Parola di Cristo, il Signore, o il capriccio della Chiesa Romana? Solo il sacerdote beve il vino dal calice, il popolo si accontenta di prendere solo l’ostia. Il vero scopo di Cristo era quello di ravvivare la fede in Lui, attraverso la celebrazione della Santa Cena come un occasione particolare dove i suoi figlioli sarebbero stati maggiormente uniti nel ricordo dell’opera sua salvifica, alimentando così in loro una fede sempre più viva nella sua opera e nel suo ritorno; quindi uno degli scopi della Cena del Signore è la collettività, la comunione fraterna stretta nell’ardore e nell’amore per il loro Re e Salvatore. Ma con dolore noto, anzi ho avuto modo di notare personalmente, partecipando in passato al “sacramento dell’Eucaristia cattolico” (lungi dall’essere il comando di Dio) che nelle varie chiese cattoliche si ha solo un rapporto solitario con se stessi; la persona si appresta a ricevere l’ostia in modo assolutamente solitario, non vi è la comunione commemorativa fraterna e amorevole voluta dal nostro Signore Gesù Cristo. Questo è un inganno, si fa della Chiesa un organo meccanico e morto, molto diverso dalla Chiesa di Cristo Gesù che era ed è sinonimo di assemblea di credenti. La Chiesa era ed è l’adunanza e fratellanza dei credenti, non un edificio o un ordine gerarchico (clero) diviso dal popolo (laici). Colossesi 4:15: “Salutate i fratelli che sono a Laodicea, Ninfa e la chiesa (cioè i credenti) che è in casa tua”.

Il sacrificio cattolico della messa equivale a “crocifiggere” e a “far sacrificare” Gesù continuamente.

È far “ripetere sempre lo stesso sacrificio a Gesù”, il quale invece si è offerto una volta soltanto e per sempre; oggi bisogna e si deve solo commemorare tale evento: “fate questo in memoria di me” Luca 22:19; 1Corinzi 11:24-26.

Ecco quanto dice il Catechismo di Pio X riguardo alla Santa Cena: “< La Santa messa è il sacrificio del corpo e del sangue di Gesù Cristo, che sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio sull’altare, in memoria e rinnovazione del sacrificio della croce >. < Tra il sacrificio della croce e quello della messa c’è questa differenza, che Gesù Cristo sulla croce si sacrificò dando volontariamente il proprio sangue, e meritò ogni grazia per noi; invece sull’altare senza spargere sangue, si sacrifica e si annienta misticamente per il ministero del sacerdote, e ci applica i meriti del sacrificio della croce >”.

È fuori di dubbio che la Chiesa Romana sia in completo errore. Perché quest’annientamento mistico, ripetuto miliardi e miliardi di volte in tutto il mondo nei secoli, per applicare ancora i meriti della croce? Forse Cristo non riconciliò completamente l’umanità peccatrice con il Padre, con il suo Unico e Santo sacrificio sulla croce? Questo continuo “sacrificare” Gesù assomiglia nei modi e nei tempi molto alle usanze riguardo al sacrificio continuo dell’antico patto. La riconciliazione, invece, con la morte di Gesù è stata totale, e i sacrifici nel loro scopo dell’antico patto non sussistono più: Colossesi 1:19-20. Unicità del sacrificio di Gesù: Ebrei 10:1; Ebrei 9:25; Ebrei 7:27.

La celebrazione della Santa Cena serve a commemorare il sacrificio unico di Gesù, non a farne dei nuovi, ovvero “a far sacrificare” Gesù nuovamente anche se pur in modo mistico.

Al punto 1088 del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: “ ....È presente (Cristo) nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, <egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti>, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche....”.

Al punto 1365 si legge: “In quanto memoriale della pasqua di Cristo, l’Eucaristia è anche un sacrificio. Il carattere sacrificale dell’Eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell’istituzione: <Questo è il mio Corpo che è dato per voi > e: < Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue che viene versato per voi > (Luca 22,19-20). Nell’Eucaristia Cristo dona lo stesso corpo che ha consegnato per noi sulla croce, lo stesso sangue che egli ha < versato per molti, in remissione dei peccati > (Matt. 26,28)”.

Al punto 1393 si legge: “ ... < Ogni volta che lo riceviamo, annunziamo la morte del Signore. Se annunziamo la morte, annunziamo la remissione dei peccati. Se, ogni volta che il suo sangue viene sparso, viene sparso per la remissione dei peccati, devo riceverlo sempre, perché sempre mi rimetta i peccati. Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina >”.

Questo vuol dire “crocifiggere e far sacrificare” Cristo miliardi di volte ripetutamente nel tempo. È “far ripetere sempre lo stesso sacrificio” a Gesù che invece si è offerto una volta soltanto e per sempre; oggi bisogna solo commemorare tale evento “fate questo in memoria di me”, in memoria del suo sacrificio, commemorando, appunto, solo tale evento. La pretesa della ripetizione del sacrificio di Cristo sul calvario, nella messa, nella quale Gesù discenderebbe dal cielo nell’ostia (e nel vino), sarebbe crocifisso di nuovo (misticamente) e poi mangiato vivo dal prete e dal popolo ogni giorno, è ripugnante al senso comune ed è contrario all’insegnamento della Bibbia e alle parole di Gesù. L’unico mistero è questo: che vi siano ancora delle persone che ci credono.

Chiedo ai teologi cattolici: potete provare che la messa sia un sacrificio e la ripetizione giornaliera del sacrificio di Cristo sulla croce? Ebrei 7:27; c.9:25-28; c.10:10-14,18.

Potete provare che la messa possa dare riposo o suffragio alle anime dei morti che si suppongono tormentate nelle fiamme del purgatorio? Leggere Luca 23:43 e Ebrei 10:14: “Infatti con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati”.

Perfino la Pasqua ebraica era solo una commemorazione in ricordo del passaggio degli israeliti dall’Egitto nel deserto: “Quel giorno sarà per voi un giorno di commemorazione e lo celebrerete come una festa in onore del SIGNORE...” Esodo 12:14.

La Santa Cena commemora invece il sacrificio unico di Cristo finché Egli venga.

La Chiesa Cattolica, con il termine “Transustanziazione”, sostiene che Gesù è realmente presente nell’ostia e nel vino, in corpo, sangue, anima e divinità. Ciò è assolutamente falso per i motivi che abbiamo detto prima. Gesù era ancora in vita (era fisicamente presente, con la sua anima, il suo corpo, il suo sangue e la sua divinità) quando istituì la Santa Cena (inoltre doveva ancora compiersi il suo sacrificio sulla croce) e non poté essere nel pane e nel vino tutto intero come, invece, affermano i teologi cattolici.

Nel 1220 Papa Onorio III sancì l’adorazione dell’ostia; così la Chiesa Romana adora un Dio fatto dalle mani di uomini. Gesù ci insegna ad adorare Dio in spirito e verità perché Egli è Spirito: Giov. 4:23-24.

La messa come sacrificio fu sviluppata gradualmente e la frequenza ad essa resa obbligatoria nel XI secolo. La Chiesa Cattolica per “sacrificio” intende la mistica immolazione di Gesù Cristo nella messa, nella quale il sacerdote offre a Dio il corpo e il sangue di Gesù sotto le specie del pane e del vino.

Il vangelo insegna che Cristo si offrì in sacrificio per noi completamente ed unicamente una sola volta, e ciò non può essere in alcun modo ripetuto, ma solo commemorato nella Santa Cena: Ebrei 7:27; Ebrei 9:25-28; Ebrei 10:10-14,18. La dottrina cattolica sostiene che il sacerdote “crei” Gesù Cristo ogni giorno tutto intero nell’ostia e nel vino (con il suo corpo, la sua anima, il suo sangue e la sua divinità tutta) e poi lo mangia e lo beve in presenza del popolo durante la messa. Ciò è un’assurdità pazzesca! Gesù è spiritualmente presente nella funzione della vera celebrazione della Santa Cena, non fisicamente, ma in Spirito e non comunque fisicamente nel pane e nel vino, pronto per essere mangiato e bevuto dopo essere stato nuovamente “in modo mistico” sacrificato per i peccati da un iniquo sacerdote cattolico. Il sacrificio di Gesù è avvenuto invece una sola volta e per sempre sulla croce. La Santa Cena serve per commemorare tale avvenimento non a riprodurlo. 1Corinzi 11:23-26: “....Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga”. Annunciare, commemorare, non riprodurre il sacrificio: v.24 “...fate questo in memoria di me”; v.25 “.....fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me”; Luca 22:19: “.....fate questo in memoria di me”.

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 5

Sacramento cattolico della penitenza

(o confessione).

La Bibbia non accenna affatto ad un potere di perdono a nome di Dio dato dal Signore a una particolare categoria di cristiani (sacerdoti, i quali sono inesistenti nel N.T.); tutti i credenti hanno responsabilità verso i loro fratelli, che devono aiutare se colpevoli di qualcosa, con la preghiera e l’incoraggiamento personale. I colpevoli possono (non devono) confessare i propri peccati alla comunità o a qualche fratello più maturo, del quale si ha una particolare fiducia (oltre a confessarsi con il fratello offeso, chiaramente se c’è un offeso oltre a Dio) e non ad una speciale categoria di cristiani “creata” apposta da Gesù con poteri superiori agli altri fedeli. Ci si può confessare non per ottenere l’assoluzione (fino al 1215 nemmeno nella Chiesa Romana vi era l’assoluzione sacerdotale) o il perdono dei peccati a nome di Dio (solo Dio può dare definitivamente e in modo determinato il suo perdono), ma solo per chiedere conforto e ottenere preghiere e incoraggiamento. Anche nel caso ci si confessi (come è giusto che sia) all’offeso per ricevere il perdono dell’offesa fatta, mai si potrà avere però l’assoluzione a nome di Dio. Ci si deve confessare particolarmente al fratello offeso (anzi sarebbe buona cosa che fosse l’offeso stesso a ricercare l’offensore per riconciliarlo con Dio e la sua Chiesa e tentare di “legarlo” nuovamente al Signore inducendolo al pentimento) e costui ha il dovere di perdonare sempre. L’unica condizione per ottenere il perdono dei peccati è il pentimento e il ravvedimento congiunti con la conversione e il ricorso all’Avvocato Divino, Cristo Gesù, che ci perdona da ogni colpa, sempre però dietro un vero pentimento. Nel N.T. oltre alla confessione reciproca si parla anche di confessione pubblica che deve essere anch’essa rigorosamente congiunta con il pentimento, senza il quale la confessione a nulla vale.

La confessione pubblica era quella che attuarono i discepoli di Giovanni il Battista al tempo del loro battesimo: Matt. 3:6; Marco 1:5; quella compiuta dai cristiani di Efeso quando distrussero i loro libri di magia, descritta nel libro degli Atti 19:18-19.

Si può confessare anche ad altri fratelli il proprio problema e non solo all’offeso (quando ce ne fosse uno), magari a uomini di fede spiritualmente più maturi, per avere un consiglio, ottenere preghiera, un aiuto spirituale, ma mai l’assoluzione. La vera Chiesa di Cristo è una grande famiglia di credenti che si amano reciprocamente. Quando uno è nel peccato tutti soffrono e dovrebbero tentare ogni mezzo per ricondurre il colpevole (per “legarlo”) sulla via della verità.

Facciamo un po’ di storia:

Accanto alla confessione pubblica nel corso dei secoli si collocò la penitenza personale da subire individualmente (mentre nel N.T. è detto solo che il colpevole di un peccato, che avesse scandalizzato il buon nome della locale comunità cristiana e della Chiesa intera, veniva espulso temporaneamente dalla chiesa locale o a volte semplicemente dalla comunione della Santa Cena con gli altri fratelli finché non fosse arrivato ad un vero pentimento e ravvedimento), e si arrivò ad istituire delle vere e proprie penitenze per chi avesse commesso un peccato. Per quelli gravi rimaneva in vigore (come nel N.T.) l’espulsione dalla Chiesa o la privazione dalla comunione della Santa Cena, ma con delle penitenze personali da fare se si voleva rientrare in seguito nella comunità cristiana o ritornare alla comunione della Santa Cena.

Inizialmente si poteva fare nel corso della propria vita una sola penitenza dopo il battesimo; se si peccava nuovamente in modo grave si era dichiarati condannati all’inferno e mai più ammessi nella Chiesa. Alcuni proprio per questo motivo una volta che avevano “peccato”, decidevano di attuare la penitenza nella vecchiaia (perché avevano paura di peccare nuovamente e non essere più ammessi nella Chiesa) nel frattempo erano fuori dalla Chiesa (o dal servizio della Santa Cena).

Niente di più stupido e malizioso. La colpa è della gerarchia ecclesiastica romana con le sue inique dottrine. La penitenza non poteva essere compiuta che una sola volta nella vita; in caso di recidiva il peccatore o il colpevole non aveva più alcun mezzo di riconciliazione con la Chiesa nemmeno in punto di morte.

Inizialmente per alcuni peccati (come l’omicidio, l’apostasia e l’adulterio) non vi era alcuna possibilità di fare penitenza e di essere riammessi nella Chiesa. Poi man mano le cose cambiarono e la penitenza fu proposta anche per questi tipi di peccato, e non più per una sola volta nella vita, ma per tutte le volte che sarebbe stato necessario. Inizialmente tali penitenze erano pesantissime, non solo includevano le opere da fare e quelle da non fare, ma anche il tempo per il quale attuarle (giorni, settimane, mesi ed anni). Queste penitenze in seguito si andarono evolvendo nel corso dei secoli attraverso continui alleggerimenti. Alcune penitenze inizialmente erano davvero criminose e pericolose. In seguito si arrivò a renderle meno gravose (inutile dire che tutto ciò mette in ombra il sacrificio unico di Gesù e la vera via per avere il perdono presso Dio: il pentimento e il ravvedimento e non la forza dei sacrifici corporali e temporali personali).

Le penitenze nel Medioevo consistevano in digiuni, veglie, lunghe preghiere in ginocchio o anche in piedi, astensione dall’atto coniugale, arrotolarsi nudi in mezzo alle ortiche, dormire con un cadavere, (a decidere la penitenza da fare per ogni individuo era la gerarchia ecclesiastica) la tortura del proprio corpo, giacere nell’acqua fredda (come avveniva specialmente in Irlanda), flagellazioni, ecc..

Dal VI secolo qualche scrittore ecclesiastico iniziò a suggerire di riferire le proprie colpe al sacerdote (o anche ad un credente maturo e quindi non solo all’offeso) per avere la medicina conveniente; non lo si doveva fare per obbligazione e per ricevere un’assoluzione (tale iniquità non esisteva ancora, ma nacque nel 1215), ma perché in tale modo il peccatore sapesse da una persona più esperta e matura se le colpe da lui commesse erano “veniali” e quindi non sottoponibili ad alcuna penitenza pubblica e rimossi con la semplice preghiera, o se invece erano “gravi” e tali da dover sottostare alla penitenza pubblica da compiersi obbligatoriamente (inizialmente una sola volta nella vita). I peccati gravi, sottoposti alla penitenza fissata dal sacerdote, da mortali diventano veniali. È su queste basi, sul fatto di confessare al sacerdote o ad un maturo credente il proprio peccato per sapere quale penitenza si dovesse avere e se era un peccato veniale o mortale per venire a conoscenza se era il caso di fare penitenza pubblica o meno, che sorge la dottrina della confessione auricolare con assoluzione.

Da premettere che per molti secoli, fino al 1200 circa, tale confessione era fatta solo allo scopo di conoscere la gravità del peccato e la relativa penitenza da attuare; mai, però, per avere un’assoluzione. Ma le cose dal 1215, in questo senso, cambiano radicalmente.

Come vedete, nella storia della Chiesa Cattolica vi sono stati tantissimi cambiamenti, passi indietro a volte e in avanti altre volte, a prova del fatto che la Chiesa Romana è sempre stata soggetta alle epoche e all’influenza degli uomini di ogni tempo, anziché all’immutabile Parola di Dio. La penitenza pubblica e quella privata (per i peccati veniali) si fecero concorrenza a lungo, e le troviamo ancora affiancate fino al secolo XI, quando la privata, assai più facile da attuare, finì totalmente per soppiantare l’altra. Nel Medioevo la penitenza poteva essere sostituita con del denaro; le penitenze si trasformarono spesso in offerte di denaro, così un giorno di digiuno si poteva scambiare con “tre denari” e un anno di digiuno con “22 soldi” dati ai poveri.

Poi si arrivò persino a poter pagare un altro perché sostituisse il peccatore nelle penitenze, perfino se a pagare non fosse il peccatore ma un’altra persona.

La penitenza pubblica consisteva (ed era data per peccati “gravi”, “mortali”) nel mostrare agli altri le proprie torture fisiche (flagellazioni, torture sul corpo, confessione pubblica, esclusione dalla Santa Cena o completamente dalla Chiesa) fino al completamento della penitenza che a volte durava mesi ed anni. La penitenza privata consisteva invece nella pena per i peccati veniali, in digiuni e preghiere e non si necessitava farli conoscere alla pubblica comunità cristiana.

Il sacerdote aveva un ruolo fondamentale perché era colui che decideva la relativa penitenza e quindi nel tempo si venne a creare la strada per la confessione fatta esclusivamente al sacerdote (fino al 1215 non per avere l’assoluzione) per sapere quale condanna o pena ricevere. Anche se uno si confessava ad un altro credente, in caso di peccati gravi, era invitato ad andare dal sacerdote perché era colui che doveva decidere in ultima analisi la pena. Esistevano dei veri tariffari che stabilivano per ogni peccato la pena da subire che poteva durare per alcuni giorni, mesi o anni. In seguito, la scelta della penitenza fu lasciata esclusivamente al sacerdote senza doversi basare a dei tariffari già decisi, e ridotta ad elemosine o preghiere come: rosari, numerosi Ave Maria, Padre Nostro, ecc..

In questo fenomeno penitenziale si inseriscono le indulgenze costituite da interventi della gerarchia ecclesiastica, la quale “attingendo dal tesoro della Chiesa” rimette in parte o del tutto dinanzi a Dio la pena temporale dei peccati già cancellati in quanto a colpa. L’indulgenza si divide in “plenaria” (totale) che rimette tutte le colpe e le pene temporali dovute al peccato e in “parziale” che ne condona una parte più o meno grande. Essa (l’indulgenza), conferita a modo di assoluzione per i viventi e di suffragio per i defunti, è data al di fuori del sacramento della penitenza (confessione), vale a dire in foro esterno, non interno. Per i primi mille anni circa del cristianesimo le indulgenze sono ignote. Un esempio di indulgenza nella Chiesa Romana è quella di Urbano II (durante il Concilio di Clermont-Ferrand del 1095), il quale dichiarò che i crociati “ricevevano il pieno perdono dei loro peccati e il frutto della ricompensa nell’aldilà”. È l’inizio dell’indulgenza “plenaria”. Gregorio VIII applicò tale indulgenza anche a colui, che non potendo partecipare personalmente alla Crociata, avesse pagato un’altra persona perché vi prendesse parte in sua vece.

Celestino III assicurava: “I crociati sia che sopravvivano, sia che muoiano, per la misericordia di Dio, per l’autorità degli apostoli Pietro e Paolo e la nostra, siano sicuri di ottenere il perdono della riparazione imposta per quei peccati di cui abbiano fatto una buona confessione”.

Nel XIII secolo, specialmente dopo che il Concilio Lateranense IV nel 1215 ne ebbe parlato sia pure per limitarne la distribuzione da parte dei vescovi, sorse il concetto del “tesoro della Chiesa” costituito dai meriti di Gesù, di Maria e di tutti gli altri “santi”. Da esso il Papa e i vescovi potevano attingere a piene mani in virtù del loro potere giurisdizionale e distribuirne la parte che volevano ai credenti, in modo da ridurre autoritativamente la loro espiazione dei peccati. Agostino di Trionfo, che scrisse una Summa Teologica per ordine di Papa Giovanni XXII, assicurava che anche il purgatorio stava sotto il controllo papale, e che, volendo, il Santo Padre avrebbe potuto liberare le anime quivi detenute, ma consigliava il Papa di non interessarsene. Tuttavia, Callisto III, in una sua bolla inviata nel 1457 al re Enrico di Castiglia, promise un’indulgenza applicabile anche ai defunti per chiunque avesse pagato “200 maravedi” a favore della Crociata. Gli abusi della Chiesa Romana nelle indulgenze furono devastanti e innumerevoli, servirebbe uno studio approfondito solo per l’elencazione di questi. Il Concilio di Trento (4 dicembre 1563), dopo aver scomunicato chiunque negasse il potere della Chiesa nel dare le indulgenze, oppure sostenesse la loro inutilità, ne regolò la concessione e ne proibì la questua; stabilì che i preti potevano ricevere elemosine dai fedeli, non però come pagamento delle indulgenze, fino ad arrivare agli odierni cambiamenti nell’ambito cattolico riguardo sempre a queste (indulgenze).

Nel corso dei secoli Concili e Papi hanno dichiarato numerose cose inique, come ad esempio, il caso dell’indulgenza a chi partecipava alle Crociate (quindi per chi fosse andato ad uccidere), a chi pagava un altro per andarvi al proprio posto o pagava le spese per tali guerre, ecc., senza contare le altre inique dottrine e dogmi di fede abominevoli e le decisioni conciliari e papali, contrarie alla Parola di Dio: Inquisizione, la proibizione di leggere e tradurre la Bibbia nella lingua volgare (lingua del popolo) e tante altre nefandezze incalcolabili. L’infallibilità delle direttive conciliari e papali, dichiarata dai teologi cattolici, costringe la Chiesa Cattolica odierna a dover, in un certo qual modo, seguire tutte le dottrine e i dogmi emanati di ogni tempo, ed è proprio per questo problema che “intelligentemente” e “maliziosamente” orienta e spiega dottrine, fatti e avvenimenti passati, in un modo più consono all’epoca odierna. Infatti, l’Inquisizione, le Crociate e il disastroso commercio delle indulgenze, e quant’altro ancora, sono state tutte cose possibili solo in epoca Medievale; oggi, anche volendo, tali cose non sarebbero più ammissibili e non potrebbero certamente passare “inosservate” ad un mondo acculturato e moderno com’è quello odierno, al contrario “dell’ignoranza” che padroneggiava nelle epoche passate nel popolo.

Entriamo adesso nell’analisi del problema:

Come può un sacerdote perdonare un’offesa e per giunta assolvere un individuo, se tale torto non è stato commesso ai danni della sua persona? Un credente può perdonare un offensore delle offese da lui subite (mai assolverlo), ma l’assoluzione vera e propria è Dio solo che può darla, perché Egli solo è Dio, e in quanto tale Egli solo può conoscere se il cuore di un uomo è contrito dal pentimento. Gesù ordina al credente di perdonare i peccati subiti, non quelli che hanno subito gli altri (Luca 17:3-4; Matt. 18:15-17; Matt. 18:21-22). Ognuno di noi può e deve perdonare all’offensore i torti subiti, non può perdonare un uomo per cose commesse contro un’altra persona. Purtroppo, invece, è quanto fa la Chiesa Cattolica con la confessione auricolare; immaginate un uomo che, avendo tradito la propria moglie, invece di confessare a lei il proprio torto commesso, va dal sacerdote e questi, come se fosse l’Iddio Onnipotente in terra, non solo lo perdona, ma lo assolve, chiedendogli la penitenza magari con la recita di qualche Ave Maria e Padre Nostro. Niente di più meccanico e assurdo! Il perdono e l’assoluzione di Dio hanno poco a che vedere con il perdono dell’offeso; o meglio, se un credente non perdona il fratello pur pentito, ciò non vuol dire che Dio non abbia assolto dal peccato il colpevole che si è veramente ravveduto. Così vale anche per il contrario; anche se un credente perdona il fratello colpevole, ciò non vuol dire automaticamente che Dio abbia assolto questi dalla colpa commessa, se egli non si è veramente ravveduto. Dio solo potrà vedere se c’è stato un vero pentimento, o meno, e agire di conseguenza. Tanto più, questo discorso vale a riguardo dell’assurda assoluzione sacerdotale, ritenuta avere anche effetto per Dio. Il sacerdote pretende di essere un mediatore fra Dio e il penitente che va da lui a confessare i propri peccati. Il sacerdote, come mediatore e rappresentante di Gesù, decide o meno di assolverlo dalle proprie colpe. Cristo Gesù uomo, invece, è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini: 1Timoteo 2:5-7. Il vero credente pentito non ha bisogno di sentirsi dire da qualcuno: “ti assolvo dal tuo peccato”, perché ha piena fiducia nella potenza del perdono di Dio attraverso il nome di Gesù. La forma della confessione cattolica è: “Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il confessore annuncia il perdono dei peccati non a nome di Dio, ma a nome personale ed individuale: “io ti assolvo”. Il perdono quindi non appartiene al giudizio di Dio, ma al giudizio del confessore. Ad esempio, si può dire pure che il confessore non dice “Dio ti perdona” o “Dio ti assolve” ma “Io ti assolvo”.

Il confessore, inoltre, è tenuto a fare delle domande ben precise per sondare le coscienze; l’individuo che si confessa d’altra parte è tenuto a raccontare i propri fatti, i propri segreti più intimi anche nei dettagli (anche se oggi si è perso un po’ l’uso di questa parte della confessione cattolica). Questo molte volte ha allontanato degli individui dalla Chiesa Romana perché risultava essere una cosa priva di logica, di buon senso e di pulizia spirituale e personale. Come potrà il confessore osservare a pieno l’immaginario mandato di Gesù (Giov. 20:23) riguardo al confessare ed assolvere o meno il colpevole? Non dovrà fare affidamento sul proprio umano e debole discernimento delle cose esteriori? Può egli leggere nel cuore del “penitente” per trarne la giusta decisione in merito? No, di certo! Ecco che l’uomo assolve a giudizio e titolo personale e non secondo Dio. Quanti di quelli che sono e vengono assolti lo sono effettivamente da Dio? Nel penitente si annida l’idea che il confessionale sia una sorta di lavanderia, dove ci si può lavare i panni sporchi, purificarsi dai propri peccati ed essere assolto dalle proprie colpe. La parola “abominevole” è quanto di meglio si possa dire per tutto ciò. La confessione, oltre che verso Dio, è necessaria anche verso l’uomo, ma solo quando anche questi sia stato offeso dal penitente. È più difficile mettere in opera questo, che non il confessarsi alle orecchie di un confessore di professione e che, oltre tutto, non è la persona offesa. In tutto questo viene a mancare una vera comunione fraterna. Un uomo offeso può dire a colui che chiede perdono (oltre ad averlo già perdonato): “Dio ti perdoni”, oppure “ravvediti e prega, affinché Dio ti perdoni” (Atti 8:22-24), ecc., ma mai nessuno per qualsiasi motivo può avere la presunzione di dire: “Io ti assolvo nel nome del Padre .....” questa è una vera e propria bestemmia; è farsi uguale a Dio riguardo al giudizio e al perdono (Marco 2:3-11; Luca 5:20-24), soprattutto nei casi in cui tale abominevole “confessore” non centra un bel niente col peccato o l’affare dell’uomo penitente, ovvero non è lui ad essere stato offeso.

Giov.20:23:“A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”; Gesù parlava a tutti i discepoli ®Luca 24:33-40 ®Giov. 20:19-25; i due passi raccontano la prima apparizione di Gesù in mezzo a tutti i discepoli che non erano solo gli apostoli.

Queste parole, del passo di Giov. 20:23, Gesù le disse a tutti i suoi discepoli e non solo agli apostoli: Luca 24:33. Infatti, è a tutti i suoi discepoli che Egli profetizza la discesa dello Spirito Santo su di loro, i quali dovevano rimanere a Gerusalemme fino ad allora: Luca 24:33,47-49. Infatti, a Pentecoste circa centoventi suoi discepoli vennero battezzati dallo Spirito Santo, quindi è anche ad essi che Gesù rivolse le parole in Giov. 20:23 che indicavano, come in Luca 24:47-48, la predicazione ed il conseguente battesimo da fare a chiunque avesse creduto in Cristo per ricevere il perdono dei peccati, in caso contrario, se qualcuno non avesse creduto, tali peccati sarebbero stati ritenuti. I teologi cattolici, dal passo di Giov.20:23, estrapolano la loro dottrina della confessione con assoluzione sacerdotale; in realtà, oltre al fatto che tale passo non indica assolutamente tale iniqua dottrina, è evidente come le parole di Gesù del passo erano dirette, come abbiamo visto, a tutti i discepoli e non solo agli apostoli, come dicono maliziosamente i teologi cattolici. Quindi se la loro iniqua dottrina fosse giusta, e fosse davvero espressione di quanto il passo vuol dire, dovremmo allora facilmente anche constatare che in quanto parole dette da Gesù a tutti i discepoli, tale “potere” assolutorio spetterebbe a tutti i cristiani e non solo ai sacerdoti, e immagino che alla Chiesa Cattolica ciò non piacerebbe per niente. Solo Dio può perdonare, ovvero assolvere l’uomo dai peccati: Marco 2:7; Luca 5:21, (coloro che si rivolsero in tal modo a Gesù, nei due passi adesso citati, non sapevano che Egli poteva davvero assolvere chiunque in quanto era Dio e poteva anche leggere, di conseguenza, nei cuori delle persone).

Bisogna anche dire poi che se per ricevere il perdono dei peccati non basta una richiesta di perdono a Dio direttamente e la riconciliazione con il fratello o la sorella offesi, ma bisogna andare anche a confessarsi ad un sacerdote, altrimenti, come dice il Catechismo cattolico, non si può avere l’assoluzione, bisognerebbe che ogni fedele avesse sempre con sè un sacerdote personale, così in caso di morte improvvisa potrebbe chiedere di essere assolto in fretta dai suoi peccati; ciò però sarebbe alquanto impossibile. È abbastanza chiaro che la richiesta diretta a Dio di perdono sia sempre quella ammissibile e possibile.

Il sacerdote viene a far scadere il rapporto personale con Dio in quanto il penitente deve andare innanzi tutto da lui per essere completamente assolto e non solo da Dio; tutto ciò mette l’individuo in una condizione tale da avere più fiducia nel sacerdote che non in Dio stesso.

Un fedele che per tutta la sua vita ha assolto il comando cattolico della confessione al sacerdote, che per anni si è recato da questi per ricevere l’assoluzione dai suoi peccati, un giorno improvvisamente, ritrovatosi moribondo su un letto, e senza alcun sacerdote che possa assolverlo, si ritroverebbe a dover morire con la colpa e la pena dei peccati commessi dall’ultima confessione, senza poter essere assolto da nessuno e quindi dover essere ritenuto colpevole dinnanzi a Dio, perchè nessun sacerdote era lì pronto per poterlo assolvere col sacramento della penitenza; quei peccati, ritenuti tali, perchè senza assoluzione, renderebbero vana la fatica di quell’uomo che per anni si è confessato al sacerdote obbedendo al comando cattolico e forse proprio in quel momento quello stesso uomo scoprirebbe di avere un confessore pronto in ogni tempo e in ogni luogo, Cristo Gesù, e che sino al quel giorno aveva perso del tempo prezioso; Egli (Gesù) era sempre stato pronto, nella vastità del cielo e in Spirito sulla terra, ad ascoltare ogni suo dubbio e perplessità; era pronto a perdonarlo e a rasserenarlo completamente.

Giacomo 5:16; le istruzioni di Giacomo in questo passo si riferiscono al confessare i propri peccati nei confronti dell’individuo offeso. Egli non intende dire di confessare i propri peccati agli anziani (o presbiteri), addirittura poi per riceverne l’assoluzione, ma di farlo nei confronti dell’offeso. Gesù insegnò che il modo migliore di correggere chi sbaglia dovrebbe essere esclusivamente quello faccia a faccia tra due persone: Matt. 18:15-17; se ciò non bastasse devono essere coinvolte una o due altre persone come testimoni. Soltanto nel caso che neppure questo sia sufficiente, la questione deve essere portata a conoscenza dell’intera comunità locale. Le confessioni pubbliche non sono comunque da incentivare perchè a volte fanno più male che bene per svariati motivi; solo nel caso che esse siano necessarie per il penitente e per la comunità possono o devono essere svolte. Gesù insegnò che il modo di correggere chi sbaglia dovrebbe essere inizialmente il più riservato possibile: Matt. 18:15-17.

Luca 11:1-4; Matt. 6:9-12; “e perdonaci i nostri peccati, perchè anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore...” c.11:4 di Luca ®Matt. 6:12 “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”. Noi possiamo perdonare solo le colpe dei nostri debitori, non quelle di altri. Come può un uomo, che non ha nulla a che vedere con l’offesa commessa dal penitente ad un altro uomo, perdonare il colpevole, se egli non vi ha avuto nulla a che fare e non è vittima di alcunchè da parte di questi? Sarà l’uomo che ha ricevuto il danno dal penitente a perdonare al suo debitore il torto subito; non può qualcun’altro, estraneo ai fatti (il sacerdote) e non vittima di alcun tipo di torto, perdonare (anzi, peggio ancora assolvere) qualcuno, perchè egli non è parte in causa. In ogni caso, poi, sarà solo possibile un perdono umano e non un’assoluzione divina; mai uno potrà dire :“Io ti assolvo dal tuo peccato” questo spetta solo a Dio, l’unico che può giudicare, condannare o perdonare senza obbiezioni da parte di alcuno e l’unico anche che può scrutare il pentimento e il ravvedimento o meno, nel penitente. La Chiesa Cattolica Romana afferma che solo con il sacramento della confessione si può avere l’assoluzione dei peccati; in pratica, non basta solo confessarsi a Dio personalmente, ma bisogna confessarsi anche al sacerdote che nel nome di Dio darà l’assoluzione. Come abbiamo visto non è stato così per circa 1200 anni nel seno del cristianesimo di “massa”, ma dal 1215 si decise tale dogma di fede facendone addirittura un sacramento, pari addirittura al sacramento del battesimo come importanza. È oltre modo strano che per 1200 anni un sacramento così importante, per la Chiesa Cattolica, non sia esistito per niente a prova del fatto che è un’invenzione umana. Se fosse ispirata da Dio tale direttiva non sarebbe di certo mancato il suo uso sin dall’inizi dell’era della Chiesa di Dio sulla terra e non solo dopo dodici secoli. Il sacramento della penitenza o confessione auricolare ha una storia piena di controversie, dubbi, reazioni e progressi che tentano di raggiungere la precisione della dottrina teologica e la sua espressione, benchè la facciano scostare sempre più dal pensiero biblico. Di secolo in secolo, a partire dalla seconda metà del II secolo, si idealizzarono teorie, in seguito le si fecero progredire nel tempo, poi ancora alcune le si cambiarono, altre diventarono fondamentali e quindi arricchite di nuovi elementi e pensieri teologici per arrivare poi alla confessione con assoluzione decisa dal Concilio Lateranse IV del 1215. Prima di allora la confessione non era assolutoria ma solo deprecativa. Il sacramento cattolico della confessione con assoluzione oggi sta certamente subendo un declino soprattutto da parte dei giovani; fra le cause principali vi è certamente da includere l’automatismo della confessione (senza esserci la conversione) congiunto con la concezione troppo individualistica del sacramento che mette l’individuo di fronte ad un sacerdote, il quale lo assolve “magicamente” dai propri peccati, anzichè indurre il colpevole a riparare il male fatto al fratello o fratelli offesi o danneggiati, e ad un ravvedimento completo e generale con una pratica di vita veramente cristiana.

Caro lettore, se sei un cattolico, ti sei mai chiesto se Dio convalida davvero ciò che il sacerdote dichiara con l’assoluzione durante il sacramento della confessione? È neccesario rimuovere le ideologie inique, i pensieri teologici, i vari dogmi e le varie dottrine introdottesi nel corso dei secoli e in questo caso tornare al perdono dei peccati biblico che meglio si adegua anche con le esigenze moderne. Un passo che i cattolici prendono iniquamente per rinforzare la loro dottrina del sacramento della penitenza è: Matt. 18:18; noi ne daremo la giusta interpretazione, però sarà necessario leggere dal v.15 al v.20.

Matt. 18:15-20; nonostante l’apparente somiglianza verbale delle parole di Gesù dette a tutti i suoi discepoli in Matt. 18:18 con le altre rivolte da Gesù a Pietro in Matt. 16:19, non si può concludere che il medesimo potere delle chiavi dato a Pietro (Matt. 16:19) sia stato poi trasmesso a tutti gli apostoli o a tutti i credenti (come dicono taluni) solo perchè si nota un uso similare di parole usate da Gesù. Il contesto chiaramente ci impedisce di fare ciò; nel caso di Pietro le parole di Gesù si riferiscono alla fede dall’apostolo espressa e il “legare e lo sciogliere” sono in stretto collegamento con il potere delle chiavi dato a Pietro, mentre, nel c.18:18 le parole di Gesù si ricollegano con il perdono che l’offeso deve essere pronto a dare all’offensore. In questo secondo caso, poi, non vi è alcun accenno al collegio degli apostoli (inoltre, non si parla delle chiavi del regno dei cieli), perchè si tratta di singoli cristiani, i quali, al massimo chiedendo la collaborazione in questo loro intento di pace a dei testimoni o alla colletività intera, non disturbano gli apostoli, ma i testimoni e la comunità locale.

Non vi è alcuna traccia che tali parole (Matt. 18:18) fossero dirette solo agli apostoli anzichè a tutti i credenti, c.18, v.18; il “voi”ÞIo vi dico”, qui usato, va inteso nella identica maniera del successivo v.19: “E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli” e si riferisce quindi non agli apostoli soltanto, bensì a tutta la comunità. Tale connessione è ribadita dall’avverbio “E in verità vi dico anche (pure)” che ricollega le due frasi fra loro (il v.18, con il v.19 e 20) e che quindi riguardano tutta la Chiesa e non solo il gruppo dei dodici come pensano invece i teologi cattolici riguardo al v.18.

Matt. 18:18: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo”, queste parole Gesù le ha rivolte a tutti i suoi discepoli, cioè a tutti quelli che riconoscono in Lui il Salvatore, il Figlio di Dio. Quindi anche oggi, in virtù della fede in Cristo, noi rientriamo come riceventi del messaggio di Gesù di Matt. 18:18. Per capire meglio ciò che tratteremo sarebbe meglio che il lettore leggesse attentemente il c.18 di Matt. dal v.15 al v.20. Il v.15 ci porta a capire che se si convince il credente, che ha peccato, a ritornare sulla retta via, attraverso l’offeso direttamente e solamente, o con uno o due testimoni, o con l’assemblea della chiesa locale di cui il colpevole è membro, questi può essere riacquistato nuovamente al Signore (“legato nuovamente al Signore”). Qualora qualcuno (un membro di una chiesa) dovesse causare una grave offesa o un danno ad un fratello, questi (il fratello offeso) è tenuto per amore cristiano ad ammonire e cercare di convincere l’offensore al ravvedimento; se questi non vuole ascoltare l’ammonimento è necessario prendere uno o due testimoni per dare forza al convincimento del ravvedimento e se non ascolta anche questi si rendono necessari la consultazione e il proponimento dell’affare all’assemblea della chiesa locale. Il terzo passo necessario quindi, in caso di ostinazione del fratello colpevole, consiste, come già detto, nel ricorso all’assemblea locale, sempre con l’intento di riconciliare il fratello offensore con il fratello offeso e con Dio, non di emettere una sentenza di assoluzione o di condanna; nel caso che anche questo tentativo fallisse, il colpevole “sia per te come il pagano e il pubblicano”.

Usualmente si intende questa frase “sia per te come il pagano...” come una scomunica: “sia scomunicato e cacciato (il peccatore) fuori dalla Chiesa”, ma in tal caso nel passo ci sarebbe dovuta essere la frase generica “sia come il pagano....”, senza la limitazione “sia per te”.

Si tratta quindi di una questione personale non comunitaria. È chiaro comunque che un credente non deve perdere mai la speranza e l’iniziativa di cercare di indurre il fratello colpevole al pentimento, di riconciliarlo a sè, alla Chiesa, e innanzi tutto a Dio.

Il Concilio di Trento condanna l’ipotesi che nel v.18 il messaggio tocchi tutti i credenti; anzi in tale passo vi vede il potere assolutorio dei sacerdoti nel sacramento della confessione. Così, infatti, suona il canone del Concilio: “Se uno dirà che non solo i sacerdoti sono ministri dell’assoluzione, ma che a tutti i fedeli Cristo ha detto: tutto ciò che legherete in terra sarà legato in cielo e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo (Matteo 18:18)....sia scomunicato”.

È chiaro che nè i sacerdoti, nè i credenti cristiani “comuni” hanno alcun potere assolutorio, e che inoltre il passo in questione si riferisce a tutta la colletività.

Il “legare e sciogliere” non vuol parlare direttamente della scomunica, ma, in primo luogo, di quanto il credente possa fare per il fratello impenitente (“legarlo” nuovamente alla Chiesa e quindi anche a Dio) e di quanto un impenitente che persiste nel suo comportamento (si “scioglie” dal legame della Chiesa e quindi anche da Dio) arrivi a non essere più “legato” alla Chiesa e a Dio (“tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo”). Il credente impenitente si “distacca” dalla Chiesa, si “scioglie” da essa e da Dio; ciò vale anche in cielo per Dio; il credente che viene riportato al buon senso, al ravvedimento, sarà “legato” nuovamente alla Chiesa e ciò varrà anche in cielo presso Dio.

Il contesto del vangelo di Matteo non riguarda affatto l’assoluzione dei peccati da parte di uomini, della quale mai la Bibbia parla, per cui nessun cristiano può (nemmeno un apostolo o un vescovo) assolvere autoritativamente nel nome di Gesù i peccati di taluni. Nel caso venisse rivolta un offesa nei miei riguardi da un fratello, posso dare personalmente il mio perdono, ma quando si tratta di offese o danni non rivolti contro la mia persona, non posso far altro che pregare Dio per questo fratello colpevole, come dovrà anch’egli (il colpevole) pregare personalmente il Salvatore nel nome di Cristo Gesù, affinchè gli venga perdonato il peccato da Dio. In ogni caso, il colpevole penitente dovrà andare dall’offeso (nel caso ce ne sia uno) ad umiliarsi nel chiedere perdono (mai nessuno può assolvere alcunchè ad alcuno).

Quando l’uomo colpevole, all’inizio della sua conversione, era stato evangelizzato da un credente, chi lo aveva evangelizzato, dietro la conversione del ricevente del messaggio, poteva ben dire di aver “legato” tale uomo a Dio, così poteva dire ugualmente quel credente che avesse riportato sulla retta via quell’uomo convertito che si fosse poi macchiato di un peccato contro un fratello e contro Dio. Noi non dobbiamo aspettare che il nostro fratello offensore ci venga a chiedere perdono, ma dobbiamo essere noi stessi ad anticiparlo e spronarlo con l’ammonimento e con l’amore, verso il ravvedimento dal male commesso, perchè così facendo, come dice Gesù, si riacquista il fratello (lo si “lega” nuovamente) nello Spirito d’amore e verità a Cristo Gesù e alla Chiesa. Ecco un esempio: chi pecca gravemente contro un fratello, “lega” se stesso al peccato compiuto e si “scioglie” dal legame fraterno e di Cristo. Chi può “scioglierlo” dal legame del peccato operato o chi può “legarlo” nuovamente alla Chiesa e a Cristo? Se chi ha peccato si pente del male operato e chiede perdono a Dio e all’offeso, è egli stesso, che con il suo ravvedimento e di sua iniziativa si “scioglie” dal legame del peccato operato e si “lega” nuovamente alla fratellanza e a Cristo. Se tale ravvedimento avviene per mezzo di un altro credente sarà stato questi indirettamente che avrà “sciolto” il colpevole dal legame del peccato attuato e lo avrà “legato” allo Spirito dell’amore della comunità cristiana e a Dio stesso. Ogni male che noi causiamo ricade sempre su noi stessi a nostra condanna, e questo ci crea un legame con il peccato; finchè noi non ci pentiremo e chiederemo perdono, il legame rimarrà. I casi da riportare sarebbero molti, ma penso che il discorso sia stato abbastanza chiaro.

Attenzione: è sempre Dio però che alla fine ha autorità in merito; Lui scruta i cuori e se qualcuno finge il pentimento, Dio lo scova e il suo giudizio graverà su di lui. Sappiate fratelli ed amici che ogni cosa che noi facciamo nel male e nel bene, tutto è davanti agli occhi di Dio che ci osserva di dentro e di fuori. Nessuno può perdonare se stesso dalle propie iniquità, ma è Dio solo che può attestare e decidere il perdono o la condanna per ognuno di noi.

Se il colpevole pentito va dal fratello offeso e umiliandosi chiede perdono, egli sarà “legato” nuovamente al Signore e al fratello (il fratello offeso dovrà sempre e comunque perdonare) infatti, così dice il Signore in Matt. 18:18-20. Se un fratello insieme ad uno o due testimoni, o senza (Matt. 18:15-17), o con la chiesa locale convincono il colpevole a ravvedersi, questi avranno riacquistato il credente (“o legato”) a Cristo e al fratello offeso (e nel caso il colpevole fosse stato espulso dalla comunità locale perché colpevole di un peccato che ha creato scandalo ad essa, sarà “riacquistato” nuovamente anche alla chiesa) come dice il Signore in Matt. 18:15-20.

Matt. 18:18; tutto ciò che i credenti avranno “legato” o “sciolto” in terra sarà “legato” o “sciolto” anche nei cieli. Ciò significa anche che le giuste decisioni dei credenti in comunione tra loro saranno in completo accordo e comunione non soltanto tra di loro, ma anche con Cristo, con lo Spirito Santo e con la Parola di Dio (Atti 15:19-23,28). Se il tuo fratello ascolta la riprensione (Matt.18:15), potrai ben dire di averlo “guadagnato” al Signore e a te riappacificandoti. Tenendo quindi conto di tutto il contesto del N.T. possiamo dire che i discepoli del Signore, per quanto riguarda l’evangelizzazione, con l’annunzio dell’evangelo, dichiarano che una determinata persona non credente è “legata” ancora al peccato se non accetta Cristo e la sua Parola; se essa invece si converte dichiarano che è “sciolta”, cioè libera dal peccato ed è invece “legata” a Dio (diviene un figlio o una figlia di Dio).

Pietro si incontra con Simone il mago, colpevole di voler comperare con del denaro il potere di donare lo Spirito Santo, ma Pietro senza alcun problema gli fa capire la gravità della sua colpa: Atti 8:18-24 “..Il tuo denaro vada con te in perdizione....Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinchè, se è possibile, ti perdoni il pensiero del tuo cuore....Simone rispose: <Pregate voi il Signore per me, affinchè nulla di ciò che avete detto mi accada>”.

Dunque il perdono non viene da un’ ipotetica assoluzione di un uomo, bensì dal Signore che il colpevole pentito invoca nella preghiera.

Lo capisce bene l’ex mago Simone che, al sentirsi dire che aveva peccato, non chiede perdono a Pietro (o addirittura un’assoluzione), ma domanda preghiere. Anche Giovanni pur avendo riferito che Gesù ha affidato ai suoi discepoli la missione di perdonare (o “rimettere”) i peccati (attraverso la predicazione e il battesimo) suggerisce ai colpevoli di rivolgersi a Gesù (e non agli apostoli o ad altri), (1Giov. 2:1-2); egli suggerisce ai fratelli di pregare per i peccatori (1Giov. 5:16), senza alcun bisogno di assoluzione sacerdotale (1Giov. 1:7-9), e il perdono verrà dato da Gesù purchè vi sia pentimento e la volontà di non commettere più gli stessi errori. Mai un gruppo di credenti (nemmeno gli apostoli) nel N.T. ha dato l’assoluzione dei peccati. Il “ministero della riconciliazione” inoltre consisteva nel predicare a tutti, ebrei e gentili (i pagani), che, in Cristo, noi tutti possiamo essere riconciliati con Dio, divenire giusti e santi per mezzo di Cristo Gesù ed infine essere salvati: 2Corinzi 5:20. Nel caso che uno persista nel peccare la Scrittura ammette la scomunica da parte della chiesa locale di tale individuo: 1Corinzi 5:1-5; nel passo è Paolo a farlo semplicemente perchè tale comunità non vi aveva provveduto, sebbene tale iniquità era ormai da tempo conosciuta presso i membri di quella chiesa. Questa scomunica non ha lo scopo di punire, bensì quello di salvare il colpevole. Costui spinto dall’esclusione dall’assemblea o semplicemente dalla Santa Cena (in questo caso raccontato nel passo, invece, viene cacciato via dalla chiesa locale), e dai fratelli che “non lo salutano più”, né lo trattano fraternamente come prima, dovrebbe essere mosso a riconoscere il propio torto, a tornare a Dio e a porsi con più fermezza di fede nei riguardi di Gesù e della Chiesa. Il v.5 del cap.5 di 1Corinzi dice: “ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana, per la rovina della carne, affinchè lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù”, questo significa probabilmente che, in virtù del suo potere apostolico e in virtù del peccato che quel tale aveva commesso (quel tale aveva avuto rapporti sessuali con la matrigna), e non avendo la chiesa locale preso provvedimenti, Paolo dà costui in balia di Satana, il quale probabilmente gli avrebbe causato malattie fisiche. Ciò avverà affinché quel tale, escluso dall’assemblea, dalla protezione di Gesù Cristo (e soprattutto a motivo delle conseguenze fisiche e spirituali del suo grave peccato) e lasciato in balia di Satana, possa fermamente ravvedersi da tale azione peccaminosa e tornare pienamente a Cristo e alla sua Chiesa.

La temporanea esclusione del colpevole dal culto della Santa Cena o addirittura dall’adunanza dei fratelli della chiesa avviene per il suo bene e per amore, per poter permettere allo Spirito Santo di avere un’azione più efficace su quell’uomo; in pratica, il peccatore sarà “abbandonato” alla sua stessa realtà di peccatore. Lo Spirito come un fuoco scenderà su di lui e dentro di lui; i sensi di colpa, le sofferenze graveranno su di lui, tanto da portarlo (se Dio permette) ad un vero ed efficace pentimento e quando egli si ristabilirerà spiritualmente, lo farà con cuore sincero e in quel medesimo momento non mancheranno (per mezzo dello Spirito Santo che guiderà i fedeli) il perdono e la riamissione nella Chiesa di Dio. Bisogna comprendere che la totale tolleranza in ambito cristiano non è sempre sinonimo di amore, perchè ciò spesso non porta a far bruciare dentro di noi il male che vive, ma l’amore mascherato con la severità è quello che porta buoni frutti e in modo duraturo.

I peccatori rimossi dalla comunione fraterna (con la cosiddetta scomunica), secondo alcuni passi (anche se la Bibbia non dice apertamente come vi venivano riammessi) come ad esempio quello di 2Corinzi 2:5-9, erano accolti (dopo un determinato tempo che variava a seconda della gravità del peccato commesso che aveva scandalizzato la chiesa locale e del tempo di raggiungimento del ravvedimento da parte del reo di colpa) dalla comunità stessa che prima gli aveva espulsi purchè fossero giunti a vero ravvedimento.

Nel caso di colpevoli che possono divenire un cattivo esempio a tutta la comunità, come gli oziosi di Tessalonica che in attesa del ritorno di Gesù, da loro ritenuto imminente, non volevano nemmeno lavorare, l’apostolo scrive di non associarsi con loro: “......che vi ritiriate da ogni fratello che si comporta disordinatamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi” 2Tessalonicesi 3:6; “.....notatelo, e non abbiate relazioni con lui, affinchè si vergogni. Però non consideratelo un nemico, ma ammonitelo come un fratello” 2Tessalonicesi 3:14-15. Non si tratta ancora di una scomunica, perchè il tale sarebbe stato comunque ritenuto pur sempre un fratello. I primi cristiani, riuniti in piccoli raggruppamenti dalla solidarietà assai viva, risentivano duramente la rottura temporanea delle relazioni sociali.

Il tono diviene ancora più duro con l’eretico in Tito 3:10-11: “Ammonisci l’uomo settario una volta e anche due; poi evitalo; sapendo che un tal uomo è traviato e pecca, condannandosi da sè”. Qui alla fine di questa frase non si parla più di un uomo come fratello, bensì come di uno che sta già al di fuori della Chiesa: “poi evitalo” e “condannadosi da sè”.

Anche Giovanni non vuole che si saluti un eretico, perché: 2Giov.v.10-11 “Se qualcuno viene a voi e non reca questa dottrina non ricevetelo in casa e non salutatelo. Chi lo saluta, partecipa alle sue opere malvagie”. Non si tratta però del saluto odierno, segno di pura educazione, bensì del saluto orientale, pieno di effusione che mostrava una piena solidarietà con il fratello o con l’amico anche nelle sue opere malvagie.

Ognuno di noi può rimettere (perdonare) l’offesa ricevuta da un fratello, se questi si pente e chiede il perdono.

E come dice il Signore a Pietro è bene che noi rimettiamo (perdoniamo) un’offesa (un peccato) all’offensore tutte le volte che chi pecca si pente e vuole essere perdonato: Matt.18:21-22.

Non avviene forse anche tra noi e Dio questo? Non siamo noi che, dopo aver peccato ci rivolgiamo a Dio per avere il perdono e lo otteniamo, e dopo un po’ di tempo ci prostriamo nuovamente a Lui per richiedergli il perdono per la stessa mancanza (stesso peccato) o per qualcos’altro, e se pentiti Egli ci perdona sempre?

Ebbene, se Dio che è il Potente, il Giusto e il Santo ci perdona sempre, tanto più dobbiamo farlo noi con i nostri fratelli e loro con noi che siamo comuni mortali e che non abbiamo in alcun modo meriti in nulla. Se perdoneremo sempre le offese ricevute, anche Dio ci perdonerà sempre le nostre colpe, ove ci sia vero pentimento. Noi ci limiteremo a perdonare sempre e a riconciliarci con chi vuole essere perdonato da noi, esortando gli impenitenti al ravvedimento, ma chi indaga alla radice, se c’è vero pentimento o no, è Dio. Noi non ne abbiamo le capacità e la potenza per fare questo.

L’autorità su ogni cosa è di Dio. Attenzione: noi possiamo perdonare le offese subite da altri nei confronti della nostra persona, ma è abominevole pensare che qualcuno, se pure nel nome del Signore Gesù, possa perdonare (o peggio assolvere) le offese di un uomo fatte ad un altro o il peccato dell’uomo nei confronti di Dio. È doveroso dire che ogni peccato fatto contro qualcuno è un offesa recata prima al Signore e quindi il perdono a Dio va, oltre modo, chiesto sempre per ogni mancanza o peccato, perchè chi offende una creatura sua, offende prima Egli, l’Artefice, il Creatore.

Se chi pecca dovesse causare scandalo alla chiesa locale, per non dire alla Chiesa intera, può essere espulso (sciolto) da questa, dall’adunanza dei fratelli e solo in seguito essere, dopo vero e provato ravvedimento, riamesso nella comunità cristiana locale (“legato” alla Chiesa e a Cristo), oppure riammesso al culto della Santa Cena, se solo da questa egli ne fosse stato prima escluso.

Gli anziani della chiesa locale si riuniranno nel nome del Signore per decidere se il colpevole pentito dev’essere reintegrato all’adunanza dei fratelli o al culto della Santa Cena o si deve continuare la privazione di tali cose nei confronti del colpevole, in caso che questi non sia stato del tutto considerato e trovato ravveduto.

Noi, nel nostro cuore, dobbiamo sin da come veniamo offesi perdonare il danno da noi subito all’offensore e riconciliarci con lui nel caso che egli si penta. In questo caso il nostro tentativo di riconciliazione con il fratello colpevole deve considerarsi come un favore che facciamo al trasgressore, infatti se egli arriverà al ravvedimento attraverso di noi, sarà (egli) riacquistato nuovamente a Dio e alla Chiesa; la riconciliazione servirà al fratello colpevole a sentirsi nuovamente in pace con se stesso e in comunione con il fratello offeso.

Quindi, non dobbiamo pensare: “se viene lui a chiedermi perdono glielo darò, altrimenti no!”, dobbiamo invece cercare di portarlo alla ragione nel caso lui non ne voglia sapere, convincerlo a ravvedersi affinchè gli venga poi perdonato da Dio, attraverso il proprio pentimento, il male commesso. Giacomo 5:16: “Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti”; nel caso uno non ne voglia sapere, dico nel caso uno pecchi contro la comunità cristiana e non ne voglia sapere di pentirsi, gli anziani della chiesa locale possono decidere di comunicare a tutti i membri della comunità di negargli il saluto e perfino di partecipare alla Santa Cena o addirittura essere espulso completamente dall’assemblea: 2Tessalonicesi 3:14-15; 1Corinzi 5:1-5; 2Corinzi 2:5-11.

Essendo estraniato dalla comunità e lasciato nelle mani di Satana (come dice Paolo) questo uomo soffrirà; il fine però è farlo arrivare alla ragione, al pentimento e al ravvedimento ed essere, quindi, liberato (“sciolto”) dal peccato e con gioia nuovamente accolto (“legato”) nella comunità. Saranno gli stessi membri o solo gli anziani “a scioglierlo” dalla conseguenza del peccato commesso contro Dio e contro la comunità cristiana, riammettendolo (“legandolo”) nuovamente ai fratelli e alla chiesa locale. Dio vuole che noi siamo amorevoli gli uni verso gli altri; questa soluzione, seppure drastica, Paolo ci spiega che, invece, nasconde un fondo di bontà divina, perchè fatta col fine di convincere quel fratello, che ha peccato e che non si pente, a tornare nella santità della Chiesa di Dio con forza e decisione, per essere, in virtù del suo ravvedimento, salvato.

Quindi, come già affermato il potere di “legare e sciogliere” comporta anche la facoltà di una chiesa locale di esercitare la disciplina nei confronti dei suoi membri indegni. La chiesa locale, mediante gli anziani, può mettere un suo membro “fuori comunione” (fuori dalla partecipazione alla Santa Cena) o fuori dalla chiesa stessa locale, non riammettendolo finché non si sia appurato un vero e sincero ravvedimento da parte del colpevole: 1Corinzi 5:1-5; 2Corinzi 2:5-11. Quando i cristiani esercitano tali funzioni secondo la volontà di Dio, ogni loro decisione o dichiarazione è avallata da Lui stesso.

Infine cara lettrice o caro lettore, desidero che tu ti ponga questa domanda: chi ci ha salvati dalla morte e dalla condanna del mondo?

L’amore di Dio e la misericordia per noi, sue creature, e il suo perdono per le nostre colpe, per mezzo del suo unigenito Figlio Cristo Gesù, morto, risorto, e asceso in cielo per noi, ci hanno riscattato dalla morte e dalla condanna.

Quindi, quale dev’essere uno dei comandamenti maggiori per noi?

Amare e perdonare i fratelli come Dio ci ha amato e perdonati.

Ecco quanto dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 976: “ ..Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: <Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi> (Gv. 20,22-23)”.

Matt. 6:11-12: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano; rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”.

In Matt. 6:14-15 Gesù dice: “Perché se anche voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro Celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.

Luca 11:4: “e perdonaci i nostri peccati , perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore; e non ci esporre alla tentazione”.

Notate come il verbo “rimettere” non significhi altro che “perdonare”, come lo si vede nell’insegnamento della preghiera di Gesù dove il verbo “rimettere” di Matt. 6:11-12 fa posto al verbo “perdonare” in Luca 11:4.

Chiarito che non vi è alcuna “magia” da svelare nel verbo “rimettere” perché Gesù lo intende allo stesso modo del verbo “perdonare”, e non come fanno i teologi cattolici che nel passo di Giov. 20:21-23 vi vedono nella parola “rimettere” un qualcosa di “magico”, ovvero il potere di perdonare i peccati (e peggio ancora di assolvere) indipendentemente poi dall’esserne l’offeso o meno; un potere dato da Dio che secondo i teologi cattolici si esprimerebbe nel ministero dato ai “sacerdoti cattolici” di assolvere i penitenti dai loro peccati commessi contro altri e contro Dio, senza che chi rimette abbia mai avuto qualcosa a che fare con tali avvenimenti. Notare, invece, come Gesù nell’insegnamento della sua preghiera ci dice: “e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore..” (Luca 11:4); “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matt.6:12); Gesù per perdono umano intende il perdono dell’offeso nei confronti del suo debitore e non nei confronti di chi non sia un suo debitore riguardo a un offesa, a un peccato commesso.

Giov. 20:21-23 (versione cattolica C.E.I.): “...Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: <Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete (perdonerete) i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete (perdonerete), resteranno non rimessi>”.

Ma cosa vogliono dire questi versetti?

Giov. 20:21-23: a chi ha creduto e accettato Gesù il cristiano che lo ha evangelizzato ha il diritto di dichiarargli che ha ricevuto il perdono, a chi invece rifiuta il dono che proviene dal sacrificio di Gesù il cristiano evangelizzatore può dirgli che i suoi peccati sono ancora ritenuti.

Gesù diede a tutti i suoi discepoli il privilegio di annunziare in quale modo, secondo il piano di Dio, si può ricevere il perdono.

Si veda bene in Luca 24:47: “e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme”; i discepoli dovevano predicare il ravvedimento e battezzare gli individui che avrebbero creduto, i quali avrebbero ricevuto, per mezzo della fede, il perdono dei peccati da Dio.

Ecco quanto viene detto anche in Giov 20:23; Marco 16:15-16; Matt. 28:19-20.

Che la frase del vangelo di Giovanni “a chi rimetterete....” sia corrispondente alla volontà di Dio di conferire alla comunità dei credenti la missione della predicazione del battesimo, per la remissione dei peccati, appare dai passi biblici degli altri tre vangeli, i quali dichiarando il mandato che Gesù diede ai discepoli, dopo risorto e prima della sua ascensione al cielo, sia pure con diverse espressioni, tutte e quattro concordano nel fare riferimento al battesimo e agli elementi che lo costituiscono (tra cui il più importante e necessario: la fede).

In tale modo si capisce bene come anche le parole del vangelo di Giovanni si riferiscano precisamente al battesimo cristiano.

Leggere con attenzione i passi riguardanti la predicazione del battesimo nei quattro vangeli: Giov. 20:21-23; Matt. 28:18-20; Marco 16:15-16; Luca 24:47-49.

In Giov. 20:23 Gesù appare non solo agli apostoli ma anche agli altri discepoli e comanda loro di andare a predicare e battezzare (leggere: Luca 24:33-49).

Lo stesso concetto riappare nel discorso di Paolo ad Antiochia di Pisidia: Atti 13:38-39 “Vi sia dunque noto, fratelli, che per mezzo di lui vi è annunziato il perdono dei peccati; e, per mezzo di lui, chiunque crede è giustificato di tutte le cose....”, e Pietro in Atti 2:38 dice: “....Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo”. Dunque, ancora una volta si fa riferimento alla predicazione che suscita fede con il conseguente battesimo e la remissione dei peccati; in nessun passo si parla di un altro ministero dato alla comunità dei credenti (o, come dicono i teologi cattolici, ai sacerdoti), come il fantomatico potere cattolico di assolvere i peccati post-battesimali per mezzo di sacerdoti (Atti 10:42-43).

Il vero messaggio biblico riguardo ai peccati dopo il battesimo è: reciproca confessione dei peccati, riconciliazione con l’offensore, preghiere, eliminazione parziale o totale dei rapporti fraterni (nel caso che il colpevole si ostini a non pentirsi e a continuare nel procurare del male) per indurre il colpevole al pentimento, così da avere poi la riammissione completa nella comunità, nella chiesa locale, o semplicemente, la riconciliazione con il fratello offeso.

Gli scrittori ispirati dei quattro vangeli hanno trascritto, in modi e tempi diversi (perché Gesù in alcuni casi parlò di ciò in momenti e modi diversi), la promulgazione dell’unico e preciso mandato di Gesù dato ai suoi discepoli dalla sua resurrezione alla sua ascensione al cielo; “...Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato” Marco 16:15-16. Questo fu quello che Gesù ordinò ai suoi discepoli nelle sue apparizioni dopo essere risorto e prima di ascendere al cielo.

Solo Dio può perdonare i peccati: Marco 2:5-11. Gli scribi, che conoscevano (v.7) bene che solo Dio può perdonare i peccati e che è l’unico che può parlare così ad un uomo: v.5 “.........Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati”, pensarono che Gesù bestemmiasse, ma non avevano capito che Colui che parlava era proprio Dio: v.10 “Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati”. Leggere anche 1Giov. 2:1; Giov.1:1.

Bisogna confessare i peccati a Dio (e ove sia necessario anche al fratello offeso) e non all’iniquo sacerdote cattolico: Salmo 32:5 “Davanti a te ho ammesso il mio peccato, non ho taciuto la mia iniquità. Ho detto: <Confesserò le mie trasgressioni al Signore>, e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato”.

1Timoteo 5:20: “Quelli che peccano riprendili in presenza di tutti, perché anche gli altri abbiano timore”. Paolo di fronte al problema del peccato non parla di un’assoluzione, ma di un’ammonizione che in questo caso si presenta in forma pubblica per creare timore e rispetto verso la volontà di Dio negli altri, oltre che in quelli che peccavano.

In Luca 24:45-49: “Allora aprì loro la mente per capire le Scritture e disse loro:<Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco io mando su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi rimanete in questa città, finche siate rivestiti di potenza dall’alto>”.

Lo scrittore ispirato Luca parla di questo unico mandato dato da Gesù dalla sua resurrezione alla sua ascensione, come del resto fa Giovanni.

In Marco 16:15-16 è scritto: “E disse loro:<Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato>”.

Lo scrittore ispirato Marco parla anch’egli solo di questo unico mandato dato da Gesù dalla sua resurrezione alla sua ascensione, come del resto, ripeto, fa Giovanni nel suo vangelo.

In Matt. 28:18-20 è scritto: “E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: <Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente>”.

Come si vede anche Matteo parla di un unico mandato dato da Gesù dalla sua resurrezione alla sua ascensione, come fa pure, con termini diversi, lo scrittore Giovanni.

Luca nel c.24, versi 33-49 racconta la stessa apparizione di Gesù, di Giov. 20:19-23.

Luca 24:33-49: “E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: <Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone>. Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane (tra quanto è detto al verso 35 e il verso 36 di Luca c.24 Tommaso apostolo prima con i discepoli [v.33], probabilmente, si allontanò [Giov. 20:24-25] dal luogo dove erano riuniti insieme, ed è per questo che in Giov.20:24-25 è detto che Tommaso non era con gli altri quando apparve Gesù per la prima volta in mezzo agli apostoli e i discepoli riuniti insieme). Ora, mentre essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: <Pace a voi!>. Ma essi, sconvolti e atterriti, pensavano di vedere un fantasma...<..Guardate le mie mani e i miei piedi, perché sono proprio io; toccatemi e guardate; perché un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho>. E, detto questo, mostrò loro le mani e i piedi......: <Così è scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risorto dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di queste cose. Ed ecco io mando su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi, rimanete in questa città, finche siate rivestiti di potenza dall’alto>”. (Il “poi” del v.50 chiaramente si riferisce ad un evento posteriore).

Notare come Giovanni non voglia dire altro che le stesse cose scritte da Luca in modo diverso però, ma con lo stesso significato (probabilmente quello stesso giorno Gesù si espresse, riguardo alla predicazione, in entrambi i modi rivelati da Giovanni e da Luca).

Giov. 20:19-23: “La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro e disse: <Pace a voi!>. E, detto questo, mostrò loro le mani ed il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono. Allora Gesù disse loro di nuovo: <Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi>. Detto questo soffiò su di loro e disse: <Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete (o rimetterete) i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti>”.

La “facoltà” di “legare” e “sciogliere” di Matt. 18:18 (non quello di Matt. 16:19-20) e di “rimettere” o “ritenere” non è stata data solo agli apostoli, ma a tutti i discepoli di Cristo Gesù e non può affatto, per ovvi motivi, trattarsi del sacramento della penitenza cattolico.

Giacomo dice: “Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti” Giacomo 5:16. In Matt. 18:15-17,21-22; Luca 17:3-4; e via dicendo, Gesù dice sempre questo; le Scritture sono piene di parole del Signore a questo riguardo.

Nessun mediatore (sacerdote cattolico) umano fra l’offensore e l’offeso, e nessun sacramento di penitenza; questa è un’iniqua invenzione umana.

Ma cosa vogliono dire allora i versetti 22-23 del capitolo 20 di Giovanni? Per smentire le varie obbiezioni che potrebbero essere prese da parte cattolica citerò dei passi biblici:

Atti 8:21-24: “<Tu, in questo, non hai parte né sorta alcuna; perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se è possibile, ti perdoni il pensiero del tuo cuore. Vedo infatti che tu sei pieno d’amarezza e prigioniero di iniquità>. Simone rispose: < Pregate voi il Signore per me affinché nulla di ciò che avete detto mi accada>”.

Atti 19:18-20: “Molti di quelli che avevano creduto venivano a confessare e a dichiarare le cose che avevano fatte. Fra quanti avevano esercitato le arti magiche molti portarono i loro libri, e li bruciarono in presenza di tutti.... Così la Parola del Signore cresceva e si affermava potentemente”.

Matt. 6:14-15; Matt. 18:15-17,21-22; Luca 17:3-4; Giacomo 5:14-16; leggere anche Ebrei 7:11-28; Ebrei 8:1-4.

Nemmeno nell’A.T. si confessavano al sacerdote i propri peccati, ma solo a Dio, e vi pare giusto che dovremmo farlo proprio adesso che abbiamo il Sommo Sacerdote per eccellenza che è pronto ad intercedere sempre per noi in ogni momento, l’Eterno Signore Gesù Cristo? Egli è l’unico che intercede e che può davvero rimetterci i peccati in quanto Dio e sacrificio di espiazione dall’odore soave davanti al Padre celeste in favore di noi credenti suoi figliuoli.

Per questo gli scribi pensavano che Gesù bestemmiasse quando disse, in svariate occasioni, a colui che in tale circostanza aveva avuto fede nella sua Persona, che i propri peccati gli erano rimessi. Essi (gli scribi) credevano (e in questo facevano bene) che solo Dio potesse rimettere i peccati agli uomini e, quindi, perlomeno, non vi era nella loro, seppure spudorata, tradizione giudaica l’iniqua dottrina cattolica della confessione ed assoluzione per mezzo di un sacerdote. Essi non avevano, comunque, inteso che chi rimetteva i peccati in quelle circostanze era proprio Dio, venuto in carne sulla terra.

Per ulteriori chiarimenti leggere: Matt. 9:1-8; Marco 2:5-12; Luca 5:20-26; Giov. 1:29-30.

Noi ci confessiamo a Cristo Gesù, al nostro Signore per ogni nostra mancanza e nel caso che questa sia nei riguardi di un nostro fratello (o di un incredulo) chiediamo perdono anche all’offeso per riconciliarci con lui.

Lo spirito di umiliazione che si dimostra nella richiesta di perdono è un segno assai spesso evidente di un cuore contrito e davvero pentito.

Dio è l’unico che ci ascolta, che può assolverci e che può salvarci; rivolgiamo a Lui, esclusivamente, le nostre preghiere e ogni nostra richiesta, sicuri del fatto che secondo la volontà di Dio queste cose verranno esaudite.

Ma ritorniamo al c.20:21-23 del vangelo di Giovanni: ai discepoli è affidato l’annuncio della remissione dei peccati, l’annuncio che i peccati possono essere “sciolti” a chi accetta Cristo, ma saranno ritenuti a chi non lo accetterà: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato” Marco 16:16.

Pietro dice ai suoi uditori a Pentecoste: “..Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perché per voi è la promessa, per i vostri figli, e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà” Atti 2:38-39.

Se una persona alla predicazione degli evangelizzatori, alle loro esortazioni, crede in Cristo e si battezza, questi potranno dirle: “stai in pace fratello perché a causa della tua fede i tuoi peccati ti sono stati rimessi, la tua fede ti ha salvato, vai in pace, come disse Gesù svariate volte”, e questo non perché noi abbiamo una potestà di rimettere o non i peccati altrui commessi verso Dio e verso gli uomini, ma perché: “chiunque crede in lui (Cristo), riceve il perdono dei peccati mediante il suo nome” Atti 10:43.

È chiaro che, se alla predicazione degli evangelizzatori qualcuno non credesse a Cristo e all’opera sua e non si ravvedesse, in questa persona non vi sarebbe alcuna remissione dei peccati, perché non ha creduto al nome di chi li poteva rimettere attraverso l’opera del suo santo sangue versato sul legno della croce.

Non può esserci alcun’altra interpretazione del passo di Giovanni, perché in tutti e tre i restanti vangeli è espressamente detto quale fu il mandato di Gesù risorto affidato agli apostoli e ai suoi discepoli. Gesù dice semplicemente in modo chiaro che si deve predicare per il ravvedimento, e chi crede dev’essere battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo per la remissione dei peccati. Quello che dicono i teologi cattolici riguardo al sacramento della confessione con assoluzione, istituito nel 1215, molti secoli dopo l’epoca della Chiesa primitiva, si basa interamente solo sul versetto 23 del vangelo di Giovanni capitolo 20 e sul versetto 18 del capitolo 18 di Matteo riguardo al “legare e allo sciogliere”. Noi invece abbiamo compreso quanto questi teologi cattolici errano in tutto ciò.

Se fosse vero quello che dice la Chiesa Cattolica Romana riguardo al versetto del vangelo di Giovanni: “a chi rimetterete (o perdonerete)...”, ci sarebbe una grossa contraddizione biblica, innanzi tutto perché gli altri tre vangeli raccontano in accordo di un unico mandato di Gesù, dato ai suoi discepoli dal momento della sua resurrezione fino alla sua ascensione al cielo, che sarebbe, appunto, quello della predicazione e del battesimo per la remissione dei peccati, mentre Giovanni avrebbe dovuto tralasciare nel suo racconto di Gesù, dalla sua resurrezione fino alla sua ascensione, questo comando principale e necessario, magari per dimenticanza, e avrebbe dovuto trascrivere un nuovo mandato, così importante da aver dimenticato quello della predicazione, del ravvedimento e del battesimo, per trascrivere: “il mandato di Gesù di confessarsi al sacerdote col sacramento di penitenza per avere la remissione dei peccati”, remissione che invece negli altri tre vangeli, come del resto anche nel quarto, si ottiene solo accettando per fede Cristo nella propria vita.

Inoltre, tre scrittori ispirati (Marco16:15-16; Luca 24:47; Matteo 28:19-20), e non uno come Giovanni, avrebbero dovuto dimenticare di trascrivere (e non è da parte dello Spirito Santo dimenticare alcunché) questo nuovo mandato, per i teologi cattolici tanto importante, e avrebbero, per motivi occulti, trascritto solo quello della predicazione e del battesimo per la remissione dei peccati, senza alcun accenno riguardante “il sacramento cattolico della confessione”.

Se crediamo che questi quattro vangeli sono scritti ispirati, dobbiamo oltremodo credere che lo Spirito Santo nell’ispirare tali scrittori, gli abbia guidati in egual modo nel ricordare e nel trascrivere il mandato importantissimo di Gesù, che Egli affidò ai suoi discepoli nel tempo che intercorse fra la sua resurrezione e la sua ascensione, il quale fu unicamente quello della predicazione del Cristo, del ravvedimento e del battesimo per la remissione dei peccati. Confrontare fra di loro i vari passi dei quattro vangeli: Giov. 20:23; Marco 16:15-16; Matt. 28:19-20; Luca 24:47.

Conclusione:

Proviamo ora a dire a parole nostre quello che il passo di Giovanni c.20:21-23 dice: “Allora Gesù disse loro di nuovo: <Pace a voi! Come il Padre mio ha mandato me ad annunziare la salvezza tramite il mio nome e il ravvedimento per la remissione dei peccati, così io mando voi adesso a continuare l’opera mia e del Padre mio>. Detto questo soffiò su di loro e disse: <Ricevete lo Spirito Santo, Egli vi istruirà nelle Scritture e nella predicazione; a chi, attraverso la parola dell’evangelo e voi, avrà creduto al mio nome e sarà stato battezzato gli saranno rimessi i peccati, ma a chi non crederà a questo evangelo e a voi e, quindi, al mio nome non gli saranno rimessi ma resteranno ritenuti>”.

Oppure: “A chi alla vostra predicazione avrà creduto al mio nome, gli saranno rimessi i peccati, ma a chi non avrà creduto non saranno rimessi (resteranno ritenuti); Atti 13:38-39; Atti 26:18.

L’evangelizzatore può dichiarare che una persona è stata liberata dai propri peccati se questa ha creduto in Gesù, il Signore e Salvatore, oppure dichiarare che rimane in stato di peccato se essa rifiuta di credere. Gesù con questo mandato, che Egli affidò a tutti i suoi discepoli, si riferiva unicamente all’evangelizzazione del suo nome e dell’opera sua.

Rimettere i peccati non è competenza di nessun uomo, essi ci vengono perdonati da Dio stesso e solamente da Lui: “Chi può perdonare i peccati se non uno solo, cioè Dio?” Marco 2:7.

Lui solo ha tale Autorità e Potenza.

Durante una predicazione, per mezzo della fede in Cristo e nella sua opera di redenzione, delle persone ricevono la certezza che Dio le ha perdonate. È evidente che nessun uomo può rimettere i peccati a se stesso o ad altri, ovvero assolvere se stesso o gli altri anche se nel nome del Signore, perché egli non può conoscere in quel medesimo momento il volere di Dio riguardo all’individuo colpevole, del quale non può neanche individuare la certezza del pentimento o meno. La Sacra Bibbia dice chiaramente: “e che nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti....” Luca 24:47.

Colossesi 2:13: “Voi, che eravate morti nei peccati e nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati”.

Un uomo di Dio può perdonare (mai assolvere) soltanto colui che si è reso colpevole di qualcosa nei confronti della sua persona, come viene espresso nell’insegnamento di Gesù nella preghiera del Padre Nostro: “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” Matt. 6:12; “e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore...” Luca 11:4; “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe” Marco 11:25.

Se qualcuno si è reso colpevole di qualcosa verso di noi, dobbiamo perdonarlo, anche se questi continuasse ripetutamente ad essere recidivo in cattive azioni nei nostri confronti, anche fino a “settanta volte sette” (all’infinito), ovvero noi dobbiamo perdonare sempre: Matt. 18:21-35. (Questo non significa assolutamente che un credente non possa in caso di giusta necessità tenersi lontano da un individuo che continuamente agisce verso la sua persona in modo spregevole, ma solo che egli non deve mai avere in cuor suo, né alcun tipo di odio, né di rancore, ma i suoi sentimenti verso tale individuo devono sempre essere impregnati di pietà, di compassione, di amore e di speranza).

Il passo “a chi rimetterete...” non ha nulla a che vedere col perdono in generale, che ciascun credente riceve solo da Dio nelle varie occasioni quotidiane e della vita, mediante la fede in Gesù. Qui si parla della remissione dei peccati, passati, presenti e “futuri” attraverso l’accettazione della Persona di Cristo Gesù alla predicazione degli evangelizzatori, con la conseguente attestazione pubblica del battesimo in acqua. Soprattutto, caro lettore, tale passo non ha in alcun modo niente a che vedere con la confessione e con l’assoluzione cattolica.

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 6

Il Papato cattolico

Nel corso dei secoli il Papa della Chiesa di Roma si è posto gradatamente al di sopra delle altre Chiese e dei governi civili. Da una parte, il Vescovo di Roma è divenuto, specialmente nel Medioevo, un sovrano di questa terra, mentre il Cristo, di cui si proclamava Vicario, asseriva che il suo regno non era di questo mondo. Il genio organizzativo di Roma, dopo la distruzione dell’Impero Romano, riapparve questa volta nella Chiesa, creando un’organizzazione sempre più capillare, nella quale il Papa andò via via crescendo in autorità, la quale inizialmente, invece, apparteneva a tutti i singoli vescovi delle Chiese. Prima la Chiesa di Roma, poi il Papa direttamente sono andati attribuendosi il potere assoluto, inoltre il Papa è arrivato perfino ad attribuirsi la funzione di Successore di Pietro, di Vicario di Cristo, di Capo della Chiesa, arrivando perfino, a causa di tale presunta prerogativa, al sostegno del dogma dell’infallibilità personale. Ciò che riguardava (non comunque nel senso cattolico) il solo Pietro, nella sua semplice e grande funzione di iniziatore della Chiesa di Cristo, si è, poi, in modo arbitrario, voluto asserire nei confronti dell’innumerevole serie dei suoi fantomatici successori, identificati con il Vescovo di Roma. Il Primato papale nella Chiesa Cattolica nasce inizialmente come titolo onorifico, ma con il tempo si è trasformato in un Primato giuridico e di autorità, che tramite la curia romana è arrivato a soffocare l’indipendenza delle varie Chiese locali. La Chiesa Romana attesta che il suo Papa è il Vicario di Cristo e Capo della Chiesa sulla terra in assenza di Cristo, e dichiara l’infallibilità anche di costui nell’emanare dottrine e dogmi di fede. Poi ci si chiede perché esistono tante scissioni e tante religioni cristiane, invece si dovrebbe capire che la stessa Chiesa di Roma ne è la causa principale e determinante. Chi ama Dio segue solo la sua Parola, e non accetta in alcun modo le “tradizioni” umane, quando queste siano opposte alla volontà di Dio, come avviene in modo generale e specifico nell’ambito della Chiesa Romana. Solo la rivelazione trasmessa dagli apostoli e da Gesù costituisce la vera “tradizione cristiana”. Per questo Paolo, nonostante Gesù avesse condannato “la tradizione degli antichi” (Marco 7:3-13; Matt. 15:3-9), poteva ordinare: “..state saldi e ritenete gli insegnamenti che vi abbiamo trasmessi sia con la parola, sia con una nostra lettera” (2Tessalonicesi 2:15). Infatti, la “tradizione” di cui parla Paolo è l’insegnamento che per rivelazione egli e gli altri con lui avevano dato ai credenti; chiedeva loro, in pratica, di restare saldi all’insegnamento apostolico ricevuto tempo prima, senza appoggiarsi invece alle tradizioni umane, ma solo alla tradizione apostolica.

 

Analizziamo il passo di Matt. 16:13-20:

Nel Catechismo della Chiesa cattolica al punto 552 si legge: “Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: <Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente> (Mt. 16,16). Nostro Signore allora gli aveva detto: <Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa> (Mt. 16,18). Cristo, <Pietra viva>, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli”.

Al punto 765 si legge: “...Innanzi tutto vi è la scelta dei Dodici con Pietro come loro capo...”.

Al punto 834 si legge: “Le Chiese particolari sono pienamente cattoliche per la comunione con una di loro: la Chiesa di Roma, <che presiede alla carità>. <È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato>. <Infatti, dalla discesa del Verbo Incarnato verso di noi, tutte le Chiese cristiane sparse in ogni luogo hanno ritenuto e ritengono la grande Chiesa che è qui [a Roma] come unica base e fondamento perché, secondo le promesse del Salvatore, le porte degli inferi non hanno mai prevalso su di essa>”.

Al punto 880 si legge: “Cristo istituì i Dodici <sotto la forma di un collegio o di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro>. <Come san Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, Successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli apostoli, sono tra loro uniti>”.

Al punto 881 si legge: “Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi; l’ha costituito pastore di tutto il gregge. <Ma l’incarico di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, uniti col suo capo>. Questo ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa; è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa”.

Al punto 882 si legge: “Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di san Pietro, <è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli>. <Infatti il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente>”.

Il passo della Bibbia chiamato in causa è il seguente: Matteo 16:13-20: “Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: <Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?>. Essi risposero: <Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti>. Ed egli disse loro: <E voi, chi dite che io sia?>. Simon Pietro rispose: <Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente>. Gesù replicando, disse: <Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli>. Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo”.

Iniziamo col dire che la confessione di Cesarea presso i tre vangeli di Matt. 16:13-20; Luca 9:18-21; Marco 8:27-30 non ha nulla a che vedere con quella di Giov. 6:68-71; i contesti sono diversi e i contenuti anche.

Dapprima Gesù lodò la professione di fede pietrina (Matt. 16:16-18), attribuendola non a deduzioni di puro ragionamento umano, bensì a rivelazione divina; non furono, infatti, la “carne e il sangue”, ovvero la persona umana di Pietro con le sue facoltà razionali, a scoprire tale realtà, bensì una diretta comunicazione trasmessa interioriormente da Dio.

Molto probabilmente per il suo carattere impetuoso ed impulsivo, Pietro, secondo le idee del suo tempo, si aspettava nel Messia, l’uomo di Dio che avrebbe liberato gli ebrei dai dominatori romani, perciò lui non poteva spontaneamente immaginarsi che Gesù, alieno da tali idee, fosse davvero il Cristo atteso; ciò doveva essere frutto di particolare rivelazione divina.

Già prima di quel momento i discepoli avevano affermato che Gesù era il Figliolo di Dio, ma lo avevano fatto sotto l’impulso di fenomeni miracolosi, come la tempesta sedata (Matt. 14:33); la stessa cosa l’avevano già asserita anche i demòni, ma Gesù non volle mai accogliere la loro testimonianza (Matt. 8:29). Ora, invece, è l’apostolo Simone che, a sangue freddo, senza l’eccitazione di alcun prodigio, afferma a nome degli apostoli che Gesù non è un semplice mortale come tutti gli altri (o semplicemente un comune profeta), ma è, invece, il Cristo, il Figliuolo di Dio. Tuttavia, per impedire che gli animi degli ebrei si eccitassero e che gli attribuissero la missione puramente terrena di debellare i dominatori romani, Gesù ordinò agli apostoli di non rivelare ad alcuno la sua vera natura. È quindi naturale che, volendo inculcare la necessità di far propria la fede proclamata da Pietro, per chiunque intenda entrare nella Chiesa, Gesù presenti il Simone confessante come “una grossa pietra” o “pietra” della Chiesa di Cristo (Matt. 16:16-18).

Gesù amava infatti concretizzare in persone o situazioni i suoi insegnamenti, per evitare da buon semita e da buon psicologo ogni idea astratta. Ad esempio, per proclamare l’umiltà e la fedeltà che si avrebbero dovuti avere nell’accettazione degli insegnamenti divini, Gesù prese un bimbo e avvertì i discepoli di farsi simili ad esso (Matt. 18:1-4); per esaltare la potenza e la veracità del suo insegnamento Egli si proclamò: Via, Verità e Vita (Giov. 14:6), Gesù non ha sempre dinnanzi a sé delle persone o delle cose concrete, le crea, invece, spesso con la sua fantasia, mediante suggestive parabole; così per istruire ed inculcare che occorre credere a Lui come all’inviato dal Padre, Egli dice che bisogna “mangiare la sua carne e bere il suo sangue” (Giov. 6:53).

Matt. 16:18-19; “Con la tua confessione, Simone, sei divenuto una pietra (da fondamenta), che in futuro sarà pronta per essere gettata come fondamenta della mia Chiesa. Su di te (e anche sugli altri apostoli) io la voglio edificare. Tu sarai molto onorato, sarai, infatti, il primo a far conoscere e a legare gli ordinamenti divini nella mia Chiesa, per mezzo dei quali poter far entrare nel regno dei cieli sia i giudei che i gentili”.

Al primo confessore (Pietro), in ordine di tempo, Gesù affida una parte importante e di primo piano nell’edificazione della Chiesa, in quanto, sempre, tutti i credenti dovranno far propria, se vogliono entrare nella famiglia di Dio, la professione di fede compiuta da Pietro. L’aver chiamato l’apostolo Simone con il termine “Cefa” (Pietro) non equivale affatto a renderlo Capo della Chiesa, da sostituire in seguito anche con dei successori al suo governo. Anche Abraamo era chiamato “roccia” o “padre” dai giudei, ma solo per la sua fede eroica (e anche perché fu con lui che Dio fece il patto perenne); a lui gli ebrei dovevano guardare per riprodurre la stessa fede. Ma con tutto ciò Abraamo non era ritenuto però il Capo degli ebrei; i dirigenti d’Israele, giudici o re, non erano i successori del patriarca. Abraamo rimaneva una persona unica, alla quale si doveva guardare come ad un magnifico esempio di fede.

L’analisi del passo: “..tu sei Pietro, e su questa pietra..”, compiuta dai “Padri della Chiesa”, ci dimostra come non vi sia mai stata un’interpretazione, tale, come la intende la Chiesa Cattolica, la quale vi vede la promessa di un vero Primato gerarchico di Pietro e dei suoi fantomatici successori (i Papi); ciò appare a Roma solo intorno al V secolo.

In Oriente primeggia la figura di Origene, oriundo di Alessandria, scrittore di grande talento esegetico, che fondò una vera e propria scuola. Pur affermando che la Chiesa è edificata su Pietro, nel suo commento al vangelo di Matteo, afferma che chiunque faccia propria la confessione di fede di Pietro ottiene le stesse prerogative dell’apostolo: “Se tu immagini che solo su Pietro è stata fondata la Chiesa, che cosa potresti dire tu di Giovanni, il Figlio del tuono (Boanerges) o di qualsiasi altro apostolo? Chiunque fa sua, la confessione di Pietro può essere chiamato un Pietro”. “Come ogni membro di Cristo si dice cristiano, così per il fatto che Cristo è la <roccia>, ogni cristiano che beve da <quella roccia che ci segue>, deve essere chiamato Pietro. <Rupe> = pietra, è infatti ogni imitatore di Cristo”.

Quindi, egli non vede in queste parole di Matteo l’affermazione del Primato di Pietro sugli altri apostoli: Pietro è pari agli altri apostoli, anzi agli stessi cristiani; è solo la sua confessione di fede in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, che lo rende un “Pietro”.

In Occidente il primo scrittore che ricordi il passo mattaico è Giustino che così scrive: “Uno dei discepoli, che prima si chiamava Simone, conobbe per rivelazione del Padre, che Gesù Cristo è Figlio di Dio. Per questo egli ricevette il nome di Pietro”. Giustino non deduce affatto la superiorità della persona di Pietro sugli altri apostoli, ma afferma solo che con tale nome, Gesù voleva premiare la confessione di fede professata, per l’appunto, da Simone.

Tertulliano, altro “padre della Chiesa”, si rifà al passo biblico in occasione di una diatriba con il vescovo di Roma. Costui (dovrebbe essere Callisto) pare che si appellasse al “tu sei Pietro e su questa pietra” per difendere la propria autorità derivatagli dal fatto che egli era vicino “alla tomba di Pietro”, ma Tertulliano, chiaramente, gli ribatté: “Chi sei tu che (in tal modo) sovverti e deformi l’intenzione manifesta del Signore che conferiva tale potere a Pietro?”. Tertulliano, in accordo con quanto vedremo, attribuisce il potere delle “chiavi” esclusivamente alla persona di Pietro, il quale ebbe agli inizi della Chiesa una missione ben specifica. “I Padri apostolici e i Padri della Chiesa” erano esegeti del II e III sec. d.C.; cristiani della Chiesa, ancora per alcuni versi primitiva, quindi molte loro testimonianze sono, nella storia della cristianità, dopo quella primitiva, quelle più vicine agli insegnamenti apostolici come contenuti, ma anche cronologicamente. Tertulliano, come abbiamo visto, nega quindi il passaggio di tale privilegio ad un qualsiasi successore di Pietro: “tu sei roccioso, perché hai riconosciuto colui che è la vera roccia e l’hai chiamato secondo la scrittura, il Cristo, così che divieni anche tu una roccia, una pietra, sulla quale io ne edificherò delle altre fino a farne il mio edificio, la mia Chiesa”.

Noi dobbiamo in un certo qual modo fare nostra la professione di fede di Pietro con la stessa convinzione e fiducia.

Eusebio diceva: “Il <primo fondamento> della Chiesa, <è la roccia irremovibile sulla quale essa è stata costruita>: questa pietra è il Cristo”; egli (Eusebio), vissuto alla corte di Costantino, e impressionato dalla fastosa potenza dell’Imperatore che, governando tutto l’Impero, proteggeva la Chiesa, dalla quale era addirittura chiamato vescovo pur non essendo nemmeno battezzato (lo fu solo verso la fine della sua vita), vede nella “pietra” il simbolo del Cristo. L’unica Chiesa di Dio è diretta e centrata in Cristo che è la “roccia”, il fondamento della Chiesa, così come l’Imperatore lo è per il suo Impero. È a Roma che si hanno i primi timidi segni di voler asserire con il passo mattaico un Primato al vescovo di Roma. Il primo fu Callisto (217-222) in seguito anche Stefano (254-257), il quale affermava di essere il successore di Pietro e di avere l’autorità di accogliere nella Chiesa anche i battezzati dagli eretici e gli adulteri, in quanto la sua Chiesa era vicino al “sepolcro di Pietro”.

Anche secondo Agostino, vescovo di Ippona, non vi è alcun onore in più per la Chiesa di Roma, e tanto meno per il suo vescovo, e non esiste neanche alcun successore di Pietro; questo lo si può notare nelle sue “ritrattazioni”.

Solo verso il IV e il V secolo a Roma si va sempre più imponendosi l’idea di un Primato del vescovo di Roma.

L’interpretazione romana godette del suo splendore con il Papa Leone I il Grande, il quale sostenne che Gesù concesse a Pietro il Primato della dignità apostolica che passò poi al vescovo di Roma, al quale compete la cura di tutte le Chiese. In questo periodo si ha la prima chiara manifestazione del Primato Romano e di quello di Pietro e dei suoi relativi successori; ma Leone I non ha in ciò seguito una tradizione, in quanto prima di lui tale esegesi non era mai stata accolta dalle Chiese. Inoltre, a quei tempi si era in un ambiente nel quale la Chiesa di Roma, prima, grazie alle concessioni di Costantino, e poi con l’“Editto di Tessalonica” aveva man mano acquistato un potere maggiore sulle altre Chiese e anche privilegiato i propri vescovi, i quali non cercavano altro che trovare il capro espiatorio per sostenere quei privilegi che via via nel tempo si erano andati acquistando. Col tempo si arriverà sempre più ad un rilasciamento totale dalla Sacra Scrittura da parte della Chiesa di Roma che imporrà alle altre Chiese di seguire le sue leggi e dottrine, fino al giorno d’oggi.

Nel passo di Matteo Colui che edifica la Chiesa non è Pietro, ma Cristo; la Chiesa non appartiene a Pietro, ma a Gesù: “..tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”; si noti pure che la funzione di Pietro è un’attività connessa con l’edificazione della Chiesa, fatto che si avverò una volta soltanto nella storia della cristianità. Egli è solo “una grossa pietra” (come lo furono gli altri apostoli) che fu posta come fondamenta alla base dell’edificio di Cristo per darne solidità. Una volta poste le fondamenta esso continua la sua crescita in altezza ed è insensato ed inutile riporre altre nuove fondamenta alla sua base, ovvero i successori di Pietro e degli altri apostoli, perché ciò vorrebbe dire demolire l’edificio per ricominciare da capo, ed è appunto ciò che è successo in seno alla Chiesa Cattolica.

Da parte cattolica, insistendo sul fatto che Pietro viene proclamato “grossa pietra” o “pietra”, si vuole andare oltre l’interpretazione precedentemente asserita in base al contesto e ai paralleli, per dedurne che Pietro fu allora profetizzato come il futuro Capo supremo della Chiesa e Vicario di Cristo. Va innanzi tutto notato che il contesto si riferisce a un momento particolare della storia della Chiesa, vale a dire, alla sua fondazione: “Io fonderò la mia chiesa; io edificherò la mia chiesa”; è, dunque, in quel preciso momento che deve svolgersi l’attività di Pietro, nella quale, come vedremo, è esclusa la funzione di Capo e la persistenza di tale ipotetica funzione, per tutta la storia della Chiesa, attraverso gli ipotetici successori che non sono e non possono essere la persona di Pietro.

Tutto l’insegnamento e la storia della Chiesa del N.T. escludono Pietro dall’essere stato Capo della Chiesa e Vicario di Cristo. In tutte le pagine bibliche nuovo-testamentarie il Capo è Cristo, solo ed esclusivamente Lui. È Lui che edifica la Chiesa, non attraverso un Vicario umano, bensì tramite l’attività dello Spirito Santo (1 Corinzi 12:13-28; Efesini 4:11).

Nel simbolismo apocalittico non si sottolinea mai la superiore bellezza di una sola pietra da fondamenta, ma si parla di dodici fondamenta presentate tutte allo stesso modo, come le fondamenta della celeste Gerusalemme (Ap. 21:14). Questo è logico, perché Gesù non è venuto a stabilire dei capi o dei principi, ma solo dei “ministri”, dei “servitori” dediti al servizio dei fratelli (Luca 22:24-27).

Contro l’interpretazione cattolica del passo mattaico sta la discussione degli apostoli che nulla avevano compreso del concetto cristiano del servizio verso il prossimo e che si andavano chiedendo chi mai tra loro fosse il primo, il maggiore (Marco 9:33-35; Luca 22:24-27), questo avviene tempo dopo la fatidica frase detta da Gesù a Pietro, lasciando capire molto bene come in loro non vi fosse la minima idea che Pietro potesse essere stato fatto loro Capo. Gli apostoli Giacomo e Giovanni, aspirando a tale privilegio di indole terrestre, fanno perfino intervenire la loro madre Salomè, per ottenere i primi posti nel Regno, segno quindi che essi non riconoscevano già decisa la superiorità di Pietro su di loro: Marco 10:35-45; Matt. 20:20-28. Molti riformatori spiegano il passo mattaico attestando che la “pietra” sia la confessione di fede fatta da Pietro (in pratica Cristo stesso). Di solito, però, Gesù ama presentare l’idea concretizzata direttamente in una persona o cosa visibile, nel nostro caso il Simone confessante. Inoltre, l’aggettivo dimostrativo usato dall’evangelista: “questa” mal si applica alla precedente confessione di Pietro, in tal caso sarebbe stato più logico dire: “tu sei Pietro, e su quella pietra (la confessione di fede di Pietro) che hai appena confessato edificherò la mia chiesa” oppure “tu sei Pietro, e sulla tua confessione di fede, edificherò la mia chiesa”.

C’è da dire poi che il gioco di parole sul nome di Pietro: “tu sei Pietro e su questa pietra...” sarebbe allora inspiegabile. D’altro canto, poi, l’elogio fatto a Pietro, la missione e le “chiavi” a lui conferite, ci obbligano a ritenere riferite a Pietro anche le precedenti parole: “su questa pietra”. L’aggettivo dimostrativo “questa” si riferisce alla persona di Pietro, poco prima menzionata. Con le sue parole Gesù intende esaltare non tanto la persona umana di Pietro, quanto piuttosto la professione di fede da lui concretizzata. Proprio in quel momento, per la sua fede, egli, benché la Chiesa ancora non esistesse, era già la pietra da fondamenta, pronta, solo in futuro, però, per sostenere la Chiesa al suo apparire. Proprio in virtù di questa sua professione di fede, anteriore a quella di tutti gli altri apostoli nella convinzione e determinazione, Pietro sarà scelto a predicare per primo con potenza la buona novella ai giudei e ai gentili, e determinerà (con le chiavi del regno dei cieli) una volta per sempre gli ordinamenti essenziali per mezzo dei quali entrare nella Chiesa, ovvero il ravvedimento con il conseguente battesimo (“legato”) e l’eliminazione dell’obbligatorietà della circoncisione (“sciolto”). La relazione di alcuni riformatori, che cercano di stabilire la parola “pietra” come riferimento alla fede professata dall’apostolo (e quindi a Cristo stesso), anziché alla persona di Pietro, non può essere accolta. Le parole del passo mattaico furono rivolte a Pietro e solo a lui; la “pietra” non è la fede confessata dall’apostolo, anche se la fede stessa di Simone ne è stata una causa. Comunque sia, la fondazione della Chiesa di Cristo è un fatto attuatosi una volta sola nel tempo. Infatti, nella costruzione di una casa, le fondamenta vengono poste una volta soltanto e solo al suo inizio. Pietro nell’edificio della Chiesa è stato la prima pietra da fondamenta (a parte la pietra angolare da fondamenta che è Cristo Gesù) ad essere cementata per la costruzione e per dare solidità all’edificio. Egli ha il primato di essere stato il primo, in ordine di tempo, come pietra da fondamenta, non il primo in autorità e supremazia, e né, tanto meno, è scritto da qualche parte che dovesse avere dei successori. Solo uno studio imparziale e senza preconcetti può farci penetrare più a fondo nel messaggio della Scrittura Sacra. È bene sottolineare che, pur riferendo le parole: “..e su questa pietra” a Pietro, Gesù volle solo presentarlo come portavoce di questa fede. La persona credente di Pietro sarà utilizzata da Cristo l’edificatore come punto di appoggio umano, attraverso il quale dettare i primi essenziali ordinamenti necessari per ogni credente per poter entrare nel “regno dei cieli” (nella Chiesa). Va ricordato che, altrove, quando non è il Cristo ad essere presentato come l’edificatore, come invece lo è qui in Matt. 16:16-18, bensì gli apostoli, allora il fondamento posto da costoro è lo stesso Cristo e Lui solo (1 Corinzi 3:10-11). Quando è Dio Padre il costruttore e l’edificatore, il fondamento della Chiesa sono gli apostoli e il Cristo, il quale è la pietra angolare da fondamenta. In questo contesto (Matt. 16:16-18), in cui l’edificatore della Chiesa è il Cristo, l’apostolo Simone viene presentato come pietra di fondamenta (in quell’occasione solo lui, in quanto egli solo in quel momento aveva professato con convinzione e determinazione Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, fede, questa, indispensabile per entrare a far parte della vivente Chiesa di Dio: Matt. 16:16-18; 1Pietro 2:4-5), in seguito sarebbero state pietre da fondamenta anche gli altri apostoli (ovviamente escluso Giuda). Abraamo, ad esempio, non fu il Capo del popolo d’Israele e nemmeno venne ritenuto tale da esso; egli per la sua fede fu solo l’antenato, il capostipite del popolo eletto di Dio, e inoltre non ebbe un successore. Anche Pietro, per la sua fede, è il capostipite del popolo cristiano di Dio. Come il popolo ebraico poteva guardare alla fede di Abraamo, imitarlo e seguirne le orme (Romani 4:16-25), così anche il nuovo popolo di Dio può guardare alla fede di Pietro, per imitarlo e seguirne gli insegnamenti. L’attività di Pietro riguardò l’essere posizionato come pietra da fondamenta alla base dell’edificio di Cristo, agli inizi; non v’è in alcun modo il comando nella Bibbia di creare o proclamare dei suoi successori specialmente come Capi o Pontefici, cosa che Pietro non fu mai.

Pietro era innanzi tutto un testimone oculare della vita di Gesù, e lo fu fino alla sua morte, alla sua resurrezione e alla sua ascensione in cielo; i suoi insegnamenti, come quelli degli altri apostoli, hanno un valore essenziale, in virtù del fatto che gli apostoli furono testimoni oculari della testimonianza e degli insegnamenti di Gesù, inoltre su di loro scese potentemente lo Spirito Santo a Pentecoste, dietro la promessa del Signore che gli avrebbe guidati in tutta la sapienza delle Sacre Scritture e dei suoi insegnamenti, per poter insegnare giustamente e senza errori la volontà divina. Le parole del passo mattaico, inoltre, furono riferite solo ed esclusivamente alla persona di Pietro. È impossibile creare un nuovo Pietro in ogni epoca, e trasferire le parole, proferite direttamente e personalmente da Gesù all’apostolo Simone, il quale professò la sua fede in quella circostanza, a tanti altri fantomatici successori, i quali non sono né la persona di Pietro, né hanno alcunché di somigliante a lui, né possono essere stati nella circostanza nella quale Gesù espresse tali parole. Pietro è la prima pietra della Chiesa in ordine di tempo. Gesù parlò a lui e a lui solo pose l’elogio, tempo prima che Egli (Gesù) desse inizio alla sua costruzione, al suo edificio (Chiesa). Gesù non poteva, elogiando Pietro per quanto fece in quella circostanza, elogiare assieme a lui tutti i fantomatici Pontefici della storia della Chiesa Romana.

I versetti 7-12 del capitolo 23 di Matteo ci fanno, forse, intendere che Gesù Cristo volesse formare sulla terra un Santo Padre, un Pontefice, un Capo o un Vicario nel suo nome? Certamente no! Il concetto di “Capo”, “Pontefice”, o “Papa”, o “Santo Padre” esula dal contesto che parla di “fondamento” e non di autorità, che presenta Gesù come il costruttore e quindi Padrone e Capo della sua Chiesa. Possiamo formulare un semplice esempio: in una costruzione di un edificio, colui che comanda, colui che decide ogni cosa è il costruttore, l’imprenditore; è stolto, immaginario e fantasioso pensare che la pietra da fondamenta, posta dal costruttore alla base del suo edificio, possa per conto proprio avere qualche potere di decidere o meno della sua collocazione, o della collocazione di altre pietre da fondamenta, o di altre pietre da cementare su di esse e di quant’altro. Il costruttore è il capo assoluto del lavoro e dell’opera del suo edificio, ed egli solo sceglie le pietre e come queste debbano essere sistemate e collegate fra di loro nel suo edificio.

La parola “pietra” assume valore diverso nei diversi contesti e può anche indicare svariati oggetti. Anche la parola “fondamento” indica il Cristo in 1 Corinzi 3:11 e gli apostoli in Ap. 21:14. Attenti, quindi, ai falsi parallelismi. Un passo nella Bibbia spiega un altro, ma solo quando i contesti sono simili.

Secondo 1 Pietro 2:4-8, Cristo “pietra vivente”, sprezzata come materia senza valore sulla croce, divenne una pietra preziosa ed eletta che Dio pose all’angolo della base dell’edificio (la Chiesa) come pietra angolare da fondamenta (1 Pietro 2:4-8).

Perciò tale pietra, che è stata gettata via ed è diventata così “pietra di inciampo”, fa cadere chi in essa inciampa, ovvero chi la rifiuta. Il passo di Efesini 2:20-21 può essere riportato così: “Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli-profeti, di cui Cristo Gesù è la pietra angolare (la pietra angolare da fondamenta posta, prima di tutte le altre pietra da fondamenta, alla base dell’edificio e che determina il posizionamento delle altre pietre sia della base [pietre da fondamenta] che dei piani superiori), sulla quale l’edificio costruito cresce e sulla quale anche voi siete stati edificati....”.

Nel passo mattaico 16:18 è superfluo discutere sulla parola greca “Petros”, quando sappiamo da Giov. 1:42 che il nome dato a Simone fu “Kefa” o “Cefa” e che quindi il nome Pietro (o Cefa) va tradotto appunto come “grossa pietra” o semplicemente “pietra”. Il passo, allora, va letto così: “...tu sei Cefa (o Kefa) e su questa Cefa (o Kefa) edificherò la mia chiesa”.

Dico questo perché molti riformatori vedono nella parola greca “Petros” una volontà dell’evangelista Matteo di dare un significato diverso alla traduzione del termine aramaico “Cefa” (usato da Gesù per Simone e che significa “grossa pietra” o “pietra”), ovvero quello di “sasso”, anziché di “grossa pietra” o “pietra”, per vedere poi nella parola greca: “petra” (“grossa pietra” o “pietra”) la “roccia” Gesù. (I termini greci: “Petros” e “petra” significano, invece, entrambi: “pietra” o “grossa pietra”, come appunto la parola aramaica “Cefa”). Noi sappiamo invece che Matteo usò l’aggettivo dimostrativo “questa” che si riferisce alla pietra personificata dalla persona dell’apostolo Simone; il suo nome era “Cefa” (o Kefa) e quindi in qualsiasi lingua lo si voglia tradurre, per essere nel giusto, li daremo un nome che sia significato di “grossa pietra” o “pietra”. È altresì chiaro che Matteo scrisse il suo vangelo in greco riportando parole, insegnamenti e quant’altro di Gesù che Egli proferì invece in aramaico. Ciò risulta anche dal nome che Gesù diede all’apostolo Simone, ovvero “Cefa” (Giov. 1:42; Matt. 16:18), e da espressioni tipicamente semitiche come “carne e sangue”, “chiavi”, “legare e scogliere”. Lo stesso Pietro, parlando di se stesso, non esalta una sua propria superiorità sugli altri apostoli, e nemmeno sui presbiteri o anziani, ma si designa pure lui un “compresbitero”, pari cioè agli altri anziani nella fede (1 Pietro 5:1); la sua unica “superiorità” consisteva nel poter testimoniare la realtà di quel Cristo, con il quale aveva convissuto. Non è lecito ad uno studioso addurre il solo passo simbolico e quindi non giuridico di Matteo 16:18, per difendere una dottrina contraddetta chiaramente non solo nello steso passo, ma anche in tutti gli altri passi biblici privi di metafora.

A Pietro dovranno guardare tutti i cristiani, non per divenire sudditi di un Capo (Papa), bensì per ammettere che la salvezza viene dal Cristo, accolto per fede, quale “Figlio di Dio”, come Pietro con convinzione dichiarò. Pietro, come lo saranno anche gli altri apostoli in seguito (Efesini 2:20), è fondamento solo perché il suo insegnamento ci presenta il Cristo nella verità del suo messaggio. La missione fondamentale degli apostoli fu quella di fungere da intermediari nel trasmettere le verità, gli insegnamenti e le dottrine del Cristo. Oggi loro continuano a farlo attraverso i loro scritti ispirati. Nel passo mattaico, dove Pietro viene presentato come un fondamento della Chiesa, è implicito che Gesù stesso ne sia però la pietra angolare da fondamenta che decide i vari posizionamenti delle pietre fondanti e non (Efesini 2:20). Di solito nel N.T. Gesù è presentato come un “sasso” spregevole agli occhi degli ebrei e, quindi, gettato dagli edificatori come buono a nulla, mentre Dio ne fa “la pietra angolare”. Rivolgendomi a coloro che portano avanti l’idea dei riformatori, secondo i quali la parola “pietra” si riferisce a Cristo stesso, rispondo: la parola “pietra” non necessariamente ci fa pensare sempre e in modo esclusivo al Cristo. Pietro e Paolo pongono la parola “pietra” due volte in parallelismo con la parola “sasso”, il che prova la intercambiabilità dei due termini (1Pietro 2:8, Romani 9:33). Nell’A.T. perfino la parola “roccia” venne spesso a identificarsi con la persona di Abraamo. Dal solo termine “pietra” non si può quindi concludere che nel passo mattaico essa si riferisca direttamente a Gesù. Di più, il contesto di elogio, che si incentra su Pietro confessore, rende difficile, per non dire impossibile, il cambiamento di soggetto e la presentazione improvvisa di Gesù come fondamento della Chiesa. Sembra difficile, guardando al contesto e alle leggi grammaticali, pensare che Gesù abbia detto (come dicono questi riformatori): “Tu sei beato, Simone...E anch’io ti dico: tu sei sasso, e su questa roccia edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai...”. Sarebbe poi strano questo ragionamento anche per il fatto che Gesù presenterebbe se stesso come architetto edificatore e, nello stesso tempo, come pietra di fondamenta, creando in questo modo un simbolismo incongruente. Gesù impose a Simone l’epiteto aramaico “Cefa”, il cui significato è quello di “pietra” o “grossa pietra”. Nell’originale aramaico, come risulta dal passo di Giovanni 1:42, il gioco di parole era naturale perché in esso si ripeté due volte la stessa parola “Cefa” significante “grossa pietra”: “tu sei pietra (Cefa) e su questa pietra (Cefa) edificherò la mia chiesa”. Tale ricostruzione, inoltre, è richiesta dall’aggettivo “questa” che ricollega la seconda parola “pietra” (Cefa) alla prima immediatamente precedente. Il termine “Cefa” (o Kefa) o “Petros”, nei riguardi di Simone, almeno all’inizio non era sentito come nome proprio, bensì come semplice appellativo. Di qui l’espressione: “Simon Pietro”, vale a dire “Simone la pietra”, “Simone il roccioso”. Più tardi tale appellativo divenne il nome proprio dell’apostolo Simone che, nel territorio di lingua semita o presso gli scrittori semiti (come ad esempio Paolo), fu chiamato prevalentemente con il nome “Kefa” o “Cefa” (Galati 2:9-21), mentre nelle regioni di lingua greca con il nome “Pietro”, termine che, come la parola “Cefa”, poteva significare allo stesso tempo “pietra” o “grossa pietra”.

Quando Matteo compose il suo vangelo in Siria, probabilmente verso l’80 d.C., nel tradurre in greco il detto di Gesù (che fu proferito in aramaico), si trovò costretto ad usare nella sua prima parte il vocabolo greco al maschile: “Petros” (Pietro), perché con questo nome l’apostolo era già conosciuto, pur conservando nella seconda parte, il termine greco al femminile: “petra” (pietra) che meglio si adeguava alla funzione di fondamento per la Chiesa nascente.

Il rapporto d’identità fra i due termini fu però reso evidente al lettore dall’uso dell’aggettivo dimostrativo “questa” che obbliga il riferimento alla “pietra”, proprio al Pietro apostolo.

In greco la parola aramaica “Cefa”, nei riguardi della persona di Simone (nel passo mattaico), fu tradotta: “Petros” nella prima parte (che a differenza dell’aramaico, nel quale il termine “Cefa” presentava esclusivamente il significato di “pietra”, di un oggetto e non era un nome proprio di persona [anche se lo divenne nei riguardi della persona di Pietro], esso [Petros] invece designava propriamente un nome proprio di persona), in quanto stava ad indicare appunto il termine aramaico “Cefa” che era diventato ormai nome proprio dell’apostolo Simone e, quindi, era necessario tradurlo nella sua terminologia al maschile della traduzione greca, appunto “Petros” (nome anch’esso, assieme a quello di “Cefa”, oramai conosciuto, nei riguardi dell’apostolo Simone, quando scrive Matteo) che significa “Pietro” e che sarebbe il maschile di “pietra”, formulato come nome proprio dell’apostolo.

Matteo riportò invece nella seconda parte la traduzione greca al femminile della parola aramaica “Cefa” , ovvero “petra”, non perché non riguardasse la persona di Pietro (infatti, egli usa l’aggettivo dimostrativo “questa”), ma semplicemente perché dal tempo in cui Gesù aveva riferito il nuovo nome che Simone avrebbe avuto (Cefa), fino al tempo in cui Matteo scrive, questo (il termine “Cefa”) era diventato nome proprio dell’apostolo, e aveva preso nella traduzione greca, a differenza dell’aramaico “Cefa”, un significato e una formulazione maschile, caratteristiche appunto della parola greca “Petros”, che in realtà ha lo stesso identico significato della parola greca femminile “petra”, tradotta “pietra”.

Dopo queste parole Gesù continua ad affidare una missione a Pietro, simboleggiata dalle “chiavi”, dal “legare” e dallo “sciogliere”, termini, questi, che chiariscono il modo con cui Pietro sarebbe stato usato da Cristo agli inizi della Chiesa nascente. Fuori metafora le parole di Gesù vogliono dire solamente che Gesù avrebbe edificato la sua Chiesa, utilizzando degli uomini (gli apostoli), tra cui in prima linea o per primo agli inizi, nel corso degli eventi futuri, il Simone detto Pietro, scelto per questa missione specifica perché per primo egli, sotto l’ispirazione divina, e quindi come profeta di Dio, aveva professato la vera fede nel Cristo, come Figliolo di Dio.

La fede è l’unico principio, insieme all’essere stato testimone oculare degli insegnamenti di Gesù, e alla grazia, per la quale il Signore ha scelto i suoi apostoli, che ha reso Pietro e gli altri apostoli fondamenta della Chiesa. Qui Simone esplica una fede nei confronti della Persona di Gesù, ed è per questo che è elogiato dal Signore che gli dice: “Tu sei beato, Simone...”.

È molto interessante conoscere il pensiero di alcuni scrittori cristiani dei primi tre secoli su tale questione; ci troviamo di fronte ad una “tradizione” che di solito fino al quarto secolo è in contrasto con l’attuale dottrina cattolica del Papato.

C’è da dire ancora che tale dottrina cattolica si è affermata non per obbedienza alla Parola di Dio, ma per un lungo e complesso processo storico, filosofico e pagano, che qui sarebbe difficile riassumere (vedere in “Tradizione e Sacra Scrittura”).

Vi trascriverò nuovamente gli scritti di due illustri “Padri della Chiesa” riguardo a dei loro commenti sul passo mattaico. In realtà, se ne potrebbero trascrivere tanti altri ma ciò non servirebbe più di tanto, visto che a noi interessa solo scoprire, in questo momento, quando l’ideologia di un Capo, di un Vicario, sia nata nella Chiesa Cattolica.

Parliamo di Origene, scrittore cristiano che visse tra il secondo e terzo secolo.

Ecco cosa scriveva del celebre passo di Matteo: “Se anche noi abbiamo detto come Pietro < Tu sei il Cristo il Figlio dell’Iddio Vivente>, senza che questo ci sia stato rivelato dalla carne e dal sangue, ma dalla luce proveniente dal Padre Celeste e che è brillata nel nostro cuore, noi diveniamo Pietro, e quindi anche a noi potrebbe essere detto dalla Parola <Tu sei Pietro, ecc. ...>. Infatti è una pietra o roccia ogni discepolo di Cristo, dal quale bevvero quelli che bevvero dalla roccia spirituale che li seguiva, e su ognuna di tali rocce è fondata ogni parola della Chiesa... Ma se supponi che soltanto su Pietro sia costruita tutta la Chiesa di Dio, che diresti di Giovanni il figlio del tuono, e di ognuno degli Apostoli?... Le chiavi del regno dei cieli sono state date solo a Pietro?... Se dunque la promessa <Io ti darò le chiavi del regno dei cieli è stata fatta anche agli altri, non è dunque possibile che tutto ciò che è stato detto prima a Pietro sia stato detto anche a Loro?... Chi imita Cristo riceve il soprannome di <Pietro>”.

Anche secondo Tertulliano, vissuto tra il secondo e terzo secolo, “Pietro” è un nome simbolico dato a Simone, in quanto l’apostolo doveva rappresentare il credente in Cristo che basa la sua vita esclusivamente su Gesù, la pietra o la roccia per eccellenza.

Tertulliano scriveva: “Muta anche a Pietro il nome, da quello di Simone, che aveva, poiché anche il Creatore aveva rifatto i nomi di Abramo, di Sara e di Osea..Ma perché l’ha chiamato Pietro? Se fu per il vigore della fede, molte materie e solide, avrebbero potuto dargli un nome dalla loro sostanza. O non forse perché Cristo è Pietra e Sasso? Se è vero che leggiamo che Egli è stato posto come Sasso d’inciampo e Pietra dello scandalo..Pertanto cercò di comunicare in modo tutto particolare al più caro dei suoi discepoli il suo nome, per mezzo delle sue allegorie..>”. Tertulliano, poi, riguardo al passo mattaico, dice: “<Su di te, Egli dice, edificherò la mia Chiesa> e <ti darò le chiavi> e <tutto ciò che scioglierai e legherai>..La Chiesa dunque è stata eretta su Pietro stesso, cioè mediante lo stesso Pietro; Pietro stesso usò la chiave; ma quale chiave? Ecco quale chiave: <Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, Uomo che Dio ha accreditato fra di voi..>, ecc. (Atti 2:22). Pietro stesso, dunque, fu il primo mediante il battesimo di Cristo, a spalancare la porta del regno dei cieli, in cui sono <sciolti> i peccati che erano una volta <legati> e quelli che non sono stati <sciolti> sono <legati> nei confronti della vera salvezza”.

Tertulliano, dunque, pur ritenendo che Cristo abbia costruito la sua Chiesa su Pietro, come iniziatore di essa, vide nell’apostolo solo colui che ebbe per primo il privilegio di essere lo strumento della conversione dei giudei e dei primi pagani. In altre parole, non vide la supremazia di Pietro nei confronti degli altri apostoli; inoltre nelle famose “chiavi” non identificò un potere assoluto conferito da Cristo a Pietro e a dei suoi ipotetici e fantomatici successori.

In Matt. 16:19 la facoltà di “legare e sciogliere” è una precisazione del potere delle “chiavi del regno dei cieli”; chi possiede queste “chiavi” può anche “legare e sciogliere”.

Ora, se a un teologo cattolico dite che dagli scritti del N.T. non risulta affatto che Pietro, presunto primo Papa, abbia mai esercitato un’autorità suprema nella Chiesa e che il famoso passo mattaico non fu affatto interpretato come lo interpreta oggi la Chiesa Cattolica, e che di un vero e proprio Papato si può incominciare a parlare solo dal V-VI secolo in poi, e se gli dite anche che non vi spiegate come mai ci siano voluti tanti secoli per arrivare alla definizione ufficiale dell’infallibilità papale (1870), se dite tutto questo ad un teologo cattolico, egli vi risponderà che nel caso del Papato, come di varie altre dottrine proprie del cattolicesimo romano, questa dottrina era contenuta implicitamente nelle Scritture e che è stata compresa sempre meglio nel tempo, fino ad arrivare alla sua definizione ufficiale.

Il teologo cattolico dirà anche che la Scrittura non è l’unica fonte della rivelazione cristiana, ma che c’è anche la tradizione secolare.

Ma torniamo nuovamente ad analizzare il passo di Matteo in questione; siamo obbligati ad accettare il fatto che la Chiesa ha come proprie pietre fondanti non solo Pietro, ma tutti gli apostoli. È importante notare l’utilizzo della plurisignificante congiunzione greca “kai” che in italiano sarebbe la congiunzione “e”, ciò ci dà veramente la possibilità di capire che il Signore avrebbe potuto utilizzare altre pietre da fondamenta. Nel passo mattaico ciò non viene escluso, questo sono obbligati ad ammetterlo anche i teologi cattolici. L’edificio di Cristo è stato costruito su altre pietre fondanti, oltre che su Pietro (su gli apostoli: Efesini 2:20; Ap. 21:14), le quali proclamarono la medesima verità e il medesimo insegnamento su Cristo, ministero esclusivo affidato a loro per poter avere inizio la costruzione della Chiesa.

Pietro sarà il primo a porre gli insegnamenti e le dottrine nuove e perenni per il nuovo edificio, il nuovo patto, la nuova alleanza.

Gli apostoli, incluso naturalmente Pietro, costituiscono le pietre di fondamenta della Chiesa. Questa prospettiva è rafforzata dal fatto che esistono altri passi nelle Sacre Scritture, i quali presentano gli apostoli, e quindi anche Pietro, come fondamenta dell’edificio, quindi come pietre di fondamenta della Chiesa di Cristo.

Le pietre di fondamenta sono molte più grosse e pesanti delle altre pietre che andranno semplicemente ad essere collegate l’una sulle altre, per farne i piani superiori dell’edificio.

Gli apostoli (pietre di fondamenta), essendo testimoni oculari della vita e degli insegnamenti di Gesù e pieni di una testimonianza diretta e viva del Signore e destinati proprio da Cristo ad essere gli iniziatori della Chiesa con potenza di Spirito Santo, divengono pietre grosse e pesanti da fondamenta, perché sono quelle che rendono con la loro testimonianza “solidità all’edificio intero”. Da queste, su queste e attraverso queste le altre pietre viventi (i credenti di ogni epoca) si sono susseguite nella collocazione sull’edificio in crescita. Queste pietre da fondamenta non sono i Capi o i Signori dell’edificio, ma hanno solo il compito “di sostenere il peso dell’edificio”, vale a dire, la loro potente testimonianza ha dato la base portante all’edificio di Cristo sulla terra (alla Chiesa), creando solidità, e i loro scritti ispirati continuano a sostenere l’edificio e a portarne il peso.

Essi infatti per volontà divina, trascrivendo ed insegnando tutto ciò che la testimonianza di Gesù e dello Spirito Santo gli avevano rivelato, sono diventati un pesante fondamento di pietra che dà forza all’intera costruzione (Chiesa).

Quindi come detto prima riguardo al passo mattaico: “tu sei Pietro e (kai) su questa pietra edificherò la mia chiesa”, la congiunzione “e”, in effetti, non esclude le altre pietre di fondamenta; infatti anche gli altri apostoli sono pietre di fondamenta dell’edificio.

Pietro è diventato per primo pietra di fondamenta e ha proclamato per opera della Spirito Santo, in modo perenne, le direttive principali per mezzo delle quali entrare nel regno dei cieli (la Chiesa), di seguito gli altri apostoli, senza in nulla intaccare quanto detto per volontà di Dio da Pietro, ne hanno completato e ampliato il messaggio divino nei luoghi dove sono andati ad evangelizzare e a fondare nuove chiese, ponendo così una volta per sempre il fondamento dell’edificio, della Chiesa.

Come già detto l’uso e la funzione di “kai(e) nella lingua greca è estremamente ampio.

Il passo: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” non significò che il Signore non avrebbe usato anche gli altri apostoli in questo senso.

 

CONNESSIONE DEI PASSI DI CESAREA

L’unico vero successore di Pietro, degli apostoli, e della Chiesa primitiva è il Nuovo Testamento, non il Vescovo Romano Pagano. Solo la Parola di Dio è verità infallibile, essa vale sempre e si succede con se stessa nel corso dei secoli, rimanendo intatta nella forma e nel contenuto; gli uomini iniqui danno invece ascolto alle tradizioni umane pagane e secolari, cambiando il senso della Scrittura divina e conformandola con le loro eretiche ideologie. (Leggere, ad esempio, Galati 1:6-9).

Gesù non ha affidato il comando ad alcun uomo, e tanto meno, ha voluto creare la Chiesa Romana Pagana.

Benché tutti gli apostoli (escluso Giuda) fossero delle pietre da fondamenta per la Chiesa nascitura, Gesù ha voluto, all’inizio di essa, porre i suoi nuovi ordinamenti attraverso la predicazione di Pietro, niente di più.

La Chiesa, pur non essendo del tutto identica al regno dei cieli (al Regno di Dio), ne è però l’anticipazione embrionale imperfetta. Da diverse parole di Gesù risulta che il regno dei cieli, nello stadio presente, non si identifica completamente con quello finale, perché in mezzo al frumento vive ancora la zizzania (Matt. 13:24-30,36-43), e vi si trovano pure dei pesci piccoli accanto a quelli grossi (Matt. 13:47-50). Il medesimo concetto appare nella parabola dell’abito nuziale, per cui chi ne è privo sarà, sì, rimosso, ma solo all’arrivo finale del Re (Matt. 22:11-14); in quella delle vergini stolte e prudenti, la separazione delle quali si attuerà solo dopo l’avvento a lungo atteso dello sposo (Matt. 25:1-13). Solo al tempo del giudizio del Signore sulla terra le pecore saranno separate dai capri (Matt.25:31-33). Questo periodo intermedio, in cui il Regno di Dio non si è ancora dispiegato totalmente e definitivamente, corrisponde appunto al periodo della Chiesa che non sarebbe perciò fuori dalla visuale di Cristo.

Occorre aggiungere il nuovo concetto del rifiuto di Israele, affinché il regno possa passare a tutte le nazioni. Di qui l’idea di una nuova costruzione, appartenente a Gesù, inclusa nella frase: “....edificherò la mia chiesa”; Gesù si rivolge ai peccatori, a tutti coloro che dovranno formare un nuovo popolo di Dio, destinato a succedere a quanti l’hanno respinto (il popolo Giudeo in gran parte): Marco 2:17; Matt. 11:28-30; Matt. 21:31-32.

Con la sua morte si attua quindi una nuova alleanza, nella quale i suoi discepoli, riuniti in gruppo, attueranno le promesse di Gesù, perciò la Chiesa che nascerà ufficialmente solo a Pentecoste è già vista in embrione nella selezione, nella scelta dei credenti, come il regno dei cieli futuro.

La discesa dello Spirito Santo a Pentecoste segnò la nascita della Chiesa, perché fino a quel momento essa era soltanto prevista: Matt. 16:18. La Chiesa è un corpo costituito dallo Spirito Santo (1Corinzi 12:13) e la prima manifestazione di battesimo dello Spirito Santo indica quindi l’inizio della Chiesa stessa.

In Atti 2:4 non viene dichiarato esplicitamente che quello che accadde a Pentecoste fosse il battesimo dello Spirito Santo, però Atti 1:4-5,8 lo anticipa e Atti 2:33; Atti 11:15-16, confermano che questo avvenne nel giorno di Pentecoste.

La Chiesa ebbe inizio proprio allora. Anche in Luca 24:49 vi è un riferimento a quanto accadde, poi, il giorno di Pentecoste.

Lo Spirito Santo in quel giorno, per così dire, “trasferì la sede del suo altissimo ufficio dal cielo sulla terra” per abitare nella Chiesa, per aiutarla ad adempiere i suoi compiti e per vivere nei cuori dei credenti (1Corinzi 3:16; 1Corinzi 6:19-20).

Il verso di Luca dice: “Ed ecco io mando su di voi quello che il Padre mio ha promesso, ma voi rimanete in questa città, finche siate rivestiti di potenza dall’alto” (Luca 24:49).

Anche se i discepoli (come si legge in Giov. 20:21-22) ebbero, in qualche modo, una ricezione dello Spirito Santo prima del giorno di Pentecoste, questa fu solo un’anticipazione limitata e parziale di conoscenza, comprensione e di potenza.

La Chiesa unita, quella rivestita di potenza dall’alto nacque il giorno di Pentecoste.

La scelta dei dodici apostoli intimamente legati a Gesù mostrava che il vero Israele della promessa era ormai connesso con questi nuovi capostipiti del nuovo popolo di Dio.

La celeste Gerusalemme, che scende sulla terra, è circondata da mura che poggiano su dodici fondamenti, cioè su dodici apostoli, e da dodici porte, ovvero i dodici capostipiti delle dodici tribù d’Israele, tre per ogni punto cardinale. Di conseguenza, la scelta di dodici apostoli, da parte di Gesù, non fa più meraviglia, e conferma un’altra volta la sua volontà di formare un nuovo popolo di Dio. Diviene, quindi, naturale che i dodici siano particolarmente collegati, nella loro missione, con il popolo ebraico (dodici erano anche i figli di Giacobbe, capostipiti delle dodici tribù d’Israele).

Il numero dodici simboleggiava l’Israele carnale intimamente legato a Dio e al quale era stato promesso il futuro Regno Messianico.

Gesù quando vuol far intendere a cosa è simile il regno dei cieli, lo dice in parabola, come quelle prima citate; è facile capire che non parla del regno dei cieli futuro, ma di quello che ne è un anticipo, la Chiesa.

C’è da dire che la confessione di Pietro nei tre sinottici, Marco, Matteo, Luca, non può essere identificata con quella di Giov. 6:68-71, mentre invece gli altri tre chiaramente parlano dello stesso avvenimento:

            Marco 8:27-33;                   Matteo 16:13-16, 20-23;                    Luca 9:18-22

v.27 “Poi Gesù se ne andò, con i suoi discepoli, verso i villaggi di Cesarea di Filippo; strada facen-do, domandò ai suoi discepoli: <Chi dice la gente che io sia?>.

v.28 “Essi risposero: <Alcuni, Giovanni il Battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti>”.

 

v.29 “Egli domandò loro: <E voi, chi dite che io sia?>. E Pietro gli rispose: <Tu sei il Cristo>”.

v.30 “Ed egli ordinò loro di non parlare di lui a nessuno”.

v.31 “Poi cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molte cose, fosse respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, e fosse ucciso e dopo tre giorni risuscitasse”.

v.32 “Diceva queste cose aperta-mente. Pietro lo prese da parte e cominciò a rimproverarlo”.

 

v.33 “Ma Gesù si voltò e, guar-dando i suoi discepoli, rim-proverò Pietro dicendo: <Vattene via da me, Satana! Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini>”.

v.13 “Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: <Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?>”.

v.14 “Essi risposerò: <Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti>”.

v.15-16 “Ed egli disse loro: <E voi, chi dite che io sia?> Simon Pietro rispose: <Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente>”.

v. 20 “Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo”.

v.21 “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e resuscitare il terzo giorno”.

v.22 “Pietro trattolo da parte cominciò a rimproverarlo, dicen-do: <Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai>”.

v.23 “Ma Gesù voltatosi, disse a Pietro: <Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini>”.

v.18 “Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: <Chi dice la gente che io sia?>”.

v.19 “E quelli risposero: <Alcuni dicono Giovanni il Battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è resuscitato>”.

v.20 “Ed egli disse loro: <E voi, chi dite che io sia?> Pietro rispose: <Il Cristo di Dio>”.

v.21 “Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse:”

v.22 “Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e resusciti il terzo giorno”.

Per Marco e Matteo si tratta di Cesarea di Filippo (il luogo della confessione pietrina), una città ricostruita nei primi decenni del primo secolo 4-34 d.C. Tale città giaceva di fatto in un luogo solitario, per cui non vi è motivo di pensare e ritenere che la relazione di Luca narri un episodio diverso da quello narrato da Marco e Matteo. Gli scrittori ispirati non erano dei semplici copisti riproducenti alla lettera le parole altrui e gli episodi della vita di Gesù; essi conservavano una certa elasticità di espressione, si adeguavano alla cultura dei lettori che intendevano istruire, e presentavano i racconti secondo la visuale propria di ciascuno. Luca e Marco, in questo caso, omisero l’elogio di Cristo, perché non lo trovavano nella loro fonte.

Di più, tale detto, ora fondamentale e prezioso per la Chiesa Cattolica Romana (Matt. 16:18), non era così importante a quel tempo, per cui poteva benissimo essere omesso, dato che nulla avrebbe detto di più di ciò che era già incluso nella confessione di Pietro in Matt.16:16-18 (l’onore spettante a Pietro, per quanto riguardava l’essere il primo uomo a predicare con potenza e a dare inizio agli ordinamenti della Chiesa, non fu ritenuto fondamentale dagli altri scrittori ispirati, in quanto lo scritto era concentrato più sulla Persona di Cristo che di Pietro; Cristo era fondamentale nel passo che Marco e Luca scrivevano, e potevano omettere quello che era secondario).

Ad ogni modo, a noi non interessa sapere quando Gesù abbia pronunciato tale detto, quel che più conta è il contesto nel quale è stato inserito da Matteo, e dal quale esso riceve la sua luce interpretativa. In tal modo ci è possibile vedere quale significato la Chiesa primitiva abbia dato al detto di Gesù. Infatti, gli evangelisti Matteo, Marco e Luca tali passi li scrissero molto tempo dopo la nascita della Chiesa, e se Pietro fosse diventato il Capo, gli altri due scrittori (Marco e Luca) non avrebbero potuto, nel raccontare lo stesso avvenimento narrato da Matteo, omettere un passo chiave simile (soprattutto Marco, che era discepolo di Pietro, non poteva non essere stato a conoscenza di tale Primato del suo insegnante e se così, non avrebbe potuto non inserirlo). Questo vuol dire che tale Primato di Pietro non esisteva, tanto da portare i due scrittori Marco e Luca ad omettere tutto ciò, non essendone minimamente a conoscenza, perché la pratica di vita cristiana non aveva mai dato spunti del genere nei riguardi della persona di Pietro.

Come può essere che se Pietro è stato Capo della Chiesa, tutto il N.T. non accenni ad alcunché a riguardo? Il libro degli Atti parla e racconta di com’era la Chiesa degli inizi, ma nulla è detto riguardo ad una supremazia nei riguardi della persona di Pietro.

Potremmo noi, oggi, parlando della Chiesa Romana e della sua storia, non menzionare mai la figura di uno dei tantissimi Papi cattolici? Non credo proprio!

 

I VERSI BIBLICI CHE CONTRADDICONO IL PAPATO

Gesù diede l’appellativo di “Cefa”, vocabolo aramaico, all’apostolo Simone, ma in quale occasione? Risulta chiaro che tale epiteto gli venne imposto da Gesù dopo l’elogio della sua professione di fede. In Giov. 1:42 si preannunziava tale appellativo per un tempo futuro indeterminato; nonostante l’affermazione di Marco 3:16: “..Simone, al quale mise nome Pietro”; tale appellativo gli fu imposto non alla sua vocazione come apostolo, bensì nel momento in cui Simone confessò la messianicità di Gesù: Matt. 16:18.

Il primo contatto di Pietro con il Maestro avvenne poco dopo il battesimo di Gesù, pare di buon mattino; in quell’attimo il Maestro, con i suoi occhi penetranti e la sua scienza perfetta, scrutò ben presto Simone, così come farà quando avvertirà nell’apostolo il triplice rinnegamento. In quell’occasione (Giov. 1:42) gli preannunciò il suo futuro cambiamento di nome con la frase: “...Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; tu sarai chiamato Cefa..(Giov.1:42). Il cambiamento effettivo di nome avvenne quando poi Simone confessò Gesù come il Cristo: Matt.16:16-18.

Da notare le parole dette dall’evangelista Giovanni (Giov.1:42) prima di ciò: “e lo condusse da Gesù. Gesù lo guardo e disse...”. È in questo momento che Gesù scrutando l’apostolo Simone gli profetizza che sarebbe in futuro stato chiamato Pietro, nome che Gesù stesso avrebbe in seguito imposto al momento opportuno a Simone (Matt. 16:18).

Perché mai Simone meritò il soprannome di Pietro, in Matteo 16:18? Dal contesto vediamo che ciò fu dovuto alla professione di fede attuata poco prima dall’apostolo.

Per questa confessione di fede nella missione di Gesù, Simone partecipava già alla potenza e grandezza di Cristo, meritando così di essere chiamato “pietra”, la prima in ordine di tempo di una serie di altre pietre fondanti, sulle quali si sarebbe poggiato il futuro edificio della Chiesa. Perciò l’epiteto “Cefa” (Pietro), nell’intento di Gesù, era solo un mezzo per esaltare l’importanza della sua professione di fede.

Dopo l’elogio della sua confessione di fede, Gesù impone all’apostolo l’epiteto di “Cefa” (Pietro) dicendo: “E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa...”.

L’espressione: “E anch’io” o “io pure” mette le parole di Gesù in un necessario rapporto logico con la precedente confessione pietrina: “siccome tu hai chiamato me, il Cristo, il Figlio di Dio, palesando così la mia vera natura, anch’io ti annuncio qualcosa: il tuo nome nuovo che da ora in avanti sarà Pietro e non più Simone”.

Secondo la concezione ebraica, chi riceveva il nome nuovo da un altro diveniva sottoposto all’altro ed entrava in una particolare relazione con lui.

I tre discepoli più intimi di Gesù sono appunto coloro che ricevettero dal Cristo un nome nuovo: Simone fu chiamato “Cefa” (Pietro), Giacomo e Giovanni furono chiamati “Boanerges” (figli del tuono). Per gli ebrei il nome non era un “accessorio” dell’individuo, ma ne esprimeva l’ultima essenza. I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, per la loro impetuosità, pronti a scagliare anatemi a destra e a sinistra, furono chiamati appunto “figli del tuono”: Marco 3:16-17; Luca 9:49-56.

Abramo si vide mutato il nome in Abraamo, perché sarebbe stato costituito da Dio “padre di una moltitudine di nazioni” (Genesi 17:5), con ciò però non vi sono stati successori di Abraamo. Giacobbe fu chiamato “Israele”, perché vinse “la lotta con Dio e con gli uomini” e divenne così il capostipite del popolo eletto (Genesi 32:28). Gesù ebbe tale nome, perché sarebbe stato Colui che avrebbe salvato il popolo ebraico (Matt. 1:21). Simone fu chiamato “Cefa”, perché doveva essere una pietra da fondamenta della Chiesa nascente.

Pietro aveva un fratello di nome Andrea ed era già sposato quando conobbe Gesù, e teneva sua suocera con sé: Matt. 8:14. Lasciata temporaneamente la moglie per seguire Gesù più da vicino (Luca 18:28-29), la riprese più tardi e la condusse con sé nei suoi viaggi missionari. Pietro, Giacomo e Giovanni formarono il cerchio delle persone più intime di Gesù, come appare dal passo che racconta la resurrezione della figlia di Iairo (Marco 5:37), e da quello che racconta la trasfigurazione di Gesù (Marco 9:2); sul monte degli ulivi chiesero a Gesù quando si sarebbe avverata la distruzione di Gerusalemme (Marco 13:3); essi furono vicini al Maestro anche durante la preghiera nell’orto del Getsemani (Marco 14:33). Questi furono anche i tre apostoli ai quali Gesù pose il nome nuovo.

Pietro, per il suo carattere ardente e impetuoso, era il naturale trascinatore degli altri apostoli.

I vangeli lo presentano spesso quale “portavoce” degli altri apostoli, per cui spesso Pietro risponde a nome degli altri, come, ad esempio, in Matt. 16:14-19. A Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani, alla domanda di Gesù se anche loro (i dodici) se ne volevano andare, Pietro risponde a nome di tutti: Giov. 6:68.

Quando Pietro confessò Gesù come il Cristo, il Figliolo di Dio, non è però detto che egli comprendesse tutte le implicazioni teologiche incluse nella sua confessione. Sarà lo Spirito Santo che successivamente conferirà agli apostoli la visione completa del Cristo, quale Messia spirituale e Figlio di Dio. I teologi cattolici danno un enorme risalto a questi interventi particolari di Pietro, come portavoce, per dedurne che egli era il Capo del collegio apostolico. Se tale fenomeno avesse avuto inizio solo dopo il “tu sei Pietro e...” potremmo forse avere qualche “dubbio”, ma il fatto che esso sussista sempre, anche prima dell’elogio di Gesù, vieta di interpretarlo come prova della sua missione di Capo e Vicario di Cristo; tali fatti provano solo il carattere dinamico e forte dell’apostolo che possedeva eminenti doti di iniziativa personale e di entusiasmo propulsore. Inoltre, vediamo come anche dopo l’elogio di Gesù fatto a Pietro, gli apostoli discutono fra loro su chi potesse essere il più grande o il capo, ma Gesù risponde con fermezza che fra di loro nessuno sarebbe stato o dovuto essere maggiore o superiore.

Anche nel suo lavoro di pescatore, fra i suoi soci (Andrea, Giacomo e Giovanni), egli forse per un’età più matura, ma certamente anche per il carattere forte, godeva di un certo rispetto indiscusso tra gli stessi Zebedei che sono detti “soci di Simone” (Luca 5:10). Tali episodi provano che Pietro avesse un’innata attitudine al comando, ma non provano assolutamente la sua superiorità fra gli apostoli o che lui ne fosse il Capo, come vedremo più avanti. Il passo di Marco 3:16 vuole semplicemente identificare l’apostolo Simone con colui che era, ormai al tempo in cui Marco scriveva, meglio noto come Cefa/Pietro. Anche Giacomo e Giovanni ricevettero un soprannome: “Boanerges” (Marco 3:17), benché tale epiteto sia stato imposto loro in un’altra circostanza posteriore al passo evangelico di Marco 3:17. Tutte le attività umane sono gestite da un Capo o comunque da qualcuno di autorità che le amministra.

Il mondo è pieno di governi con i loro Capi a reggerli, d’istituzioni umane organizzate con gerarchie per avere l’autorità sugli altri. Nella Chiesa di Dio, che non è un’istituzione umana, pensate che valga la stessa cosa? No, di certo! È lo stesso Signore Gesù ad averlo stabilito: Marco 10:42-44 “Ma Gesù, chiamateli a sé, disse loro: <Voi sapete che quelli che sono reputati principi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti>”. Fra gli apostoli non vi era alcun Capo, ma essi amministravano la Chiesa avendo tutti voce in capitolo.

Atti 15:22-25: “Allora parve bene agli apostoli e agli anziani, con tutta la chiesa, di scegliere tra di loro alcuni uomini da mandare ad Antiochia con Paolo e Barnaba: Giuda, detto Barsabba, e Sila, uomini autorevoli tra i fratelli. E consegnarono loro questa lettera: <I fratelli apostoli e gli anziani, ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia, che provengono dal paganesimo, salute. Abbiamo saputo che alcuni fra noi, partiti senza alcun mandato da parte nostra, vi hanno turbato con i loro discorsi, sconvolgendo le anime vostre. È parso bene a noi, riuniti di comune accordo, di scegliere degli uomini e di mandarveli insieme ai nostri cari Barnaba e Paolo>”. Da questo passo risulta chiaro che gli apostoli agivano di comune accordo, senza che alcuno avesse il comando o l’autorità sugli altri (Marco 10:42-45; ecc.).

È evidente, qui, che non vi era alcun Capo; questi versetti forse farebbero intendere che ci fosse il Primato di Pietro sugli altri apostoli, come avviene oggi con il Sommo Pontefice?

No, di certo! E in qualche modo lo farebbero invece intendere i versetti 18 e 19, del capitolo 16 di Matteo? Nemmeno!

Un altro esempio è in questo passo: Atti 8:14. Qui la Scrittura dice che gli apostoli “mandarono in Samaria Pietro e Giovanni...”; dov’è il Primato di Pietro e la sua autorità sugli altri? Un Papa, un Capo, non è mandato da nessuno ma è egli che manda.

Poco dopo la scena descritta dall’evangelista in Matt. 16:18, in Matt. 18:1-4 gli apostoli discutono tra di loro per sapere chi fosse il maggiore, il che sarebbe strano se Gesù avesse già stabilito Pietro come Capo. Gesù, invece di indicare Pietro, afferma che fra di loro non vi deve essere alcuno maggiore degli altri.

Colossesi 1:18: “Egli (Cristo) è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato”.

Colossesi 2:8-10: “Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo; perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità; e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni principato e di ogni potenza”.

Efesini 1:22-23: “Ogni cosa egli (Dio Padre) ha posta sotto i suoi piedi (Gesù) e lo ha dato per capo supremo alla chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti”.

Isaia 28:16: “Perciò così parla il Signore, DIO: <Ecco, io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido; chi confiderà in essa non avrà fretta di fuggire>”.

In Atti 4:11-12 Pietro dichiara: “Egli (Gesù) è <la pietra che è stata da voi costruttori rifiutata, ed è divenuta la pietra angolare>. In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati”.

In 1 Pietro 2:4-8 Pietro afferma: “Accostandovi a lui (Gesù), pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura: <Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso>. Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli <la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo e sasso di ostacolo>. Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati”.

Paolo nella sua lettera agli efesini c.2:19-21 dice: “...ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio. Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si và innalzando per essere un tempio santo nel Signore”. Notate come Paolo fa capire che l’edificio intero poggia, nella completezza di ogni cosa, sulla pietra angolare (Gesù) e non riceve la sua solidità per azione diretta dalle pietre fondamenta (apostoli), ma dalla pietra angolare (Gesù). L’azione delle pietre da fondamenta è indiretta, non diretta come quella della pietra angolare.

Paolo in 1 Corinzi 3:11 dice: “poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù”.

Gesù è il Capo della sua Chiesa, cioè del popolo credente. La Chiesa di Gesù è quella assemblea universale di veri credenti, che ha come Capo il Cristo, il Figliolo di Dio, e che mette in pratica i suoi insegnamenti, ed è anche la sua promessa sposa. Questa Chiesa non è un edificio fatto di marmo e pietre scolpite, ma è fatta di individui, di credenti rigenerati, sparsi in tutto il mondo, con la sana ansia e la gioia immensa nell’aspettare la sua prossima venuta, come farebbe una donna che aspetta il suo promesso sposo, il quale tarda a venire per maritarla. Quando gli apostoli e gli altri anziani si riunirono nel Concilio della Chiesa a Gerusalemme, non appare che questo (il Concilio) sia presieduto da Pietro, bensì da Giacomo, e le decisioni del consiglio vengono annunziate alle chiese non nel nome di Pietro, ma nel nome di tutti gli apostoli e i fratelli anziani (Atti c.15).

Nella lettera agli efesini c.4:11 l’apostolo Paolo scrive: “È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori”.

In questo versetto (Efesini 4:11) dove vengono elencati i vari ministeri nella Chiesa, compreso quello dell’apostolato, non si fa menzione al ministero o all’ufficio del Papato. Nemmeno un accenno! Paolo non avrebbe esitato ad elencarlo, perché sarebbe stato l’ordine ministeriale più importante.

Leggiamo anche 1Corinzi 12:28, Paolo dice: “E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue”.

Dov’è finito il ministero del Papato? Vediamo che al primo posto vi sono gli apostoli, poi tutti gli altri, ma il Papa dov’è?

C’è da aggiungere anche che i fratelli credenti “comuni” non sono nella dignità inferiori a coloro che hanno il ministero di apostoli, questi ultimi sono solo incaricati ad un ministero più importante e che li impegna più esclusivamente, ma tutti, senza esclusione, sono pietre viventi dell’edificio della Chiesa, ovvero membra del corpo di Cristo. Nessun membro del corpo celeste di Cristo può ritenersi superiore ad un altro, perché il Capo assoluto è Cristo, e noi, tutti, siamo suoi servitori.

Dopo l’ascensione di Gesù, gli apostoli vogliono nominare un altro apostolo per sostituire Giuda Iscariota (che si era suicidato dopo aver tradito Gesù), e invece di rimettersi al giudizio di Pietro, come avrebbero dovuto fare, se Pietro fosse stato il loro Capo, tirano a sorte. E come se non bastasse, non è neppure Pietro che suggerisce i due nomi preposti: Atti 1:23-26.

In 2Corinzi 1:24 Paolo dice: “Noi non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo collaboratori della vostra gioia, perché nella fede già state saldi”. Paolo quindi esclude di voler esercitare un magistero di potere sulle coscienze dei credenti.

In Matt. 16:23 si legge: “Ma Gesù, voltatosi disse a Pietro: <Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini>”.

È inverosimile l’investitura di Pietro a Capo degli apostoli, in quanto nello stesso contesto, subito dopo il “tu sei Pietro...”, secondo lo schema letterale dell’evangelista Matteo, Gesù si rivolge a lui in quei termini poco gratificanti. È chiaro che, mentre prima Gesù ha esaltato la confessione di fede di Pietro, ponendolo nella visuale di una pietra di fondamenta per l’edificio della sua Chiesa, ora, vedendo vincere nell’apostolo la carnalità, il pensiero umano, anziché quello divino (in Matt. 16:16-18 Pietro era stato ispirato dallo Spirito di Dio, qui, invece, da Satana), lo ammonisce, rivelandogli come il suo ragionamento non poteva rientrare nel senso delle cose di Dio. Da queste parole di Gesù si può intendere, in modo implicito, come nessun uomo, il quale è fallibile (nessuno escluso), possa essere un Capo della sua Chiesa, prima, perché Egli solo ne è il Capo, secondo, perché l’uomo si dimostra, spesso e volentieri, errante e posseduto da pensieri umani più che di quelli divini.

Nel N.T. vi sono due lettere scritte da Pietro, dove egli non fa mai il minimo accenno al suo ipotetico Primato nella Chiesa, anzi, in Atti 4:11-12 ci fa sapere che Gesù Cristo è la pietra angolare e fondamentale della Chiesa.

È da notare, poi, che solo nel vangelo di Matteo (c.16:13-20) si parla del “tu sei Pietro e su questa pietra”; Marco e Luca, pur narrando la medesima circostanza del passo mattaico, non ne fanno alcun accenno (Luca 9:18-21; Marco 8:27-30) e Giovanni nel suo vangelo non accenna neppure all’avvenimento. Questo sarebbe molto strano vista l’importanza che i teologi cattolici romani danno a questo versetto, come rivelazione da parte di Cristo del Papato. Gli altri evangelisti che, al tempo in cui scrissero, sarebbero dovuti ben essere a conoscenza del Primato di Pietro, del suo ufficio Supremo, non avrebbero (Luca e Marco), per uno strano motivo e una strana coincidenza, narrando l’avvenimento di Cesarea, parlato dell’investitura di Pietro come Capo, ovvero: “tu sei Pietro e su questa pietra...”.

È evidente che Marco, Luca, Giovanni e Matteo alle parole di Gesù non avevano attribuito l’interpretazione della Chiesa Romana, altrimenti si sarebbero ben guardati dal dimenticare (Luca, Giovanni e Marco) parole così importanti per la rivelazione di un Capo della Chiesa o di un Vicario di Cristo sulla terra (Papa).

Pietro non è mai stato nominato Vicario di Cristo, infatti se lo fosse stato, se ne troverebbe almeno qualche traccia o allusione nel libro degli Atti degli apostoli o nelle lettere del N.T., ma questo non avviene mai. Non risulta neppure una volta che Pietro abbia esercitato un’autorità di comando sugli altri apostoli nella Chiesa, nemmeno una sola volta.

Atti 10:25-26: “Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si inginocchiò davanti a lui. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: <Alzati, anch’io sono uomo>”.

È interessante leggere questi versetti di Galati 2:11-14 (qui scrive Paolo): “Ma quando Cefa (Pietro) venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: <Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?>”. Notiamo come, anche qui, Pietro non sia considerato come un Capo, un Pontefice, visto l’atteggiamento “aggressivo” e di “giudizio e condanna” di Paolo nei suoi confronti e né tanto meno questi lo ritiene “infallibile”.

Nell’anno 1870 la Chiesa Romana tocca il colmo dell’apostasia. Papa Pio IX stabilì il dogma dell’infallibilità papale, quando invece apprendiamo nel passo di Galati che persino Pietro, l’apostolo testimone della vita, morte, risurrezione e ascensione del Cristo, non fu infallibile, tanto meno possono esserlo stati (ed essere) i suoi fantomatici successori (Papi). Leggere anche Matt. 16:23.

Nessun uomo è degno di “Sua Santità”, “Santo Padre”, “Papa”, “Pontefice Massimo”, ecc., inoltre se Cristo avesse bisogno di un Vicario, di un Capo, che faccia le sue veci sulla terra, significherebbe che Egli è in qualche modo del tutto assente o nell’impossibilità di agire direttamente nella sua Chiesa. Invece Gesù è sempre presente nella sua Chiesa, nel suo corpo, nel suo popolo credente sparso in tutto il mondo; Egli lo guida con lo Spirito Santo, il Consolatore. Per quanto riguarda la presenza di Gesù e dello Spirito Santo nella Chiesa si leggano: Giov. 14:15-19; Matt. 18:20.

Pietro stesso ha definito tutti i credenti cristiani come tante pietre viventi che entrando nella struttura dell’edificio di Cristo formano una casa spirituale (1 Pietro 2:5). Di queste pietre viventi l’apostolo Pietro è stato storicamente la prima, perché per primo riconobbe in Gesù, con decisione e fermezza, il Cristo atteso, il Figlio di Dio. Inoltre, la sua confessione di fede non costituisce alcun merito personale, perché essa stessa gli fu suscitata e rivelata dal Padre Eterno: “perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli”(Matt.16:17). Infatti poco dopo aver esaltato in Pietro la rivelazione del Padre e aver onorato la parte spirituale di Simone, chiamandolo col nome nuovo di Pietro, nel v.23 dello stesso capitolo 16 di Matteo, Gesù disonora Pietro mettendo in risalto la sua natura carnale e umana. Gesù ha, in pratica, voluto onorare solo la parte spirituale di Pietro. Con questo nuovo nome (cioè Pietro), Gesù non lo fa Capo degli altri apostoli. Leggere anche Luca 9:18-21; c.9:46-48; Matt.16:22-23; c.18:1-4; Marco 8:27-30; c.9:33-37.

Se Pietro ha un primato, questo, è quello di essere stato il primo a riconoscere Gesù con forza e convinzione come il Cristo Divino, e di essere così diventato storicamente il primo vero credente, perché credente di Gesù come il Cristo di Dio, quindi cristiano, e, inoltre, diviene pietra da fondamenta, perché allineatasi, alla base dell’edifico futuro, in connessione con la pietra angolare da fondamenta (Cristo Gesù). La “pietra”, Pietro, è stata già cementata e altre ve ne sono state cementate sopra di essa, da quel tempo; oggi l’edificio di Cristo si è innalzato in altezza e quindi si possono solo aggiungere pietre viventi come continuazione dei piani superiori di questo edificio. Non si possono più porre nuove pietre da fondamenta da allineare alla base dell’edificio in connessione con la pietra angolare da fondamenta (Cristo), perché ciò vorrebbe dire demolire, ogni qualvolta si pretenda di presentare un nuovo Pietro (un suo successore), l’edificio intero per riporre nuovamente le fondamenta. Ecco un altro motivo decisivo per cui non possono, in alcun modo, esserci altri successori di Pietro (pietre da fondamenta), perché le fondamenta sono state poste una volta per sempre alla base dell’edificio, allineate in una connessione eterna alla pietra angolare (Cristo Gesù).

Pietro, avvicinatosi con la sua confessione di fede alla pietra angolare da fondamenta (Cristo), divenne anch’egli, per azione diretta, una pietra da fondamenta, pronta a suo tempo per essere gettata alla base su cui doveva poggiare l’edificio intero (la Chiesa). L’apostolo Simone poté essere una pietra da fondamenta, solo ed esclusivamente, perché egli fu testimone vivente della vita e degli insegnamenti di Gesù (per azione diretta), oltre ad essere stato scelto, personalmente e direttamente, per questo, da Dio. Tutto questo rende impossibile, in modo assoluto, che un uomo (Papa cattolico) possa pretendere di rivestire il ruolo che ebbe Pietro, e in più, associare alla sua persona onori, privilegi e potestà che Pietro non ebbe mai.

Il Papa non è successore di Pietro. L’apostolo Simone non fu mai Papa e nemmeno cattolico romano, oltre al fatto che ai suoi tempi il cattolicesimo romano non era ancora nato. Prima di convertirsi egli era un pescatore ed era sposato (Marco 1:29-31; Luca 4:38-39; Matt.8:14-15).

La parola “Papa” non si trova nella Bibbia; il titolo di “Papa”, cioè Vescovo Universale, o Padre Universale, fu rifiutato da molti vescovi, nei primi secoli della Chiesa e fu dato ufficialmente al Vescovo di Roma dall’empio Imperatore Foca nell’anno 607 per ragioni politiche. Gesù è il Capo della Chiesa, lo Spirito Santo è la guida, e la Bibbia l’unica norma di fede e di pratica. La Chiesa di Cristo è composta esclusivamente da credenti nati di nuovo per la conversione a Cristo Gesù, battezzati con ravvedimento e con la piena coscienza di vivere con e per Cristo. Gesù non ordinò sacerdoti per la sua Chiesa, figuriamoci poi, un “Santo Padre”, un “Vicario” di Cristo (Ebrei 7:21-28; Ebrei c.8; Ebrei c.9; Ebrei 10:11-18); Gesù è il Sommo Sacerdote che sussiste in eterno, ed è potente tanto da poterci in ogni tempo soccorrere e salvare. Nell’A.T., prima della Chiesa di Cristo, nella religione ebrea vi era il sommo sacerdote, ma venuto Cristo, Egli stesso è diventato l’unico e vero Sommo Sacerdote Vivente in eterno. Mentre quegli uomini dovevano sempre essere succeduti, ed erano e rimanevano comunque dei peccatori, oggi noi abbiamo un Sommo Sacerdote senza peccato, che vive in eterno, che può redimerci dai peccati, e che può salvarci. Egli è Dio Vivente ed è anche l’unico che può intercedere sempre e per noi presso il Padre celeste: 1Timoteo 2:5-7.

Leggere 1Timoteo 3:1-13; 1Timoteo 4:1-10; Tito 1:5-6; 1Corinzi 9:5. Il divieto di sposarsi per i vescovi (anziani o presbiteri) e gli apostoli non è biblico. Notate come il verso 3 del capitolo 4 di 1 Timoteo, contiene una profezia ben specifica che si è verificata nel seno della Chiesa Cattolica Romana. I nomi “Santità”, “Santo Padre” fanno parte esclusivamente della persona di Dio (leggere Isaia 6:3); pretendere di chiamare e designare una creatura umana con tale onore e titolo è una cosa così abominevole nei riguardi di Dio che Egli non lascerà certamente impunita. L’uomo è per natura un peccatore, non può avere un tale onore. Pensate un po’ ai Papi del Medioevo, durante l’Inquisizione e le Crociate, avreste, voi, chiamato tali individui “Santo Padre”, “Sua Santità”? Matt. 23:1-12: “....amano i primi posti nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze ed essere chiamati dalla gente: ‘Rabbí!’. Ma voi non vi fate chiamare ‘Rabbí’; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra, vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato, e chiunque si abbasserà sarà innalzato”. Il Papato è una pura invenzione storico-pagana da parte di uomini infedeli e disubbidienti alla Parola di Dio. (Vedere per ulteriori argomentazioni a riguardo lo studio: “Tradizione e Sacra Scrittura”).

Nel momento in cui l’apostolo Simone parlò sotto ispirazione divina, il Signore lo lodò. Quando poi argomentò in maniera umana (Matt. 16:21-23), diventò un laccio e fu rimproverato. Dio ha permesso che ciò avvenisse, affinché nessuno facesse o pensasse qualcosa di particolare della persona di Pietro. Per tutti coloro, che argomentano in maniera umana e non sperimentano alcuna rivelazione divina, vale l’ammonizione espressa dal Signore a Pietro. Dai tempi più remoti, gli uni hanno compreso correttamente, gli altri hanno frainteso e interpretato male quel che il Signore diceva. Egli si rivelava a coloro che lo sperimentavano, lo conoscevano e avevano comunione con Lui. Per tutti coloro, che solo udivano e parlavano di Lui, egli rimase nascosto, estraneo e lontano. La Chiesa cattolica Romana, come già esposto, ebbe origine non 2000 anni fa, come si pensa, ma 1600 anni fa e non ci deve sorprendere, dunque, il fatto che né le sue dottrine, né le sue pratiche concordino con quella della Chiesa primitiva. Alcune dottrine fondamentali come il battesimo, la Santa Cena, e così via, sono rimaste in seno alla Chiesa Cattolica, ma hanno un significato completamente diverso e non vengono praticate nello stesso modo come nel cristianesimo primitivo, come hanno insegnato Cristo e i suoi apostoli. La Sacra Bibbia non ci parla di Papi, né di un “successore di Pietro”, né di un “Vicario di Cristo” e tanto meno di una successione apostolica. Per giustificare delle pretese completamente arbitrarie, si è fatta violenza a certi passi biblici e alle parole di Cristo. Il Signore Gesù fece un serio rimprovero ai capi religiosi del suo tempo: “Guai a voi, dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” Luca 11:52. Non potremmo oggi trovarci nella stessa situazione, o peggio ancora? Sicuramente!

Quel che l’apostolo Pietro dichiarò essere valido alla fondazione della Chiesa di Cristo, cioè conversione, ravvedimento e battesimo in acqua per la remissione dei peccati (Atti 2:38), venne dichiarato sotto la guida dello Spirito Santo, per questo vale nel cielo esattamente come sulla terra. L’infallibilità papale non è che l’ultima conseguenza dell’infallibilità attribuita da parte cattolica alla Chiesa Romana, la quale, nella sua parte direttiva “vescovo o Papa”, è divenuta “Chiesa docente”. I rappresentanti della parte cattolica, alla disputa di Losanna del 1536, asserivano: “<La Chiesa è anteriore e superiore alla scrittura. Questo significa che la Chiesa è anteriore alla scrittura e ha maggiore autorità, perché la Chiesa è il corpo di Gesù Cristo>. Perciò la sacra scrittura và esposta: <Secondo la mente della Chiesa, che da Nostro Signore è stata costituita custode e interprete di tutto il deposito della verità rivelata>. Gesù Cristo si identifica in tal modo con la Chiesa e specialmente con il Papa, per cui ogni appello <al di sopra del magistero cattolico è impossibile perché significherebbe in ultima analisi porre qualcosa al di sopra di Cristo>. <Viene così ad essere perduto il senso dei riferimenti alla parola dell’Evangelo che testimonia della parola stessa di Cristo, in quanto la Chiesa considera se stessa il riferimento di se stessa...>. <Questo dimostra la sterilità, non relativa ma fondamentale, di ogni biblicismo cattolico e la miopia dogmatica dei teologi protestanti che lo interpretano come cattolicamente non può essere interpretato in quanto nel Cattolicesimo, l’Evangelo non è ascoltato come parola detta dal Signore, alla Chiesa, che ammaestra la Chiesa a salvezza e mette i suoi eventuali errori a confronto con la verità di Dio, ma come parola detta dal Signore nella Chiesa, e per mezzo della Chiesa, affidate in deposito alla Chiesa, di cui la Chiesa (e si intenda bene: la Chiesa di Roma ed essa soltanto) ha in esclusiva la chiave interpretativa>”.

Per restare fedeli al vangelo occorre far sentire, invece, che non vi è una Chiesa docente, ma solo una Chiesa discente che sempre impara da Cristo, che è l’unico Maestro e il cui insegnamento è stato racchiuso, una volta per sempre, nella Parola di Dio (Bibbia).

Matt. 23:8: “..uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli”. Occorre dimostrare che la Chiesa è “figlia nata dalla Parola di Dio, non madre della Parola di Dio” e che sta perennemente “tutta intera sotto l’autorità ultima della verità rivelata”.

Giov. 20:31: “ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figliol di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”. La Chiesa è la famiglia di coloro che sono “discepoli”, “scolari” di Cristo. Essa non è la “verità”, ma la “colonna della verità”, in quanto come le colonne dell’antichità, su cui si appendevano i decreti imperiali, presenta a tutto il mondo l’invariabile messaggio salvifico dell’evangelo, che è l’amore di Dio incarnatosi in Cristo Gesù. La Chiesa di Roma si gloria di possedere lo Spirito Santo, deducendone la sua indipendenza nei riguardi della Parola di Dio.

Ritornando al discorso di prima su Pietro, è comunque un fatto certo che il celebre passo di Matt. 16:18 non fu interpretato da Pietro stesso e dagli altri apostoli, come lo interpreta oggi la Chiesa Cattolica Romana. Non c’è dubbio che Pietro svolse un ruolo importante e decisivo nella Chiesa degli inizi, ma solo per qualche tempo, considerando che il libro degli Atti degli apostoli si occupa per lo più di ciò che fece Paolo, e nelle Scritture non si fa alcuna differenza tra ciò che fece Paolo e ciò che fece Pietro. Dopo gli essenziali insegnamenti di Cristo rivelati a Pietro, per mezzo della guida dello Spirito Santo, che li pose nella Chiesa in modo perenne, Cristo usò anche Paolo e molti altri, sia con ispirazioni, che con rivelazioni.

Tutti i cristiani sono “pietre viventi” poggiate e connesse “direttamente” sulla pietra angolare vivente (il Signore Gesù Cristo), in quanto allineate e posizionate nell’edificio, in funzione di essa.

Nella lettera ai galati, al capitolo 2 versi 11-16, è raccontata la circostanza in cui Paolo rimprovera a Pietro un comportamento ipocrita, e non viene detto quale sia stata la reazione di Pietro al suo rimprovero, che comunque non fece leva su un suo presunto “Primato”, per giustificarsi; se l’avesse fatto, sarebbe stato un evento troppo importante da non trascurare nella trascrizione di quella lettera. Non troviamo qui il minimo accenno ad una simile reazione. Tutto questo, dunque, ridimensiona molto il ruolo avuto da Pietro nella Chiesa primitiva; tra la posizione dell’apostolo Pietro, allora, e quella di oggi del Papa, nella Chiesa Romana, c’è un abisso che neanche le più sofisticate argomentazioni della teologia cattolica possono e potranno mai colmare. Quando Paolo parla a Pietro, nel passo prima citato, attesta proprio che, a riguardo di Pietro, c’era bisogno di un chiarimento di idee di ordine dottrinale e di ordine morale, e questo fu proprio quello che Paolo fece, sottolineando il fatto che ormai le “opere della legge” non avevano più il valore di un tempo, perché ora si era giustificati dinnanzi a Dio “mediante la fede” (anche se implicitamente ciò valeva anche nell’antico patto) esclusivamente in Cristo (c.2, v.16). Può essere davvero possibile che, se Pietro era destinato ad essere il Capo della Chiesa, egli stesso, al quale Gesù rivolse le parole in modo personale descritte nel passo mattaico, non le intese come una dichiarazione da parte di Gesù che egli doveva diventare il Sovrano della Chiesa universale, della quale è invece Capo assoluto il Cristo? Di norma, cari teologi cattolici, la persona interessata, nei riguardi dell’ipotetico privilegio dato da Gesù a Pietro, avrebbe certamente dovuto comprendere meglio il senso di quelle parole riguardo alla sua persona e non dei “dottori e teologi cattolici”, molti secoli dopo.

È chiaro che se Pietro non le interpretò in quel modo, e possiamo vederlo dalla Sacra Scrittura, ma anche da tanti altri documenti storici della Chiesa primitiva e post-primitiva, dico, che se Pietro non intese le parole di Gesù nel senso cattolico, è mai possibile invece che secoli dopo, ipotetici successori di Pietro, estranei dal discorso personale di Pietro con Gesù, ne abbiano capito il vero senso?

Se rivolgo una parola in modo diretto e personale a qualcuno, chi potrebbe cogliere maggiormente il giusto senso del mio messaggio se non proprio il diretto interessato? Qualcun’altro, secoli dopo, al quale io non ho né parlato, né diretto nulla, potrebbe capire meglio il messaggio che ho dato direttamente e personalmente ad un altro?

Un Papa, un Capo, non avrebbe avuto la necessità di giustificarsi davanti ad altri credenti, soprattutto nel modo in cui agì Pietro in Atti 11:1-18.

CHIAVI DEL REGNO DEI CIELI

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al punto 553, riguardo alle chiavi del regno dei cieli, dice: “Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: <A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli> (Mt. 16,19). Il <potere delle chiavi> designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù “il Buon Pastore” (Gv. 10,11), ha confermato questo incarico dopo la resurrezione: <Pasci le mie pecorelle> (Gv. 21,15-17). Il potere di <legare e sciogliere> indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno”.

Le “chiavi” simboleggiano diversi fatti nella Bibbia, per cui occorre stabilire bene il senso che li attribuisce Gesù e vedere quale simbolismo Cristo ricolleghi al concetto “chiavi” del passo di Matteo16:19. (Che non vi attribuisca quello di autorità vicaria, risulta da molti passi biblici, sui quali torneremo in seguito. Sul labbro di Gesù, le “chiavi”, del passo di Matteo 16:19, indicano l’autorità della predicazione iniziale dell’evangelo da parte di Pietro, che servì per indicare i nuovi ordinamenti per mezzo dei quali poter entrare nel regno dei cieli, ovvero la Chiesa).

Matteo16:19 : “<Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli>. Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo”.

Ad esempio, nel vangelo di Luca 11:52 sta scritto: “Guai a voi dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito”. Qui, la “chiave” simboleggia la verità riguardo alla Parola di Dio in Cristo Gesù (la chiave della scienza), che gli scribi, i dottori della legge, riservandosi il monopolio dell’interpretazione della legge, con la loro dottrina, avevano portato via, detronizzando il messaggio e la buona notizia di Cristo e non solo non sono entrati loro nel regno, ma ne hanno impedito l’accesso anche agli altri che vi volevano entrare.

In Ap. 3:7 è scritto che Gesù ha la chiave di Davide: “...Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre”.

(Leggere anche Isaia 22:22). L’angelo, che il veggente vide scendere dal cielo, aveva: “la chiave dell’abisso”, vale a dire, possedeva il “dominio” su Satana e i suoi angeli: Ap. 20:1-3.

È chiaro, che nel simbolismo, il termine “chiavi” può cambiare di significato; questo può essere deducibile solo comprendendo il contesto in cui queste “chiavi” vengono nominate.

Il medesimo concetto, con il richiamo indiretto alle “chiavi”, implicito nel verbo “serrare” (le porte si serrano con le chiavi), si trova nel passo di Matteo 23:13: “Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare”. Al posto dei “dottori della legge”, che con la loro dottrina impedivano al popolo di accogliere Gesù, come Figlio di Dio e di entrare così nel regno dei cieli, Gesù pone il confessore Pietro, perché con la sua fede, allora dimostrata, “apra il regno dei cieli” (in seguito), attraverso la promulgazione di giusti ordinamenti, che se seguiti, permetterebbero a chiunque di potervi entrare (nel regno dei cieli). Non gli scribi, ma gli apostoli, qui personificati da Pietro, saranno gli araldi della Parola di Dio, i nuovi profeti del cristianesimo. Tale missione si esplicherà, tuttavia, più tardi, al momento fissato dal Cristo, poiché per ora essi devono tacere e non rivelare ad alcuno che Gesù è l’atteso Messia.

I verbi “legare” e “sciogliere” sono due termini, che assumono significati opposti secondo che si riferiscano ad una proibizione o ad un obbligo. Nel caso della proibizione, si “lega”, quando si proibisce una cosa ad una persona, nel caso di un obbligo, si “lega”, quando si dà un ordinamento, mentre si “scioglie”, quando si toglie una proibizione, un legame o un obbligo. Un esempio di questo “legare” ricorre già nell’Antico Testamento, dove si legge che una ragazza, dopo aver pronunciato un voto, è “legata” ad esso, vale a dire, è obbligata ad osservarlo, qualora il padre (se è nubile) o lo sposo (se è sposata) non vi si oppongano: Numeri 30:10-14. Leggere anche: Luca 13:15-16.

Al contrario, “sciogliere” significa l’eliminazione dell’obbligo. Anche l’eliminazione di un incantesimo si esprime con lo stesso verbo “sciogliere”. Questo verbo può acquistare il senso di “perdonare”, vale a dire, “slegare” la colpa dell’individuo (Matteo 18:18).

Dio è colui che “scioglie”, vale a dire, che “perdona e toglie” i peccati.

Matteo 16:19: “...tutto ciò che legherai in terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli”. Tali parole, in un contesto che riguarda l’uso delle “chiavi”, per proclamare gli ordinamenti necessari per poter entrare nel regno dei cieli (la Chiesa), devono per forza riferirsi all’ingresso nella Chiesa, a qualcosa cioè di necessario o non necessario per chi vuol entrare in essa.

Nel libro degli Atti, che è come un commento della profezia di Cristo, risulta che proprio Pietro ha reso ufficialmente obbligatorio, una volta per sempre, il ravvedimento, la conversione e il battesimo per entrare nella Chiesa (“legato”), mentre ha dispensato ufficialmente dall’obbligatorietà della circoncisione (“sciolto”). Inoltre, ha anche “legato”, per ordine divino, alla Chiesa di Cristo la possibilità per i pagani di entrare in essa.

Nella sua predicazione Pietro “legherà”, una volta per sempre, il battesimo con ravvedimento, stabilendone la sua necessità per l’ingresso nella Chiesa, “scioglierà”, una volta per sempre, la circoncisione, annullandone l’obbligatorietà.

Nessuno può essere successore di Pietro, anche a motivo del fatto che di tutto ciò che l’apostolo ha fissato per ordine di Dio, nella Chiesa di Cristo, nulla può essere cambiato da alcuno. Pietro ha “legato” il battesimo cristiano nel giorno di Pentecoste.

Dopo aver proclamato che Gesù, con la sua resurrezione, era stato dimostrato Cristo e Signore, continuò dicendo: “..Ravvedetevi, e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo” Atti 2:38. Con tale comando Pietro “legò”, ossia stabilì una volta per sempre l’obbligatorietà del battesimo, da riceversi nell’età della ragione (“ravvedetevi”), come mezzo di fede per entrare nella Chiesa e ricevere la salvezza. Quelli, dunque, che in quel giorno accettarono la sua parola, vennero battezzati e furono aggiunti al gruppo dei discepoli: Atti 2:41. Pietro “sciolse” la circoncisione della carne, che gran parte dei primi cristiani provenienti dal giudaismo pretendeva mantenere. Siccome il contatto con i pagani era considerato qualcosa di impuro, Pietro dovette ricevere una visione apposita per essere indotto a recarsi da Cornelio, centurione della Corte Italica (Atti 10:9-48). Pietro comprese allora che “Dio non ha riguardo alle persone; ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è accettevole” Atti 10:34-35,44-48.

La discesa dello Spirito Santo su Cornelio e la sua famiglia, mentre Pietro li ammaestrava sulla Parola di Dio, indusse l’apostolo a far battezzare anche quei pagani, benché fossero incirconcisi: Atti 10:47-48.

Pietro fu rimproverato per questo dai giudeo-cristiani, da “quelli della circoncisione”, con le parole: “...Tu sei entrato in casa di uomini non circoncisi, e hai mangiato con loro!” Atti 11:3; l’apostolo, per placarli, dovette raccontare loro come Dio stesso lo avesse indotto a seguire tale via. Ma l’opposizione giudeo-cristiana, calmata per quel momento, si fece di nuovo sentire e fu eliminata solo dal cosiddetto “Concilio di Gerusalemme”; quivi Pietro, all’inizio del suo discorso, ricordò come egli fosse stato proprio il prescelto da Dio, per accogliere i pagani nella Chiesa (l’uso delle chiavi): “Fratelli, voi sapete che dall’inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero” Atti 15:7. Questa scelta era proprio stata profetizzata da Gesù, nel colloquio di Cesarea di Filippo, con le parole: “Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli” Matt. 16:19.

Con il suo gesto Pietro, ancora prima di Paolo, sganciava il cristianesimo dalla religione giudaica, “scioglieva” i pagani e i giudei dall’obbligo della circoncisione e stabiliva, su basi solide ed internazionali, la Chiesa. Il v.18 del capitolo 16 di Matteo dice: “...la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere”, ciò indica che “le porte” dell’Ades, ossia del soggiorno dei morti, sferreranno di continuo un attacco contro la Chiesa, in ogni tempo, fino all’arrivo definitivo di Gesù. Ma riesce difficile pensare come mai “le porte”, adatte per la difesa, possano combattere il popolo di Dio. La porta e le porte delle città orientali avevano una piazza antistante, nella quale si esercitava la giustizia, si ordinavano i complotti e le macchinazioni. Le stesse guerre si decidevano alla “porta” della città; è alla porta di Samaria che i falsi profeti tranquillizzavano Acab, re di Israele, e Giosafat, re di Giuda, invitandoli a salire contro Ramot di Galaad, per distruggerla (1 Re 22:10-12), e vi sono tanti esempi che si potrebbero ancora fare. In questo caso “le porte”, sul labbro di Gesù, indicherebbero tutte le macchinazioni che le potenze del male avrebbero attuato contro la Chiesa, senza però riuscire mai a soffocarla e a distruggerla, perché essa è poggiata sulle pietre da fondamenta (gli apostoli), allineate con la pietra maestra angolare da fondamenta (Gesù). Il plurale “porte” fa pensare ad un plurale rafforzativo per indicare l’immane potenza del male, che si sarebbe scatenata tutta, ma senza aver “frutto”, contro la Chiesa di Cristo, perché questa poggia sulla potenza del Risorto.

Il “legare e sciogliere”, del passo di Matteo 18:18, si connette, di solito, erroneamente con quanto viene detto nel passo di Matteo 16-19, il contesto, però, è ben diverso: mentre Gesù conferì a Pietro le chiavi del regno dei cieli, per emanare gli ordinamenti divini perenni, da rispettare per poter entrare nella Chiesa, qui (ossia in Matt. 18:18) Matteo riferendosi ad un altro detto di Gesù, parla di come ci si debba comportare nel caso della disciplina collettiva e personale verso un peccatore (andare a vedere nello studio “Sacramento della penitenza”).

Il “legare” e lo “sciogliere”, nel contesto di Matt. 18:18, non ha nulla a che vedere con il “legare e lo sciogliere” di Matt. 16:19, che riguarda esclusivamente la persona di Pietro, che ebbe, all’inizio della Chiesa, il possesso delle chiavi del regno dei cieli, dal Signore.

Luca 11:52: “Guai a voi, dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito”.

Matt. 23:13: “Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi; né lasciate entrare quelli che cercano di entrare”.

Come avevano portato via la chiave della scienza? In questo modo: gli scribi e i farisei con il loro insegnamento, impregnato di tradizioni e non di verità, rendevano impraticabile e impossibile al popolo l’entrata nel regno dei cieli (ovvero la Chiesa, la nuova comunità, che era ed è l’embrione imperfetto del vero regno dei cieli), impedivano al popolo di comprendere le cose di Dio, lo riempivano di confusione, rendevano nullo un approccio reale con Dio.

Il popolo rimaneva nell’oscurità, nell’ignoranza e lontano da Dio e, quindi, da Cristo Gesù.

Le chiavi del regno dei cieli furono donate a Pentecoste a Pietro; fu egli, per mezzo dello Spirito Santo, ad averle usate in alcune circostanze, per un tempo breve, all’inizio della Chiesa. Il regno dei cieli, ovvero la Chiesa, che doveva nascere, era aperto ufficiosamente a chiunque, perché Gesù stesso ne aveva aperto la “porta”. Quindi, Gesù a Pentecoste si serve di Pietro come strumento “per aprire ufficialmente le porte del regno dei cieli” (la Chiesa che stava nascendo), in modo preciso, ampliato e dettagliato e con i relativi ordinamenti, per farvi entrare i giudei, in un primo momento, ma anche i pagani, in seguito. Pietro per mezzo delle “chiavi”, ovvero della grazia resa da Cristo a lui di essere usato da Dio come strumento per emanare, una volta per tutte, gli essenziali ordinamenti per l’entrata nella Chiesa, non solo dichiarò che le porte del regno dei cieli erano aperte, ma spiegò anche (a Pentecoste) come entrarci. Proclamò il ravvedimento, la conversione e il battesimo come unico mezzo per entrare a far parte della Chiesa, ovvero dell’embrione imperfetto del regno dei cieli futuro.

Le chiavi del regno dei cieli non rappresentano un potere, dato a Pietro e addirittura a dei suoi immaginari successori, di far entrare o meno qualcuno nel regno dei cieli, inteso come Chiesa o come Paradiso, come taluni folli credono. Il regno dei cieli, di cui parla Gesù, è la Chiesa; Pietro avrebbe avuto l’occasione e la facoltà, per grazia di Cristo, di “legare e sciogliere”, non a sua discrezione, ma dietro ordine e spinta di Dio, alcune cose, e tutto questo senza scostarsi dalla volontà di Dio. Egli, infatti, a Pentecoste ebbe il privilegio e l’onore di promuovere, per primo, con potenza (quindi “legare”), i mezzi per poter entrare a far parte della Chiesa di Cristo Gesù (ravvedimento, conversione e battesimo) e anche quello di permettere, in seguito, ai gentili (pagani) di poter entrare anche loro (quindi “legò” anche i pagani per ordine di Dio al regno dei cieli), e di annullare (“sciogliere”) cosa non era più necessario, come la circoncisione.

Oggi, in realtà, non vi sono più le chiavi del regno dei cieli (e nemmeno servono più), perché le porte sono spalancate ufficiosamente e ufficialmente a chiunque, e non v’è null’altro da emanare come mezzo di entrata, perché tutto fu detto da Pietro nella parola del ravvedimento e della conversione, con il battesimo cristiano, per la remissione dei peccati, sia a giudei che ai pagani. Egli per volontà divina diede inizio a ciò. Come Mosè ebbe le “chiavi” della legge dell’antico patto, per il popolo ebraico, a causa dell’alleanza di Dio con Abraamo e con le quali pose una volta per sempre i comandamenti e nessuno poté più usarle per istituirne degli altri o toglierne qualcuno, così le chiavi del regno dei cieli furono, una volta per tutte, usate da Pietro per spalancare le porte del regno dei cieli a tutti coloro che, in ogni tempo, vogliono entrarvi ravvedendosi, convertendosi e battezzandosi per la remissione dei peccati. Egli, inoltre, proclamò il ritiro dell’ordinamento divino della circoncisione della carne, da Cristo stesso annullato, perché trovato inutile. In pratica, con queste nuove “chiavi” si apre una nuova porta, una nuova alleanza per un nuovo popolo di Dio: la Chiesa, e con l’inaugurazione di una nuova alleanza cambiano anche i mezzi per entrarne a far parte.

Oggi noi possiamo semplicemente usare la chiave della scienza, che nel caso degli scribi non era altro che l’attuare quello che già Mosè aveva stabilito per ordine di Dio. Noi pure, oggi, abbiamo a disposizione la chiave della scienza, che è l’evangelo e la verità in esso contenuta. Quando Pietro evangelizzò i primi pagani (Cornelio e la sua famiglia), attestò che era nella volontà di Dio predicare anche a loro, e il suo passo fu il primo di una lunga predicazione verso di loro e che continua ancora in questo tempo e sempre continuerà. Oggi, noi non possiamo aggiungere o togliere alcunché a quello che Pietro, per ordine di Gesù, ha dichiarato; possiamo, invece, continuare l’opera sua e degli altri apostoli, con la chiave della scienza, con la verità dell’evangelo, per predicare quello che, una volta per tutte, per mezzo di Pietro è stato stabilito da Gesù: ravvedimento, conversione e battesimo per la remissione dei peccati, non circoncisione della carne, ma circoncisione del cuore, predicazione ai giudei e anche ai pagani. Le chiavi del regno dei cieli sono servite appunto a ciò e con questo si compì l’apertura del regno dei cieli (la Chiesa), una volta per sempre, infatti la Chiesa oggi ha già le sue fondamenta, è già edificata, quindi ha, già da tempo, spalancata la porta e le “chiavi” per aprire non servono più, serve, invece, la chiave della scienza, della predicazione vera, ovvero lo spirito di predicazione nella verità e nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e dei suoi apostoli.

Il principio di tale conoscenza (la chiave della scienza) è la fede vera in Cristo Gesù risorto nella verità del suo insegnamento, mediante la quale (la fede), giustificati nel suo nome (Gesù), veniamo salvati dal giudizio e dalla condanna del peccato.

Gesù è la porta del regno dei cieli che oggi è spalancata più che mai a chi vuole entrarvi. Gesù dice: “Io sono la porta; se una entra per me, sarà salvato...” Giov. 10:9. Queste parole sono in accordo con queste altre di Gesù: “..Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” Giov. 14:6. La chiave della scienza o dell’evangelo è proprio la conoscenza che viene dalla Parola e dallo Spirito di Dio, che ci mette in condizione di poter entrare attraverso la porta (Gesù) spalancata del regno dei cieli e di poter istruire gli altri a fare lo stesso.

È nello stesso senso che in Atti 14:27 è detto: “Giunti là e riunita la chiesa riferirono tutte le cose che Dio aveva compiute per mezzo di loro, e come aveva aperto la porta della fede agli stranieri”.

In pratica, la predicazione dell’evangelo, della grazia di Dio, l’annunzio della salvezza in Cristo, erano pervenuti ai pagani; anch’essi erano stati messi nella condizione di conoscere ed accettare la salvezza, di credere in Cristo e di entrare nella grazia attraverso la porta aperta da Dio stesso.

La chiave della scienza è quella che può farci vedere la porta aperta (Gesù), attraverso la quale possiamo entrare per sempre nel regno dei cieli (nella Chiesa, prima, e poi nel Regno di Dio).

Nessuno, oggi, ha o può avere le chiavi del regno dei cieli, perché questo non ha più (né ufficiosamente, né ufficialmente) le porte chiuse e, quindi, le “chiavi” non servono più.

Se crediamo alla verità dell’evangelo, in esso contenuta, abbiamo per grazia divina la giusta scienza, che può far vedere la porta aperta del regno dei cieli (Gesù) a noi stessi e anche agli uomini, che non sanno o non credono. Ma se evangelizziamo il falso, la tradizione umana, anziché la verità e l’insegnamento vero di Cristo, attestiamo davanti agli uomini e a Dio di non essere in possesso della chiave della scienza, della verità, che può farci vedere la vera Luce ed entrare per la porta del regno dei cieli.

Forse qualcuno crederà di esservi entrato, perché membro di qualche Chiesa, di qualche organizzazione religiosa cristiana, ma ciò non gli garantisce alcunché, perché solo la vera Chiesa di Cristo (e solo i credenti rigenerati) è l’embrione del regno dei cieli futuro. Se predichiamo il falso, mettiamo anche quelli, a cui insegniamo, in una condizione sfavorevole, accecandoli con la menzogna e vari ragionamenti e filosofie umane, non permettendo in qualche modo nemmeno a questi di salvarsi ed entrare per la porta del cielo (Gesù). Infatti, impedendo ad altri di acquisire la vera dottrina e il vero insegnamento, si impedisce loro di realizzare una vera vita in Cristo Gesù. Noi siamo esclusivamente salvati non per mezzo delle opere nostre, ma per mezzo della giustificazione, che viene dalla fede vera in Cristo Gesù.

La vita cristiana deve essere fondata sulle vere dottrine di Dio e non su quelle vane degli uomini. È Cristo che ci santifica con l’opera potente del suo sacrificio espiatorio e ci fa apparire degni di salvezza, davanti al Padre suo, non le nostre opere.

Il simbolismo delle “chiavi” è molto semplice da capire. Chi possiede le chiavi di una casa può entrare in essa, chi ha quelle di una automobile può guidarla. Chi possiede le chiavi del regno dei cieli può aprire le cose che prima erano chiuse e può rivelare ciò che era nascosto. Per volontà divina tutto venne stabilito agli inizi in modo vincolante per tutto il periodo di tempo della Chiesa di Cristo sulla terra, e non può e non deve essere cambiato alcunché.

A Pentecoste l’apostolo Pietro, rivestito da autorità divina, usò in modo giusto ed appropriato le chiavi del regno dei cieli. Già dal principio, l’apostolo Pietro diede alla Chiesa del Nuovo Testamento gli insegnamenti che sarebbero rimasti validi per sempre.

La Chiesa Romana ha agito in modo falso in moltissime cose. Ad esempio, nel caso del sacramento del battesimo, ha istituito il battesimo dei neonati con la testimonianza di due testimoni e l’accettazione dei relativi genitori. Pietro, quando usò per mezzo dello Spirito Santo e per ordine di Cristo, le chiavi del regno dei cieli, proclamò, una volta per sempre, alla fondazione della Chiesa, il ravvedimento, la conversione e solo in conseguenza di ciò il battesimo per la remissione dei peccati.

Gesù si serve qui di un’immagine: la Chiesa è una casa, occorre entrarvi. Pietro ha l’onore di aprirne ufficialmente la porta. Dopo di che la porta è rimasta aperta e lo sarà fino alla fine dei tempi.

 

INFALLIBILITÀ PAPALE

Nel Catechismo cattolico al punto 891 si legge: “<Di questa infallibilità il Romano Pontefice, capo del Collegio dei Vescovi, fruisce in virtù del suo ufficio, quando quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale...>”.

L’infallibilità papale viene intravista dai teologi cattolici nel passo di Luca 22:31-34, quando, invece, qui si parla chiaramente della fallibilità (e non dell’infallibilità) dell’apostolo Pietro.

Luca 22:31-34; da questo passo biblico il Concilio Vaticano I trasse un argomento a sostegno dell’infallibilità papale: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli...”. Qui vi è solo profetizzato da parte di Gesù, in modo implicito, il futuro rinnovamento di Pietro, il “quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” vale a dire: il ritorno di Pietro alla funzione dell’apostolato, dopo il suo rinnegamento, durante la crisi imminente. Vorrei far notare che il detto di Gesù non ha alcun riferimento all’infallibilità di Pietro (dal momento che non riguarda l’insegnamento da dare alla Chiesa, condizione indispensabile, perché si possa pretendere di avere l’infallibilità), ma riguarda la fede personale dell’apostolo. Pur rinnegando il Cristo (infatti, sarà Satana, che tentandolo, lo indebolirà nella fede), la sua fede vacillante non si spegnerà del tutto, sicché egli rimarrà sempre riunito da un tenue filo con il Salvatore. La frase: “quando sarai convertito” fa vedere come Pietro, prima di fortificare i suoi fratelli, avrebbe dovuto attraversare un periodo in cui, per la sua fede vacillante, avrebbe cessato di essere un sostegno per gli altri (caratteristica, invece, di Pietro, per il suo carattere forte ed impetuoso). Ciò sarebbe avvenuto dall’arresto di Gesù fino alla sua resurrezione. La sua fede, tuttavia, non cadrà del tutto, solo perché Lui (il Cristo) ha pregato per l’apostolo. Questa affermazione di Gesù non riuscì gradita a Pietro, che si affrettò a rassicurare il Maestro che egli era pronto persino a morire per Lui, attirandosi così la profezia del suo rinnegamento.

Che le parole di Gesù: “quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” non intendono l’infallibilità di Pietro, ma che, con certezza, sono in connessione con il futuro rinnegamento dell’apostolo nei confronti del Cristo, lo si può capire molto bene dal fatto che, subito dopo, Gesù, nello stesso colloquio con Pietro, gli profetizza il suo imminente rinnegamento (v.34); quindi le parole di Cristo si potrebbero spiegare più correttamente in questo modo: Quando ti sarai ravveduto (quando Pietro si sarebbe ravveduto a causa del rinnegamento nei confronti del Signore), quando sarai rientrato in te, Pietro, fortifica con la tua innata fortezza di carattere i tuoi fratelli più deboli nella fede v.34.

Con le sue parole il Salvatore preannunciò la futura crisi degli apostoli e soprattutto di Pietro. Ad ogni modo, cari teologi cattolici, finanche si parlasse in questo passo dell’infallibilità della persona di Pietro (e questo è impossibile), ciò avrebbe esclusivamente riguardato l’apostolo e non certamente dei suoi ipotetici successori secolari.

Pietro, solo dopo la resurrezione di Cristo, e soprattutto, tempo prima dell’ascensione di Gesù al cielo (Giov. 21:15-19), sarebbe ritornato completamente in sé dopo l’angoscia del rinnegamento nei confronti del Signore, fino a divenire potentemente l’iniziatore della Chiesa nascente (Atti 2:14-47).

Il periodo cruciale per Pietro, a causa del suo rinnegamento, fu proprio dal momento in cui rinnegò Gesù fino alla sua resurrezione e apparizione.

Gesù disse, nei confronti di Pietro, le parole del passo di Luca 22:31-32, volendogli far notare che la sua caduta sarebbe stata più grave di quella degli altri (infatti, anche gli altri discepoli l’abbandonarono, ma Pietro fece di più, rinnegandolo); egli necessitava di maggiore assistenza (v.32). Egli era stato colpevole, anche prima del rinnegamento, per aver contraddetto il Signore, dichiarando, in taluni casi, che anche se tutti si sarebbero scandalizzati di Lui (Marco 14:27-31; Matt. 26:30-35), egli però non lo sarebbe stato, facendosi così, implicitamente e ingiustamente superiore agli altri nell’amore per il Signore. Per curare queste malattie dello spirito, Gesù permise a Pietro di cadere e perciò, “trascurando” per un momento gli altri, si rivolse a lui: “Simone, Simone ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; (varrebbe a dire: affliggerli, tormentarli, tentarli), ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno..”. Se Satana desiderava vagliare tutti, perché mai Gesù non dice: “ho pregato per tutti”? Non è forse ben chiaro che il motivo fu perché il Signore sapeva che Pietro si sarebbe trovato in una situazione maggiormente rischiosa e pericolosa per la sua fede? Per rimproverarlo e per mettere in rilievo che la sua caduta era ben più grave di quella degli altri, Gesù rivolge a lui le parole precedentemente citate. Satana, “astutamente”, fece un inutile tentativo, tenendo ben presente che Pietro, in qualche modo, per molti aspetti, era il portavoce e un punto di forza per gli altri apostoli e scagliò le sue forze verso la persona di Pietro, credendo che indebolendolo e annientandolo, avrebbe potuto causare gravi ripercussioni su tutti gli altri apostoli. Ed è per questo motivo che Gesù indirizza maggiormente la sua attenzione, con le sue preghiere, sulla persona di Pietro. Si può così dire: “Come io pregando per te, preserverò la tua fede (ma non la tentazione), affinché essa non venga completamente meno, così anche tu, quando ti sarai pienamente ravveduto, quando sarai rientrato in te (dopo il problema del rinnegamento), ricordati ed impegnati di risollevare e confortare i tuoi fratelli più deboli e quelli che tarderanno a riprendersi”.

È del tutto fuori luogo, inoltre, attribuire a questo passo una missione duratura di Pietro (peggio ancora dei suoi ipotetici successori), quando si vede chiaramente che Gesù il “fortifica i tuoi fratelli” lo intese esclusivamente per un determinato periodo, in cui Pietro doveva rincuorare, rinforzare gli animi dei suoi fratelli, che, solo per un determinato periodo avrebbero necessitato di tale aiuto, infatti, in futuro, dopo la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, tutti furono gradatamente e potentemente rincuorati e rinforzati nel nome del Signore. Questa funzione di Pietro è ben delimitata al periodo della crisi, nella quale si trovarono ben presto tutti gli apostoli. Pietro, nonostante il suo entusiasmo nel Signore, stava per cadere, ma sarebbe stato salvato dalla preghiera di Gesù rivolta al Padre. Psicologicamente, dopo il rinnegamento, Pietro deve essere stato allo stremo delle sue forze, ecco perché Gesù ha pregato per lui, affinché la sua fede non venisse completamente meno nell’angoscia di quella circostanza, per poter, poi, in seguito, ritornare il Pietro forte e grintoso e pieno di fede e poter confortare, nei momenti duri, i suoi fratelli più deboli che ne avessero avuto bisogno. Sembra, dunque, logico restringere l’attività sostenitrice di Pietro al periodo immediatamente successivo alla resurrezione di Cristo, (quando gli apostoli scoraggiati e pavidi si stringono attorno a Pietro ravveduto), fino a del tempo dopo la discesa dello Spirito Santo (a Pentecoste). A Pentecoste, e in seguito, sarà lo Spirito Santo a sorreggere gradatamente e con potenza i credenti nei difficili momenti del dolore e dello scoraggiamento, non Pietro. Un esempio del sostegno visto in Pietro dagli apostoli lo si vede, in Giov. 21:2-3, nel periodo delle apparizioni di Gesù dopo la sua resurrezione; Pietro disse agli altri apostoli: “...<Vado a pescare>. Essi gli dissero: <Veniamo anche noi con te>....”.

Gesù, in Giov. 21:15-19, ebbe un colloquio con Pietro, usando parole che meritano la nostra attenzione: “...Simone di Giovanni, mi ami più di questi? Egli rispose: <Si, Signore, tu sai che ti voglio bene>. Gesù gli disse: <Pasci i miei agnelli>. Gli disse di nuovo, una seconda volta: <Simone di Giovanni, mi ami?> Egli rispose: <Si, Signore; tu sai che ti voglio bene>. Gesù gli disse: <Pastura le mie pecorelle>. Gli disse la terza volta: <Simone di Giovanni, mi vuoi bene?>. Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: <Mi vuoi bene?> E gli rispose: <Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene>. Gesù gli disse: <Pasci le mie pecorelle>...”. Subito dopo, nel passo, Gesù profetizza a Pietro il suo futuro martirio, concludendo il suo dire con il comando: “Seguimi” v.19. Questo passo dai moderni teologi cattolici è ritenuto il conferimento del Primato dell’apostolo Pietro su tutta la Chiesa cristiana. Va innanzi tutto ricordato che il “pasci”, o “pastura”, non è esclusivo per descrivere l’attività di Pietro, ma è usato anche per gli altri apostoli e per i vescovi. Lo stesso Pietro esorta i presbiteri (gli anziani o vescovi) a “pascere il gregge di Dio”, in cui si trovavano; inoltre egli si definisce anche un “compresbitero”, avente, quindi, i medesimi doveri e incarichi, a loro superiore solo per il fatto di poter testimoniare le realtà di Cristo, da lui vedute personalmente. Tutti questi, quindi, “apostoli e presbiteri” dovevano pascere il gregge di Dio, mostrando ad esso un “esempio” di vita cristiana, conforme alla volontà di Dio, senza voler imporsi con autorità, la quale viene espressamente esclusa dal contesto (1 Pietro 5:1-3).

Anche Paolo esorta i vescovi di Efeso, convenuti a Mileto, a “pascere” la Chiesa di Dio (Atti 20:28), vigilando contro le infiltrazioni di false dottrine. Come si vede è ben arduo dedurre dal verbo “pascere” una superiorità dell’apostolo Pietro su tutta la Chiesa di Dio, senza menzionare, inoltre, l’iniqua teoria dei successori di Pietro, che nulla hanno in comune con l’apostolo, né l’ambiente, né la circostanza, né l’epoca, né l’esperienza, né il dialogo personale con Gesù, il quale indirizzò le sue parole esclusivamente a Pietro. Le parole: “agnelli” e “pecorelle” ci costringono a vedere un limite nella missione affidata da Gesù a Pietro. Usualmente, oggetto del verbo “pascere” sono le pecore, il gregge, la Chiesa. Ma qui, stranamente, Gesù adopera i due termini con significato diminutivo, quasi mai usati altrove, che sembrano sottolineare la debolezza delle pecore pasciute: “agnelli”, “pecorelle”. Il gregge non è costituito solo da “agnelli” e da “pecorelle”; il suo elemento principale è dato dalle “pecore”. Non voleva, qui, forse Gesù suggerire a Pietro, che lui, dopo aver sperimentato con il suo rinnegamento, la debolezza umana, era il più adatto a sorreggere quei cristiani, che, per essere le “pecorelle” e gli “agnelli” del gregge, abbisognano maggiormente di guida e aiuto?

Non hanno, invece, bisogno dell’aiuto le pecore già mature, e quindi capaci, attraverso lo Spirito Santo di auto-guidarsi.

Da tali parole è ben difficile dedurre la superiorità di Pietro su tutta la Chiesa.

“Agnelli=arníon”, “pecorelle=probátia”, “pecore=próbata”.

Il testo greco porta al primo detto di Gesù la parola greca: “arníon” (agnelli) e negli altri due detti la parola greca: “probátia” (pecorelle). In questo passo (Giov. 21:15-19) Gesù vuol donare il suo perdono a Pietro, che lo aveva rinnegato, e riaffidargli la missione apostolica: v.19 “Seguimi”. A riparazione del suo triplice rinnegamento, Gesù, ora, chiede a Pietro una triplice professione di amore. La stessa domanda iniziale, con la quale Gesù chiede a Pietro se l’amasse in modo superiore a quello degli altri apostoli, è un richiamo psicologicamente discreto alla sua affermazione orgogliosa fatta tempo prima di volerlo seguire se necessario anche fino alla morte, innalzandosi in qualche modo nelle virtù, dichiarando che anche se gli altri si sarebbero potuti scandalizzare di Lui, egli non lo avrebbe mai fatto (Marco 14:29; Matt. 26:33). A una domanda del genere, pertinente, per la sua connessione, con la tragica colpa di Pietro, egli non ha più il coraggio di ripetere, con sicurezza di carattere e di orgoglio la sua affermazione di un tempo, anzi non ha nemmeno il coraggio di usare lo stesso verbo usato dal Signore (“mi ami?” v.15), infatti non risponde: “Si, Signore, tu sai che ti amo”, ma risponde con un tono di umiltà e con parole meno impegnative: “Si, Signore, tu sai che ti voglio bene ” quando la domanda di Gesù era impostata con un verbo e un contesto molto più impegnativi: “mi ami più di questi?”; Pietro, non solo risponde con parole meno impegnative: “ti voglio bene” ma nemmeno osa, alla domanda di Gesù, rispondere in modo generale solo con un “sì” (perché ciò avrebbe voluto significare una conferma che egli amasse Gesù più degli altri apostoli), ma discretamente e con umiltà risponde, semplicemente: “Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene”. Gesù, riprendendo il verbo stesso usato da Pietro, gli chiede per una terza volta: “mi vuoi bene?”, allora Pietro, al sentirsi mettere in dubbio, questa terza volta, il suo affetto per Gesù, si rattristò e umilmente gli rispose: “ Signore tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene”. Gesù per ben due volte chiese a Pietro se egli lo “amasse” (“agapào”), e una terza volta se gli “volesse bene” (“filéo”), e Pietro tutte e tre le volte rispose con il termine: “filéo” (parola greca che si potrebbe tradurre con il nostro “ti voglio bene”).

I teologi cattolici non vedono, in questo passo, solamente, una riammissione di Pietro all’apostolato dopo il suo triplice rinnegamento, ma anzi vi vedono, innanzi tutto, e soprattutto, un indirizzo giuridico per sottolineare un caso importante e solenne, a motivo della triplice domanda, che, invece, si connette maggiormente con il triplice rinnegamento di Pietro. Questo momento, secondo cui, sempre secondo i teologi cattolici, Pietro avrebbe ricevuto un’autorità giuridica, sarebbe dovuto anche alla triplicità della domanda di Gesù, considerando che il numero 3 sia un numero simboleggiante la perfezione. Ma se la triplicità di una affermazione può, talora, sottolineare la solennità di un compito affidato ad alcuni, qui mi pare del tutto fuori luogo prendere in considerazione questa tesi, se analizziamo le domande di Gesù: “mi ami più di questi?”, “mi ami?”, “mi vuoi bene?”, e la tristezza che Pietro ne provò. L’apostolo comprese che qui non si trattava di esaltazione, bensì di saggiare la realtà del suo sentimento affettuoso verso il Maestro, a riparazione del triplice rinnegamento nei suoi confronti, per riammetterlo nella missione dell’apostolato. Che poi in questo passo, Gesù intendesse, semplicemente, ridonare la missione apostolica a Pietro, lo si può capire meglio se si pensa al detto di Gesù: “Ma chiunque mi rinnegherà dinnanzi agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli” Matt. 10:33. Ma ora, dopo la sua protesta d’affetto, Pietro è ancora ritenuto degno di annunziare l’amore divino agli uomini, che, spesso e volentieri, come lui potranno cadere e aver bisogno di fiducia e di conforto. Che questo sia vero lo si può dedurre da due motivi: 1°, il fatto che Gesù segua nel colloquio con Pietro lo schema della riammissione all’apostolato; 2°, dal verbo conclusivo che vi aggiunge: “Seguimi” Giov. 21:19. Notare come sia la stessa formula che Gesù usa, secondo i vangeli, quando designa i suoi come apostoli: Marco 1:17-18; Matt. 4:19-22; Giov. 1:43; Luca 5:10-11. Diventa, così, chiaro che il verbo finale “Seguimi” riporta Pietro, completamente, alla missione dell’apostolato. Riportiamo l’interpretazione, che è presentata da Cirillo Alessandrino, del passo in questione: (egli era uno dei “Padri della Chiesa”, ossia uno scrittore cristiano del II e III d.C.) Se qualcuno si chiede perché mai egli, si rivolse solo a Simone pur essendo presenti gli altri apostoli e cosa significhi: Pasci i miei agnelli, e simili; rispondiamo che San Pietro con gli altri discepoli, era già stato scelto nell’Apostolato, ma poiché Pietro era frattanto caduto (sotto l’effetto di una grande paura aveva infatti rinnegato per tre volte il Signore), Gesù adesso sana colui che era un malato ed esige una triplice confessione in sostituzione del triplice rinnegamento, compensando questo con quella, l’errore con la correzione. E ancora: con la triplice confessione, Pietro cancella il peccato contratto con il triplice rinnegamento. La risposta di nostro Signore: Pasci i miei agnelli, è considerata un rinnovamento della missione Apostolica già in precedenza conferita; rinnovamento che assolve la vergogna del peccato e cancella la perplessità della sua infermità umana”. Questa interpretazione, anche se, chiaramente, con parole diverse, ma con un significato uguale, venne data da molti altri “Padri della Chiesa”. Il passo di Giovanni, in questione, non vuol significare null’altro in più di quanto detto prima. Le parole di Gesù, che costituiscono un dialogo quanto mai personale, escludono qualsiasi idea di successione ad altri. La triplice richiesta di Gesù ricorda il triplice rinnegamento da parte di Pietro; la conclusione ricorda a Simone la necessità di seguire il Signore con fedeltà e determinazione. Ora, a Pietro, che non poggia su di sé, ma sulla potenza divina, Gesù rivela il suo futuro martirio; alla sua curiosità di sapere cosa sarebbe avvenuto di Giovanni, il Signore nuovamente gli comanda: “...che ti importa? Tu, seguimi” Giov. 21:22.

In tale contesto, la visuale del Maestro non si connette assolutamente ad eventuali successori, ma a ciò che il discepolo farà fino alla sua morte, infatti, finito di dire per la terza volta “pasci le mie pecorelle”, Gesù gli profetizza, volendo terminare il discorso, la sua morte col martirio: v.17-19. Diventa chiaro che ciò, che in questo passo viene detto, riguarda solo ed esclusivamente la persona di Pietro; infatti è ad egli che Gesù, subito dopo il dialogo del passo in questione, gli dice: “Seguimi” (v.19), riammettendolo alla missione dell’apostolato. Come si può avere l’ipocrisia di vedere, in questi versi, l’idea di successione, ad altri uomini di ogni tempo, nelle parole che Cristo riferì personalmente ed esclusivamente all’apostolo Pietro?

Alcune traduzioni bibliche, invece della parola: “pecorelle”, traducono e riportano il termine: “pecore”, ciò è errato come già lo si vede dal termine greco impiegato nel testo, che si traduce: “pecorelle”; lo si può anche dedurre da queste stesse traduzioni, che mantengono, comunque, nel primo detto di Gesù: “Pasci i miei agnelli”, la parola: “agnelli”. Lo stesso problema l’ho incontrato con la traduzione biblica Nuova Riveduta (Società di Ginevra), che, tra l’altro, ho usata per i passi biblici in questi due libri. In questo particolare caso, ho liberamente aggiunto, nella trascrizione del passo dello studio in esame, le due parole: “pecorelle”, togliendo i due termini: “pecore”.

Si vada a controllare in un dizionario o in una enciclopedia il significato del termine “agnello”, si troverà scritto: “il parto della pecora fino ad un anno”, ovvero “pecorella”.

È chiaro che concorda maggiormente la traduzione (anche a motivo del termine greco usato nel passo in originale) con “pecorelle”, che non quella con “pecore”, a motivo del significato preciso del termine usato da Gesù: “agnelli”, nel suo primo detto. In pratica, sarebbe alquanto strano che Gesù avesse usato nel primo detto la parola: “agnelli” (pecorelle), e negli ultimi due detti la parola: “pecore”, vista la mancata precisa correlazione, nella forma, fra il termine “pecore” e quello di “pecorelle”.

È interessante ascoltare il commento che Paolo VI fece a questo passo: “L’intenzione del Signore palese in questo interrogatorio sull’Amore di Pietro a Gesù, termina in un’altra definitiva lezione, insegnamento, comando, investitura insieme: termina al trasferimento dell’amore, che l’apostolo con umile sicurezza non più smentita, professava per il suo Maestro e Signore, da Gesù al gregge di Gesù. Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore, tre volte disse il Signore all’apostolo, ormai chiamato suo continuatore, suo vicario nell’ufficio pastorale... il primato di Pietro, nella guida e nel servizio del popolo cristiano, sarebbe stato un primato Pastorale, un primato d’Amore. Nell’Amore ormai inestinguibile di Pietro a Cristo sarebbe fondata la natura e la forza della funzione pastorale del primato apostolico. Dall’Amore di Cristo e per l’amore ai seguaci di Cristo, la potestà di reggere, di ammaestrare, di Santificare la Chiesa di Cristo... Una potestà di cui Pietro lascerà eredi i suoi successori su questa sua cattedra Romana, ed a cui egli darà nel sangue la suprema testimonianza”.

Inutile ogni commento. L’ipocrisia e l’ignoranza regnano da padroni nel mondo cattolico romano.

PER CAPIRE MEGLIO:

Il procedimento delle grosse costruzioni in medio oriente, dei tempi antichi era differente da quello occidentale, odierno. Ad esempio, le pietre di fondamenta del tempio erano lunghe 3,5 metri per 4,5 metri. Gesù disse a Pietro: “tu sei Pietro e su questa pietra...”, “tu sei Cefa e su questa Cefa...”. Il nome aramaico “Cefa” significa: “grossa pietra”, “grosso masso roccioso”, appunto quello che erano le grosse pietre da fondamenta del tempio. Pietro sarebbe stato il primo “masso roccioso”, o “grossa pietra” da fondamenta, dell’edificio di Cristo Gesù. A quei tempi, quando si costruivano edifici enormi, si usavano come fondamenta delle enormi pietre; Pietro sarebbe stato, appunto, e con lui anche gli altri apostoli, una grande pietra pesante, posta come fondamenta (assieme alle altre pietre-apostoli da fondamenta), alla base dell’enorme edificio di Cristo. In un edificio, le pietre da fondamenta hanno uguale importanza (Ap. 21:14). Nelle costruzioni antiche l’unica pietra da fondamenta ad avere maggiore importanza e rilievo era la pietra angolare maestra da fondamenta.

Nelle antiche pratiche di edificazione, in medio oriente, “la pietra angolare da fondamenta” veniva posta con molta attenzione. Aveva una funzione vitale, perché l’intero edificio era allineato con essa.

Questo discorso vale anche per il simbolismo, usato da Gesù per il suo “edificio” (Matt. 16:18; Efesini 2:19-22), e che Egli espresse secondo la cultura edile del suo tempo.

Quindi, ne risulta che nessuno è Capo dell’edificio di Cristo, se non la pietra angolare maestra da fondamenta, posta alla base dell’edificio (Gesù stesso), dalla quale sono dipese tutte le altre pietre da fondamenta (gli apostoli) e tutte le altre pietre vive (i credenti di ieri e di oggi), e dalla quale si continuerà a dipendere. È la pietra angolare da fondamenta che ha condizionato il posizionamento delle altre pietre da fondamenta e, quindi, di tutte le altre pietre che vengono collocate sopra in modo infinito.

Efesini 2:19-22 spiega come gli apostoli sono il fondamento (Ap. 21:14) della Chiesa e Cristo sia la pietra angolare, attraverso la quale, prima, le fondamenta (le pietre di fondamenta) e l’edificio intero, poi, è ben allineato con Cristo (la pietra angolare); essa (la pietra angolare) è parte integrante e priorità delle fondamenta.

La pietra angolare era la pietra fondamentale formante l’angolo di un edificio. Era posta all’angolo di incontro di due muri e li manteneva legati. Qualunque pietra occupi questa posizione, a partire dalla base, è una pietra angolare. Cristo Gesù, in senso figurato, è la pietra angolare da fondamenta della base dell’edificio, che unisce, da un angolo all’altro, le pietre di fondamenta; la pietra angolare da fondamenta della base è quella principale, perché unisce le pietre da fondamenta, condizionandone una collocazione precisa ed accurata; in pratica, decide il loro collocamento e posizionamento. Nell’edificio di Cristo, la pietra angolare da fondamenta è Gesù stesso, gli apostoli sono le altre pietra da fondamenta che dipendono nel loro posizionamento dalla pietra angolare da fondamenta (Gesù).

 

La Chiesa di Cristo è stata edificata sul fondamento degli apostoli, (Efesini 2:19-22), i testimoni fedeli di Gesù che hanno predicato per la realizzazione della Chiesa di Cristo e che ci hanno impartito, una volta per sempre, gli insegnamenti relativi alla volontà di Dio, (anche attraverso i loro scritti ispirati). Gesù Cristo è la pietra angolare da fondamenta, il Capo dell’edificio (della Chiesa), da cui tutti dipendono, pietre da fondamenta (apostoli) e pietre costituenti i piani superiori a partire dalla base (i credenti di ogni epoca), le quali (quest’ultime) innalzano le mura superiori dell’edificio per farne una costruzione in altezza, tale da non potersi vedere la cima (1 Pietro 2:4-5).

Quando Gesù disse a Pietro le parole di Matt. 16:18, voleva dire che Egli (Gesù) avrebbe edificato la sua Chiesa sulle grosse pietre da fondamenta (gli apostoli), cioè attraverso di loro; si sarebbe servito di loro come strumenti potenti per trasmettere, una volta per sempre, la sua volontà e i suoi ordinamenti divini. Pietro, come una grossa pietra da fondamenta, sarebbe stato il primo, in ordine di tempo, ad essere collocato alla base dell’edificio. Fu lui per primo con efficacia e potenza (con il suo collocamento alla base dell’edificio spirituale di Cristo), con l’esordio della Chiesa a Pentecoste, per mezzo della sua predicazione, a dare gli ordinamenti divini necessari e ad allargare, in seguito, ufficialmente, in modo determinante e definitivo, per ordine divino, le porte della salvezza anche ai pagani. Le pietre di fondamenta sarebbero dipese esclusivamente dalla pietra angolare maestra da fondamenta (Gesù); Cristo solo e nessun’altro sarebbe stato il Capo dell’edificio intero.

 

 

CONCLUSIONE RIGUARDO IL: “TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA....”.

“Tu sei Pietro e attraverso te fonderò le basi della mia Chiesa. Quello che tu promulgherai dietro spinta divina, riguardo all’entrata nel regno dei cieli, sarà legato in cielo come sulla terra. Lo stesso avverrà per quello che scioglierai. La testimonianza, che renderai riguardo al ravvedimento, alla conversione e al battesimo, alla circoncisione del cuore, anziché della carne e alla predicazione del Regno ai pagani, aprirà ufficialmente le porte del regno dei cieli, una volta per sempre, e chiunque vivrà per fede nel mio Nome sarà salvato. Quello che tu promulgherai, riguardo all’entrata nel regno dei cieli (nella Chiesa sulla terra), rimarrà indelebile, perché non verrà da te, ma dallo Spirito Santo. Nessuno potrà mai cancellarne alcunché”.

Il grande discorso, che Pietro pronuncia il giorno di Pentecoste, apre ufficialmente agli ebrei la porta della salvezza (Atti 2:14-41). Pietro l’apre ufficialmente anche ai pagani, quando si rivolge a Cornelio e alla sua casa (Atti c.10; c.11:1-18; c.15:7-11), facendo così uso delle “chiavi” di cui Cristo gli aveva parlato in Matt.16:19.

Gettate le basi della Chiesa, egli lascia il primo piano e lavora nell’ombra per l’espansione dell’evangelo. Non è impossibile che sia stato suppliziato a Roma. La sua vita ha suscitato molto presto numerose leggende. Scritti apocrifi molto antichi, dovuti agli Ebioniti, (adepti di una setta eretica che durò dal I al VII secolo d. C.), sparsero la leggenda che Pietro sarebbe stato vescovo di Roma per venticinque anni. L’esame accurato delle fonti di questa tradizione e del suo contenuto non permette di metterla sul piano della storia.

L’interpretazione delle parole: “tu sei Pietro e...” è fornita dall’apostolo stesso.

Non vi è che una pietra fondamentale (1 Pietro 2:4-8), la pietra angolare: il Cristo. I credenti sono tutti “pietre viventi”, che vengono ad aggiungersi all’edificio; Pietro è stato, in ordine di tempo, la prima di queste pietre individuali, e assieme agli altri apostoli lo è stato come pietra di fondamenta.

L’apostolo sviluppa lo stesso pensiero in Atti 4:11-12.

Paolo conferma questo insegnamento: Cristo è la pietra angolare del tempio spirituale di Dio; gli apostoli-profeti ne sono le fondamenta, sulle quali sono edificati i credenti (Efesini 2:20-22). Le pietre vive furono edificate sulle pietre di fondamenta e sulla pietra angolare da fondamenta, la quale è la pietra maestra che comanda l’allineamento di ogni pietra a partire dalla base in su.

Pietro ha avuto una parte storica importante, aprendo ufficialmente, per ordine di Dio, la porta del regno dei cieli, con le “chiavi” donate da Cristo stesso, agli ebrei, il giorno di Pentecoste, e ai pagani, in casa di Cornelio (Atti c.10).

“Tu confessando il Figlio dell’uomo come il Figlio del Dio Vivente, tramite lo Spirito del Padre mio, sei diventato pietra vivente, perché ti sei accostato alla Roccia Vivente, alla pietra angolare; tu verrai posto, per primo, come pietra da fondamenta per il mio edificio spirituale, poi, verranno anche gli altri apostoli, i quali saranno, similmente, pietre di fondamenta. Io sarò la pietra angolare da fondamenta, la pietra maestra, voi sarete allineati secondo il mio ordine di posizionamento (della pietra angolare: Cristo), poi verranno tutte le altre pietre viventi che saranno edificate su di voi e su di me, pietra angolare”. In sintesi, Cristo Gesù disse: “Tu Simone, sei pietra (Cefa) e su questa pietra (Cefa), quale tu sei diventato, avendo tu confessato il Figlio dell’uomo come il Figlio del Dio Vivente, edificherò la mia Chiesa”. Pietro divenne la prima pietra da fondamenta; al seguito vennero tutte le altre pietre da fondamenta e le altre pietre vive per l’edificazione.

Il Capo, la pietra angolare, è Cristo Gesù. Essere stato il primo uomo a credere fermamente in Gesù come il Cristo, il Figlio di Dio, fa diventare l’apostolo una pietra da fondamenta dell’edificio (storicamente la prima), la prima in ordine di tempo, ma non la prima in ordine di supremazia e autorità, non il Capo dell’edificio stesso. Notare come Gesù lo chiama, in un primo momento Simone: Matt. 16:17 “...Tu sei beato, Simone, figlio di Giona...”, mentre, poi, subito dopo lo chiama col nuovo nome di Pietro (pietra): Matt. 16:18 “E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra...”. Ciò dà proprio ad intendere che il gioco di parole è riferito a Pietro stesso (riguardo ai riformatori che credono che “pietra” è la confessione di fede). Gesù usa il verbo “edificare”, perché si rivolge all’apostolo chiamandolo e definendolo una “pietra” e, quindi, usa un discorso relativo: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Se si fosse rivolto a lui non come ad una “pietra”, ma, per esempio, avesse usato un linguaggio comune, avrebbe potuto dire: “tu sei Simone e, in virtù di quello che hai appena confessato, sarai l’iniziatore (come pietra da fondamenta), per opera dello Spirito Santo della potente entrata, nella mia Chiesa, dei giudei e dei pagani dopo”. La guida, nella Chiesa di Cristo, non fu Pietro, e né, tanto meno, lo sono i fantomatici suoi successori, ma lo Spirito Santo (il Consolatore); il Capo non fu Pietro e nemmeno possono esserlo i suoi ipotetici successori, ma Cristo Gesù. Noi tutti credenti rigenerati siamo semplicemente le membra del corpo di Cristo, Egli solo è il Capo, la Testa del corpo.

Un edificio si costruisce forse più di una volta? Quando si pongono le fondamenta e si inizia la costruzione, si demolisce forse quello che è stato costruito, senza portarlo a termine, per porne nuovamente le fondamenta, e questo a ciclo continuo? Pietro è stato, in ordine di tempo, la prima pietra da fondamenta di questo edificio, allineata con la grande pietra maestra angolare, Cristo Gesù. La “pietra”, Pietro, sta alla base dell’edificio in modo perenne, non si può trovarne un’altra da mettere al suo posto, ciò vorrebbe dire far crollare l’edificio e iniziarlo daccapo; dal momento in cui furono poste le fondamenta dell’edificio, questo può solamente alzarsi in altezza e altre pietre vengono sempre edificate sopra. Non si può porre nuovamente la pietra da fondamenta (Pietro), come del resto anche le altre, ciò significherebbe e vorrebbe dire farne crollare l’edificio ogni volta che si intendesse e si credesse di farlo. Il dialogo di Gesù è incentrato espressamente e solamente sulla persona di Simon Pietro, a lui solo Egli parlò in quel modo, a causa della sua confessione di fede che egli ebbe per rivelazione divina. Gesù non poteva, in quel dialogo a due, dare ad intendere il passaggio delle sue parole, riferite solo a Pietro, a degli immaginari successori, che con la confessione, il fervore e la personalità di Pietro apostolo, testimone della vita di Gesù sulla terra, nulla avevano, hanno, e avranno mai a che fare, senza parlare, poi, che Gesù scrutò Simone, e vedendo in lui il disegno divino, gli impose il nome di Pietro, che ebbe definitivamente al momento della confessione di fede; a lui solo Egli diede tale nome e a lui solo fu designato tale specifico disegno divino; Gesù non poteva, infatti, (in quanto inutile), predisporre, che la grazia di Dio e il suo disegno, le circostanze di vita, la fede e le qualità di Pietro, che lo avevano portato ad essere designato come la prima pietra (in ordine di tempo) da fondamenta cementata dell’edificio, potessero essere espressione interiore ed esteriore in tutti gli ipotetici successori di Pietro nella storia secolare della Chiesa. Pietro, inoltre, non fu designato come Capo dell’edificio di Cristo sulla terra e questo lo si vede bene dagli scritti nuovo-testamentari. I teologi cattolici ripiegano a ciò dichiarando che questa era un dogma destinato a comprendersi meglio nell’evolversi della storia della Chiesa (circa cinque secoli dopo che essa nacque).

Ma come si può pensare che delle parole, riferite da Gesù, direttamente e personalmente, all’apostolo Pietro, le quali non furono comprese dall’apostolo, nel senso cattolico, (pur avendo ricevuto lo Spirito Santo a Pentecoste, la potenza della conoscenza ed essendo egli stesso l’interlocutore diretto di Gesù di tali parole; inoltre la Chiesa primitiva, ricolma com’era dello Spirito Santo e dell’istruzione potente degli apostoli, non intese mai Pietro come Capo) siano, invece, state comprese, meglio del diretto interessato (Pietro), cinque secoli dopo, da persone che, inoltre, non sono state le riceventi di tale messaggio?

I re hanno i loro successori di sangue, eppure a volte anche questi vengono succeduti al trono da un’altra stirpe regale o per niente regale; perché mai Dio avrebbe dovuto o voluto lasciare nelle mani di un solo uomo il potere e l’autorità di cambiare dottrine, dogmi di fede e quant’altro, e di inventarne a piacimento nella sua Chiesa? Vi sono stati nella storia della Chiesa Cattolica numerosissimi Papi; quanti di questi sono confrontabili con esito positivo con la persona di Pietro? Quanti di questi, invece, hanno fatto cose abominevoli nel nome di Dio (Inquisizione, Crociate, orge, assassini, omosessualità, sodomia, traffici di denaro in enormi quantità e quant’altro)? Siamo forse di fronte a un Dio che non ha la preconoscenza delle cose prima che queste avvengano? Certamente no! Perché sfidare Dio? Non disse forse Gesù che le porte dell’Ades non avrebbero mai vinto contro la sua Chiesa? Infatti, Gesù affermò che quando Egli sarebbe tornato, solo un piccolo gregge, (ma fedele, però), sarebbe stato pronto ad accoglierlo in quanto fedele alla sua Parola. Parlava forse di una grande Chiesa Cattolica gerarchica mondiale? No, di certo! L’uomo rimane un peccatore anche quando agisce con giustizia, egli non può essere Capo di una cosa santa come la Chiesa di Gesù Cristo. L’infallibilità papale, inoltre, è un’altra grave abominazione cattolica, dichiarata nel 1870 dogma di fede. Il Papa, secondo i teologi cattolici, è infallibile nelle cose che riguardano la dottrina, i dogmi e la morale. Falso e abominevole davanti a Dio. Pietro non fu in alcun modo ritenuto infallibile, e nemmeno un Capo, ma un simbolo da seguire nella fede, come, del resto, gli altri apostoli. Egli fu la prima pietra storica dell’edificio di Gesù Cristo. Anche Abramo ebbe il cambiamento del suo nome in Abraamo, perché sarebbe stato il padre di una moltitudine (la generazione santa) e ciò fu detto ad Abraamo in un dialogo diretto con Dio, come avvenne tra Simone (Pietro) e Gesù; si può citare anche Giacobbe che ebbe da Dio il nuovo nome Israele, perché sarebbe stato il capostipite delle dodici tribù d’Israele (che erano sua discendenza); e anche qui avviene un dialogo personale con Dio. Di Abraamo e di Giacobbe non vi sono stati alcuni successori, in questo c’è il giusto, il dialogo ci fu tra ognuno di loro e l’Iddio Vivente; non avrebbe avuto senso che qualcun’altro si attribuisse le benedizioni e le parole personali divine dirette solo a loro.

Come può allora qualcun’altro, parlando del caso di Pietro, attribuirsi le parole e le benedizioni personali divine, rivolte solo a Pietro, per di più inventando abominevoli teorie che sono antibibliche? Infatti, i fantomatici successori di Pietro sostenevano e sostengono che egli fu Capo della Chiesa (perché ciò tornava e torna a loro guadagno), e che era infallibile e quant’altro. Menzogne assurde piene di malizia e interessi personali. Abraamo, ad esempio, dimostrò di essere pronto a sacrificare il proprio figlio nell’ubbidienza a Dio e ciò fu gradito all’Altissimo (la fede nell’ubbidienza assoluta), come possiamo, ad esempio, pensare lontanamente, che possa esserci un’altro successore di Abraamo e che possa attestare di avere la stessa autorità e l’onore, conferiti da Dio alla persona di Abraamo? È Abraamo che fu pronto a sacrificare suo figlio, è Abraamo che parlò con Dio in modo personale, è Abraamo che fu gradito a Dio, ma un suo successore dovrebbe asserire di avere l’autorità e l’onore conferiti solo ad Abraamo, senza che sia o possa essere lontanamente identificabile con la persona, la vita e le esperienze anche di fede di Abraamo. Ciò vale anche, per quanto stiamo discutendo, riguardo alla questione di Pietro. Gesù tali parole le diresse esclusivamente alla persona di Pietro e nessun’altro può attribuirsi alcun tipo di onore destinato solo a lui, il quale fu inoltre, (a differenza dei suoi fantomatici successori), testimone oculare della vita, morte, resurrezione e ascensione di Gesù; tali asserzioni furono indirizzate solo a lui e non ai suoi ipotetici successori, e lui solo le meritò per la sua confessione di fede; nessun’altro può, in quanto mancante di questi requisiti, attribuirsi l’onore dato a Pietro dal Signore; inoltre, quest’onore, dato a Pietro dal Signore, non fu un onore di supremazia o di autorità e di garanzia di infallibilità sulla terra. Per di più è certo che Gesù non designò nessun successore della persona di Pietro.

Gesù può essere presentato come la pietra angolare da fondamenta dell’edificio, ma, allo stesso tempo, anche come l’infinita “roccia” sulla quale l’edificio viene completamente edificato a partire dalle pietre da fondamenta fino ad arrivare ai piani alti dell’edificio, costituiti dalle altre pietre vive (gli altri credenti), che sono state collegate sulle pietre da fondamenta. Simone ebbe il nome nuovo di Pietro da Gesù, perché confessando il Figlio dell’uomo, come il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, egli divenne una “pietra viva”, quasi pronta per essere collocata alla base dell’edificio ed allineata alla pietra angolare da fondamenta (Cristo Gesù). Pietro diviene così una pietra pronta per essere cementata, ma bisognerà aspettare che sia completamente vivificata a Pentecoste.

Le pietre da fondamenta (Pietro e gli altri apostoli) si collocarono e furono allineati secondo l’allineamento predestinato dal posizionamento della pietra angolare da fondamenta. Pietro, credendo fermamente nella figura di Gesù come Messia e Figlio di Dio, è quasi pronto per essere collocato e allineato alla pietra angolare maestra (la testimonianza di Gesù).

Ciò avverrà a Pentecoste. Così Pietro diviene una “pietra” già pronta che sarà vivificata a Pentecoste. Prima dell’ascensione, Gesù gli dice di pascere i suoi agnelli, le sue pecorelle, non nel senso che sarebbe dovuto diventare il Capo infallibile della Chiesa, ma nel senso che, semplicemente, egli, con la sua esperienza del rinnegamento, dell’angoscia provata e della lezione fondamentale che aveva imparato nella vita di un cristiano, quando sarebbe stato vivificato a Pentecoste, avrebbe dovuto avere la forza di rincuorare gli altri, (quelli deboli e immaturi nella fede), che presi dalla debolezza e dall’insicurezza, sopraggiunte alla partenza di Gesù verso il cielo, si sarebbero trovati in una situazione, in qualche modo, paragonabile a quella vissuta settimane prima da Pietro. Egli avrebbe dovuto avere la fortezza di spirito per predicare con forza la Parola di Dio a Pentecoste. Pietro aveva sempre avuto un carattere predominante e tanto più, in quel tempo, doveva, ripieno di Spirito Santo, sopportare una fatica maggiore nella predicazione, finché anche gli altri, più gradatamente, l’avrebbero successivamente seguito con la stessa potenza di Spirito e di certezza di fede.

I teologi cattolici vedono il conferimento a Pietro dell’autorità di Capo Supremo della Chiesa in questi versi di Giov. 21:15-19; chiedo ai teologi cattolici: come mai Pietro invece di gioire ed esultare a questo vostro supposto conferimento da parte di Gesù, si sentì invece rattristato ed angosciato? Il triplice rinnegamento aveva temporaneamente escluso Pietro dalla missione di apostolo, ma con la triplice risposta d’amore nei confronti di Gesù, Cristo stesso riammette Pietro nella sua missione; egli capisce che si tratta di ciò e se ne rattrista, perché percepisce maggiormente quanto grave sia stato il suo rinnegamento, per aver avuto bisogno di tutto questo da parte di Gesù. Con il “pasci i miei agnelli, le mie pecorelle” Gesù non gli vuol dire altro che con la sua forza innata di carattere predominante, egli avrebbe dovuto sopperire alla temporanea debolezza e insicurezza di alcuni discepoli più deboli nella fede causata dalla definitiva partenza di Gesù al cielo. Nulla di tutto quello che la Chiesa Romana sostiene, iniquamente, di vedere, in questi versi, c’è veramente, se non l’onore e la forza spirituale che Pietro avrebbe dovuto avere inizialmente nella predicazione agli inizi della Chiesa nascente ad un popolo acerbo alla verità e alla genuina dottrina di Cristo.

 

Argomentazione specifica riguardo al passo di Matteo:

Alla domanda di Gesù: “chi dice la gente che io sia?” gli apostoli risposero che il popolo pensava a Lui come ad un profeta di Dio.

Quando Gesù ripiegò la stessa domanda su i suoi apostoli, Simone (Pietro) con il suo fervore per Gesù e il suo carattere predominante, si fece avanti e rispose a nome di tutti: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente”. Ripieno di certezza di fede, riguardo alla messianicità di Gesù e alla sua figliolanza con Dio, (certezza che proveniva dall’azione potente, suscitata in quel momento dalla Spirito del Padre Celeste), Simone affermò che quel Gesù, che tanto amava e seguiva, era il Cristo aspettato e profetizzato dai profeti, era il Figlio di Dio. Affermazione difficile da conciliare con la personalità di Simone, in quanto lui era di carattere impetuoso, emotivo e di temperamento forte. Come poteva aspettarsi che il Cristo, che tutti aspettavano come Colui che avrebbe, con la forza, liberati i giudei dall’oppressione dei romani e reso Israele glorioso, fosse quel Gesù che egli aveva davanti e che era alieno da tali idee in quanto era un pacifista? Come poteva esserci tale certezza in Pietro, se non per rivelazione e potenza divina?

A ciò Gesù replica: “Tu sei beato Simone, figlio di Giona, perché ciò, che hai appena confessato con decisione, attesta che lo Spirito del Padre mio Celeste è sceso per un momento su di te, rivelandoti con certezza la mia natura e realtà messianica”.

“Il tuo fervore per me, per la mia natura umana, ti ha permesso di conoscerne anche quella divina; per questo sei beato, ciò che tu hai detto, con tale decisione e certezza di convinzione, non viene dalla tua carne, ma dal Padre mio Celeste”.

“Con questo ho anch’io qualcosa da dirti: il Padre mio ti ha rivelato chi sono io ed io ti rivelerò chi e cosa sarai tu. Quando ti scelsi ti annunciai che in futuro saresti stato chiamato Cefa (Giov. 1:42), ebbene oggi ti dico: tu sei pietra è su questa pietra (“tu sei Cefa e su questa Cefa [in aramaico]”, “tu sei Petros e su questa petra [in greco]”), quando il momento verrà (a Pentecoste) edificherò la mia Chiesa. Questa pietra, quale tu sei, ma anche altre pietre (gli altri apostoli) serviranno da fondamenta, una volta per sempre, alla base del mio edificio. Voi sarete allineati, secondo ordine divino, da me pietra angolare da fondamenta. Su queste pietre da fondamenta cementerò altre pietre vive e ne farò il mio edificio, la mia Chiesa. Io costruirò, io edificherò e ne sarò anche l’architetto”.

“La testimonianza terrena del Figlio dell’uomo, fino alla sua ascensione al cielo, rappresentata completamente dalla pietra angolare maestra da fondamenta, servirà all’allineamento di voi, pietre da fondamenta; da essa voi dipenderete in modo esclusivo. Ciò avverrà per opera dello Spirito Santo. Altre pietre vive (non da fondamenta) si collocheranno sulle pietre da fondamenta (gli apostoli e Gesù, pietra angolare); saranno cementate pietre su pietre, sempre per opera dello Spirito Santo, e ciò avverrà fino al mio ritorno. Questo edificio crescerà come un edificio, di cui non se ne riesce a vedere la cima. La testimonianza resa dal Figlio dell’uomo (pietra angolare), tramandata da voi pietre da fondamenta, sarà sigillata per sempre nella verità, per questo gli attacchi mortali del peccato, la morte stessa, la potenza di Satana, e le bufere secolari perverse non riusciranno a demolire il mio edificio (la Chiesa), non riusciranno mai ad interrompere l’edificazione dell’edificio perché l’allineamento con la pietra angolare maestra (Gesù), alla quale sarete voi destinati, renderà la base e, quindi, l’edificio intero saldo e forte per sempre”.

“Tu avrai l’onore di essere storicamente, in ordine di tempo, la prima pietra viva posta come fondamenta nel mio edificio. Come Abramo fu chiamato da Dio Abraamo, perché sarebbe stato padre di una moltitudine per via della sua alleanza con il Divino, e Giacobbe ebbe tramutato il suo nome (da Dio) in Israele, perché sarebbe stato il capostipite del popolo di Dio, tu, Simone vieni oggi chiamato da me, pietra (Cefa), in quanto avrai l’onore di essere la prima pietra viva (da fondamenta) in ordine di tempo, del nuovo patto, della nuova alleanza, del mio edificio; avrai l’onore di essere l’uomo che sarà l’iniziatore umano della mia Chiesa, con potenza di Spirito Santo e di predicazione (a Pentecoste)”.

“Per poter dare inizio a ciò, quando il tempo verrà (a Pentecoste e anche per un certo tempo dopo) ti darò, le chiavi del regno dei cieli. Come Mosè ebbe le sue chiavi, nell’antico patto, nella forma di leggi e comandamenti che legò al popolo d’Israele, affinché questi avesse grazia dall’Onnipotente, e sciolse le tradizioni idolatriche assimilate in Egitto, tu avrai le chiavi del regno dei cieli, della Chiesa, poiché proclamerai, una volta per sempre, i nuovi ordinamenti, per mezzo dei quali poter entrare nella nuova alleanza, nella Chiesa. Tu legherai talune cose e ne scioglierai delle altre. Tutto quello che lo Spirito Santo ti susciterà e comanderà di fare, riguardo ai giudei e ai pagani, sarà legge perenne. (Leggere Atti 2:14-41 riguardo alla Pentecoste e Atti 10:1-18; c.15:7-11 riguardo alla storia di Cornelio e alla sua famiglia e alla predicazione a loro rivolta da Pietro, che diede inizio all’entrata dei pagani nella Chiesa). Tu proclamerai, per primo, con potenza (a Pentecoste) gli ordinamenti di Dio, aprirai, ufficialmente, con la tua predicazione, la porta del regno dei cieli ai giudei, e in seguito anche ai pagani”.

“Tutto quello che legherai in terra, sarà legato nei cieli, e tutto quello che scioglierai in terra, sarà sciolto nei cieli; tu onorando la testimonianza ricevuta da me, legherai nella mia Chiesa, per mezzo delle chiavi che io ti darò, il battesimo dietro conversione e ravvedimento per la remissione dei peccati, sia ai giudei che ai pagani, e scioglierai la circoncisione della carne riguardo ai giudei e proclamerai a tutti la circoncisione del cuore. Tutto questo sarà legge perenne. Tu darai l’inizio, ma l’opera di predicazione e di evangelizzazione la farete voi, tutti, per mezzo dello Spirito Santo”.

“Queste chiavi saranno usate, per legare e sciogliere, una volta per sempre, da te, per mezzo dello Spirito Santo, talune cose. Come Mosè diede, una volta per sempre, le leggi (il decalogo), tu, così, darai, una volta per tutte, gli ordinamenti necessari per mezzo dei quali poter entrare nel regno dei cieli, la Chiesa. Queste chiavi non sono un qualcosa che si può o si deve trasmettere a qualcun’altro, perché esse sono date a te solo e per adempiere un compito temporaneo. Io (Gesù) sono la porta del cielo ed io solo ho la chiave del Paradiso, la vita eterna. Io ho autorità su tutta la creazione; le chiavi, che do a te, sono di tutt’altro genere, queste servono a proclamare con potenza e con diritto gli ordinamenti necessari per poter entrare nella Chiesa, e di conseguenza, dalla porta del cielo ed avere la vita eterna. Questa porta del cielo, con la mia resurrezione e ascensione, sarà sempre spalancata, aperta, una volta per tutte, e nessuno potrà mai chiuderla, perché io solo ne ho la chiave”.

(I farisei e gli scribi avevano perso la facoltà [ovvero, la chiave della scienza] di interpretare correttamente e giustamente le leggi e i comandamenti mosaici, perché erano ripieni di tradizioni umane perverse e d’ipocrisia. Come allora, anche oggi molti hanno perso, da tempo, la facoltà [ovvero, la chiave della scienza] di interpretare le verità del messaggio dell’evangelo, perché pieni di tradizioni, orgoglio, ipocrisia e malizia). Le chiavi del regno dei cieli le ha usate Pietro, una volta per sempre, elencando cosa era necessario per entrare nella Chiesa di Gesù, proclamando anche la salvezza ai pagani per ordine divino (Atti 10:10-17) e, infine, sciogliendo la circoncisione della carne, tanto cara ai giudei di quel tempo. Nessuno, oggi, può dire di avere le chiavi del regno dei cieli, altrimenti ciò vorrebbe dire che qualcuno potrebbe “legare o sciogliere” taluni cose, riguardo al regno dei cieli (la Chiesa) e addirittura “sciogliere” ciò che prima Pietro ha “legato” o “legare” ciò che prima Pietro ha “sciolto”. Ciò sarebbe assurdo.

Riguardo alla legge dell’antico patto, nessuno poté togliere o aggiungere nulla a quanto detto e rivelato da Dio a Mosè e attraverso di lui al popolo, perché solo egli ebbe l’onore di avere le chiavi del Patto (dell’antico Patto) nella forma di comandamenti e leggi divine. Inoltre, non vi era nessuna necessità che qualcun’altro avesse l’onore che ebbe Mosè, perché non vi era alcunché d’aggiungere o da cambiare alla legge divina, e questo vale anche nei riguardi di Pietro e delle chiavi del regno dei cieli. Nessun’altro poteva e poté cambiare o aggiungere qualcosa. Oggi noi abbiamo le chiavi della scienza, ovvero le chiavi dell’evangelo o della verità, che possono aiutare gli altri a riconoscere la giusta via per entrare nella Chiesa di Cristo e, in seguito, nella porta spalancata del cielo per vivere in eterno. Nessuno può aggiungere o togliere nulla, in quanto le chiavi del regno dei cieli furono affidate solo a Pietro e solo per breve tempo.

“Ma ora non è arrivato ancora quel momento, per cui non dite a nessuno ciò che è stato rivelato a mio riguardo, perché finché il Figlio dell’uomo non sarà stato crocifisso, risorto e asceso al cielo, ciò non sarà pienamente comprensibile a voi, e soprattutto agli ebrei e al mondo intero; essi vedrebbero nel Cristo una missione estranea a quella voluta dal Padre mio”.

“Ciò però sarà possibile quando la mia testimonianza sarà compiuta; lo Spirito Santo scenderà su di voi, sarà con voi e in voi; vi aprirà le menti e comprenderete la pienezza della mia Deità e dell’opera mia”.

 

MA PIETRO FU A ROMA?

Oggi nessuno studioso cattolico “serio” asserisce più che Pietro sia rimasto a Roma per venticinque anni; ciò contrasterebbe sia con la cacciata degli ebrei da Roma, al tempo di Claudio, sia con la presenza di Pietro a Gerusalemme, durante il convegno apostolico (nell’anno 50 d.C. circa). La tradizione leggendaria e l’ipotesi della sua lunga permanenza a Roma è contraddetta da alcuni dati biblici indiscutibili. La verità è che la tradizione della lunga permanenza di Pietro, a Roma, è derivata da fantasticherie leggendarie innumerevoli. Ma vediamone i punti a sfavore di tale tesi cattolica, attraverso i passi biblici.

Nel 42 d.C. circa, Pietro lascia Gerusalemme per recarsi ad Antiochia, dove Paolo lo trova poco dopo (Galati 2:11).

Nel 50 d.C. circa, v’è la riunione degli apostoli e anziani a Gerusalemme e in essa Pietro non parla affatto di un suo lavoro svolto tra i gentili (i pagani), ma s’accontenta di riferire il fatto del battesimo di Cornelio. Sono Barnaba e Paolo che parlano, invece, della loro missione tra i gentili (Atti 15:1-12).

Nel 57-58 d.C. circa, quando scrive ai romani, Paolo, pur affermando di non voler lavorare in campo altrui, non dice affatto che la chiesa di Roma era stata evangelizzata da Pietro, come sarebbe stato logico.

Nel 63/64 d.C. circa, scrivendo le sue lettere dalla prigionia, Paolo mai allude alla presenza di Pietro. Inoltre, gli ebrei desiderano sapere qualcosa di questa nuova “via”, che è tanto avversata, come se nulla sapessero, il che sarebbe stato assurdo, qualora Pietro fosse stato a Roma. Infatti, Pietro, in quanto apostolo dei giudei (Galati 2:9), come minimo (se fosse stato già a Roma), avrebbe evangelizzato prima la comunità ebraica romana (o almeno avrebbe dovuto farlo in più di venti anni di permanenza), e solo in seguito magari avrebbe potuto predicare ai pagani in formula piena; ma siamo già nel 60-61d.C. circa, e la comunità ebraica quasi nulla sapeva della nuova “via”, se non che trovava opposizione dappertutto: Atti 28:17,20-29. In conclusione, Pietro non può essere risieduto a Roma prima della carcerazione (a Roma) di Paolo, la quale avvenne nel 60-61d.C. circa. È da notare come sono proprio i notabili fra i giudei, con i quali Paolo colloquia, che non sanno quasi niente riguardo la nuova “via” (Atti 28:17,21-22), e questo sarebbe davvero strano, qualora Pietro fosse stato a Roma prima, e oltretutto, per più di venti anni.

Nel 64 d.C. circa, v’è la persecuzione di Nerone con la probabile morte di Pietro. Si può, quindi, concludere che Pietro non fu affatto il fondatore della chiesa di Roma (questa chiesa, al contrario del pensiero di molti teologi cattolici, era già esistente quando Paolo vi pervenne [Romani 15:22-24; ecc.] e probabilmente sorse ad opera di avventizi romani [Atti 2:10] convertitisi il giorno di Pentecoste o in seguito) e che se vi andò, come oggi appare quasi certo, vi giunse solo pochi mesi prima di subire il martirio o addirittura solo ed esclusivamente per questo.

Nell’epistola ai romani c.16:1-16, scritta da Paolo, da Corinto, nell’anno 57-58 d.C. circa, egli rivolge i saluti a ventisei componenti della comunità cristiana romana, ma “stranamente” non figura il nome di Pietro, e questo è, in modo molto determinante, a svantaggio della tesi della Chiesa Cattolica, visto che era oltremodo impossibile che Paolo elencasse i nomi di cristiani meno conosciuti e meno “importanti”, senza elencare e dimenticando quello assai ben più conosciuto e “importante” di Pietro, per non parlare poi, se questi fosse stato, come dicono i teologi cattolici, il Papa, il Capo della Chiesa.

Anche da questo passo si capisce bene, come Pietro non fosse a Roma in quel periodo.

Dopo aver preso una casa in affitto a Roma per due anni (Atti 28:30), verso l’anno 63 d.C. Paolo scrisse una lettera ai colossesi. Questa lettera termina con i soliti saluti dei fratelli della chiesa di Roma, e dei compagni di prigionia, ma nessuna notizia di Pietro.

Alla fine della breve lettera a Filemone, (scritta a Roma e diretta a Filemone), Paolo invia i soliti saluti dei componenti della comunità cristiana romana (c.1:23-24), ma nessuna menzione si fa di Pietro.

La tradizione cattolica dice che Pietro fu martirizzato nell’anno 67 d.C., quando fu ucciso Paolo, il quale scrisse da Roma, circa in quel periodo, la sua seconda lettera a Timoteo.

Al termine di questa lettera, Paolo riferisce: “Quanto a me io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto” c.4:6; “Solo Luca è con me...” v.11; “Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato..” v.16.

Nessuna notizia di Pietro. Come poteva non nominarlo, se egli fosse stato a Roma?

Un altro argomento lo si vuol trovare nel saluto di Pietro, alla fine della sua prima epistola: “La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta” 1 Pietro 5:13.

Babilonia, che è qui il nome di un luogo, i teologi cattolici la presentano invece come un nome simbolico di Roma, assai amato nell’apocalittica sia giudaica che cristiana. È tuttavia necessario comprendere che tale simbolismo se è naturale nella letteratura apocalittica, volutamente misteriosa, non lo è affatto in una lettera che non contiene alcuna allusione diretta a Roma. In questo caso mi sembra più normale intendere Babilonia nel suo ovvio senso geografico e ricercarla in Egitto o nella Mesopotamia. Infatti, dal tempo della deportazione dei giudei in Babilonia, vi erano rimasti fino a quel tempo ancora molti giudei in quelle terre, e Pietro, essendo l’apostolo dei circoncisi, trova tempo di predicare agli ebrei residenti ancora nei territori di Babilonia.

Anche per quanto riguarda il passo di Atti 12:17: “.....Quindi uscì e se ne andò in un altro luogo”, è inutile asserire, come fanno molti teologi cattolici, che questo luogo, in cui Pietro andò, stia ad indicare la città di Roma, il cui nome sarebbe stato nascosto per non danneggiare Pietro. Che ragione c’era di tacere tale nome in un libro scritto molti anni dopo, probabilmente quando Pietro era già morto?

L’assenza del luogo, invece, indica solo che da quel momento Pietro iniziò la sua attività di apostolo itinerante (viaggiatore), in mezzo ai giudei, anziché rimanere stabilmente fisso a Gerusalemme, come era avvenuto per gli anni precedenti.

In conclusione, ritengo di poter affermare che Pietro possa essere stato a Roma, ma non a fondarne la chiesa, in quanto, perfino, quando vi va Paolo essa è già esistente (senza rielencare tutti gli altri suddetti motivi). Per svariati motivi credo comunque che Pietro vi sia andato, solo però, alcuni mesi prima di essere martirizzato o addirittura esclusivamente per questo.

Molte leggende fantasiose lo sono, sì, nei contenuti e nelle forme, ma è anche vero che una leggenda non nasce senza alcun motivo. È probabile, invece, anzi è quasi certo, che la breve permanenza di Pietro a Roma, mesi prima di essere martirizzato, abbia dato luogo, nei secoli, alle più svariate leggende, con le più fantasiose forme e contenuti, dalle quali la Chiesa Cattolica, assai spesso, prende le giustificazioni per le sue teorie riguardo alla persona di Pietro. La verità è invece che da parte della Chiesa Romana si vogliono trovare giustificazioni manipolatrici per quanto riguarda la propria supposta superiorità sulle altre Chiese, con la presunta permanenza prolungata di Pietro a Roma, per venticinque anni che come abbiamo visto, invece, risulta impossibile dai passi biblici prima citati.

Quando Paolo scrisse da Roma la sua seconda lettera a Timoteo, al termine di questa al capitolo 4:6-22 scrive: “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza (dipartita) è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione. Cerca di venir presto da me, perché Dema, avendo amato questo mondo, mi ha lasciato e se n’è andato a Tessalonica. Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me....Tichico l’ho mandato a Efeso. ...Erasto è rimasto a Corinto; Trofimo l’ho lasciato ammalato a Mileto. Cerca di venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino, Claudia e tutti i fratelli...”. Di Pietro nessuna notizia, come poteva non nominarlo? Lo stesso discorso vale per Romani 16:1-16.

L’apostolo Pietro non ha scritto nessuna epistola (almeno fra quelle che ci sono pervenute e che sono ritenute ispirate) né alla chiesa di Roma, né da Roma.

Anche in questo punto si tratta di una opportuna trovata ecclesiastica cattolica.

La Sacra Bibbia non sa nulla di una “Cattedra di Pietro”, nemmeno di un “Vicario di Cristo”, o di un “Capo Pontefice”.

Tutto ciò è tradizione umana pagana secolare che non ha nessun fondamento scritturale.

Secondo l’epistola di Paolo ai Galati (c.2:7-9), Pietro (Cefa), Giovanni e Giacomo, con Paolo e Barnaba, fecero un accordo tramite stretta di mano, secondo cui Paolo e Barnaba avrebbero operato tra i gentili (tra i pagani; e i romani erano appunti pagani), e Pietro, Giacomo e Giovanni tra i giudei (i circoncisi).

Pietro non poté stare a Roma per venticinque anni e nemmeno per un supposto lungo periodo, e né tanto meno può essere stato lui ad avere fondato la chiesa a Roma.

Egli era stato designato come apostolo per i circoncisi (i giudei, gli ebrei): Galati 2:7-9.

Egli svolse il suo ministero dedicandosi per la maggior parte del suo tempo e dei suoi anni ai circoncisi (ebrei) e non ai pagani.

Pietro non poté stare tutto quel tempo tra i pagani romani, perché il suo ministero richiedeva diversamente, né poté tanto meno fondare la chiesa a Roma.

 

Fine

Il nome “Papa” era anticamente attribuito ai vescovi e patriarchi che avevano un incarico di una certa responsabilità, fu poi da un decreto di Gregorio VII (1073), riservato solo al Vescovo di Roma, Capo supremo della Chiesa Cattolica.

I Concili e i Papi si sono spesso contraddetti tra loro; la semplice numerazione delle contraddizioni, intorno a quanto concerne il culto, i sacramenti, la legge, ecc., riempirebbe interi volumi, questo a prova della loro non infallibilità e, per dirla tutta, della loro non ispirazione divina.

Pietro, rivelando Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, contrariò anche quanto si pensava riguardo alla Persona del Messia, che si credeva sarebbe stato solamente il “figlio” di Davide, ovvero un semplice uomo discendente da Davide. Gesù discendeva nella carne da Davide, ma nella divinità dal Padre Onnipotente. Questa idea del Messia, come semplice “figlio” di Davide, derivava da una interpretazione limitata delle Sacre Scritture riguardo alla Persona di Gesù Messia.

Nessun testo biblico dice che gli apostoli dovevano avere dei successori e tanto meno Pietro. La loro persona è unica ed intrasmissibile, perché essa dipende principalmente dal fatto che essi furono i testimoni oculari del ministero di Gesù, e questo per definizione non può essere trasmesso. Notare anche come, per rimpiazzare il posto dell’apostolo Giuda Iscariota, si scelse premurosamente fra coloro che erano stati testimoni dell’intero ministero di Gesù, dal battesimo di Giovanni il Battista all’ascensione di Gesù al cielo: Atti 1:21-22. Non si scelse un semplice credente. Tutto ciò, per ovvi motivi, non può essere trasmissibile. Anche se alcuni ebbero il nome di apostoli, e ancora oggi è lecito che sia così, lo furono e lo sono (come avviene nelle Chiese evangeliche) non come successori dei dodici, ma come uomini il cui ministero è di messaggeri, di ambasciatori potenti della Parola di Dio; ministero che indica spesso una vita itinerante; queste persone li si riconosce per la potenza e l’effetto della loro evangelizzazione e la dottrina di Cristo che è in loro.

Volendo pure supporre per un momento che Gesù abbia realmente voluto dare un Primato a Pietro, che c’entrano gli altri individui di epoca in epoca? È scritto forse da qualche parte nella Scrittura che egli avrebbe dovuto avere dei successori? Non risulta fin troppo chiaro che il discorso avvenne fra la Persona di Gesù e la persona di Pietro per disegno e volontà di Dio e per la fede e le parole dall’apostolo professate? Che c’entrano i suoi successori che non rientrano, in alcun modo, nel contesto della narrazione di Matteo?

Si noti come al Concilio di Gerusalemme (Atti 15:13-19), chi presiede è Giacomo e non Pietro, e ciò sarebbe strano se questi fosse stato il Capo della Chiesa.

In Galati 2:9 si noti come il nome di Pietro, nell’elencazione che viene fatta, è al secondo posto e su di un piano d’uguaglianza.

In Matt. 16:18 è forse scritto: “tu sei Pietro e sarai Capo della mia chiesa”? Non è forse scritto solamente: “..tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa”? Questo verso ha forse il significato espresso dalla prima frase? Cioè, è scritto, forse, che Pietro sarebbe stato il Capo della Chiesa di Cristo? No, di certo! In Matt. 16:18 è scritto, forse, che Pietro doveva essere il Capo della Chiesa di Gesù, della quale solo il Cristo ne il è Capo? Seppure fosse scritto così (e ciò non è vero), non sarebbero state parole rivolte solo a Pietro apostolo? Gesù rivolse queste parole anche agli immaginari successori di Pietro? Gesù parlò di successori di Pietro in questo passo? Parlò forse di un Primato di Pietro?

Chi ha poi detto e dov’è scritto che debbano esserci dei successori di Pietro?

Abraamo ebbe forse dei successori (egli fu designato come “padre di una moltitudine”: Genesi 17:4-5)? No, di certo!

Li ebbe forse Giacobbe capostipite delle dodici tribù di Israele? No, di certo!

Innanzi tutto, Pietro non fu designato da Gesù come Capo della Chiesa; Cristo disse semplicemente: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa...”, quindi, “la mia chiesa” è di Cristo Gesù e di nessun’altro.

Gesù voleva dire: “tu come una pietra servirai alla costruzione della base del mio edificio”.

La “pietra”, Pietro, si trova alla base dell’edificio (Chiesa), come pietra da fondamenta; disporre dei successori di Pietro, e per di più come Capi della Chiesa intera, sarebbe come voler far cascare l’edificio intero a terra ed erigerne uno nuovo (ogni volta che viene eletto un successore di Pietro), e porre nuovamente le pietre da fondamenta, tra cui la pietra da fondamenta, Pietro. Ciò non è ammissibile. Del resto, poi, non solo Gesù non designò Pietro come Capo della Chiesa in terra, ma non ordinò neanche dei successori degli apostoli, e Pietro stesso non fu mai Capo nel suo ministero e tanto meno mai lo richiese.

Tempo dopo le parole di Gesù del passo di Matt. 16:18, i discepoli disputarono per sapere chi tra loro fosse il maggiore, il primo (Matt. 18:1-4; Matt. 20:20-27; Luca 22:24-27; Marco 9:34-35), questo ci fa capire come i discepoli non avevano per niente inteso, dalle parole di Gesù dette a Pietro, che questi fosse stato designato come Capo. Gesù a tali discorsi, se Pietro fosse stato designato da Lui come Capo, poteva ben rispondere positivamente nei riguardi di Pietro, dichiarando che egli era il maggiore di loro, ma invece non rispose mai che il primo o il maggiore fosse Pietro, ma ben altro.

Pietro non è mai stato Capo della Chiesa, non è la “roccia” della Chiesa. L’unica “roccia” è Dio, è Cristo Gesù: 2 Samuele 22:2-4; c.22:32; c.22:47; Salmo 18:2,31,46; c.19:14; c.28:1; c.31:3, c.62:2,5-8; c.94:22; Isaia 26:4; c.44:8.

I credenti circoncisi, in Atti 11:2-3,17-18, contestarono Pietro, ed egli fu tenuto a giustificarsi davanti a loro. Ciò non si concilia bene nei confronti di una persona ritenuta infallibile e Capo Supremo della Chiesa sulla terra. Nel libro degli Atti è detto che Paolo e Barnaba “salirono a Gerusalemme dagli apostoli e anziani” per trattare la questione di Atti 15:2-4, non viene detto però che essi dovevano andare da Pietro Capo, come era logico che si facesse.

Matt.23:8-12; non si deve chiamare nessuno “Padre” in senso spirituale (“Santo Padre”, “Papa”, “Pontefice”, “Sua Santità”, ecc.).

Potete provare voi, teologi cattolici, che Pietro fosse il primo Papa? C’è un solo passo che lo dichiari o che possa confermarlo?

Potete provare che egli abbia esercitato l’ufficio di Papa in Roma per venticinque anni? Che egli fosse “ il Principe degli apostoli”, il Capo visibile della Chiesa di Cristo?

Che egli avesse ricevuto dal Signore “la Suprema Pontificia Potestà”, cioè il Primato di giurisdizione su tutta la Chiesa Cristiana? Leggere: Matt. 20:25-28.

Che tali ipotetici poteri di Pietro fossero poi stati trasmessi, subito dopo la sua morte, a vescovi di Roma, fino al giorno d’oggi?

Che Pietro abbia mai chiesto o accettato onori (Atti 10:25-26) dagli uomini o addirittura doni (Atti 3:6; c.8:20) per accumularsi un tesoro d’argento, di oro e quant’altro, da chiamarsi “Tesoro di San Pietro”?

Che Pietro abbia mai accettato onori mondani, come l’essere portato sulle spalle di uomini sulla “sedia gestatoria”, il bacio del piede, ed altri onori dai pagani d’allora? Leggere: Atti 10:25-26.

Pietro non fu mai Papa. Non fu neanche cattolico romano, perché ai suoi tempi non esisteva il cattolicesimo romano. Egli era stato un pescatore ed era sposato, non fu mai Capo della Chiesa di Cristo, mai pretese tale carica che, inoltre, non esisteva, e mai fu riconosciuto come Capo dagli altri apostoli.

Potete provare voi, teologi cattolici, che il Papa sia effettivamente Vice regnante di Dio sulla terra e Vicario di Gesù Cristo? Molti di questi “Vicari” nei secoli hanno ordinato la partenza di eserciti crociati per uccidere, roghi, Inquisizione, torture, esecuzioni, proibizioni, pene di morte, ecc..

Potete provare che il Papa possa promettere indulgenze speciali e la remissione dei peccati durante l’anno Santo ogni venticinque anni a coloro che vanno a Roma a visitarlo?

Che il Papa debba avere un regno temporale, essendo “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”, con soldati (guardie svizzere) e guardie del corpo armate?

Che il Papa possa canonizzare delle persone, cioè dichiarare “santi” certuni per farli venerare e invocare? (I santi sono tutti i credenti rigenerati, i convertiti al Signore, che fanno la volontà di Dio: 2Corinzi 1:1; Filippesi 1:1; Colossesi 1:2).

Che il Papa debba essere chiamato con titoli come “Santo Padre”, “Pontefice Massimo”, “Sua Santità”, ecc.? Leggere: Matt. 23:5-12; Giovanni 17:11.

Che il Papa quando parla ex-cattedra sia infallibile?

Che la parola “Papa”, “Pontefice Massimo”, o qualcosa di simile, riferita a Pietro ci sia nella Sacra Scrittura?

Ai colossesi Paolo (1:17-18) dice: “Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato”. La Chiesa di Dio non ha due Capi, di cui uno in cielo e l’altro sulla terra, o uno invisibile e l’altro visibile, ma uno solo, Gesù Cristo. Egli è in cielo alla destra di Dio Padre, e mediante la fede della Chiesa, sua sposa, e per mezzo del Consolatore (lo Spirito Santo), nel cuore di tutti coloro che lo hanno ricevuto come proprio personale Signore e Salvatore. Egli, attraverso lo Spirito Santo, si rende presente ovunque vi siano dei credenti che lo invocano: Matt. 18:20. Mediante lo Spirito Santo Egli governa direttamente.

Efesini 5:23-24: “il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa”. Quindi, come il capo della moglie è uno solo e cioè il marito, così il Capo della Chiesa (che è la moglie di Cristo) è uno solo e cioè Cristo, il suo sposo, e nessun’altro. Come una donna sposata con il suo proprio marito non può avere contemporaneamente un secondo uomo come marito (“come capo”), così la Chiesa di Cristo non può avere all’infuori di Lui un’altro, a cui debba essere sottomessa specialmente ad un “uomo” (Papa).

Nelle parole: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” c’è forse scritto (o vogliono forse dire) che Pietro dovesse essere il Capo della Chiesa di Cristo?

Come Giacobbe fu il capostipite delle dodici tribù d’Israele (suoi figli), Pietro fu la prima pietra viva da fondamenta dell’edificio (Chiesa) di Cristo.

Matteo, al capitolo 16:18 del suo vangelo, scrive in greco quanto Gesù disse in aramaico; Simone fu chiamato da Gesù “Cefa” (nome aramaico che significa “pietra”, “grosso masso”). Gesù probabilmente disse: “tu sei Cefa e su questa Cefa...”. Matteo riporta la traduzione del nome aramaico “Cefa”, in greco, che in questa lingua prende il nome maschile “Petros”(nella prima parte del detto di Gesù) e il femminile “petra” (nella seconda parte), termini greci questi, che significano entrambi: “pietra”, “grosso masso”, e per concentrare l’attenzione sulla pietra “Petros” scrive proprio: “e su questa pietra”, cioè sulla pietra “Petros” (al maschile), altrimenti avrebbe dovuto scrivere: “e su quella pietra”, se avesse voluto identificare, con il secondo termine “pietra” (“petra”), la confessione di Pietro (ovvero la Persona di Gesù). Invece dice: “tu sei Petros (“pietra” in una forma maschile) e su questa petra (“pietra” in una forma al femminile)”, cioè sulla “pietra” che figurava Pietro (ma non solo lui; in seguito lo sarebbero stati anche gli altri apostoli testimoni di Gesù, del suo ministero, della sua crocifissione, resurrezione e ascensione al cielo), Egli avrebbe edificato la sua Chiesa. Infatti, fu per l’opera missionaria degli apostoli, testimoni di Gesù, che ebbe inizio, dopo la Pentecoste, la Chiesa che si sparse per il mondo intero. Gli apostoli, “fondamenta”, chiarirono una volta per tutte (anche attraverso i loro scritti sacri) le verità e le dottrine di Cristo.

 

 

 

RIFLESSIONI SU ABOMINEVOLI STORIE DEL PAPATO

Nella storia del Papato ci sono fatti e avvenimenti, direttamente legati alla persona del Papa, scandalosi e raccapriccianti; ci sono stati Papi omosessuali, bisessuali, storie di assassini, storie di sodomie, di sesso sfrenato, di orge, ecc., che hanno spesso accompagnato la storia del Papato, ma ancora più spesso la storia del clero. Questi sono davvero stati Vicari di Cristo in terra? Ci sono stati Papi eletti all’età di diciassette anni, perfino all’età di quindici anni. Papa Giovanni XII all’età di diciassette anni e Papa Benedetto IX all’età di quindici anni, e l’elenco potrebbe continuare. Questi due si comportarono in modo assai spaventosamente immorale. Ci sono stati cardinali eletti in tenera età; Leone X all’età di tredici anni (che poi divenne Papa), Alessandro Farnese all’età di quindici anni e Guido Ascanio Colonna all’età di sedici anni, entrambi, quest’ultimi due, nipoti di Papa Paolo III, ecc.. Vi furono numerosi Papi che ebbero figli, amanti, qualcuno vendette pure la sua carica papale ad un’altro per una somma di denaro. Ci sono anche le storie dell’elezione di due Papi in concomitanza e ognuno di questi era riconosciuto da una parte della Chiesa occidentale. Qual’era quello vero? E su che criterio si poteva riconoscere il Papa vero dall’antipapa? Gli storici cattolici ammettono e non negano tali evidenze nella storia generale del Papato, la cosa assurda è che i teologi romani sostengono che quantunque indegni e immorali a causa dei loro peccati, quei Papi, (che sono numerosissimi), sono pur sempre successori di Pietro. La cronaca scandalosa dei Papi è infinita, ci vorrebbero interi volumi per raccontarla abbastanza chiaramente e in modo ampio, ma questi pochissimi accenni per un buon cristiano basteranno per avere un’idea della non ispirazione divina riguardo al Papato e non solo. Naturalmente noi non ci basiamo in alcun modo su tali dati, per capire da quale parte sta la verità di Dio; noi usiamo esclusivamente la Bibbia per convincerci con certezza qual’è la volontà e la verità di Dio. Tali dati, tuttavia, servono per comprendere meglio, una volta compresa la verità, ciò che si è lasciato alle spalle, senza avere alcun minimo rimpianto. Molti di questi Papi immorali e scandalosamente malvagi sono gli stessi che hanno formulato dottrine e dogmi di fede importanti per la Chiesa Romana; inutile dire che aldilà di quanto dice la Sacra Scrittura, contraria a moltissime dottrine cattoliche, non vi è ombra di dubbio che se questi Papi hanno sbagliato la loro condotta morale in modo disastroso nella loro vita, lo stesso hanno potuto fare nel formulare dottrine e dogmi di fede, che poi sono diventati elementi importanti per la Chiesa Romana.

Vorrei chiedervi, cari lettori, per farvi entrare in merito a quanto si sta discutendo: se foste vissuti, ad esempio, qualche secolo addietro e un vostro caro amico o parente stretto fosse stato messo al rogo, vivo, a bruciare su della legna infuocata, perché trovato semplicemente in possesso di una Bibbia (nella lingua del popolo) o mentre la leggeva e la meditava, ecc., se il Papa di oggi ordinasse guerre e Crociate, assassini, (come si è fatto nella storia della Chiesa Romana per lunghissimi secoli), anziché promuovere la pace come fa il Papa odierno, voi lettori (parlo con quelli che sono cattolici) sareste scandalizzati o ancora orgogliosi di essere dei cattolici romani?

È stato facile chiedere, da parte del Papa Giovanni Paolo II, perdono per le colpe della Chiesa Romana, riguardo all’Inquisizione e alle Crociate, e quindi a degli errori evidenti e pratici; ma non si sarebbe dovuto pensare anche di dover chiedere perdono per gli errori spirituali riguardo alle dottrine e ai dogmi di fede? Se si è potuti sbagliare nelle opere, lo si è potuto fare anche nelle dottrine e nei dogmi, ma ammettere ciò sarebbe difficile per la Chiesa Romana e per qualsiasi Papa, inoltre ciò non è neanche necessario, perché tali errori non sono provabili in modo scandalosamente eclatante, visto poi che la tradizione secolare della Chiesa di “massa” post-primitiva sino a quella odierna è dalla parte cattolica (ma non quella apostolica e della Chiesa post-primitiva sino al IV sec.). La Sacra Scrittura contraddice in modo efficace e in pieno molte delle dottrine e dogmi cattolici, ma lo fa però in un modo tale da non attirare l’attenzione della “massa”. Quindi, non viene a presentarsi in un modo pienamente scandaloso l’obbligo del dover rivelare o quanto meno rivedere alcune o molte questioni dottrinali. L’Inquisizione, le Crociate e quant’altro sono, oggi, fatti di pubblico dominio, e, quindi, si esigeva una richiesta di perdono e un’ammissione pubblica di fatti e opere, in seno alla Chiesa Romana, avvenuti non secondo la volontà di Cristo.

Nell’epoca odierna siamo abituati a vedere nel Papa, della Chiesa Romana, equilibrio, presenza rassicurante, benevolenza e “Santità”. Ma non è sempre stato così nella storia della Chiesa Romana, anzi direi che raramente è stato così. Di epoca in epoca, le storie raccapriccianti e scandalose dei Papi si sono succedute. Il Papa e la Chiesa Cattolica gerarchica, nell’epoca odierna, nel mondo di oggi, pieno di cultura, sono costretti ad assumere un atteggiamento molto diverso, e direi anche finemente costruito. Pensate ai mass-media, alle tv locali, nazionali e internazionali, alle informazioni diffuse in tutto il mondo riguardo al Papa, e così via. In un mondo come quello di oggi, personaggi come il Papa (personaggio mondiale), e l’alto clero si ritrovano a dover affrontare continuamente l’attenzione su di loro del mondo intero, permessa dai mass-media e dall’enorme sviluppo tecnologico. Oggi si lavora molto anche sul come presentare e costruire alcune situazioni all’interno della Chiesa Romana per far più colpo agli occhi del mondo, che oggi, a differenza di qualche decennio fa, può seguire “in diretta” la situazione del Vaticano e del clero a livello internazionale. Non è stato però sempre così. Prima, un Papa, gli ecclesiastici di alto livello, e non solo, potevano fare molte cose cattive (di ogni genere) all’insaputa di molti; non c’era la tv, non c’erano i mass media (parlo soprattutto del Medioevo) e quant’altro, che potevano far risuonare le loro cupidigie al mondo intero.

Oggi simili metodi e fatti, da parte della Chiesa Romana, tuonerebbero nel mondo intero e ciò nuocerebbe irrevocabilmente e per sempre la Chiesa Romana. Bisognerebbe capire se tale Chiesa è cambiata di suo, riguardo ai metodi passati (Crociate, Inquisizioni, proibizioni, violazioni di leggere la Bibbia, torture, roghi, pena di morte), o è il mondo di oggi che ha imposto ad essa un cambiamento precoce e in apparenza “positivo”, più permissivo e liberale, o se dipende anche in parte dal fatto che essa non ha più il potere politico-militare di una volta. È altresì chiaro che tutto ciò è apparenza; il cuore della Chiesa Romana è rimasto e rimarrà lo stesso, sono cambiate solo le sue gesta e i suoi atteggiamenti, ma il suo cuore è sempre malvagio. C’è un detto che per certi versi non sbaglia e che suona così: “Il lupo perde il pelo ma non il vizio”.

La Chiesa Romana, dichiarandosi infallibile nelle verità dottrinali, nei dogmi di fede e nelle decisioni emanate, non può e non vuole (anche se il Papa Giovanni Paolo II chiese perdono) ritirare quanto è stato deciso nei vari Concili e dai vari Papi “infallibili” del passato. Essa è, a causa della sua cupidigia, incatenata ad un vortice satanico da cui mai si potrà liberare. Nella pratica non esistono più tali metodi, ma nella teoria le decisioni “infallibili” conciliari e papali, che hanno deciso tali metodi continuano ad essere parte della Chiesa Romana, della sua natura, della sua essenza e della sua storia e sempre lo saranno, perché essa, incatenata da Satana ad una pesantissima catena, è stata così stupida da buttare anche via l’unica chance che aveva di liberarsi, buttando via volontariamente la chiave, dichiarandosi al mondo intero infallibile; e quindi non può più nella teoria tornare indietro su suoi passi.

La Chiesa Romana crede di essere il corpo “fisico” di Gesù, ma non sa che sulla terra, finché il tempo non giungerà, (al ritorno di Cristo), esiste ed esisterà solo il corpo spirituale di Gesù, con a capo l’invisibile Cristo alla destra del Padre suo, che lo guida potentemente per mezzo dello Spirito Santo. La Chiesa di Cristo è universale, e comprende ogni credente rigenerato, sparso nel mondo, e non ha o porta con sé un’etichetta umana come: “Chiesa Cattolica Romana”, ma è spirituale. Finché si continuerà a credere che la Chiesa Romana sia il corpo “fisico” di Gesù, essa non rinnegherà mai la sua fasulla infallibilità che è cosa spaventosamente diabolica, antiscritturale e anticristiana.

Il libro della Catechesi cattolica è un insieme di dottrine e dogmi di fede per la maggior parte, sia nell’esposizione, sia nel fondamento, pieni di puerilità e di pensiero umano, antibiblico, anti-Dio.

Anche se finemente esposti, un buon credente però che sia conoscitore delle Sacre Scritture non troverà alcun problema nello smascherare l’ingegno malefico e malizioso usato nello scrivere e nell’esporre tali pensieri cattolici. Un buon conoscitore dei dogmi, delle dottrine, e delle decisioni papali e conciliari della storia cattolica romana, riconoscerà come in questo libro della Catechesi cattolica tali dottrine siano state rimodellate con astuzia e aggiustate per renderle più consone alla cultura del popolo dell’epoca odierna che male accetterebbe le dottrine e i dogmi di fede più crudi, più fantasiosi e impregnati di intolleranza e cattiveria, come furono esposti ed emanati da moltissimi Concili e Papi durante la nefanda storia della Chiesa Romana nella lunga e buia epoca del Medioevo e non solo. Complimenti per l’ingegno e l’astuzia che il vostro “padre” (il diavolo) non manca mai di trasmettervi, signori, “dottori” e teologi cattolici romani.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 7

Il Purgatorio

La Scrittura ispirata esclude in modo assoluto una via intermedia: il purgatorio.

Matt 25:46: “Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna”; Giov 5.29: “quelli che hanno operato bene, in resurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in resurrezione di giudizio”; Daniele 12:2: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e per una eterna infamia”.

Luca 16:19-31; questo passo parla del destino che ebbero, dopo la loro morte, un uomo ricco e un uomo povero di nome Lazzaro. Sempre nel passo sono descritti il soggiorno dei morti (degli ingiusti) e il seno di Abraamo (o soggiorno dei giusti), e non vi è nessuna traccia del purgatorio. Il seno di Abraamo è stato annullato con la morte, resurrezione e ascensione di Cristo. Alla sua morte Gesù discese nello Sceol, il quale comprendeva tutti e due i soggiorni, (vedere anche 1Samuele 28:11-15 dove Samuele il giusto, nella visione, viene presentato come uno, che “esce di sotto terra”; “che sale”; e ancora “Chi debbo farti salire?”; Fammi salire Samuele”; “Perché mi hai disturbato, facendomi salire?”). Dopo tre giorni di soggiorno nel seno di Abraamo resuscitò e con la sua ascensione (quaranta giorni dopo che fu resuscitato) inaugurò la dipartita in cielo delle anime sante di ogni epoca (Efesini 4:8-10). Oggi le anime dei credenti salgono direttamente in cielo, mentre le anime degli increduli scendono ancora nello Sceol, nel quale rimane solo il soggiorno degli ingiusti.

All’ascensione di Gesù, le anime dei credenti defunti furono condotte in cielo. In pratica, lo Sceol (o Ades in greco) era il luogo che comprendeva, separatamente, la dimora dei giusti e quella degli ingiusti. Oggi lo Sceol o Ades designa solo il luogo degli increduli, perché residenza solo di essi. C’è da aggiungere, inoltre, che anche se tutti e due i soggiorni erano nello stesso luogo (Sceol sotto terra), fra di essi vi era una barriera invalicabile, “una grande voragine”: Luca 16:26. La Chiesa Cattolica asserisce che la stragrande maggioranza dei credenti, avendo in qualche modo, comunque, peccato in vita, una volta defunti, le loro anime devono passare dal purgatorio per purificarsi e rendersi degne di presentarsi davanti a Dio.

Vediamo in Luca 23:43, dove uno dei due malfattori appesi alla croce vicino a Gesù, pentendosi del suo passato peccaminoso e credendo in Gesù come il Salvatore, alla sua morte si sarebbe subito trovato direttamente in paradiso, senza dover passare da un purgatorio. Questo fatto sarebbe assai strano se considerassimo la concezione cattolica riguardo al purgatorio, perché a questi, pur avendo alle spalle certamente molti peccati e non essendo nemmeno battezzato, Gesù gli disse: “..Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso”. Gesù con tali parole voleva dire che egli sarebbe sceso con Lui nel soggiorno dei giusti o seno di Abraamo (sotto terra, nello Sceol o Ades) e da li sarebbe salito in cielo, all’ascensione di Cristo. Gesù stesso dice che chi avrà avuto fermezza di fede in Lui e avrà agito di conseguenza, passerà da morte a vita (e non da morte al supplizio del fuoco del purgatorio); non vi è alcun passaggio intermedio di purificazione. Credere nella dottrina del purgatorio sarebbe un insulto all’efficacia completa e potente del sangue versato di Cristo che ci “purifica da ogni peccato”: 1Giov 1:7.

Il purgatorio è una pura invenzione dell’antica gerarchia romana, non essendovi di esso neanche l’idea negli scritti sacri. Tale dottrina è in contraddizione con le parole di Gesù, il quale asserisce che i suoi fedeli servitori vanno direttamente in paradiso quando muoiono.

Credere al purgatorio dà un idea di Dio ambigua. Iddio sarebbe ingiusto abbreviando la pena solo per coloro che hanno lasciato denaro per far dire messe in suffragio per la loro anima, una volta defunti (e molti cattolici credendosi furbi lo fanno), o comunque per coloro i quali hanno ancora in vita, sulla terra, parenti o amici che pregano per loro; ma per chi non ha nessuno sulla terra che preghi in proprio favore, le cose come starebbero? Molte anime di credenti, con una responsabilità di peccato minore, si vedrebbero stare decenni in più nel purgatorio, perché nessuno pregherebbe per esse direttamente, mentre anime di credenti, con una maggiore responsabilità di peccato, si vedrebbero liberate prima degli altri, solo perché sulla terra hanno chi pian piano le aiuta a riscattarsi con delle preghiere che siano pagate o non. Leggere il Salmo 49:6-9: “..ma nessun uomo può riscattare il fratello, né pagare a Dio il prezzo del suo riscatto. Il riscatto dell’anima sua è troppo alto, e il denaro sarà sempre insufficiente, perché essa viva in eterno ed eviti di vedere la tomba”.

Il nostro Dio è un Dio sapiente e non potrebbe agire in questo modo (il denaro, il materialismo, e chissà cos’altro, avrebbero, in modo abominevole, potere anche sull’aldilà), si verrebbero a creare delle ingiustizie insanabili.

La dottrina del purgatorio solo al Concilio di Firenze del 1439 fu considerata come dogma di fede, anche se istituita da Gregorio Magno verso l’anno 593.

Il sangue versato di Gesù è l’unica purificazione dei nostri peccati: 1Giov 1:7-9; 1Giov 2:1-2; Romani 8:1-2; Giov 5:24Þ “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”. L’unico a rendere degli uomini giusti davanti a Dio è il Cristo, attraverso il suo sangue prezioso. In alcun modo possiamo pensare che qualcuno possa “guadagnare” la vita eterna espiando da sé i propri peccati nel fuoco del purgatorio, per anni, decenni o secoli; così si renderebbe vana l’opera di Dio in Cristo Gesù nel suo sangue purificatore versato sulla croce, che oltre tutto è stato ed è così potente che, pur essendo morto duemila anni fa circa, non solo è efficace ancora oggi, ma la sua opera redentrice ha reso giusti per fede anche coloro che sono vissuti prima della sua morte, nel senso che Iddio in vista del suo programma di redenzione in Cristo ha giustificato per fede i credenti dell’A.T. che sono vissuti per fede e sono stati salvati a motivo di questa e non per le opere. Immaginate un credente che per tutta la sua vita abbia vissuto una fede vera con le relative opere giuste e che abbia letto o sentito le parole di Gesù riguardo al fatto che il suo sangue versato sulla croce ha espiato le nostre colpe, e che se si ha fede in Lui, si passa dalla morte alla vita e non si viene in “giudizio”, dico: immaginate questo uomo al quale, una volta morto, finendo in purgatorio (la sua anima), gli venisse detto che il sangue di Gesù e la sua opera espiatrice non bastano, egli deve espiare le sue colpe una ad una nel fuoco pungente e doloroso del purgatorio e magari per interi decenni (secondo alcune tesi cattoliche, si sostiene che per alcuni individui esso può durare per secoli). Un bel giorno, dopo decenni di fuoco terrificante, egli viene condotto davanti al Signore Gesù, il Redentore, per essere salvato “per grazia” (infatti come i testi sacri ci dicono chiaramente: è per grazia che si viene salvati) e ricevere sempre per grazia la vita eterna. Cosa gli direbbe quest’anima al Signore Gesù?

Non penserebbe forse che in qualche modo non si è trattato di grazia, visto che egli ha dovuto espiare da solo i suoi peccati nel fatidico purgatorio? (leggere Luca 23:43). Che fine farebbe poi la comunione instaurata tra il credente e il Signore nel momento in cui l’anima si vede capitolare nell’incendio pungente del purgatorio? Tale comunione, in modo contraddittorio, anziché evolversi dopo la morte sarebbe invece interrotta. Che fine farebbero le parole bellissime e di conforto di Gesù, riguardo alla sua potente opera espiatrice e alla “vita” subito dopo la morte?

È bene sapere che quando Gesù usa il termine “vita” dopo la morte, non si riferisce all’essere ancora esistente fisicamente, parla, bensì, del viaggio dell’anima immortale in cielo, con il Signore. Quando Gesù usa il termine citato “vita” vuol dire che chi avrà avuto fede in Lui, non verrà in giudizio, ovvero non incorrerà nella condanna, ma subito dopo la morte passerà alla vita eterna, alla contemplazione della gloria divina. È del tutto fuori luogo metterci in mezzo il purgatorio; tale processo non solo renderebbe bugiarde le parole di Gesù, ma anche impotente la sua opera espiatrice e di redenzione. Ricordo di aver letto su di un libro “cattolicissimo” riguardo al purgatorio, di un’anima purgante che si era messa in contatto con una persona sulla terra e le aveva rivelato di essere finita in quel luogo, (e quando lo diceva vi dimorava già da tempo), semplicemente perché una volta (quando era ancora in vita sulla terra) non era voluta andare alla messa della domenica e invitava il ricevente del messaggio ad esortare i suoi “fratelli” nella fede a non mancare, come essa, a tale ordinamento cattolico, per non incorrere nella stessa pena. Lascio a voi ogni commento.

I teologi cattolici dicono che il purgatorio è necessario perché l’uomo, essendo peccatore per natura, in qualche modo deve santificarsi e purificarsi espiando le proprie colpe in purgatorio, perché altrimenti non potrebbe presentarsi davanti alla santità di Cristo Gesù e di Dio Padre. Proprio il Gesù, che amava stare con i “peccatori” e gli emarginati, disse : “chiunque avrà avuto fede in me avrà la vita eterna e io lo giustificherò davanti al Padre mio”. Cioè, Egli sarebbe stato l’Avvocato che ci avrebbe giustificati e presentati santi davanti al Padre celeste, tanto da essere accettati dinanzi al suo cospetto. Ricordiamoci che tutti noi qualsiasi cosa facciamo e faremo, finché saremo in questo “corpo mortale”, rimarremo sempre dei peccatori dinanzi alla Santità Eccelsa di Dio. Uno potrebbe anche credere di essere arrivato ad uno stadio di fede e di amore tanto da non peccare più, ma la sua conoscenza, il suo discernimento delle cose, essendosi elevati grazie alla fede coltivata, alla grazia di Dio e alla preghiera, lo metterebbero comunque in una posizione di responsabilità sempre maggiore di prima, e anche se non facesse più le cose cattive di una volta, le piccole cose cattive che fa nel presente avrebbero valore, in un certo senso, quanto quelle di prima. Un credente più conoscenza riceve, più responsabilità ha nei confronti di Dio, e non può mai ritenersi privo di peccati, perché anche se non facesse più le cose cattive di un tempo, quelle cose cattive che fa nel presente, pur banali, insignificanti o impercettibili, il suo stadio di conoscenza più elevato le renderebbe comunque, per certi versi, “simili nel peso” alle cose cattive di un tempo. Ricordiamo, ad esempio, come per un “niente” Dio non permise a Mosè di entrare nella terra promessa; qualsiasi giudeo che vi entrò, certamente di simili mancanze ne avrà commesse maggiormente in numero e anche di più importanti, ma Mosè aveva contemplato la gloria di Dio, aveva parlato con Lui, aveva ricevuto direttamente le leggi da Lui, aveva una tale conoscenza della volontà di Dio che tale “minuscola” mancanza apparve a Dio come grave, tanto da far meritare a Mosè la privazione del passaggio nella terra promessa. (Mosè commise un peccato di impazienza: Numeri 20:8-13; c.27:12-14; Deut. 3:23-28; c.32:48-52).

La questione è questa: tutti i veri credenti rimangono pur sempre dei peccatori, quindi o tutti loro, alla loro morte, vanno in purgatorio per purificarsi, o tutti loro, servi di Dio, vanno direttamente in cielo (come del resto accade), per la potenza espiatrice del sangue di Cristo Gesù Redentore. Il purgatorio non lascia speranza al credente che, essendo comunque un peccatore, vivrà sempre con la fobia che, dopo la sua morte, l’anima sua verrà purgata per un tempo indeterminabile nello spaventoso fuoco del purgatorio. Che prospettiva avremmo noi credenti, se fosse così? Paolo parla della morte per i credenti come di una gioia, ma ciò sarebbe difficile a dirsi, dovendo credere al purgatorio. Il credente moribondo verrebbe preso da paura e da ansia tenebrosa, perché crederebbe che da lì a poco gli dovrebbero toccare in sorte decenni di fiammate di fuoco. Paolo disse ai corinzi, che lui e i suoi collaboratori erano pieni di fiducia e preferivano “partire dal corpo e abitare con il Signore”; 2 Corinzi 5:8: “ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore”.

Ditemi: come avrebbero potuto quegli uomini desiderare così tanto la dipartenza dal loro corpo, se avessero creduto in un purgatorio dove andare ad espiare, per decenni o secoli, mediante atroci sofferenze, dei loro debiti insoluti? Questo sta a dimostrare che essi non credevano e non conoscevano nulla riguardo ad un purgatorio. Ora, molti cattolici, non avendo (per ignoranza) piena coscienza del significato della dottrina cattolica in questione, non vengono colti da tal timore, ma solo perché non sanno perfettamente quanto tale iniqua dottrina afferma. Per la Chiesa Cattolica il fuoco del purgatorio è simile per l’intensità al fuoco dell’inferno, solo che quest’ultimo (l’inferno) è eterno mentre il purgatorio non lo sarebbe. Sempre per l’iniqua Chiesa, la stragrande maggioranza dei credenti va nel purgatorio (perché seconda essa, quasi chiunque ha sempre qualcosa da dover espiare), infatti lo si può notare anche dal fatto che ad ogni defunto venga celebrata la messa come suffragio. Anche per gli anni successivi alla morte dell’individuo vengono chieste dalla Chiesa Romana preghiere per i defunti (dietro offerte); sfugge al cattolico in generale che ciò implica il dover credere che il proprio caro defunto sia in tale luogo ed abbia bisogno di sussistenza da parte dei vivi, in forma di messe e di preghiere, indipendentemente da chi sia o da che cosa abbia fatto; cioè, costui (il defunto) potrebbe (la sua anima) essere andato a finire nell’inferno (meglio chiamarlo soggiorno degli ingiusti) o essere già in paradiso, ma nessuno lo può sapere, eppure si continuano a fare preghiere per loro. (È utile dire che gli increduli a tutt’oggi non vanno ancora nell’inferno, bensì, come detto prima, nell’Ades che è similmente un luogo di tormenti. Nell’inferno, o stagno di fuoco, l’anima dell’incredulo vi andrà dopo il giudizio finale: Ap. 20:10-15. L’anima dall’inferno non potrà più uscire, mentre è chiaro che per essere partecipe alla resurrezione del corpo immortale al giudizio finale degli empi, essa deve essere stata messa in condizione di uscire dalla sua dimora per presentarsi in giudizio davanti a Dio: v.12. Questo avviene perché la sua residenza fino ad allora è stata e sarà l’Ades, che non è una destinazione eterna come l’inferno, anche se chi vi viene mandato è eternamente condannato e il suo luogo eterno futuro sarà l’inferno o stagno di fuoco).

È inutile dire che ciò crea un caos incalcolabile, come può l’uomo sapere chi si trova nel purgatorio e chi no? La dottrina cattolica del purgatorio crea una situazione caotica ed iniqua. Tale dottrina è abominevole; essa schiaccia l’opera salvifica del sangue versato di Gesù e anche la sua efficacissima opera purgante e santificatrice. Nel tardo Medioevo si fece un uso scabroso, (soprattutto sotto il Pontificato di Leone X), di queste preghiere o suffragi (indulgenze) ai morti, dietro una spinta di forti speculazioni di denaro. L’invenzione del purgatorio e delle indulgenze per i morti (e non solo), in quelle epoche, ha portato nella Chiesa Romana ingenti somme di denaro e proprietà, ma anche oggi questo mercato non è per niente debole. Se la dottrina del purgatorio fosse stata effettivamente biblica, Gesù e gli apostoli non avrebbero cessato di attirare l’attenzione sulla terribile condizione delle anime purganti, e nel loro amore fraterno avrebbero continuamente esortato ad offrire preghiere per i defunti. Ora di tutto questo nella Bibbia non c’è nemmeno l’ombra. La pratica della Chiesa Cattolica non è biblica. Ai credenti cattolici durante la loro vita vengono rimessi i loro peccati (con la confessione al prete e l’assoluzione da parte di questi); dopo la morte, il defunto munito di tutti i sacramenti, compreso quello dell’estrema unzione, finisce nel purgatorio per essere purgato dai peccati che gli sono stati rimessi (assolti dal prete) durante tutta la vita.

Che paradosso! Del resto il purgatorio, come tante altre dottrine e dogmi cattolici, è solo un’invenzione. Nella Bibbia non vi è alcuna distinzione tra perdono della colpa e condono della pena. Quando Dio perdona il peccato, perdona tutto, anche tutte le sue conseguenze; permane solo l’obbligo di riparare il danno a terzi. Questo è confermato dal fatto che nella Bibbia non vi è alcun accenno al purgatorio. Questa abominevole dottrina proviene dal paganesimo. Il nostro purgatorio è il sangue di Cristo. Quanto poi all’obbligo di espiare i nostri peccati sino all’ultimo centesimo con la sofferenza dinanzi a Dio, non vi è alcun accenno nella Bibbia, la quale, anzi, ci presenta Gesù come nostra unica espiazione e sorgente di speranza. Dio che comanda agli uomini di perdonare sempre e senza rancore (Matt. 18:21-22; Efesini 4:32; Luca 6:36), non può Egli stesso agire diversamente, e nonostante il perdono concesso del peccato, esigerne la riparazione nel purgatorio per decenni o secoli. Sono gli uomini del mondo che fanno così (Matt 5:25), non l’Iddio misericordioso. Per mezzo dei profeti, Egli ci fa pervenire parole consolanti e certe: Isaia 43:25 “Io, io sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati”; Geremia 31:34: “....Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò dei loro peccati”. L’amore misericordioso di Dio, che perdona senza rancore i suoi figlioli sinceramente ravveduti (e senza punizione nel purgatorio cattolico), appare magnificamente nella parabola del figliol prodigo. Tornato a casa, costui pronto a farsi schiavo, si sente dire dal padre: Luca 15:11-32 (scrivo però solo i versi 22,23,24) “.....<Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato>. E si misero a fare gran festa”.

Questo figlio aveva sperperato i beni del padre, vivendo dissolutamente e andando con le prostitute (v.13, v.30), ma bastò il pentimento del giovane, il quale era disposto a farsi schiavo del padre, e il suo ritorno a casa, perché il padre lo perdonasse a pieno senza punirlo per i danni e le preoccupazioni causate. Tanto più farà Dio con i credenti che veramente pentiti saranno disposti in ogni istante a chiedere perdono a Lui, per ogni mancanza o peccato operato (vedere anche la storia del ladrone: Luca 23:43). Per tale motivo i cristiani del tempo apostolico non temevano la morte, perché sapevano che essa era solo un passaggio obbligato per entrare in una più intima comunione con il Cristo, e per mezzo suo, con il Padre.

Paolo dice: Filippesi 1:21-24 “Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno....Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall’altra, il mio rimanere nel corpo e più necessario per voi”.

Il vero cristiano non teme il purgatorio, perché esso non esiste e perché colui che lo purifica è Cristo; il sangue di Gesù continua nella sua vita a purificarlo da ogni peccato: 1Giov. 1:7-9. Egli muore sereno perché sa di andare al riposo e non alla sofferenza del purgatorio.

L’angelo al veggente Giovanni disse: Ap. 14:13 “E udii una voce dal cielo che diceva: <Scrivi: beati i morti che da ora innanzi muoiono nel Signore. Si, dice lo Spirito, essi si riposano dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono>”.

Il credente rigenerato sa di non essere condannato, bensì di dover passare dalla morte alla vita. Egli ripone la sua fiducia non in presunte opere meritorie ed espiatrici personali, bensì nella misericordiosa grazia e volontà del Signore. Romani 8:33-39: “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor di più, è resuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada.......Infatti sono persuaso che né morte (né quindi il purgatorio), né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. Paolo dice che niente, né la morte, né principati, né angeli, né potenze, ecc., potranno separare il credente da Dio, quindi nemmeno un fantomatico purgatorio potrà separare i figli di Dio dal suo amore immenso. In tutta la Sacra Scrittura non vi è alcun accenno a un sacrificio per i morti (le svariate messe di suffragio cattoliche), a delle preghiere in loro favore, né tanto meno ad una purificazione dopo la morte. Vediamo la storia del ricco e di Lazzaro: Luca 16:19-31. Lazzaro era semplicemente un povero, un mendicante, non viene detto che era un credente (anche se sicuramente lo era), né che se lo era, lo fosse in modo fervente, eppure dopo la sua morte si ritrova nel seno di Abraamo (paradiso). Ciò contrasta con la tesi del purgatorio, perché, secondo essa, egli avrebbe dovuto almeno passare del tempo nel luogo di purificazione, anche perché, egli non è descritto come un invocatore particolare di Dio (tale assenza, probabilmente, è voluta volontariamente da Gesù), ma viene solo descritta la sua povertà, la sua malattia.

Egli avrebbe certamente avuto, come si suole dire in ambito cattolico, qualche peccato da espiare. Niente di tutto ciò; dopo la sua morte egli si ritrova nel paradiso. Naturalmente sarà stata la sua fede, mista alla sua umiltà e povertà di spirito, a renderlo gradito agli occhi del Signore, mosso a pietà anche per l’umiltà con la quale Lazzaro conviveva con le sue malattie. Nella Bibbia, e più precisamente nell’A.T., si parla solo del soggiorno degli ingiusti e del soggiorno dei giusti, non si menziona mai un terzo soggiorno, anzi lo si esclude con forza.

Nel N.T. si parla del soggiorno degli ingiusti e del cielo, dimora dei giusti, mai, in assoluto, si presenta la possibilità di una terza dimora. Con il racconto del ricco e di Lazzaro, Gesù ci insegna che, sin dalla morte, l’impenitente entra in un luogo di tormenti, nel pieno possesso delle sue facoltà e della sua memoria, separato mediante un abisso invalicabile dal luogo della felicità, senza possibilità di soccorso. Ci insegna anche che l’anima, che viene graziata da Dio, dopo la separazione dal corpo, entra subito nel luogo di felicità, senza attraversare prima un lunghissimo tempo in un terzo soggiorno, fatto di fuoco e di dolori (il purgatorio).

Il purgatorio, non mi stancherò mai di dirlo, è un invenzione pagana che trova insediamento in ambiti cristiani, dovuta ad un processo gnostico e di sincretismo di cui abbiamo parlato nello studio: “Tradizione e Sacra Scrittura”. In Giov.11:25-26 Gesù dice: “...Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai...”; Giov. 10:27-28: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano”; Giov. 8:51: “In verità, in verità vi dico che se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”. Vi può davvero sembrare logico e possibile che ad un credente, che abbia vissuto con fede nella sua vita, tuttavia, nell’imperfezione, che la carne concerne, Gesù possa dimostrare il contrario di quanto detto da Lui stesso, spedendo l’anima del credente in un purgatorio a soffrire pene e dolori terribili? Nell’aldilà è anche utile dire, riguardo agli increduli, che non c’è nessuna possibilità di salvezza. È scritto infatti che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio (Ebrei 9:27), per cui i peccatori impenitenti, una volta morti, devono aspettare il giudizio che avrà luogo nel giorno stabilito e nel quale saranno condannati allo stagno di fuoco e zolfo (inferno): Ap. 20:11-15. Questo giudizio lo dovranno aspettare nell’Ades (o Sceol) nel quale oggi rimane solo il soggiorno degli ingiusti, che è un luogo di tormento, dove “arde il fuoco”, e dal quale è impossibile essere liberati (Luca 16:19-31) se non nel giorno del giudizio, nel quale verranno tolti di là per essere spediti nell’inferno. Gesù disse: Marco 16:16 “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato”, e Giovanni Battista disse: Giov. 3:36 “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”. Dunque per gli increduli, dal momento in cui spirano, cessa ogni possibilità o opportunità di ricevere la salvezza.

Inoltre, se dobbiamo credere alla dottrina del purgatorio e alle preghiere dei vivi in favore dei morti, allora, caro lettore, siamo tutti infinitamente malvagi. Quale padre vedendo il proprio figlio soffrire dolorosamente per una malattia, nel proprio letto, non farebbe qualcosa per trovare un rimedio o un sollievo alla sua malattia? Non troverebbe pace, forse, solo a conclusione di questa? Quale figlio o figlia vedendo il padre o la madre moribondi, non li soccorrerebbe? Secondo la dottrina del purgatorio, le anime purganti si trovano in questo luogo a purificarsi in un fuoco tremendo, nei dolori e nell’afflizione, fuoco, per altro, simile per intensità a quello dell’inferno, differenti l’uno dall’altro per il tempo di durata di ognuno, infatti l’inferno dura in eterno, mentre il fantomatico purgatorio durerebbe fino al giorno del giudizio. (L’espiazione di ogni individuo, inoltre, secondo i teologi cattolici, dura secondo la gravità e il numero delle colpe individuali, ed ha un tempo di durata personale diverso a seconda dei singoli casi). Credendo a ciò, amici cattolici, vi dichiarate malvagi da soli. Perché, se così non foste, spinti dall’amore per i vostri cari defunti (e non solo), preghereste per loro in ogni momento, notte e giorno, offrireste messe in loro favore e invochereste il Signore senza tregua, affinché Egli fosse pietoso verso di loro, per abbreviare i loro dolori nel fuoco e il tempo di sosta in tale luogo. In più sarebbero stati “malvagi” pure gli apostoli e perfino Gesù (è ovvio che non è assolutamente così), perché in tutti i loro discorsi, nelle parole di Gesù e in tutto il N.T. nulla è detto riguardo alle preghiere per le “anime dei defunti che sono nel purgatorio”. Nulla in assoluto! Se non ci credi, caro lettore, ti invito a leggere non solo tutto il N.T. ma interamente le Sacre Scritture ispirate. Troverai numerosi passi che, non solo escludono tale dottrina, ma che rivelano chiaramente l’opposto. È ovvio che se noi pregassimo per i nostri cari defunti notte e giorno, spinti dall’amore per loro, avremmo meno tempo per pregare per i vivi (che è quello che il Signore, invece ci chiede), e questo è quello che si propone di fare il vero ideatore della dottrina del purgatorio: Satana. Le preghiere per i vivi sono infinitamente richieste da tutti gli scritti ispirati della Bibbia; queste possono aiutare il prossimo e i nostri cari ad avere un cuore più accettevole verso Dio, ma anche tanto altro ancora. Una volta morti, i nostri cari amici e parenti sono già destinati, chi alla vita eterna, chi alla condanna eterna, nulla più possiamo fare noi o richiedere al Signore. Preghiamo sempre il Signore che plachi l’ira sua sul nostro prossimo impenitente e che possa togliere il velo che acceca i suoi occhi per poter vedere così, la verità divina e ricevere per grazia nel nome di Cristo Gesù la salvezza eterna. Preghiamo anche per i nostri fratelli e sorelle nella fede, per le loro malattie fisiche e spirituali, affinché possano vivere in una condizione sempre più di pace. Ma entriamo nel vivo dell’argomento; nella Catechesi cattolica al punto 1031 si legge: “La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa del castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento. La tradizione della Chiesa, riferendosi a certi passi della Scrittura, parla di un fuoco purificatore: <Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro. Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro>”.

Prendiamo subito in esame questo passo della Scrittura che i teologi cattolici travisano:

Matt. 12:31-32: “Perciò vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parli contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro”; Marco 3:28-29: “ In verità vi dico: ai figli degli uomini saranno perdonati tutti i peccati e qualunque bestemmia avranno proferita; ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno”. I teologi cattolici fanno del verso 32 del cap.12 di Matteo una rivelazione riguardo all’esistenza del purgatorio: “non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro”.

Se vediamo anche il verso 29 del cap. 3 di Marco: “ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno”, appare chiaro come il messaggio principale che Gesù vuole dare, è che chi commette questo peccato, non ha perdono in eterno ed è reo di un peccato eterno che lo priverà della salvezza.

Con queste parole: “né in questo mondo né in quello futuro” è evidente che il Signore si riferisca ad un mondo futuro, un mondo avvenire (il Millennio, il Regno di Dio sulla terra).

Il purgatorio secondo la concezione cattolica invece è un mondo, una dimensione già presente. In pratica, Gesù vuol dire che tale peccato non sarà perdonato, sia nel mondo presente, sia nel Regno o mondo avvenire.

Cioè chi commette tale peccato, sia esso vivente in questo tempo o epoca, sia esso vivente al tempo del Regno di Dio sulla terra, che sarà il mondo avvenire non potrà mai essere perdonato. In pratica, tale versetto ci proietta in modo abbastanza chiaro nel mondo avvenire (Luca 20:35; Ebrei 6:5), di cui, in seguito a questa trattazione, parleremo per togliere ogni dubbio a riguardo.

Potremmo certamente dire che invece del purgatorio, nel versetto 32 di Matteo capitolo 12, viene rivelato il Regno di Dio, il Regno Millenario (il “mondo futuro”). In primo luogo, per sfatare l’ideologia cattolica a riguardo, bisogna dire che se Gesù avesse voluto rivelare un ipotetico purgatorio nelle sue parole, certamente non avrebbe usato i termini: “né in questo mondo né in quello futuro”, ovvero, volendo egli rivelare l’esistenza di un luogo di espiazioni e dovendo questo luogo essere presente anche al tempo in cui Gesù proferiva tali parole, avrebbe sicuramente dovuto esprimersi diversamente visto che rivelava non un luogo futuro, un mondo avvenire nel tempo, ma sempre presente, solo però in una dimensione diversa.

Il purgatorio, secondo i teologi cattolici, è un luogo di espiazioni nel quale non vi si può peccare in alcun modo, ma ci si purifica e si è destinati ad entrare un giorno nella gloria del paradiso di Dio.

Quindi, chiunque vi entri è destinato a salvarsi. Ma se Gesù parla del purgatorio, nel passo di Matteo o addirittura si riferisce direttamente ad esso, è possibile che un’anima possa andare in purgatorio con un peccato del quale non può essere perdonata (la bestemmia contro lo Spirito Santo)? O come può essere possibile che essa (l’anima purgante) possa commetterlo in tale luogo visto che è una dimensione, un luogo, per l’espiazione? Se tale peccato non è perdonabile, che senso avrebbe mandare un’anima in un ipotetico luogo di purificazione, se questa è stata già condannata eternamente? O come potrebbe un’anima peccare in tale luogo, visto che è destinata alla purificazione e alla salvezza, e addirittura peccare di tale peccato? Sarebbe bastato a Gesù dire che tale peccato non sarebbe mai stato perdonato (come del resto fa in Marco 3.28-29), ma per dire: “né in quello futuro”, se crediamo di vedere il purgatorio in questo passo, dobbiamo chiederci se ciò non è contraddittorio, infatti sarebbe come voler ammettere che Gesù si contraddica, dicendo, in qualche modo, che chi commette tale peccato non viene perdonato “in questa vita” e neanche chi “lo commette nell’altra vita” (purgatorio). D’altro canto, se qualcuno volesse contraddire dicendo che il “mondo futuro” in questione non va inteso come se Gesù avesse voluto dire che in tale luogo si potrebbe peccare, io pongo questa domanda: allora perché, se inutile nel contesto, se cioè non pienamente collegato al messaggio del “né in questo mondo”, perché dico, Gesù lo ha inserito nel suo messaggio? Perché evidentemente ha un suo significato. Quale appare più evidente? Se prendiamo in considerazione la tesi del purgatorio, in questo passo, siamo costretti paradossalmente ad annullare il verso, e del purgatorio non vi rimane né la rivelazione ipotetica, né l’argomento.

Mi chiedo: ma dove sta il purgatorio in questo passo? Esso non si intravede minimamente. Gesù dice solamente che colui che bestemmia contro lo Spirito Santo: (Marco 3:29) “..non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno”, e i teologi cattolici gli fanno dire che ci sono dei peccati che si debbono espiare nel purgatorio per essere perdonati. Questa è astuzia diabolica. Ma poniamo anche il caso che vi siano dei peccati che vengono perdonati nel mondo futuro, innanzi tutto, “per mondo futuro” Gesù non intese il purgatorio, ma il Regno di Dio sulla terra, poi, secondo la dottrina cattolica del purgatorio, chi muore in grazia, va a soffrire delle punizioni nel fuoco, per espiare i suoi debiti, quindi viene condannato ad un supplizio e non perdonato. È insensato manipolare le Sacre Scritture a proprio piacimento.

Quando non è lo Spirito Santo a guidare il credente nelle Sacre Scritture e nelle loro rivelazioni, ma è solo la “carne e il sangue” (la mente, la logica e la filosofia umana) dell’uomo con le sue imperfezioni, si sfugge la verità del messaggio cristiano e di Dio.

Per rendere più chiaro quanto abbiamo detto, tratteremo subito dopo lo studio del purgatorio quello del Millennio o Regno di Dio sulla terra, il contenuto sarà breve, sintetico, sufficientemente dettagliato e con chiari argomenti di sostegno.

Un altro passo che i teologi cattolici prendono dalla Bibbia per sostenere la dottrina del purgatorio è 1Corinzi 3:10-15; noi passeremo subito ad interpretarlo in maniera giusta.

Ogni credente salvato dovrà comparire davanti al tribunale di Cristo, dove renderà conto di se stesso e del suo operato. (Riguardo al tribunale di Cristo Gesù per la Chiesa, leggere: 2Corinzi 5:10; Romani 14:10; 1Pietro 4:17-19; 1Corinzi 4:1-6; essa verrà giudicata per prima e soprattutto a parte). In quell’occasione, tutti i veri credenti verranno premiati secondo quella che sarà stata la loro opera quando erano attivi sulla terra. L’apostolo Paolo descrive il processo che si realizzerà in quel giorno, parlando di “fuoco” (ovvero il giudizio di Cristo sulla Chiesa), che accerterà la vera natura delle opere compiute dai credenti (rigenerati e nati di nuovo) individualmente. Soltanto colui che resterà integro dopo essere stato sottoposto al vaglio del “fuoco” (del giudizio santo) riceverà la ricompensa, che non si riferisce alla salvezza del credente, che è data a loro, solo per la loro fede nell’opera di Cristo, come un dono (per averlo posto nella propria vita come fondamento), la ricompensa, invece, dipende dal loro servizio amorevole, fedele alla verità e privo di egoismo. (La ricompensa non è la vita eterna che è il dono di Dio in Cristo Gesù e che si ottiene mediante la fede, e, quindi, gratuitamente e non perché la si meriti. La ricompensa sarà il premio che ognuno dei salvati avrà secondo quelle che saranno state le loro opere: 1Corinzi 3:8; 1Cor. 3:14-15; Ap. 22:12, che naturalmente differirà per ciascuno, perché ognuno è distinto nell’opera e nella fede personale, per intensità, dagli altri. Premio, che è bene precisare, rimane sempre qualcosa che si potrà ottenere sempre e solo per la misericordia del Signore, perché è Lui che ci mette nella condizione di compiere le opere buone. La Scrittura non dice in che cosa consisterà tale premio, ma a noi veri credenti ciò non deve interessare più di tanto, l’importante è essere sempre in comunione con il Signore).

Il tribunale di Cristo per la sua Chiesa non si riferisce alla salvezza del credente, ma al giudizio delle sue opere; l’apostolo Paolo precisa, inoltre, che l’operaio cristiano sarà salvato anche se la sua opera dovesse andare completamente distrutta; egli però non avrà la ricompensa, o solo parte di essa, in quel caso, infatti “ne riceverà il danno”. Soltanto i salvati compariranno davanti al tribunale di Cristo in questione. Infatti, Paolo confronta l’opera solo tra coloro che hanno in comune, come saldo fondamento, Gesù Cristo; le differenze sono solo sul come si costruisce sopra. Esistono due tipi di servizio: l’uno è illustrato dall’oro, dall’argento e dalle pietre preziose usate dal credente spiritualmente efficiente nell’edificare la propria “vita”, questi non saranno distrutti dal “fuoco” (dal giudizio di Cristo per la sua Chiesa), l’altro è rappresentato dal legno, dal fieno e dalla paglia usati dal cristiano spiritualmente non efficiente nell’edificare la propria “vita”, questi, invece, saranno arsi dal “fuoco” (dal giudizio di Cristo per la sua Chiesa). La questione per il credente nato di nuovo, (che ha posto come fondamento Gesù nella sua vita), riguarderà il premio per il credente rigenerato, spiritualmente efficiente, e la perdita del premio, o parte di esso, per il credente rigenerato, spiritualmente non efficiente. Tuttavia, anche il credente rigenerato non efficiente sarà comunque salvato, però come uno scampato dal “fuoco” (come uno scampato dal giudizio di Cristo) e con il rammarico di vedere tutte le sue opere distrutte, ovvero di avere la conferma dal Cristo di non aver condotto pienamente una vita cristiana degna di vera fede.

Paolo dice: v.15 “...però come attraverso il fuoco”; egli avendo usato la metafora del costruire con oro, con argento e pietre preziose, o con paglia, con fieno e legno, non può non raffigurare il giudizio di Cristo per la sua Chiesa, (il tribunale per i credenti), come un “fuoco” che proverà l’opera di ognuno, edificata sul fondamento: Cristo Gesù. Così, potremmo dire riguardo al credente rigenerato, spiritualmente non efficiente: “però come uno scampato dal giudizio di Cristo”. “Edificare su Cristo Gesù” è una metafora per descrivere il servizio cristiano che riguarda dei credenti nati di nuovo, ovvero convertiti e rigenerati interiormente. Qui si parla di un qualcosa che avverrà in un unico momento, davanti al tribunale di Cristo, non di un purgatorio, o di una punizione secolare in un luogo di espiazioni nel fuoco pungente. Quelli che “riceveranno il danno”, avendo posto come fondamento Gesù nella loro vita, saranno ugualmente salvati (tutti quelli che avranno l’onore di comparire davanti al tribunale di Cristo, lo saranno), però con “l’umiliazione” di esserlo come degli scampati dal “fuoco” (dal giudizio), in più, non riceveranno la ricompensa, o parte di essa, che spetta ad ogni credente spiritualmente efficiente. Un po’ come quando si dice nel gergo scolastico: “passare all’anno successivo sotto il banco”, cioè per un soffio. Nei versi del passo in questione non vi è nessuna indicazione riguardo ad un punizione per le proprie colpe, (tra l’altro ciò renderebbe vano l’unico sacrificio utile e cioè quello di Cristo Gesù sul legno della croce). L’immagine del fuoco, associata con la venuta del Cristo, è usata altrove nel N.T.: 2 Tessalonicesi 1:7-8. In che cosa consista la ricompensa non è specificato, anche se la lode di Dio ne farà certamente parte: 1Corinzi 4:5. L’“edificare” non solo significa mettere in pratica la volontà di Dio nella propria vita, ma anche attenersi alla Parola di Dio correttamente, nell’evangelizzare, senza scostare, né a destra, né a sinistra, istruendo gli altri (coloro che non conoscono il Signore e non solo questi), attenendosi in tutto e per tutto alla verità del messaggio biblico. Chi non si attiene a ciò, pur essendo un vero credente, uno nato di nuovo, può essere paragonato all’uomo che costruisce con legno, fieno e paglia, ma, secondo la grazia e la volontà di Dio, egli potrà comunque essere salvato, ma, come già detto prima: come uno scampato “dal fuoco”, “dal giudizio”. Anche se quelli scampati “dal giudizio”, “dal fuoco” (i costruttori con paglia, fieno e legno) avranno ugualmente il dono della salvezza assieme agli altri raccontati sempre nel passo non significa di certo che se un credente si comporta da non credente, sarà salvato. Qui si parla di credenti, tutti rigenerati dallo Spirito Santo a nuova vita, ma che purtroppo, presi da alcuni difetti strutturali e caratteriali della propria personalità e quant’altro, non riusciranno ad avere un perfetto modello di vita cristiana spiritualmente efficiente. Certo è che, comunque, chiunque avrà peccato, credente rigenerato o non, senza vero ravvedimento, non scamperà da alcun tipo di giudizio di Dio. Qui si parla del giudizio delle opere dei salvati, non della salvezza, la quale è un dono di Dio che si ottiene per mezzo della fede: Efesini 2:8-9. Nessuno merita la salvezza, la si ottiene solo per grazia, per aver posto Gesù come fondamento nella propria vita. Ciò significa aver creduto alla sua opera ed essere stati conseguentemente pienamente rigenerati nell’interiore dallo Spirito Santo; però alcuni, presi dalle cose del mondo, edificano la loro vita non con efficienza, ma, avendo loro accettato con sincerità, amore e fede, la grazia di Dio, saranno comunque salvati, però come degli scampati dal santo giudizio di Cristo. Non siamo noi a crearci i meriti per la salvezza, questa ci è stata donata, se l’afferriamo per mezzo di Cristo, riceviamo per grazia il dono eterno. Nel passo Paolo parla di credenti che hanno posto come unico fondamento: Cristo Gesù, questo implica che tali persone sono nate di nuovo in Lui, gli hanno donato la propria vita per essere guidati da Lui per mezzo dello Spirito Santo. Però, ahimè, nel far questo non tutti agiscono con amore profondo, ma, in alcuni casi o spesso, alcuni sono presi da sentimenti umani, più che spirituali, ciò nonostante, però, essendo essi edificati sul fondamento di Cristo, per mezzo della loro fede, se non verrà meno fino alla fine, saranno sempre membri della Chiesa Universale, del “Corpo” di Cristo. Però, com’è giusto che sia, se la salvezza è un dono e tutti per grazia divina e per fede possiamo riceverla, se poniamo Gesù come unico fondamento nella nostra vita, la ricompensa (il premio), invece, verrà data relativamente e conseguentemente alle opere da noi compiute nella fede. Un esempio può darci meglio l’idea: in un aula di venti alunni, dieci sono stati chiamati alla promozione, ma alcuni con voto 10 e lode, altri con un 9, altri con un 8, altri ancora con un quasi sufficiente (questi ultimi come scampati dal giudizio della bocciatura), ma comunque tutti e dieci promossi. La descrizione del giudizio di Cristo per la sua Chiesa, fatta da Paolo in questo passo, rappresentato come un “fuoco”, esprime con certezza un avvenimento futuro e che avverrà in un unico momento; il purgatorio non è un evento futuro, ma presente (sempre secondo i teologi cattolici), né un qualcosa che abbia una durata circoscritta ad un unico momento.

Un altro passo della Bibbia, dal quale alcuni teologi cattolici tendono ad estrapolare la iniqua dottrina del purgatorio, è Matt 5:21-26 (anche Luca 12:57-59). Esaminiamo il passo interpretandolo in maniera corretta. Dopo aver dichiarato la validità e l’immutabilità della Parola di Dio (Matt 5:17-20), Gesù entra nei particolari e ricorda i doveri morali presentati dal decalogo e riaffermati con forza da Lui: Matt.5:21-22. Con l’aggiungere “ma io vi dico” (v. 22), Cristo indica quanto sia più elevata e spirituale la legge morale che i credenti devono adottare. Per spiegare ciò che significa realmente comprendere e mettere in pratica il significato della legge, Gesù ricorda alcuni comandamenti. Egli ha posto il suo insegnamento, ponendo un contrasto con quello degli scribi e farisei. Questi, ad esempio, prendevano alla lettera la legge, quando asseriva “non uccidere”, senza tener in considerazione però, che anche la sola ira, pur senza degenerare in un danno fisico, costituisce un azione punibile con il giudizio del sinedrio, o tribunale, tanto quanto lo è l’omicidio in sé, l’adulterio, ecc..

In altre parole, per questi (scribi e farisei del tempo di Gesù), fino a quando non si commetteva un omicidio, un adulterio, ecc., non si violava la legge, e quindi non si era sottoposti alla condanna: Levitico 24:17. Persino chiamare un fratello “raca” (idiota, stupido) costituisce una colpa degna di essere sottoposta al giudizio del sinedrio, e dirgli “pazzo”, termine che fa trasparire maggiore depravazione, condurrebbe l’offensore a essere meritevole della condanna alla “geenna del fuoco” (inferno). Rovinare la reputazione di un individuo è un altro modo di ucciderlo: Giacomo 3:5-8. (Il sinedrio era il tribunale supremo dei giudei e organismo governativo. Comprendeva settanta membri scelti fra i principali sacerdoti, ovvero gli anziani e gli scribi riuniti sotto la presidenza del sommo sacerdote, che così diventavano settantuno. Nel 47 a.C. Cesare estese di nuovo la giurisdizione del sinedrio di Gerusalemme a tutta la giudea; dal 6 al 66 d.C. i poteri del sinedrio erano vasti. [Gesù parla del sinedrio, rifacendosi ai mezzi di giustizia del suo tempo e del suo popolo, così era sicuro di essere capito da chi lo ascoltava]. Sotto i romani sembra però che non si potesse procedere alla sentenza capitale, se non con l’assenso delle autorità romane. Il sinedrio aveva delle guardie e il diritto di procedere ad arresti. Al momento della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., il sinedrio cessò di esistere). Gesù dichiara, inoltre, che non basta non uccidere (versi 21-22 del capitolo 5 di Matteo), non adirarsi, non criticare il prossimo, per essere in regola con Dio (tali cose per Gesù sono azioni punibili con il giudizio del sinedrio o tribunale, tuttavia alla lista mancano tante altre mancanze punibili in equal modo); bisogna invece (v.23-26) prendere sempre delle buone iniziative. Il Signore dichiara che un “debitore” deve “far presto un amichevole accordo” e non arrivare al giudice, per evitare di essere consegnato al carceriere e tenuto in prigione fino al “pagamento del debito”, ovvero fino alla conclusione della pena che variava a seconda del crimine di cui si era stati accusati nei confronti della legge, (spesso le condanne erano di morte). Quest’affermazione equivale al “fai il possibile per non avere alcun tipo di pendenze con nessuno, e se dovesse succedere, risolvile il prima possibile, anche patendo torto e danno”. Se un credente lamenta un qualcosa contro un fratello e pensa di risolvere il problema in tribunale, è bene che costui sappia che tale comportamento non è in linea con la volontà di Dio. Quel tale intanto non creda di poter avere delle risposte alle sue preghiere e si ricordi che porterà la responsabilità di un simile atteggiamento non cristiano: 1Corinzi 6:1-9. Al v.23-24, sempre del capitolo 5 di Matteo, Gesù vuole semplicemente dire che prima di volgersi alla preghiera, (in quel tempo erano in uso ancora le offerte non cruenti sull’altare; Gesù doveva ancora morire per i peccati del mondo e abrogare per sempre “nell’età presente”, offerte e sacrifici di animali prescritti dalla legge mosaica), bisogna, nel torto o nella ragione, prima, riconciliarsi con il fratello con il quale si è avuto un problema o un equivoco, primo, perché altrimenti le preghiere non verranno esaudite da Dio, secondo, per evitare anche il rischio, con tale comportamento orgoglioso, di essere trovato giustamente o ingiustamente colpevole davanti ad un tribunale umano, ed essere dato dal giudice nelle mani delle guardie, per essere portato in prigione a scontare una pena che si poteva evitare se si fosse avuto un approccio più cristiano con il prossimo. (Leggere anche Luca 6:36-37). Ma dov’è il purgatorio qui? A voi ogni commento! Versi 25-26; è chiaro che Gesù parla di liti fra fratelli e sorelle nella fede (ma non solo), i quali affidandosi al giudizio del tribunale, (anziché a un accordo amichevole), potevano incorrere in spiacevoli condanne del tribunale, con la relativa pena. Le parole di Gesù hanno un valore particolare nel suo tempo, in cui l’ordine della giustizia per i giudei era affidato al sinedrio che era anche un organo religioso, con il quale, attraverso l’osservanza della legge mosaica, si decretavano giudizi molto severi e talvolta purtroppo anche con spiccata arbitrarietà. Gesù vuol semplicemente dire che è meglio accordarsi amichevolmente, che finire davanti al tribunale. Al v.23-24 Cristo invita il credente, prima di offrire le preghiere a Dio, ad andare a riconciliarsi con il fratello o sorella, al quale o alla quale si è fatto un torto (o perlomeno quando uno degli interessati lo crede), e solo dopo aver fatto questo, si può pregare, con la certezza che le richieste fatte al Signore potranno secondo la volontà di Dio essere esaudite, in più si eviterà (in caso si sia recato un danno a qualcuno punibile di pena), di incorrere in qualche condanna di tribunale. Così avrà vinto la legge della fratellanza, del perdono, della riconciliazione, invece di quella della punizione e della forza. La frase: “fa presto amichevole accordo con il tuo avversario, mentre sei ancora per via con lui” è un comando del Signore che ci chiede di tentare sempre la via della riconciliazione fraterna, anziché avere dispute davanti ad un giudice di un tribunale. I versi 25 e 26 seguono i versi 23 e 24, dove Gesù, parlando di liti fra fratelli, invita a riconciliarsi, prima di porsi con la preghiera a Dio. Il discorso di Gesù qui è incentrato sul perdono e la fratellanza.

Cari teologi cattolici che sostenete che in questo passo vi sia la rivelazione della dottrina del purgatorio, volete spiegare al mondo intero chi vi dà tale spirito per manipolare le parole di Gesù, per sostenere le vostre inique e preconfezionate dottrine? Vi rendete conto di come vi rendiate colpevoli davanti a Dio? La dottrina del purgatorio ha un origine pagana e gnostica risalente all’antica filosofia greca, la quale, nel cristianesimo di “massa”, assieme ad altri elementi congiunti, ha dato vita, alcuni secoli dopo l’era apostolica, ad un sincretismo (fusione) nel seno del cristianesimo. Voi, teologi cattolici, siete in totale confusione riguardo alla Parola di Dio sul suo messaggio reale; voi cercate di far dire alla Bibbia, e di conseguenza a Dio, quello che non dicono. Vergognatevi “dottori” e teologi cattolici, “serrate il regno dei cieli” alle moltitudini, proprio come facevano gli scribi e i farisei al tempo di Gesù (Matt. 23:13), Dio vi giudicherà e non potrete scampare al giudizio santo e giusto di Dio, se non vi ravvedete. Un altro passo che viene preso dai teologi cattolici, per tentare vanamente di dimostrare la dottrina del purgatorio è: 1Pietro 3:18-20.

È onesto e utile dire che siamo di fronte ad uno dei passi più difficili della Bibbia. Sono tanti gli studiosi della Scrittura, di svariate confessioni di fede (anche cattolica), ad ammettere che questo passo è difficile da interpretare e spiegare correttamente e in maniera giusta.

Non possiamo sapere con assoluta estrema certezza cosa Pietro volesse dire in 1Pietro 3:18-20, anche se, avvalendoci del metodo di scartare le ipotesi non bibliche, si può essere sicuri di spiegare il passo, certamente senza uscire fuori dal senso generale del messaggio biblico. Una cosa sicuramente la faremo con fermezza: escluderemo giustamente, per amore della verità, le ipotesi cattoliche riguardante la dottrina del purgatorio che è antibiblica, ponendoci, come scopo preciso di rendere vana, a gloria della Parola di Dio, la fallace interpretazione cattolica.

Vi sono, come già detto, molte teorie. Dopo averle studiate tutte attentamente e aver meditato a lungo sul passo, l’interpretazione più ovvia, più corretta e senza contraddizioni apparenti, è la seguente: i credenti giudei, ai quali Pietro scriveva, erano sommersi quasi completamente dal mondo pagano circostante. Pietro li incoraggia facendo riferimento al ministero di Cristo in Spirito, attuatosi attraverso Noè, rivolto alla generazione antidiluviana. Il v.19 vuole dire che Gesù, per mezzo del medesimo Spirito che lo aveva vivificato dopo la sua morte, era andato anche ai giorni di Noè a predicare (attraverso la persona di Noè) agli uomini ribelli, i cui spiriti sono adesso ritenuti in carcere, ovvero nell’Ades, in aspettativa di essere puniti definitivamente nel giorno del giudizio, e che quindi sono ancora oggi in “carcere”. Cristo per mezzo del suo Spirito predicò loro attraverso Noè. L’accenno all’esistenza di Cristo “quanto allo spirito” (v.18) richiama alla mente il fatto che il Cristo prima di incarnarsi era presente al tempo di Noè proprio in questi, e predicava tramite lui per opera dello Spirito Santo. Pietro, del resto, ha già parlato della presenza dello “Spirito di Cristo” nei profeti dell’A.T.: 1Pietro 1:11; 2Pietro 1:21. Più tardi egli definisce Noè “predicatore di giustizia”: 2Pietro 2:5. Lo Spirito di Cristo predicò attraverso Noè agli esseri umani increduli del periodo antidiluviano, che, al tempo in cui Pietro scriveva, erano “spiriti in carcere”, in attesa del giudizio finale.

“E in esso”, ovvero in Spirito, andò anche a predicare ai giorni di Noè agli uomini increduli, i quali non si ravvidero, e quindi alla loro morte, le loro anime (i loro “spiriti”) si sono viste precipitare in “carcere”. Il loro peccato fu la disubbidienza, (furono increduli e ribelli), aggravata dalla pazienza di Dio mostrata per tutto il tempo in cui si costruiva l’imponente arca. Questa ribellione portò all’annegamento dei loro corpi (tramite il diluvio) e allo sconfinamento dei loro spiriti in “carcere” o soggiorno degli ingiusti. Questo ministero avvenne per mezzo dello stesso Spirito di Dio (Rom.8:11), che resuscitò Cristo Gesù. Si trattò di un ministero di predicazione, attraverso il quale Cristo agì in modo speciale verso tali peccatori per portarli al ravvedimento, ma da come andò a finire (infatti solo otto persone si salvarono), questi peccatori furono sommersi dall’acqua e perirono, e oggi i loro spiriti, come quelli di qualsiasi altro peccatore incredulo di ogni epoca, che non si sia ravveduto e che non abbia invocato il Signore, sono in “carcere”, ovvero nel soggiorno dei morti o degli ingiusti, che è il precursore di quel luogo in cui verranno eternamente sconfinati: lo stagno di fuoco e zolfo, o l’inferno. Un altro esempio simile a quello di Noè lo si può riscontrare con Giona profeta in Israele, vissuto intorno al IX a.C., il quale fu inviato a predicare il pentimento a Ninive: Giona 1:1-2; c.3:1-10. Il verso 18 di 1 Pietro capitolo 3 fino al v. 20 dice: “...fu messo a morte quanto alla carne (ucciso quanto alla carne) ma reso vivente quanto allo spirito (ma vivente quanto allo Spirito). E in esso (cioè in Spirito) andò anche a predicare agli spiriti (ora) trattenuti in carcere, che una volta (quando Gesù predicò in Spirito: 1Pietro 1:11) furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè (Genesi 6:3), mentre si preparava l’arca, nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l’acqua”.

Il modo migliore per spiegarlo è di interpretare il testo, dando questo significato a tali parole: “spiriti che sono ora in carcere”, (ossia al tempo in cui Pietro scriveva e anche tuttora), ma al tempo di Noè, quando Cristo in Spirito predicava attraverso questi (Noè), erano persone viventi. Un’espressione simile la si trova in 1Pietro 4:6: “Infatti per questo è stato annunziato il vangelo anche ai morti...” (anche se vivi quando esso veniva loro predicato). Si può affermare la medesima cosa, con un esempio: il presidente Kennedy nacque nel 1917, questa è una notizia corretta, anche se egli non era presidente quando nacque; con ciò si intende dire: Kennedy che fu presidente nel 1960 nacque nel 1917. Non deve portarci in confusione il fatto che Pietro, per voler dire in sostanza che “Cristo in Spirito andò anche a predicare ai giorni di Noè agli uomini ribelli, i cui spiriti (o le cui anime), oggi sono trattenuti in carcere”, usi una simile espressione: “..andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere..”. Anche noi, del resto, siamo soliti usare “simili” espressioni, nel senso che spesso usiamo le parole: “anima” e “uomo” con un rapporto di intercambiabilità (“Un paesino di duecento anime”; “Non c’è anima viva”; “Tante anime da sfamare”; ecc.), e quando usiamo la parola “anima”, non necessariamente la intendiamo sempre e solamente nel suo stretto e corretto senso del termine. Ad esempio: “Quell’anima che è salita in cielo (o che è in cielo) lo evangelizzata io”; anche se quando è stata evangelizzata era in un corpo umano vivente sulla terra; “Con la buon’anima di....ci divertivamo a passare delle giornate intere davanti alla tv”; e cosi via dicendo. Allo stesso modo noi potremmo dire: “E in Spirito andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere (cioè agli uomini che oggi sono solo nella forma di spiriti trattenuti in “carcere”), che una volta furono ribelli quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l’arca...”. Sono spiriti trattenuti in “carcere”, che una volta furono ribelli, e lo furono quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè, mentre si preparava l’arca.

In qualche modo è come se Pietro volesse dire che il messaggio di salvezza di Cristo non si è attuato solo nel tempo in cui Pietro scriveva, ma anche nel passato, come ai tempi di Noè, quando fu decretata da Dio la distruzione dell’uomo sulla terra. Ovvero Gesù oltre ad avere predicato apertamente e fisicamente al tempo di Pietro lo aveva però fatto “similmente” per mezzo del medesimo Spirito, che lo aveva vivificato dopo la sua morte, anche (“E in esso andò anche..”) ai tempi di Noè, predicando il messaggio del ravvedimento e della salvezza agli uomini ribelli, che però non lo accolsero (eccetto Noè e la sua famiglia), e Pietro fa un paragone con l’epoca presente che si avvia anch’essa al giudizio degli empi e all’estirpazione del male (già decretati da Dio, come fu ai tempi di Noè) e noi a differenza del popolo antidiluviano dobbiamo accogliere il grande messaggio salvifico, questa volta predicato da Gesù “in carne ed ossa” (almeno per un certo tempo è stato così) per non fare la fine di “carcerati”. Il vero scopo di Pietro, scrivendo questo passo, è di fare un parallelismo tra l’acqua dei giorni di Noè e l’acqua del battesimo in Cristo Gesù di oggi: v.20-21. L’arca sulle acque del diluvio è il tipo della nostra salvezza in Cristo (la vera arca). L’acqua a quei tempi separò semplicemente i giusti (Noè e la sua famiglia, otto in tutto) dal peccato e dai peccatori. Lo stesso fa il battesimo per i credenti; l’acqua non salva, ma in esso (nel battesimo) è figura dei salvati che sono stati separati dai peccatori e dal loro destino. Come l’acqua divise Noè e i suoi cari dal mondo peccatore e l’arca fu il mezzo con il quale furono salvati (a motivo della loro fede), l’acqua battesimale oggi “ci divide dal mondo peccatore”, ma è la fede in Cristo Gesù che ci salva (vera arca). È il Cristo, che salva noi, con la sua resurrezione, e che simbolicamente potrebbe rappresentare l’arca per i credenti. Come dice Pietro (v.21), il battesimo non è l’eliminazione di sporcizia dal corpo, (non è un atto magico che ci rende puri dalle nostre colpe), ma è la fede professata in esso e la richiesta di voler dipendere da Dio, che rendono al credente il perdono del peccato. Nessun rito esteriore può salvare. Lo scopo di Pietro nello scrivere codesto passo era probabilmente quello di fare una similitudine fra la salvezza offerta al tempo di Noè e del diluvio e la salvezza derivata da Cristo, oggi, per gli argomenti prima citati. Anche qui non c’è nessun accenno al purgatorio, ma una mente guidata dallo Spirito Santo trarrà anche su questa argomentazione le giuste conclusioni; si tratta di un’invenzione dell’uomo ipocrita e disubbidiente alla Parola di Dio, e in quanto a ciò disubbidiente a Dio stesso. Per avere un idea più precisa su quanto Pietro dice nella sua prima lettera al capitolo 3:18-20, leggere attentamente quanto egli dice riguardo agli uomini della generazione di Noè che vennero puniti col diluvio, in 2Pietro 2:4-10. Leggere con attenzione il v.5, dove Noè viene presentato come un predicatore di giustizia e il v.9 dove è dichiarata la punizione degli ingiusti, nel giorno del giudizio, discorso che si connette anche riguardo a coloro che perirono, ai tempi di Noè, nel diluvio. Pietro in alcun modo parla di un purgatorio, inoltre dichiara che coloro che furono puniti in quel tempo (ai tempi di Noè), tuttora sono “carcerati” per il giorno del giudizio, non stanno in cielo o in qualche altro posto (ad esempio nel purgatorio), anzi la loro condanna per l’empietà compiuta è già decisa.

Leggere il v.9: “ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio”. La Bibbia cattolica C.E.I. porta scritto riguardo al passo della prima lettera di Pietro: v.19 “E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”. Questa frase col verbo “attendevano” è priva di senso logico. Leggere: 2 Pietro 2:5 “se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre sette persone, Noè, predicatore di giustizia, quando mandò il diluvio su un mondo di empi”; v.9: “ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio”. Sarebbe meglio comunque leggere tutto 2 Pietro 2:4-10. Credo che sia chiaro che Pietro non dia in alcun modo da pensare ad una salvezza portata da Gesù ai ribelli nel soggiorno degli ingiusti (“carcere”), perché ribadisce che coloro che furono empi allora, tuttora aspettano “la punizione nel giorno del giudizio”.

Per giunta una possibilità di salvezza dopo la morte sarebbe fortemente in opposizione con quanto dice la Bibbia: Ebrei 9:27; Luca 16:26. Poi è inutile dire anche che in questo caso ognuno potrebbe fare in questa vita quello che gli pare e piace, se sapesse che ci sarebbe un altra opportunità di salvezza dopo la morte. Non vedo proprio come si possa individuare la dottrina del purgatorio in questo passo, credo, invece, si voglia manipolarlo a proprio piacimento come tanti altri passi, per dar credito a ciò che l’uomo nella propria follia ha inventato. Così facendo si commette uno dei peccati più imperdonabili; si bestemmia contro la Parola di Dio e contro Dio stesso, in quanto l’ispiratore. Si sfida Dio, e il vincitore, sappiamo già, che non può che essere Dio. Sarebbe davvero illogico prendere in esame la traduzione letterale cattolica C.E.I. che riporta il verbo “attendevano”, perché così si scivolerebbe in un abisso, nel senso che non si potrebbe comprendere il senso che Pietro voleva dare al suo scritto (anche se in alcun modo si evidenzierebbe l’ipotesi del purgatorio), confrontandolo con quello che chiaramente dice in 2Pietro 2:4-10, cioè che quegli empi sono tuttora (i loro spiriti, le loro anime) incarcerati per il giudizio che verrà. Potremmo invece usare lo stesso verbo “attendere” nella forma che appare più logica e adatta: “che attendono in prigione”, cioè che attendono in prigione il giudizio che verrà . Quindi usando la traduzione C.E.I. potremmo così porre il v.19 (anche se il greco porta “predicare”, non “annunziare la salvezza”): “E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendono in prigione (cioè agli uomini i cui spiriti o le cui anime oggi sono in prigione per essere giudicate definitivamente nel giorno del giudizio), (v.20) essi avevano un tempo rifiutato di credere (quando Gesù in Spirito predicò la salvezza tramite il ministero di Noè), quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca...”; 2Pietro 2:5: “se non risparmiò il mondo antico ma salvò, con altre sette persone, Noè, predicatore di giustizia.....”; v.9: “ciò vuol dire che il Signore sa liberare i pii dalla prova e riservare gli ingiusti per la punizione nel giorno del giudizio”. Pietro afferma chiaramente che gli ingiusti, compresi quelli della generazione di Noè, devono essere puniti nel giorno del giudizio, non che sono stati liberati o che hanno avuto un’altra possibilità. Comunque lo si voglia interpretare questo passo, in alcun modo, si può arrivare ad individuare la dottrina del purgatorio, negata e non menzionata in tutte le Sacre Scritture che al contrario rivelano una realtà ben diversa: i giusti a vita eterna, gli ingiusti a condanna eterna, senza via di mezzo, o un’altra possibilità dopo la morte. Ma rivediamo meglio, per togliere ogni dubbio, la traduzione C.E.I. di 1Pietro 3:19-20: “E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione, essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”.

Il testo dice: “....essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè..”, è chiaro che qui non si parla di spiriti di uomini che all’ultimo momento, (come sostengono i teologi cattolici a favore dell’individuazione del purgatorio nel passo), nei giorni di Noè si pentirono e sono finiti (sempre secondo idee cattoliche) in un purgatorio dal quale Cristo poi in Persona gli avrebbe liberati; il testo dice “essi (“gli spiriti”) avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè”. È chiaro che parla di “spiriti” che non credettero fino all’ultimo, ovvero per tutto il tempo della predicazione di Noè. L’idea del purgatorio in questo passo (come in altri) non regge in alcun modo, e non vi è traccia alcuna che possa portare ad aver il minimo dubbio in questo, a un lettore vero credente, attento e ripieno di Spirito Santo. Anzi, la traduzione C.E.I. del passo così come è stato tradotto, con l’intento di avvicinarlo alla tesi già preconfezionata del purgatorio, potrebbe invece con facilità essere interpretato in un altro modo ugualmente antibiblico. Infatti, tale passo, così tradotto, farebbe strada all’idea nefanda della seconda possibilità di salvezza dopo la morte, concessa da Gesù agli spiriti della generazione umana del tempo del diluvio, e qualcuno potrebbe addirittura allargare tale concetto a tutte le anime dei defunti di ogni tempo. Questa tesi però viene scartata senza indugio dalla Chiesa Cattolica (e fa bene), come autorevolmente fa la Bibbia. La Scrittura dice chiaramente che ogni uomo verrà condannato o salvato secondo quanto avrà fatto nella sua vita sulla terra, e non secondo ciò che potrebbe fare lui o altri per lui, dopo la sua morte: Ebrei 9:27 “Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di ché viene il giudizio”; Marco 16:16: “Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato”; ecc..

Presa così la traduzione C.E.I. del passo di Pietro, si potrebbe credere che gli spiriti degli uomini morti nel diluvio, abbiano avuto una seconda possibilità di credere ed essere salvati.

Ciò è falso e antibiblico. Quindi più che il purgatorio, in un passo così tradotto potrebbe farsi strada quest’altra iniqua teoria. Del purgatorio sia in questa errata traduzione cattolica, sia in altre più appropriate, non vi è alcun accenno, traccia o indizio. Inoltre, il testo C.E.I. dice: “anche agli spiriti che attendevano in prigione, essi avevano un tempo rifiutato di credere”, quindi riguardo a tutti gli spiriti degli uomini e donne del tempo del diluvio, sarebbe stata predicata o annunciata la salvezza e non solo a degli ipotetici spiriti di uomini pentitisi prima di morire nel diluvio. Maliziosamente i teologi cattolici, che sostengono la dottrina del purgatorio, in questo passo, senza che ci sia alcun indizio nel testo in questione, dicono che l’annuncio della salvezza era indirizzato solo ad alcuni di questi spiriti, coloro che si erano pentiti appena prima di morire nel diluvio. È chiaro invece come il passo dica esplicitamente che si tratti di tutti gli spiriti degli uomini che “avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca...” (C.E.I.).

La teoria di questi teologi cattolici risulta falsa e puerile. A vederlo così, tale passo, tradotto poco correttamente dalla C.E.I., potrebbe far pensare invece che tutti gli spiriti degli uomini e delle donne del tempo del diluvio ebbero una seconda possibilità di credere e di salvarsi, altro che il purgatorio. Ci si aspetterebbe di estrapolare dal passo della traduzione C.E.I., con più facilità, questa teoria che non quella completamente estranea dal contesto, sia da un punto di vista strutturale dello scritto, che da un punto di vista del pensiero biblico generale, quale è quella del purgatorio, sia in questo passo, che in tutta la Bibbia. Non che l’altra non lo sia ugualmente, ma onestamente, dal punto di vista fraseologico della traduzione C.E.I. del passo, mi sento di poter dire che chi fa propria la teoria della seconda possibilità di salvezza, dopo la morte, per gli antidiluviani, leggendo il passo in questione della traduzione C.E.I., (che potrebbe sembrare voler dire questo), è solo un ingenuo, ma chi vi vede il purgatorio è un sognatore e un cieco. La traduzione del passo (come anche l’interpretazione data da taluni teologi cattolici) non regge. Non vi è alcuna traccia del purgatorio, al limite, ripeto, con la traduzione C.E.I. si potrebbe vedere la dottrina, anch’essa non biblica, della seconda possibilità di salvezza (cosa creduta da taluni folli appartenenti ad alcune sette cristiane) dopo la morte e solo per quelli del tempo del diluvio. Inutile dire poi che sarebbe alquanto strano che questa seconda possibilità di salvezza fosse stata data solo agli spiriti della generazione umana del tempo del diluvio. Questa teoria, in modo evidente, è anche puerile; quale anima, che avrebbe vissuto nell’inferno per un certo tempo, non accetterebbe poi di credere e di essere salvata? Così saremmo tutti salvati e niente più sulla terra (anche l’evangelizzazione) avrebbe un senso logico e preciso. Ma non è di questa teoria antibiblica che voglio parlare, avanzata solo da pochi nel mondo intero, ma quello che più mi interessa, in questo studio, è di mettere in luce l’altra dottrina antibiblica, quella avanzata dai teologi cattolici: il purgatorio. Con la traduzione C.E.I. del passo, in realtà ci sarebbe una sola possibilità, quella di discutere esclusivamente dell’idea della seconda possibilità di salvezza concessa agli spiriti della generazione umana del tempo del diluvio o non solo; non del purgatorio, esso non appare in alcuna forma e indizio. Come si fa a vedere il purgatorio in questo passo? Comunque lo si voglia interpretare, non vi è traccia alcuna della dottrina del purgatorio e né tanto meno della seconda possibilità di salvezza dopo la morte, anche se questa appare a prima vista ombrata nella errata traduzione C.E.I. del passo in questione (almeno per gli spiriti degli uomini del tempo del diluvio), a causa della poca accuratezza, per non dire malizia, dei traduttori nel tradurre il passo. Sia l’una che l’altra sono antibibliche in assoluto. Chiedo ai teologi cattolici, se è vero che qui si parla del purgatorio, perché mai Pietro parlò solo degli spiriti “pentiti”, (come dicono coloro che sostengono tale dottrina nel passo), degli uomini del tempo di Noè? Tanti altri spiriti purganti si sarebbero dovuti trovare nel purgatorio in quel tempo, assai più numerosi e incalcolabili in confronto ad un numero assai esiguo che può essere stato quello dei pentiti della perversa generazione del tempo di Noè descritta dalla Bibbia: Genesi 6:5-13 (se pure ci siano stati poi dei pentiti). Sì, perché, se è vero, come dicono i teologi cattolici, che tale luogo esiste per purificare le anime giuste dai loro peccati commessi quando erano in vita sulla terra, poiché altrimenti non potrebbero presentarsi dinanzi alla gloria e santità di Dio (e secondo la Chiesa Cattolica il 99,9% dei salvati ne ha bisogno), come mai, dico, di fronte ad una immensità numerica spaventosamente maggiore di spiriti o anime purganti di ogni epoca che si sarebbero dovuti trovare nel purgatorio assieme agli spiriti pentiti in numero esiguo della generazione del diluvio, Pietro avrebbe parlato solo dell’“annuncio della salvezza” ai pochi spiriti pentiti del tempo di Noè salvati dal purgatorio? Tutti gli altri perché non sono menzionati? Perché Pietro non avrebbe parlato esplicitamente dell’“annuncio della salvezza” a tutti gli spiriti purganti di ogni epoca? Come mai Lazzaro entrò direttamente nel seno di Abraamo (paradiso) senza andare prima nel purgatorio cattolico? Luca 16:22-31. (Il seno di Abraamo, prima dell’ascensione di Cristo, era il soggiorno provvisorio dei giusti, da allora in poi le anime giuste salgono direttamente in cielo). Come mai il ladrone doveva andare lo stesso giorno nel paradiso (seno di Abraamo) con Gesù, senza dover andare prima nel purgatorio cattolico? Luca 23:39-43. Eppure aveva rubato e chissà quante altre cose ingiuste aveva commesso; non doveva la sua anima essere purgata da questi peccati, prima di andare in paradiso? I teologi cattolici, che interpretano il passo in modo tale da volervi vedere il purgatorio, dicono questo: dopo la sua morte Cristo proclamò la salvezza agli spiriti di coloro che si erano pentiti appena prima di morire nel diluvio e li portò fuori dal loro “carcere” (purgatorio per i cattolici) per condurli in paradiso. Innanzi tutto risulterebbe difficile capire come mai Gesù sarebbe dovuto andare solo a salvare gli ipotetici pentiti del diluvio, e non, ad esempio, anche quelli ipotetici di Sodoma e Gomorra o, comunque, tutti quelli pentiti, graziati e salvati di tutte le altre epoche fino ad arrivare alla morte, resurrezione e ascensione di Gesù. Se Pietro avesse voluto parlare di spiriti di uomini che si erano pentiti poco prima di morire nel diluvio, ai quali (agli spiriti) nell’Ades (nel “carcere”) fosse stato concessa la liberazione, la salvezza, avrebbe dovuto scrivere similmente così: “E in esso andò a liberare gli spiriti degli uomini pentiti del tempo del diluvio che erano trattenuti in carcere...” anziché: “E in esso andò anche a predicare agli spiriti trattenuti in carcere, che una volta furono ribelli quando la pazienza di Dio aspettava, al tempo di Noè...” (1Pietro 3:19-20). È chiaro, specialmente con l’ultima frase, quella da me sottolineata, come il passo di Pietro dia ad intendere molto bene come la ribellione di questi uomini durò fino alla loro morte e almeno fino ad allora (come del resto in seguito nell’Ades) non ci può essere stato il pentimento da parte loro. La predicazione di Noè consistette in una proclamazione, ai peccatori di quel tempo, del loro bisogno di pentirsi e di confidare in Dio. La predicazione invitava loro al pentimento e quindi di conseguenza alla salvezza. Se Gesù fosse andato nel purgatorio cattolico a liberare quei spiriti, non avrebbe predicato o proclamato il ravvedimento, ma li avrebbe direttamente liberati, in quanto spiriti con una esperienza passata di pentimento (al diluvio), unico mezzo di scampo grazie al quale (ovvero, al loro pentimento) essi si trovavano nel purgatorio cattolico e non nel soggiorno degli ingiusti (Ades). Sarebbe stato, quindi, non necessario e superfluo predicare a questi spiriti il ravvedimento, se proprio il pentimento era stato il motivo per mezzo del quale essi si trovavano in quel luogo. (E forse è per questo problema, per avvicinare il senso del passo di Pietro alla tesi cattolica, che la C.E.I. [versione cattolica], porta “annunziare la salvezza”, anziché “predicare”). Certamente, poi, Pietro avrebbe scritto diversamente: “E in esso (in Spirito) andò a liberare gli spiriti degli uomini pentiti del tempo del diluvio che erano trattenuti in carcere..”. C’è da dire poi che, anche se così fosse, dico per assurdo, quella di Gesù sarebbe stata un’unica visitazione e solo agli “spiriti degli uomini pentiti” che morirono nel diluvio, quindi, ciò non avvallerebbe comunque la dottrina del purgatorio e soprattutto neanche la visitazione continuata e allargata a tutti gli “spiriti degli uomini pentiti” di ogni tempo. Poi, sappiamo bene, come ci insegna la Chiesa Cattolica, che il purgatorio è un luogo di espiazione di durata differente da individuo a individuo, dipendente dalle colpe personali che bisogna espiare. Secondo l’interpretazione cattolica di questo passo invece tutti “gli spiriti pentiti” sarebbero dovuti rimanere in purgatorio per millenni (fino all’ascensione di Gesù), in equal modo, indipendentemente dai loro differenti peccati personali. Inoltre, ciò non porterebbe assolutamente a pensare ad un altro ritorno di Cristo, sia per gli altri “purganti” del passato, che del tempo presente e futuro. Impossibile vedere in questo passo la dottrina del purgatorio e nemmeno con la poco accurata traduzione cattolica C.E.I.. La visita di Gesù (sempre tenendo in esame la teoria cattolica) nell’ipotetico purgatorio sarebbe stata solo per quelli del tempo del diluvio e, inoltre, sarebbe una visitazione unica ed istantanea.

Il purgatorio, secondo i teologi cattolici, è un luogo di espiazione individuale; ogni anima purgante vi passa un determinato periodo, a seconda delle proprie colpe commesse.

Qui Pietro avrebbe dovuto rivelare, secondo la teoria cattolica, che le anime di coloro che si sarebbero dovuti pentire quando arrivava il diluvio, sarebbero dovute stare tutte nel “purgatorio” fino all’ascensione di Gesù, ad espiare, per una uguale durata di tempo tra esse, dei peccati commessi, certamente, differenti sia nel peso, che nella gravità, e nella responsabilità individuale. Sarei invece dell’idea che se c’è stato qualcuno a pentirsi (è un ipotesi), questi, se veramente pentito, pur travolto dalle acque del diluvio, avrà sicuramente trovato salvezza e ristoro nel soggiorno dei giusti, anziché nel fantasmagorico purgatorio cattolico infuocato. Non ha alcun senso che un individuo pentito e ravveduto dovesse andare in un luogo, per millenni, nel fuoco, per poter essere perdonato da Dio. Alcuni interpretano il passo dicendo che Gesù andò dagli spiriti “carcerati” degli uomini, vissuti al tempo del diluvio, per proclamare la loro condanna, ma allora perché andare solo da loro e non da tutti gli spiriti “carcerati” di ogni epoca? Questa è solo un osservazione contro quest’altra teoria, in realtà se ne potrebbero aggiungere tante altre; il compito di questo studio è però, primariamente, quello di rendere vana l’interpretazione cattolica del purgatorio in questo passo e non solo. Altri credono che “gli spiriti” del passo di Pietro possono essere angeli caduti per un peccato molto grave (secondo un’errata interpretazione di Genesi 6:1-4) ai quali Gesù proclamò la sua vittoria e la loro condanna. Ad ogni modo, queste ultime due teorie sono sempre molto più accettabili dell’iniqua teoria cattolica che abbiamo studiato.

La versione C.E.I. non rispetta (oltre che per il verbo “attendere”) la traduzione dall’originale greco del verbo “Kèryssò” al v. 19, che significa “predicare”, “proclamare”, più che “annunziare la salvezza”; dal contesto si deduce che tale predicazione era volta al pentimento, al ravvedimento e solo conseguentemente a questo alla salvezza. Del resto, in una Chiesa Pagana come è quella Cattolica, piena di non convertiti e solo battezzati in acqua, senza ravvedimento, definiti cristiani a parole, ma che non lo sono poi nei fatti (parlo della stragrande maggioranza), è chiaro che l’idea del purgatorio venga presa in considerazione con facilità dal popolo pagano cattolico, perché nelle loro coscienze sanno bene che altrimenti non potrebbe esserci salvezza per loro, per la distanza enorme in cui si trovano dal compiere un effettiva e reale vita cristiana. Tuttavia la colpa non è tutta loro, la maggior responsabilità cade (e cadrà al giudizio) sui “dignitari teologi cattolici ”, (e non solo), di ogni tempo, della Chiesa Cattolica, che spinti da spiriti seduttori hanno insegnato vane dottrine, allontanando le moltitudini dalla verità e da Cristo. Le prime concezioni riguardo al purgatorio ci furono solo verso la fine del VI secolo, circa due secoli dopo che le chiese cristiane erano state paganizzate e romanizzate (vedere l’argomento nello studio “Tradizione e Sacra Scrittura”).

Una Chiesa piena di infedeli richiede un alternativa in più, un luogo di smistamento per coloro che più che essere cristiani di fatto lo sono solo di nome. Nella Chiesa di Cristo si vive per fede e vera speranza e in comunione con lo Spirito Santo. Il cristiano rigenerato, nato di nuovo, sa di poter raggiungere Gesù subito dopo la morte, perché l’azione potente del suo sangue, versato sulla croce, lo ha purificato; egli sarà salvato in virtù della fede in Cristo Gesù, per sola e unica grazia. Che speranza hanno i cattolici, sottomettendosi al regime della Chiesa Romana, anziché a Gesù e alla sua Parola? Infatti, secondo essa (la Chiesa Romana), solo alcuni vanno direttamente in paradiso, ad esempio San Pio, San Francesco, ecc. (gli uomini fatti “santi” dalla Chiesa Cattolica, più un altro numero esiguo di sconosciuti), la stragrande maggioranza (il 99,9%) dei salvati dovrà aspettarsi, dopo la morte, di andare chissà per quanti anni, decenni o addirittura secoli nel fuoco punitivo e purificatore del purgatorio. Questa è forse una speranza cristiana? È forse quest’idea che vi farà vivere una vita cristiana in allegrezza di cuore, come dicevano il Signore Gesù e gli apostoli nelle loro lettere? È questa idea che potrà rendervi più forti nella fede? O vi fiaccherà? Inutile continuare, non è difficile comprendere come tale dottrina sia antibiblica, ma anche puerile e priva della logica divina, e piena invece della logica senza valore dell’uomo. L’idea cattolica d’interpretare il passo in questione, in questa direzione, nasce nel 1586 con Roberto Bellarmino, mentre fino ad allora, a partire da Agostino, aveva, in qualche modo, prevalso, in ambito cattolico romano, l’idea che interpretava il passo con la predicazione in Spirito di Cristo agli uomini del tempo di Noè. Questa interpretazione cattolica odierna, prima del 1586 con Roberto Bellarmino, non compare sulla scena ufficiale della Chiesa Cattolica, ma compare l’altra, appunto quella esposta da Agostino. È evidente e schiacciante il fatto che la parola “carcere”, nel passo di Pietro, stia ad indicare l’Ades o soggiorno degli ingiusti, ovvero il precursore dell’inferno.

Così il passo tradotto dalla C.E.I. suonerebbe erroneamente in questo modo:

“E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano nell’inferno (o soggiorno degli ingiusti, o Ades; l’inferno vero e proprio, per le anime empie, ci sarà al giudizio finale, anche se l’Anticristo e il falso profeta in questo le precederanno; infatti questi due vi andranno prima dell’instaurazione del Regno di Dio sulla terra [Ap. 19:20-21]. Per il momento, le anime empie finiscono, alla morte fisica, nell’Ades, nel soggiorno degli ingiusti, è sarà al momento della loro resurrezione corporale, la quale avverrà al giudizio finale [Ap. 20:11-15], che andranno definitivamente nello stagno di fuoco e zolfo, appunto l’inferno vero e proprio), essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè....”. Così il passo tradotto dalla C.E.I. non lascerebbe spazio alla dottrina cattolica del purgatorio, ma peggio ancora, lascerebbe spazio all’idea della seconda possibilità di salvezza dopo la morte, almeno per gli spiriti della generazione umana del tempo del diluvio. L’intento dei traduttori cattolici C.E.I. non è riuscito, la dottrina del purgatorio non appare minimamente nel testo. La malizia usata nella manipolazione del passo da parte cattolica, per sostenere la dottrina del purgatorio, ha solo l’effetto non di rivelare questa dottrina, ma di rivelarne un’altra ugualmente antibiblica, appunto quella esposta prima. Per capire meglio il discorso fatto, diciamo: l’Ades o Sceol, prima dell’ascensione di Cristo, era la dimora di tutte le anime dei defunti; le anime giuste dei credenti erano nel soggiorno dei giusti o seno di Abraamo, le anime empie, incredule, invece erano e sono tuttora nel soggiorno degli ingiusti. L’Ades comprendeva appunto due soggiorni. Con l’ascensione di Cristo le anime giuste andarono in cielo, e da allora l’anima del defunto credente, nel tempo presente e futuro, va direttamente in cielo grazie alla via celeste inaugurata da Cristo Gesù, con il suo sacrificio, la sua resurrezione e la sua ascensione. Ancora oggi nessun’anima empia è nell’inferno (o stagno di fuoco e zolfo), bensì nell’Ades, o Sceol, che, dall’ascensione di Cristo, è dimora solo del soggiorno degli ingiusti. Ci sarà la resurrezione dei giusti e la resurrezione degli empi; queste avverranno in momenti e tempi diversi. Sarà proprio alla resurrezione corporale degli empi, che questi ultimi andranno definitivamente nella loro dimora eterna, appunto, l’inferno o stagno di fuoco e zolfo. La resurrezione corporale sia dei giusti che degli empi, di cui si sta parlando, è differente dalle varie resurrezioni raccontate nella Bibbia; in quei casi vi fu solo un ritorno alla vita con il proprio corpo mortale, poi questi uomini tornati in vita morirono come tutti gli altri. La resurrezione, di cui si sta parlando, è, invece, quella promessa da Dio alle anime giuste che riceveranno un nuovo corpo, un corpo immortale, glorioso ed incorruttibile, ma è anche quella decisa per le anime empie che invece avranno semplicemente un corpo immortale, non glorioso, non incorruttibile; queste ultime, come le altre, non potranno più incorrere nella morte fisica. (L’Anticristo e il falso profeta andranno direttamente all’inferno e senza dover prima morire fisicamente; vi andranno vivi; probabilmente avranno una trasformazione del loro corpo fisico, direttamente da mortale ad immortale [Ap. 19:20-21], e anticiperanno gli altri empi, infatti questi ultimi andranno nello stagno di fuoco e zolfo, solo dopo il Regno Millenario, dopo il giudizio finale [Ap. 20:11-15]; i due invece subito prima dell’instaurazione del Regno di Dio Millenario sulla terra [Ap. 19:20-21 e c.20]). La resurrezione degli empi avverrà in un medesimo tempo (Ap. 20:11-15), mentre quella dei giusti avverrà in tempi diversi: al rapimento della Chiesa con la resurrezione di tutte le anime credenti di ogni tempo; all’inizio del Millennio con la resurrezione dei numerosissimi martiri della grande tribolazione e i pochi (al confronto dei primi) morti di morte naturale e per altra causa (ovvero per i giudizi di Dio sulla terra che, anche se colpiranno maggiormente gli empi, non è escluso che i “neoconvertiti” [i convertiti durante la tribolazione] potranno incappare anche loro in simile morte), nel periodo che va dal rapimento della Chiesa all’instaurazione del Millennio, (viene usata la parola “pochi” perché effettivamente nei confronti dei martiri della tribolazione il loro numero sarà assai esiguo, ed è questo il motivo per il quale il veggente Giovanni non li vide o non li identificò nella visione del capitolo 20:4-6 o semplicemente non ritenne opportuno inserirli nel suo scritto, essendo il contesto concentrato sull’importanza e la priorità della visione dei martiri uccisi nella tribolazione); infine, l’ultima resurrezione dei giusti (il cui numero dovrebbe essere esiguo) sarà al giudizio finale. Questi ultimi saranno anime di credenti vissuti nel Millennio, morti per cause naturali e o uccisi da empi soprattutto alla fine di tale periodo. Gli uomini viventi sulla terra durante il Regno di Dio (Millennio) non sono i risorti, i quali non possono più morire (i risorti governeranno sulla terra), ma uomini e donne che saranno ritenuti degni di vivere sulla terra (i quali genereranno figli e figlie) nel giorno del giudizio di Cristo, prima del Millennio, e che potranno incorrere nella morte fisica, anche se per via naturale sarà alquanto difficile. I loro corpi, seppur naturali, non immortali e non incorruttibili, saranno comunque abbastanza diversi da quelli dell’uomo di oggi, ma solo sotto l’aspetto della fisicità, ovvero nei confronti della malattia e della morte. Tali corpi saranno notevolmente più resistenti e forti; la vita di ogni individuo sulla terra, se non peccherà contro il Signore, non si spegnerà facilmente per via naturale durante il Millennio; ciò sarà alquanto raro perché l’uomo sarà longevo. Quanto abbiamo detto nell’ultima parte di questo studio sarà bene tenerlo presente come ulteriore dettaglio significativo da connettere con lo studio del “Millennio”.

Altro passo, della prima lettera di Pietro, da considerare, oltre a quello che abbiamo trattato, è 1Pietro 4:6: “Infatti per questo è stato annunziato il vangelo anche ai morti, affinché, dopo aver subito nel corpo il giudizio comune a tutti gli uomini, possano vivere mediante lo Spirito, secondo la volontà di Dio”. In questo passo l’apostolo ribadisce che il nome di Cristo è stato evangelizzato non solo ai cristiani viventi al tempo nel quale scrive la sua lettera, ma anche a quelli (i cristiani) che erano morti sin dal tempo della predicazione di Gesù.

L’evangelizzazione per costoro non è però stata inutile, come si potrebbe pensare al vederne la morte terrena, pari a quella dei non credenti, poiché essa è il necessario transito ad una vita più gloriosa, con la futura resurrezione. Questo passo non ha nulla a che vedere con 1Pietro 3:18-20. Per capire meglio il significato del capitolo 4 di 1Pietro v. 6 leggere: 1Cor. 15:18-19.

Il defunto cristiano sembra essere punito con la morte, quanto al suo essere mortale, come l’incredulo, ma agli occhi di Dio vi è una differenza enorme; mentre l’incredulo non potrà vivere per lo Spirito Santo (che non ha ricevuto) assieme a Dio, in quanto ribelle alla lieta notizia annunziata da Cristo, il credente potrà vivere con Dio mediante lo Spirito che lo vivifica e che lo farà risorgere a vita eterna con un corpo glorioso al tempo della resurrezione.

I credenti muoiono ancora fisicamente; essi subiscono, nel corpo, il giudizio (la morte fisica) come i non credenti. Ma per i credenti la morte fisica non conduce al giudizio, bensì alla vita eterna. Essi vivranno mediante lo Spirito. Nel v. 6 Pietro, a differenza di quanto dice nel v. 5 riguardo al destino degli increduli, incoraggia i suoi lettori, affermando che invece di affrontare il giudizio per i loro peccati, coloro, che hanno udito e creduto all’evangelo di Gesù Cristo, affrontano un futuro totalmente differente. La pena per il loro peccato è stata subita da Cristo sulla croce. L’ultima conseguenza terrena per il credente è la morte fisica. La parola “morti” del v. 6, equivale a “credenti che sono morti” (Pietro qui rivolge l’attenzione al destino dei credenti morti), mentre nel v. 5 significa “tutti i morti”. Egli dice (v.6): “Infatti per questo è stato annunziato il vangelo anche ai morti..”. Il pronome dimostrativo “questo” (v.6) si riferisce all’argomento della frase precedente (v.5), ovvero il giudizio di Dio sui vivi e sui morti; in altre parole è stato a motivo del giudizio finale che l’evangelo è stato predicato anche a coloro (i cristiani) che ora, al tempo in cui Pietro scriveva la lettera, sono morti, ma che vivono però mediante lo Spirito di Dio. In questo modo la parola “morti” del v.6 vuol dire “coloro che ora sono morti” (al tempo in cui Pietro scriveva), anche se erano ancora viventi quando l’evangelo venne loro predicato. Il fatto che essi siano morti non dovrebbe turbare le menti di quanti sono rimasti in vita, poiché il vangelo non ha mai inteso salvare individui dalla morte fisica, bensì dalla morte e dalla condanna eterna. Tutti, cristiani e non, devono morire fisicamente (e questo è il significato dell’espressione “aver subito nel corpo il giudizio comune a tutti gli uomini”). L’evangelo fu predicato loro (“ai morti” del passo in questione: v.6) affinché essi potessero salvarsi dal giudizio finale, anche se non sarebbe loro stata risparmiata la morte fisica. L’interpretazione di questo passo ci aiuta anche a capire meglio l’interpretazione del passo di 1Pietro: 3:18-20.

Passiamo ora ad esaminare quei libri apocrifi che la Chiesa Cattolica ha inserito nel canone della Bibbia. Essi sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, 1 e 2 Maccabei.

Oltre all’aggiunta di questi libri apocrifi nella Bibbia cattolica, occorre dire che sono state fatte delle aggiunte al libro di Ester e a quello di Daniele. Questi sono dei libri che la Chiesa Cattolica Romana (assieme alle aggiunte a Daniele ed a Ester) dichiarò Scrittura ispirata da Dio in modo ufficiale nella sessione dell’otto aprile 1546 del Concilio di Trento. Questo Concilio lanciò un anatema contro chi non riconosceva tutti i libri della Bibbia cattolica, come sacri e canonici (per cui anche contro coloro che non riconoscevano e non riconoscono i libri apocrifi e le aggiunte ad Ester e a Daniele come Parola di Dio). Questi libri sono pieni di contraddizioni (reali e non apparenti) e di errori; né Gesù e neppure gli apostoli fecero mai riferimento direttamente o indirettamente a questi libri apocrifi. Gli ebrei non li riconobbero mai (e neanche oggi) come canonici e neanche i cristiani dei primi secoli d.C. li riconobbero mai come sacri. Per quanto riguarda il passo di 2Maccabei 12:38-45 (riguardo al sacrificio che sarebbe stato offerto per i morti) ma, più in generale, per tutti i libri apocrifi citati che fanno parte del canone cattolico, questi non sono ispirati da Dio ed è altresì chiaro che, soprattutto nel caso del libro 2 Maccabei, l’autore si sia affidato oltre alle prove storiche degli avvenimenti, anche a fatti non ben documentati ed accertabili e a volte anche leggendari. Riguardo a questi libri abbiamo svariate prove, le quali dimostrano che questi non sono ispirati (ad esempio leggere: 2Maccabei 2:23-32; c. 15:38-39; uno scrittore ispirato non avrebbe mai potuto dire quanto invece viene riportato qui). Questi libri apocrifi, non fanno parte del canone ebraico; Gesù non li cita mai e nemmeno i suoi apostoli. D’altronde non c’è da meravigliarsi di alcuni aspetti leggendari di questi libri, perché di norma gli apocrifi (anche tanti altri che sono esclusi anche dalla Chiesa Cattolica Romana) ne presentano quasi sempre di eclatanti, a prova del fatto che chi scriveva lo faceva sotto l’impulso umano e non divino.

(Apocrifo = nascosto. Questo termine è stato impiegato per un certo numero di scritti dell’A.T. considerati dubbi per la loro origine ed il loro valore). Questi libri apocrifi non figurano e mai hanno figurato nella Bibbia ebraica, ma sono stati introdotti nella traduzione greca del III secolo a.C. della versione dei LXX (Settanta), che tuttavia non li ha mai ritenuti canonici, passando di lì in seguito nella versione latina (Volgata) e in moltissime versioni antiche e moderne fino ad oggi. La sinagoga non li considerava affatto ispirati. Perfino alcuni degli autori di questi libri negano loro ogni ispirazione divina: prologo all’Ecclesiastico; 2Maccabei 2:23-32; c.15:38-39. Nel IV sec. d.C. Girolamo stesso, il traduttore della Bibbia latina (Volgata), per primo, contestò l’insieme degli scritti nella raccolta delle Sante Scritture della versione dei LXX. La versione dei LXX li aveva introdotti ritenendoli semplicemente libri sapienzali, poetici, storici ma non ispirati. Negli scritti apocrifi è completamente assente il soffio profetico, e molte dottrine, da questi espresse, sono spesso in contraddizione con la dottrina del canone ebraico. La Chiesa Romana ha seguito piuttosto Agostino che Girolamo.

Col Concilio di Trento (1546) essa proclamò canonici tutti i libri apocrifi contenuti nella versione dei LXX (e con essi le aggiunte a Daniele ed ad Ester) e nella Volgata, ad eccezione del III e IV libro di Esdra e delle preghiere di Manasse, (ciò dovrebbe illuminarci e farci capire come, nel fare molte cose, la Chiesa Cattolica abbia cambiato spesso le proprie direttive, a volte accettando, altre volte respingendo quanto prima era stato accettato o respinto). Se potevano essere definitivamente ritenuti apocrifi il III e il IV libro di Esdra e la preghiera di Manasse, perché non si doveva agire nello stesso modo anche per gli altri libri apocrifi (1 e 2 Maccabei, Baruc, Tobia, ecc.) prima elencati e contenuti anch’essi nelle due versioni (ovvero la LXX e la Volgata)? Questi apocrifi che furono tolti non facevano parte del canone ebraico, come del resto non vi facevano parte anche quelli che, ancora oggi, la Chiesa Romana ritiene ispirati. Alcuni li ha tolti, altri no, come se essa fosse Dio, per poter scegliere quali prendere e quali no. Noi evangelici ci atteniamo ai libri ritenuti ispirati da sempre dal canone ebraico, che fino ad oggi non ha mai presentato questi apocrifi. Il Concilio Vaticano (1870) confermò la decisione del Concilio di Trento. In qualche versione cattolica si riconosce che sono libri deuterocanonici, non ispirati, e assenti nella Bibbia ebraica, e che sono stati aggiunti dopo nel canone della Bibbia cattolica. La Riforma, al contrario, si attenne all’opinione di Girolamo, il quale riteneva saggiamente, con le dovute prove, che tali libri fossero apocrifi. Molti accusano noi evangelici di aver tolto questi libri dalla Bibbia, ma questi non sanno che è stata la Chiesa Romana ad aggiungerli, noi non abbiamo tolto nulla.

La versione dei LXX conteneva oltre agli apocrifi: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, 1 e 2 Maccabei, aggiunte a Daniele e a Ester, anche il III e il IV libro di Esdra e la preghiera di Manasse. Essa non li considerava per niente ispirati, ma erano stati consapevolmente introdotti (e vi sono svariate prove di ciò) solamente per la loro utilità storica, poetica e sapienzale, con l’avviso che, comunque, mai si sarebbero dovuti minimamente mettere sullo stesso livello di quelli ispirati. La Chiesa Romana ha agito con interesse, non ritenendo di aggiungere nel proprio canone il III e il IV libro di Esdra e la preghiera di Manasse, definendoli definitivamente apocrifi, prendendo in considerazione invece gli altri apocrifi in questione definendoli nel tempo scritti ispirati. Ma andiamo a studiare le contraddizioni e gli errori di alcuni dei libri apocrifi che la Chiesa Cattolica definisce ispirati. Nel libro di Tobia, che è pieno di favole, riscontriamo una menzogna che lo scrittore fa dire ad un angelo di Dio di nome Rafael. Prima, troviamo scritto che Tobia uscì in cerca di un uomo pratico della strada, che lo accompagnasse nella Media, e appena uscito si vide davanti Rafael, l’angelo, ma Tobia non conosceva la natura celeste di questi. Poi quando Tobit (o Tobi), il padre di Tobia, gli chiese: “..Fratello, di che famiglia e di che tribù sei?....Voglio sapere con verità di chi tu sei figlio e il tuo vero nome”, l’angelo rispose: “Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli” Tobia 5:4-13 (versione C.E.I.).

Gli angeli di Dio sono santi e non si mettono a mentire quando parlano, perché essi fanno e dicono tutto ciò che Dio vuole. Se l’angelo si chiamava Rafael, avrebbe dovuto rispondere che si chiamava Rafael oppure non rispondere. Come mai disse di essere Azaria e per giunta suo parente? Sempre in questo libro riscontriamo anche la superstizione che sarebbe dovuta essere stata insegnata niente di meno che da un angelo di Dio. È scritto infatti, in Tobia 6:1-8, che una notte Tobia scese verso il fiume Tigri per lavarsi i piedi, e ad un tratto un grosso pesce balzò fuori dall’acqua per divorare il piede del ragazzo che si mise a gridare; l’angelo allora gli disse di afferrare il pesce e di tirargli fuori il fiele, il cuore e il fegato, che potevano essere utili come medicamenti, e di buttare via gli intestini. Dopo che Tobia ebbe arrostito una parte del pesce e l’ebbe mangiata, si misero in cammino e durante il percorso il giovane domandò all’angelo quale medicamento ci poteva essere nel cuore, nel fegato e nel fiele del pesce. L’angelo allora gli rispose: “Quanto al cuore e al fegato (del pesce), ne puoi fare suffimigi in presenza di una persona, uomo o donna, invasata dal demonio, o da uno spirito cattivo e cesserà in essa ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna” v.8.

Ma come si può accettare per ispirato un libro dove un angelo mente e si mette pure ad insegnare la superstizione? Nel libro di Giuditta si fa risalire la storia di questa donna a poco dopo il rientro dalla cattività in Babilonia, e in un passo viene detto: Giuditta 4:1-3 (versione C.E.I.) “Quando gli israeliti che abitavano in tutta la Giudea sentirono per fama quanto Oloferne, il comandante supremo di Nabucodonosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi e li aveva votati allo sterminio, furono presi da indescrivibile terrore all’avanzarsi di lui e furono costernati a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore, loro Dio. Oltre tutto, essi erano tornati da poco dalla prigionia e di recente tutto il popolo si era radunato in Giudea; erano stati consacrati gli arredi sacri e l’altare e il tempio dopo la profanazione”. (Leggere, se interessati per ulteriori verifiche, tutto il libro di Giuditta che presenta molte contraddizioni e innumerevoli errori storici). In queste poche parole ci sono diverse menzogne, perché quando i giudei tornarono in Giudea, dalla cattività in Babilonia, non esisteva più il re Nabucodonosor, re di Babilonia, perché morto da molti anni. In quel tempo esisteva invece il regno dei medi e dei persiani sul quale regnava Ciro re di Persia, il quale era stato proprio lui a rimandare liberi gli esuli ebrei, affinché tornassero in Giudea a ricostruire il tempio di Dio. Nel libro 2Maccabei 2:1-8 troviamo una menzogna che consiste in questo: lo scrittore dice che il profeta Geremia andò al monte, dove Mosè era salito per vedere la terra promessa, e presso questo, in una caverna, nascose il tabernacolo (la “tenda”), l’arca e l’altare dei profumi, e poi disse ad alcuni che il luogo sarebbe rimasto ignoto fino a quando Dio avrebbe riunito nuovamente il suo popolo; in quel tempo Dio avrebbe rivelato dov’erano quegli oggetti sacri. Ma queste cose non possono essere vere, perché proprio nel libro del profeta Geremia (colui che avrebbe dovuto dire tali cose) è scritto che all’arca del patto dell’Eterno non vi si sarebbe più pensato, quando Dio avrebbe ricondotto il suo popolo in Sion, infatti è scritto: Geremia 3:14-16 “....vi prenderò, uno da una città, due da una famiglia, e vi ricondurrò a Sion; vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza ed intelligenza. Quando sarete moltiplicati e avrete fruttato nel paese, allora, dice il SIGNORE, non si dirà più: <L’arca del patto del SIGNORE!>. Non vi si penserà più, non la si menzionerà più, non la si rimpiangerà più, non se ne farà un altra ”.

Questa contraddizione ci fa capire come questo libro non può essere ispirato da Dio, ma c’è di più, molto di più, riguardo a questi libri apocrifi dei Maccabei. Altra contraddizione, che fa dei libri dei Maccabei dei testi inaffidabili e non ispirati, è la descrizione della morte del re Antioco Epifane che è riportata nei due libri contemporaneamente in tre maniere completamente diverse l’una dall’altra. In 1Maccabei 6:1-16 è scritto che il re, al sentire notizie non buone, restò abbattuto, e preso da profonda agitazione si gettò sul letto e si ammalò per la gran tristezza, perché le cose non erano andate secondo i suoi desideri. Egli rimase così per molti giorni e, siccome la sua tristezza andava crescendo, si sentì vicino alla morte, e così difatti poi avvenne. In 2Maccabei 1:13-16 è detto che lo stesso re morì lapidato in Persia, nel tempio della dea Nanea, infatti troviamo scritto che i sacerdoti presero il condottiero (il re) e i suoi compagni a sassate, tagliarono le loro membra e la testa. In 2Maccabei 9:1-28, (questa terza descrizione della morte del re è fatta dallo stesso autore di 2Maccabei nello stesso libro; è facile capire che invece di uno scrittore ispirato si tratti semplicemente di un narratore, come del resto egli stesso si dichiara, il quale afferma anche che ha solo narrato e riassunto le varie idee storiche passate del suo tempo), è detto che Antioco morì roso dai vermi perché Dio lo colpì con una piaga. Si sono voluti dimostrare, con alcuni dei tanti esempi, che potremmo citare, i molti errori e le contraddizioni dei libri apocrifi ritenuti invece validi e per giunta ispirati dalla Chiesa Romana. Tali errori ci fanno comprendere che gli scrittori che scrissero tali libri non furono ispirati dallo Spirito Santo.

Ma soffermiamoci di più sul libro 2Maccabei, perché da un passo di questo testo la Chiesa Romana attinge la certezza della dottrina del purgatorio. Questo libro scritto, da un ignoto Giasone di Cirene, non è la continuazione di 1Maccabei, il quale ha difatti un altro autore.

A dimostrazione che questo libro non è un’opera ispirata da Dio, né tanto meno lo è stato lo scrittore originario, sta il fatto che nel c.2:23-32 si fa riferimento al Giasone (l’autore), definendolo come un narratore storico che compose la sua opera in cinque libri, ma poi è chiaramente detto che tale opera venne riassunta e sintetizzata in un solo libro (l’odierno libro di 2 Maccabei) da altri scrittori: “questi fatti, narrati da Giasone di Cirene nel corso di cinque libri, ci studieremo di riassumerli in una sola composizione. Vedendo infatti la massa di numeri e l’effettiva difficoltà per chi desidera di inoltrarsi nelle narrazioni storiche, a causa della vastità della materia, ci siamo preoccupati di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendono ritenere nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori. Per noi certo, che ci siamo sobbarcati la fatica del sunteggiare, l’impresa non si presenta facile: ci vorranno sudori e veglie, così come non è facile preparare un banchetto e accontentare le esigenze altrui; tuttavia per far cosa gradita a molti ci sarà dolce sopportare la fatica, lasciando all’autore la completa esposizione dei particolari, curandoci invece di procedere secondo gli schemi di un riassunto. Come infatti in una casa nuova all’architetto tocca pensare a tutta la costruzione, mentre chi è incaricato di dipingere a fuoco e a fresco deve badare solo alla decorazione, così, penso, è per noi. L’entrare in argomento e il passare in rassegna i fatti e l’insinuarsi nei particolari, spetta all’ideatore dell’opera storica; curare il sunto della esposizione e tralasciare i complementi della narrazione storica, è riservato a chi fa l’opera di compendio. Di qui dunque cominceremo la narrazione, senza nulla aggiungere a ciò che abbiamo detto nella prefazione: sarebbe certo ingenuo abbondare nei preamboli e abbreviare poi la narrazione storica”.

Innanzi tutto uno Scritto Sacro non potrebbe mai essere sintetizzato e riassunto, come è avvenuto invece in questo caso, da cinque libri originari in uno solo; in realtà, nemmeno una parola in un Testo Sacro si potrebbe togliere, manipolare o aggiungere; la Parola di Dio non si può tagliuzzarla. Diventa ancora più chiaro che non siamo di fronte ad un libro ispirato. Pensate, ad esempio, se i cinque libri del Pentateuco fossero sintetizzati in un solo libro, come è avvenuto per il caso di 2Maccabei, non vi pare che così facendo non solo si annienterebbero svariati argomenti, ma che soprattutto si cambierebbero i modi di presentazione personale dello Spirito Santo? Si potrebbe più chiamarla Parola di Dio?

E se qualcuno lo facesse (il riassunto), lo farebbe solo nel caso in cui non considerasse sacri e ispirati quei libri che va a sintetizzare, perché altrimenti li lascerebbe così come Dio li ha comandati e ispirati.

Anche se lo scrittore originario di 2Maccabei fosse stato ispirato, (certamente non lo fu come lui stesso dichiara), per due motivi tecnici importanti, si può, oltre alle prove già considerate, avere la certezza della non ispirazione di questo libro: il primo motivo consiste nel fatto che l’opera iniziale fosse di cinque libri; il secondo consiste nel fatto che chi ha sintetizzato tale opera, ha tagliuzzato il contenuto dei cinque libri rendendo definitivamente il lavoro del Giasone, (quand’anche fosse stato nell’originale un’opera ispirata, cosa certamente impossibile), né più e né meno un libro popolare come tanti. Il compito dei sintetizzatori fu esclusivamente quello di trascrizione e sintesi. Ritenere l’autore di 2Maccabei ispirato, a questo punto non basterebbe perché, per mantenere valida l’opera, sarebbero dovuti essere ispirati anche (oppure solamente) coloro che l’hanno trascritta e sintetizzata in un unico libro. Avendo quest’ultimi non lasciato alcuna loro “impronta” personale nel libro, diventa assai improbabile l’ispirazione dei sintetizzatori, anche per il fatto che lo Spirito Santo quando ispira, lo fa con potenza e senza errori, dando la capacità allo scrittore, sospinto divinamente, di discernere e di riportare solo le verità e non le contraddizioni e le menzogne. Nessuno può neanche assicurarci che chi ha operato la sintesi dei cinque libri di Giasone, lo abbia fatto in modo chiaro, giusto e senza arbitrarietà, riportando letteralmente i fatti da questi (il Giasone) riportati, considerando il fatto che l’operazione della sintesi non è per niente facile quando trattasi di argomentazioni storiche popolari, soprattutto se legati, come in questo caso, a circostanze e motivazioni filo-religiose. È inoltre chiaro (leggere: c.2:23-32, nei versi 23,24,30,32) che si tratta semplicemente di una narrazione storica e che, solo come tale, ha potuto subire il processo di sintesi da cinque libri ad uno solo.

Questo libro poi non manca di fatti narrati con sfumature un po’ troppo leggendarie; ci si accorge con estrema evidenza della voluta mistificazione di alcuni fatti, chiaro segno questo che l’opera è ispirata dalla mente dell’uomo e non da Dio. Questi fatti, per caratteristiche evidenziabili, sono simili alle tante storie leggendarie raccontate in tanti altri libri apocrifi, solo che, in questi ultimi, esse sono molto più evidenti e quindi tali libri sono scartati senza indugio dal canone cattolico. Ma uno scritto non ispirato non si dovrebbe riconoscere solo da questi aspetti, ma soprattutto dalla comunione dei dati, e dei fatti riportati, con la verità, cosa che in questo libro, come detto prima, non avviene.

(Ripeto ancora che il canone ebraico era privo di tali libri apocrifi e lo è tuttora e la versione dei Settanta li definiva non ispirati, pur avendoli inseriti nella propria traduzione greca).

Uno scrittore ispirato (parlo di Giasone di Cirene l’autore dei cinque libri sintetizzati da altri scrittori in un unico libro), inoltre, non avrebbe mai potuto scrivere parole come: 2Maccabei 15:37-39 (vers. C.E.I.) “...anch’io chiudo qui la mia narrazione. Se la disposizione dei fatti è riuscita scritta bene e ben composta, era quello che volevo; se invece è riuscita di poco valore e mediocre, questo solo ho potuto fare....così l’arte di ben disporre l’argomento delizia gli orecchi di coloro a cui capita di leggere la composizione. E qui sia la fine ”. (Inoltre neanche i sintetizzatori, se fossero stati ispirati, avrebbero dovuto riportare simili parole nel testo).

Immaginate ad esempio Isaia, il profeta, che, ultimando il suo Scritto Sacro, scrivesse simili parole; difficile da poter immaginare che uno scrittore ispirato, che scrive sotto la potenza e l’ispirazione dello Spirito Santo, possa pensare e scrivere codeste parole. Nello scritto ispirato tutto è buono e verace, e ha pieno valore perché chi guida è Dio, e quello che è scritto è Parola di Dio. Il libro 2Maccabei, che tanto interessa ai teologi cattolici, non è né uno Scritto Sacro, né, tanto meno, ispirato. Inoltre, le contraddizioni elencate prima (e non sono solo quelle) fanno risultare il libro un testo di poco valore, anche come semplice libro storico. Bisognerebbe capire di quali fonti storiche si servì l’autore Giasone di Cirene, con quale discernimento le trascrisse nei suoi cinque libri, con quanta istruzione riguardo alla religione giudaica, espose i fatti e le tradizioni narrate, gli eventi religiosi e soprannaturali, per discernere e captarne, e, quindi, scartarne il mito, la leggenda e l’errore, e se nel riassumere i cinque libri di Giasone in uno solo, gli scrittori sintetizzatori si siano limitati a togliere le parole, frasi o fatti (a loro parere meno importanti), o, se per giunta, addirittura, abbiano aggiunto, qualche volta, arbitrariamente qualcosa, attraverso fonti di derivazione personale o una qualche specie di commento personale, abbinato a qualche argomentazione originale dell’opera, allo scopo di aggiornamento e arricchimento. Rimane tuttavia certo che non si tratta di uno Scritto Sacro. Il passo del libro di 2Maccabei, che interessa ai teologi cattolici per la loro dottrina del purgatorio, è il seguente: 2Maccabei 12:40-45 “Ma trovarono sotto la tunica di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iamnia, che la legge proibisce ai Giudei; fu perciò a tutti chiaro il motivo per cui costoro erano caduti. Perciò tutti, benedicendo l’operato di Dio, giusto giudice che rende palesi le cose occulte, ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdonato. Il nobile Giuda esortò tutti quelli del popolo a conservarsi senza peccati, avendo visto con i propri occhi quanto era avvenuto per i peccati dei caduti. Poi fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila dracme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio, compiendo così un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato”.

L’avvenimento del sacrificio che sarebbe stato offerto per morti, in 2Maccabei 12:40-45, è, in modo assoluto, in contraddizione con la dottrina biblica; niente e nessuno negli Scritti Sacri, parla neanche lontanamente di un sacrificio da offrire per i morti, anzi viene detto sempre il contrario. Se dovessimo prendere in considerazione tutti i fatti, avvenimenti e le fantasmagoriche dottrine, espresse dai più svariati libri apocrifi (i quali sono numerosissimi), ci ritroveremmo a dover vivere in una fede contraddittoria, puerile, umana, inconcepibile, leggendaria e mistificata. Quindi, anche se figurano nel canone cattolico, i libri di Maccabei, (e non solo), non sono Scritture ispirate da Dio, perciò è errato prendere quel passo prima citato a sostegno del suffragio per i morti. Poi va detto per quel che concerne il sacrificio, fatto offrire per i morti da Giuda Maccabeo, che questo si opponeva e si oppone in maniera assoluta alla legge di Mosè, nella quale non erano prescritti dei sacrifici da offrire per i peccati dei morti (ma solo per quelli dei vivi), quindi, quand’anche Giuda abbia fatto quel gesto, egli non si è attenuto alla legge dei suoi padri.

Il che rende nullo il suo gesto, perché non prescritto dalla legge di Mosè data da Dio al suo popolo. Nella storia di Israele, raccontata nella Bibbia, vi furono ripetutamente circostanze nelle quali uomini di fede, sacerdoti, ecc., offrivano sacrifici a Dio esclusivamente per il benessere dei viventi e per ringraziare il Signore. Nemmeno una sola volta negli Scritti Sacri è raccontato o decritto un sacrificio o una preghiera per i morti, anzi, sia la legge di Mosè che il canone generale biblico vi si oppongono; la legge di Mosè, in modo implicito, il canone generale, invece, in modo esplicito. E, quindi, i teologi cattolici prendono a sostegno dei loro suffragi e preghiere per i morti, niente di meno che un gesto senza valore di un giudeo.

In sintesi, cari teologi cattolici, dov’è la dottrina del purgatorio in questo passo? Innanzi tutto, è bene precisare che tale fatto potrebbe non essere realmente accaduto o comunque non in quei termini; ciò viene reso possibile anche dal fatto che nello stesso libro vi sono contraddizioni evidenti, tra le quali quelle riguardanti ciò che Geremia avrebbe detto a proposito dell’arca, e quelle riguardanti la morte di Antioco Epifane.

Tutto ciò non ci proibisce di pensare (anzi ci induce a pensare e a credere) che anche per tale avvenimento possa esserci stato una narrazione non coerente con la realtà, probabilmente proprio perché risulta che il Giasone di Cirene si attenne, oltre a delle fonti storiche anche a delle tradizioni e fonti orali provenienti da svariati ambiti leggendari e mistici.

Ma volendo pure credere che tale avvenimento sia realmente accaduto, si deve notare come errori del genere furono commessi perfino da uomini di fede come, ad esempio, Aaronne, che spinto dal popolo contrastò la legge di Dio, quando eresse un vitello d’oro: Esodo 32:1-10, Iefte uomo di fede, che non volendo revocare un’avventata promessa fatta al Signore, (promessa che era contro la Parola di Dio), sacrificò sua figlia: Giudici 11:29-40 (cosa abominevole per Dio). La legge mosaica non prescriveva sacrifici umani, anzi era in opposizione a queste cose. Non perché fatti da uomini di fede, tali gesta devono essere seguite o ritenute giuste. (Giudici 11:29; Iefte, ad esempio, era un uomo di fede, “sul quale era sceso lo Spirito del Signore”). Così, se Giuda fece offrire davvero tale sacrificio per i morti, sbagliò, come sbagliarono pure in modo diverso uomini di fede come Aaronne, Iefte ed altri ancora. Noi dobbiamo seguire quanto la Parola di Dio ci dice di fare, non gli errori di uomini del passato, come anche del presente. Se Giuda Maccabeo fece realmente tale cosa, sbagliò completamente in quanto si oppose alla Parola di Dio. Inoltre, il Giasone di Cirene nello scrivere l’accaduto ci ha aggiunto la sua opinione ottimistica del gesto compiuto da Giuda. Ma l’autore Giasone e anche gli scrittori, che sintetizzarono poi la sua opera, non erano scrittori ispirati e il gesto menzionato di Giuda non conta niente e non ha alcun valore biblico. Inoltre, può essere anche possibile che il commento al gesto di Giuda sia opera degli scrittori che sintetizzarono i cinque libri. Per di più, è più probabile che Giasone, nel raccontare tale avvenimento, si sia affidato a fonti non vere e leggendarie, del resto egli scrive molti decenni dopo i fatti accaduti riguardanti i Maccabei. In conclusione, è chiaro che anche se la Bibbia, (o un libro apocrifo come nel caso di 2 Maccabei nei riguardi di Giuda), racconta alcune gesta di uomini di fede, qualora questi si fossero trovati a contrastare la Parola di Dio, con delle loro azioni, non bisogna però seguire il loro esempio.

È utile sapere inoltre che, sotto Alessandro Magno, la Grecia entrò per la prima volta in contatto diretto con la Giudea che soccombette senza combattere.

Dal tempo di Alessandro, l’influenza greca entrò nella religione ebraica. Anche dopo la conquista romana al tempo di Gesù, l’influenza della lingua, della cultura e della filosofia greca era sempre ben infiltrata nella religione ebraica. Al tempo dei Maccabei, gli ebrei erano stati colonizzati già da un pezzo, e la filosofia greca che affermava tre stadi dopo la morte, anziché due, può verosimilmente, anzi quasi con certezza, aver influenzato con una sorta di semi-gnosticismo e di sincretismo alcuni comuni giudei, ma perfino alcuni tra rabbini e sacerdoti.

Infatti, al tempo di Gesù, vi erano ebrei che parlavano l’aramaico, ma anche ebrei che parlavano correntemente il greco (i cosiddetti ebrei ellenici), e chi addirittura tutte e due le lingue.

Nessun vero credente si sognerebbe di copiare quanto fece Aaronne col vitello d’oro o Iefte col sacrificio della figlia, così non vedo perché dal gesto di Giuda, la Chiesa Romana debba estrapolare l’iniqua dottrina del purgatorio e del suffragio per i morti. Se Giuda fece realmente ciò, non fu ispirato da Dio, come non lo furono né Aaronne, né Iefte, nelle loro gesta citate. Nella legge precisissima e piena di dettagli di Mosè, nulla è scritto riguardo a dei sacrifici da offrire per i morti; essa descrive rituali, cerimonie, feste e sacrifici per i vivi, in modo assai dettagliato; parla in modo specifico dei comandamenti morali, delle norme di giustizia e di come e quando amministrarle, e con tutto ciò, non avrebbe dovuto dedicare (leggere il Pentateuco per averne un’idea) una sola parola per spiegare e ordinare un ipotetico sacrificio dovuto ai defunti? Tra l’altro così vitale per le anime purganti, per avere ristoro dal fuoco e un’abbreviazione della pena? Questo sarebbe in contraddizione con la precisione dei dettagli elencati dalla legge di Mosè, e per di più, sostenere la tesi dei suffragi e del purgatorio, in questo passo di 2Maccabei, offenderebbe non poco la legge di Mosè, che è presentata in tutti i suoi aspetti, in modo completo, facendola passare come mancante di altri ordinamenti divini utili ed efficaci e quindi incompleta. A voi il commento.

Due sono le ipotesi, o il fatto è vero e quindi Giuda non fu ispirato certamente da Dio in quella circostanza, ma influenzato probabilmente dalla filosofia greca che aveva dato vita ad un specie di sincretismo che può aver affascinato e preso lui, (come anche altri), il quale (Giuda) agì “mosso da pietà” per quei defunti e per la certezza e piena fiducia nella “risurrezione dalla tomba”, o l’autore del libro riportò semplicemente un fatto non realmente accaduto, (o, comunque, non in tali modi descritti nel libro), risalente a fonti orali o anche scritte, leggendarie e mistificate.

È pur certo che Giuda, (se vogliamo credere che tale avvenimento sia realmente accaduto), nel voler offrire un sacrificio per quei morti (che erano incorsi in tale disgrazia per aver portato con sé oggetti sacri agli idoli di Iamnia), credeva che Dio, nel giorno della resurrezione, potesse resuscitarli, perdonandoli da tali peccati; non è in alcun modo implicita la credenza del purgatorio in tale atto, è ben noto pure come tuttavia il proposito dello scrittore o narratore non è affermare una tale dottrina, ma solo quello di voler raccontare un tale (ipotetico) avvenimento, per descrivere la realtà e veracità della dottrina della resurrezione: 2Maccabei 12:44-45 (anziché la dottrina del purgatorio).

In tutta la Scrittura ispirata non vi è alcun accenno a un sacrificio per i morti, né tanto meno ad un purgatorio dopo la morte. Qualcuno potrebbe obbiettare a quanto detto prima, dichiarando che anche se i cinque libri di Giasone potevano non essere ispirati, Dio potrebbe invece aver ispirato gli scrittori che sintetizzarono tale opera in un unico libro, ovvero potrebbero affermare che l’odierno libro di 2Maccabei è ispirato, in quanto il Signore potrebbe aver suscitato negli scrittori l’ispirazione divina, i quali avrebbero usato, come base del loro testo, dei libri storici non ispirati (i cinque libri di Giasone), come d’altronde avviene per i libri 1-2 Re, e 1-2 Cronache, nei quali gli scrittori ispirati, senza dubbio, affermano a volte implicitamente, a volte esplicitamente di aver preso le fonti storiche del loro racconto ispirato da altri libri storici non ispirati. Rispondo: innanzi tutto, in 1-2 Re, e in 1-2 Cronache, gli scrittori ispirati fanno assumere alla loro opera una propria personalità individuale, dovuta all’ispirazione divina, e non compare, in alcun modo, la vecchia personalità individuale dei libri storici non ispirati usati come fonti per il libro ispirato. Nel libro 2Maccabei, invece, avviene l’opposto; gli scrittori (quelli che hanno sintetizzato l’opera dei cinque libri di Giasone) hanno completamente e certamente lasciato la personalità e individualità propria dei cinque libri di Giasone (2Maccabei 2:23,28).

Quando Dio ispirava uno scrittore, non lasciava alcuna opportunità e occasione di trasmettere nel libro ispirato l’identità e la personalità propria di quei libri non ispirati, usati come fonti storiche, e nemmeno date o avvenimenti non veri e non reali.

Nel libro 2Maccabei invece è assolutamente chiaro che gli scrittori hanno lasciato pensiero, opera e ideologia dell’autore Giasone, senza preoccuparsi di lasciare la propria sotto l’influsso dello Spirito Santo e di dare, attraverso l’influenza di Egli, al nuovo libro un’identità nuova, che in effetti non c’è stata. Quando Dio ispira, lo fa con potenza e i segni che lascia sono alcuni evidenti ed altri evidenziabili. Chi legge il libro 2Maccabei si renderà subito conto che gli scrittori hanno semplicemente sintetizzato l’opera di Giasone, lasciando l’identità, la personalità e l’individualità dell’opera di Giasone, del tutto intatta. (Inoltre, se fossero stati ispirati gli scrittori, che sintetizzarono l’opera, non avrebbero dovuto lasciare il pensiero personale del Giasone riguardo al suo scritto, specialmente intriso com’è di pensiero e insicurezza umana: c. 15:37-39). Nel libro 2Maccabei, invece, si dà fin troppa importanza all’autore originario dell’opera, e questo è fin troppo contraddittorio, se si vuol considerare il libro 2Maccabei come ispirato, perché l’autore vero e autentico, in questo caso, sarebbe stato lo Spirito Santo. Nel libro 2Maccabei si vuole, da parte degli scrittori, lasciare completamente intatti, pensiero, ideologia e identità dell’autore umano Giasone e si sprecano fin troppe parole per la sua presentazione (c. 2:23-32). In conclusione, né i cinque libri di Giasone sono ispirati, né lo è l’opera forgiata da codesti libri dagli scrittori anonimi di 2Maccabei. Inoltre, gli scrittori di 2Maccabei non avrebbero, se la loro opera fosse ispirata, riportato simili parole in 2Maccabei 15:37-39. Caro lettore, se noi dovessimo leggere i numerosissimi libri apocrifi leggendari, mistici e contradditori, avremmo in noi, (se dovessimo essere tentati di credere a tutto quello che tali libri riportano), una confusione enorme riguardo alle dottrine e alla fede stessa, e addirittura qualcuno potrebbe diventare scettico riguardo all’esistenza di Dio o perfino ateo del tutto.

È conforme a verità dire che la saggezza della Parola di Dio (oltre a quanto di Dio si possa vedere nella creazione) è stata, è, e sarà sempre una molla imponente che porta alla fede numerosi individui. Al contrario, l’ignoranza, la fantasia, la puerilità, la leggenda, le contraddizioni e la stoltezza di molti dei libri apocrifi non invogliano, non aumentano e non “creano” la fede nei lettori. I libri che rivelano la verità e volontà di Dio sono gli Scritti Sacri e ispirati, tutto il resto non deve essere preso in considerazione sia dal punto di vista dottrinale che dal punto di vista delle rivelazioni, specialmente quando esse si oppongono al messaggio biblico ispirato. Nei libri apocrifi ci sono anche delle altre storie che servono come base a qualche altra dottrina perversa della Chiesa Romana. Per esempio, nel caso di 2Maccabei oltre al sacrificio per i defunti, al c.15:11-16 è raccontata la storia di alcune preghiere fatte da un sacerdote morto (Onia) e dal profeta Geremia (morto anch’egli), per i vivi sulla terra. Ad ogni modo, qui l’avvenimento presenta questi personaggi che pregano per il loro popolo, in modo implicito, senza aver loro chiesto al popolo di essere invocati per poter intercedere in suo favore, ovvero non vi è alcun minimo accenno riguardo ad un’invocazione da fare ai santi morti, né tanto meno ad una loro intercessione proposta su richiesta da parte del bisognoso.

Inoltre, la storia della “spada d’oro”, della “spada sacra”, data da Geremia, ormai defunto da secoli, a Giuda, come dono di Dio per abbattere i nemici, ci fa pensare più a un puerile racconto fantasioso e leggendario, che non ad un fatto reale. (Questo argomento si tratterà in modo più specifico nello studio: “Idolatria, culto dei santi e falsi miracoli”).

Riguardo ai libri apocrifi della Sapienza e dell’Ecclesiastico, per esempio, ci sono alcune cose vere che non possono essere annullate, in quanto legate al fondamento biblico vero, ma non per questo possono essere considerati canonici, infatti questi, come gli altri elencati prima, non sono stati mai presenti, come non lo sono tuttora, nel canone ebraico.

Ricordiamo che né Gesù, né gli apostoli fecero mai riferimenti diretti a questi libri apocrifi. Questo loro silenzio, (oltre a quanto già detto), dimostra come questi non erano considerati da loro Parola di Dio. Una cosa possiamo dirla con certezza: se gli ebrei avessero tolto dei libri canonici, quelli che, secondo i teologi romani, sono ispirati (i menzionati apocrifi), si sarebbero resi colpevoli anche di questa colpa davanti a Dio, e Gesù, per mezzo del quale sono tutte le cose, non avrebbe mancato di riprenderli, anche per questo atto iniquo, come ha fatto per altre questioni. Gli ebrei, ai quali, non lo dimentichiamo, “..furono affidate le rivelazioni di Dio” (Romani 3:2), non riconobbero mai come canonici quei libri e quelle aggiunte ad Ester e a Daniele, ed è per questo infatti che nella Bibbia ebraica (che contiene solo i libri dell’Antico Testamento), essi sono sempre stati assenti. La Chiesa primitiva negò sempre la canonicità di questi libri, infatti, non li mise mai (neanche minimamente) allo stesso livello di quelli Sacri. Concludiamo citando le seguenti Scritture che attestano con fermezza che è vietato sia aggiungere, che togliere alcunché alla Parola di Dio: Proverbi 30:5-6 “ Ogni parola di Dio è affinata con il fuoco....Non aggiungere nulla alle sue parole, perché egli non ti rimproveri e tu sia trovato bugiardo”; Deut. 4:2: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla, ma osserverete i comandamenti del SIGNORE vostro Dio, che io vi prescrivo”; Ap. 22:18-19: “Io lo dichiaro a chiunque ode le parole della profezia di questo libro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio, aggiungerà ai suoi mali i flagelli descritti in questo libro; se qualcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Dio gli toglierà la sua parte dell’albero della vita e della santa città che sono descritti in questo libro”. Quindi, coloro che fanno queste aggiunte alla Parola di Dio, ne porteranno la pena per l’eternità, perché si sono permessi di far passare alle moltitudini dei concetti umani e delle favole, per Parola di Dio: Tito 1:13-14; 1Timoteo 4:6-8.

Girolamo stesso, il traduttore della traduzione latina detta Volgata, (tenuto in grandissima stima dalla Chiesa Romana), affermò: “La Chiesa legge il libro di Tobia, di Giuditta, dei Maccabei, di Baruc, di Susanna, della Sapienza, dell’Ecclesiastico, l’Inno dei tre giovani e le favole di Belo e del Dragone; ma essa non li riceve affatto nel novero delle scritture autentiche”, (Girolamo, prologo a Graziano).

Quella di Girolamo è una delle tante testimonianze dei cosiddetti “Padri della Chiesa” che affermarono che quei libri apocrifi ai loro giorni, (alcuni secoli dopo Cristo), non venivano considerati canonici. Il Concilio di Trento (1546), dunque, riconoscendo per canonici questi apocrifi, prima citati, ha contrastato anche Girolamo, il quale è l’autore della traduzione latina detta Volgata che il Concilio di Trento ha dichiarato dover essere accettata come la sola autentica tra tutte le versioni.

Chissà, l’autore (Girolamo) cosa penserebbe e direbbe oggi, vedendo che i libri apocrifi, i quali erano contenuti nella sua versione latina, (detta Volgata), oggi sono ritenuti canonici dalla “massa” a causa della nefanda Chiesa Romana.

Finito lo studio riguardo agli apocrifi, è utile far sapere, inoltre, che i teologi cattolici sostengono l’esistenza anche di un quarto luogo: il Limbo. Tale teoria anche se risulta non essere mai stata fatta dogma di fede, nel Medioevo, però, era sostenuta con fermezza. Questo luogo designa per i teologi cattolici la dimora delle anime dei neonati e dei bambini non battezzati che sono morti prima di essere messi in condizione di aver adempiuto a tale sacramento. Nel Medioevo molti genitori, che si erano visti morire i propri figli, senza aver ricevuto il battesimo, soffrivano vere e proprie depressioni per l’accaduto (ad esempio, nel caso dei neonati morti prima di essere battezzati). In questo luogo vi vanno (sempre secondo i teologi cattolici) le anime dei neonati e dei bambini che in vita non hanno avuto il battesimo e che quindi sono rimasti con il peccato originale (sempre secondo i teologi cattolici); questo luogo non sarebbe né di pena, né di purificazione, ma di semplice privazione della presenza e gloria di Dio. Capisco molto bene le sofferenze dei genitori, in simili circostanze, che credevano e credono a quanto detto a riguardo dalla Chiesa Romana.

Questa ideologia è abominevole, ingenua e priva non solo dell’intelligenza divina, ma anche di quella umana. Inutile dire che la Bibbia non solo non dice niente a riguardo, ma contraddice in pieno ogni idea del genere.

È utile, infine, sapere che le preghiere per i morti furono inventate verso l’anno 310 d.C.

Il purgatorio secondo i teologi cattolici non è una seconda possibilità di salvezza, ma un luogo di purificazione, attraverso anni, decenni, o secoli di atroci dolori e sofferenze nel fuoco.

A proposito poi dei cosiddetti debiti, che la Chiesa Romana afferma che si debbano espiare in purgatorio, dico: ma se secondo la Scrittura, Dio cancella i peccati dell’uomo, che va da Lui a confessarli, sia i peccati, che la pena eterna che egli merita, non è diabolico affermare che egli deve andare dopo morto ad espiarli in un luogo di sofferenza? Certo che lo è.

Ma ammettiamo pure per un “momento” che il purgatorio “esista”, non hanno mai letto i teologi cattolici che: (Galati 6:5) “Ciascuno infatti porterà il proprio fardello” e che nessuno può in alcun modo: (Salmo 49:7) “....riscattare il fratello, né pagare a Dio il prezzo del suo riscatto”? Come possono quindi insegnare essi che i vivi possono in qualche modo offrire a Dio un sacrificio espiatorio per i morti che sarebbero in purgatorio? E quale sarebbe poi questo sacrificio? La messa. Ma se già per i vivi la messa non costituisce per nulla un sacrificio propiziatorio, come potrebbe invece esserlo per i morti?

Come potete ben vedere le imposture (in questo caso il purgatorio, con la messa e le preghiere per i morti) sono ben collegate tra di loro nella teologia romana.

Ap. 14:13: “E udii una voce dal cielo che diceva: Scrivi: <beati i morti che da ora innanzi muoiono nel Signore. Si, dice lo Spirito, essi si riposano dalle loro fatiche perché le loro opere li seguono> ”.

Quindi lo Spirito della verità attesta, che coloro che muoiono nella grazia, sono beati perché si riposano dalle loro fatiche in cielo. Questo esclude che essi si trovino in un purgatorio ad espiare dei loro debiti mediante delle sofferenze atroci simili a quelle dell’inferno; perché in questo caso non sarebbero più felici, bensì infelici, perché invece che riposarsi dalle loro fatiche, starebbero soffrendo pene atroci come punizione dei loro debiti.

Gesù ha detto: Giov. 5:24 “...chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”, e Paolo dice nella lettera ai Romani al cap.8, v.1: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”.

Quindi, se per coloro che sono in Cristo non v’è nessuna condanna e Gesù ha detto che essi non vengono in giudizio, ma che passano dalla morte alla vita, è contraddittorio pensare che dopo morti, prima di entrare in cielo, essi avranno bisogno di andarsene (per anni, decenni o secoli) in un purgatorio a soddisfare i debiti che rimangono nei confronti della giustizia di Dio. Perché? Poiché questo sarebbe un controsenso, dato che nel purgatorio si andrebbe per essere giudicati, puniti e condannati, (anche se per un tempo determinato e non per sempre), ad atroci sofferenze per espiare i debiti contratti verso Dio.

Dio ci guardi da simili insegnamenti e dottrine!

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 8

Il Regno di Dio sulla Terra o Millennio

Dopo aver trattato lo studio dell’iniqua dottrina del purgatorio, trattiamo ora lo studio della dottrina biblica del Millennio: Ap. 20:1-15.

Al punto 676 del Catechismo della Chiesa Cattolica, riguardo al Millennio, si legge: “Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, sopratutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato <intrinsecamente perverso>”.

Le prime forti opposizioni dirette contro la dottrina biblica del Millennio, o Regno di Dio sulla terra, arrivano nel IV secolo con personaggi come Costantino e nel V secolo con Agostino. La tesi di quest’ultimo era che il Regno di Dio sulla terra (il Millennio), così tanto profetizzato, sia nell’A.T. che nel N.T., era iniziato con l’inizio della vita della Chiesa sulla terra (nel passo dell’Apocalisse 20:1-7 viene ripetuta sei volte la cifra mille anni, mentre la Chiesa vive sulla terra già da duemila anni). La tesi di Agostino divenne in seguito la tesi ufficiale della Chiesa Romana che condannò la dottrina biblica del Regno di Dio sulla terra, ovvero il Millennio, e come eretici chiunque la professasse. Tale tesi, invece, contraddice in pieno quanto la Scrittura dice riguardo al compimento del Regno di Dio sulla terra.

Il discorso diviene più chiaro se oltre a leggere Ap. 20:1-15 si interpellano anche i vari passi di Isaia e di tanti altri ancora che parlano in modo chiaro di tale dottrina.

Nel Millennio le anime credenti di ogni tempo, resuscitate, non andranno incontro alla “morte seconda” (leggere: Ap. 20:6,14), (ovvero i resuscitati non potranno più peccare e morire e tanto meno essere condannati, perché questi saranno rivestiti di un corpo glorificato ed incorruttibile) così pure i vivi rapiti (questo avverrà al rapimento della Chiesa, processo nel quale resusciteranno anche i santi defunti di ogni tempo) e i martiri della tribolazione resuscitati all’inizio del Millennio: Ap. 20:1-6. Tutti questi saranno i santi della Chiesa, la sposa di Cristo che regnerà sulla terra assieme a Cristo e che comprenderà sia i credenti morti dell’A.T. che del N.T., più i vivi “trasformati” nel corpo al rapimento di Gesù e i martiri della tribolazione. A vivere nel Regno di Dio saranno i vivi sulla terra, sopravvissuti al giudizio e ai giudizi divini, che verranno ritenuti degni di farvi parte per aver deciso di lottare contro il regime dell’Anticristo per motivo di fede in Cristo Gesù. Al riguardo possiamo dire che gli altri vivi non trovati degni, scampati fortunosamente ai giudizi di Dio, verranno giudicati da Cristo e la sua Chiesa (Ap.20:4; 1Corinzi 6:2-3) e privati del glorioso Regno di Dio sulla terra. Avverrà, quindi, che la zizzania sarà finalmente separata dal buon seme, nel campo che è il mondo nel quale viviamo: Matt.13:24-30; c.13:36-43; il Signore separerà le pecore dai capri: Matt.25:31-34,41,46. I salvati resuscitati e rapiti avranno un corpo incorruttibile e glorioso e regneranno e giudicheranno con Cristo per mille anni. Sulla terra intanto Israele avrà finalmente quel ruolo di luce e gloria tanto profetizzato dalle Sacre Scritture.

I credenti resuscitati non torneranno sulla terra in modo “strettamente materiale” a subire la tentazione con i sudditi del Regno alla fine dei mille anni. D’altra parte, il Signore afferma che i resuscitati non sposano e non sono sposati, e non possono più morire, giacché sono simili agli angeli e sono figliuoli di Dio essendo figliuoli della resurrezione (Luca 20:35-36), fin da ora gli angeli, la cui dimora è nel cielo, esercitano un ministero esteso a tutta la terra.

Se noi diventeremo simili a loro, possiamo ben comprendere come in una certa misura, dal seno della gloria, avremo la capacità e la possibilità di partecipare al Regno glorioso sulla terra. Probabilmente i resuscitati (martiri della tribolazione compresi) e i rapiti al rapimento della Chiesa (i vivi trasformati nel corpo), che regneranno con Cristo, non saranno sempre visibili sulla terra, ma seguiranno il Cristo in un apparire e sparire secondo i momenti e le circostanze. I sudditi del Regno che vivranno sulla terra, in qualche modo, avranno delle specifiche differenze dall’uomo di oggi; subiranno in una certa misura dei cambiamenti fisico-strutturali che porteranno loro a possedere la longevità. La legge dell’odierna natura sarà diversa per certi aspetti da quella di oggi, perché vediamo che, tra i cambiamenti che ci saranno, gli animali anche quelli più feroci saranno amici degli uomini e si ciberanno solo di vegetazione: Isaia 2:4; c.11:3-10; c.65:25; Salmo 72:3-8; ecc..

Dagli uomini e dalle donne sopravvissute nasceranno altri uomini e donne e vivranno sulla terra piena di pace governata dalla giustizia: Isaia 65:20-25.

Se gli animali è certo che non saranno più carnivori, non si può dire lo stesso dei sudditi del Regno, che probabilmente in questo senso manterranno la natura dell’uomo di oggi: Zaccaria 14:20-21. Gli animali che vediamo nel Regno Millenario non comprendono animali morti resuscitati, essi non hanno un’anima immortale (ma solo un’anima terrena che vive soltanto finché è in vita il corpo) e di conseguenza non resuscitano. Questi, che vediamo nel Millennio, sono gli animali sopravvissuti sulla terra e che chiaramente si riprodurranno. Per mezzo della potenza di Dio perderanno la loro natura aggressiva, carnivora (per le specie che lo sono), e quant’altro.

La Scrittura dice che i risorti regneranno con Cristo mille anni; è chiaro, dunque, che per regnare vi debbano essere dei sudditi da poter governare. Questi saranno i vivi sopravvissuti al giudizio di Dio e le nuove generazioni procreate da essi; saranno loro ad essere governati da Cristo e dai resuscitati di ogni tempo ed, inoltre, saranno alcuni di essi (probabilmente solo tra le generazioni procreate) che, ahimè, durante il Regno Millenario potranno dare luogo a casi sporadici di peccato (Isaia 65:20-25) anche se Satana sarà stato legato; oltre a questi peccati potrà esserci, in alcuni casi, il peccato contro lo Spirito Santo (Matteo 12:31-32).

Quando Satana verrà slegato, verso la fine del Millennio, il peccato e il male torneranno in modo più significativo e visibile sulla terra, ed influenzeranno molti dei viventi (Ap.20:7-9); saranno molti ad essere influenzati dalla potenza di Satana e del peccato, ma Dio questa volta metterà in poco tempo fine per sempre a ciò. A questo punto verrà il giudizio finale e la resurrezione di tutti i morti. E tutti coloro che non saranno trovati scritti nel libro della vita saranno gettati nello stagno di fuoco o inferno: Ap.20:11-15. Nello stesso tempo, assieme alla resurrezione generale degli empi, vi sarà anche un “esiguo” numero di risorti credenti; questi ultimi saranno anime di uomini vissuti nel Millennio, morti per cause naturali e o uccisi da empi, soprattutto alla fine di tale periodo. Questi uomini viventi sulla terra durante il Regno di Dio (Millennio) non sono i risorti, i quali non possono più morire (i risorti governeranno sulla terra), ma uomini e donne che saranno ritenuti degni di vivere sulla terra (che genereranno figli e figlie) nel giorno del giudizio di Cristo prima del Millennio e che potranno incorrere nella morte fisica, anche se per via naturale sarà alquanto difficile. I loro corpi seppure naturali, non immortali e non incorruttibili, saranno comunque abbastanza diversi da quelli dell’uomo di oggi, ma solo sotto l’aspetto della fisicità, ovvero nei confronti della malattia e della morte. Tali corpi saranno notevolmente più resistenti e forti; la vita di ogni individuo sulla terra, se non peccherà contro il Signore, non si spegnerà facilmente per via naturale durante il Millennio; ciò sarà alquanto raro perché l’uomo sarà longevo.

Poco prima del giudizio finale, alla fine del Millennio, i corpi dei credenti viventi sulla terra, durante il Millennio, che non saranno morti (non si parla dei governanti) avranno la trasformazione dei loro corpi in corpi incorruttibili, gloriosi e immortali e tutti i santi di ogni tempo e quelli del Millennio appunto (quelli viventi sulla terra durante il Regno di Dio, ovvero il Millennio) vivranno su una nuova terra, e ci sarà anche un nuovo cielo e il mare non ci sarà più. I primi, ovvero la terra e il cielo, che conosciamo oggi, scompariranno: Ap.21:1.

La Scrittura non poteva contenere tutti i particolari degli avvenimenti, ma ciò si evince dal senso generale dei fatti riguardo la resurrezione. Come abbiamo già detto, riguardo al passo di Ap.20:4-6, non è implicito che i giudici e regnanti (v.4), e Gesù saranno sempre visibili agli uomini del Regno di Dio sulla terra.

Solo dopo il giudizio finale ci sarà “il nuovo cielo e la nuova terra” (Ap. c.21), e la nuova Gerusalemme scenderà dal cielo e noi tutti credenti di tutte le epoche vi vivremo per l’eternità dimorando con Dio.

Ad ogni modo, qui si stanno mettendo solo in luce i particolari più salienti del Regno Millenario, per saperne di più, è utile studiare direttamente l’argomento più dettagliatamente usando le bellissime Sacre Scritture. Leggere ad esempio per intero i capitoli 20 e 21 dell’Apocalisse, i vari passi di Isaia citati e di tanti altri profeti dell’A.T. e scrittori ispirati del N.T.. Quando Dio metterà definitivamente fine all’opera di Satana, quest’ultimo verrà spedito nello stagno di fuoco (inferno) assieme ai suoi seguaci angelici e alle anime peccatrici indisposte verso Dio: Ap.20:7-15, Ap.21:8. In qualche modo il Regno dei mille anni sarà un riordinamento del vecchio disegno di Dio riguardo alla residenza dell’uomo nel giardino dell’Eden sulla terra, che Satana astutamente rovinò. Il Regno dei mille anni sarà come un ritorno all’Eden, ma per certi aspetti sarà diverso anche perché, mentre Satana in quel luogo poté intervenire nella vita di Adamo ed Eva, nel Regno avvenire egli sarà impossibilitato a farlo, perché legato per mille anni e anche, se alla fine di tale periodo verrà slegato, ciò durerà solo per un brevissimo tempo. Dio alla fine porterà i suoi nella sua eternità di pace, amore e giustizia, dopo aver giudicato Satana e i suoi angeli e le anime degli increduli. Gesù, quando resuscitò, poteva apparire e sparire davanti agli occhi dei discepoli e nello stesso tempo Egli poteva mangiare e bere con loro. Siccome, dunque, Gesù è la primizia di quelli che dormono, anche i morti in Cristo che risorgeranno avranno un corpo simile al suo, potranno apparire e scomparire a loro piacimento, quando governeranno sulla terra, proprio come faceva Gesù dopo la sua resurrezione e per i quaranta giorni che apparve ai suoi discepoli; essi potranno passare attraverso muri, porte, ecc.. L’anima non ha sesso, è asessuale, non è né di sesso femminile, né di sesso maschile, così il corpo della resurrezione sarà asessuale. Esso sarà simile al nostro corpo di oggi ma nello stesso tempo differente per moltissimi aspetti. Coloro che risorgono sono come gli angeli nei cieli, non si sposano e non hanno rapporti sessuali, essendo tutti “simili” e senza sesso: Matt.22:30. All’inizio del Millennio resusciteranno i cristiani “neoconvertiti” (i convertiti durante la tribolazione) o, comunque, convertiti per davvero solo nel periodo della tribolazione (infatti non rapiti al rapimento della Chiesa proprio perché trovati in difetto) i quali sono morti di morte naturale e o a causa dei giudizi divini sulla terra nella tribolazione di sette anni (giudizi che certamente colpiranno solo pochi credenti che riusciranno probabilmente, con la giusta accortezza dovuta alla fede e alla conoscenza, a scamparli in gran parte, inoltre è probabile che la guida del Signore nei suoi giudizi divini sulla terra, seguendo una linea punitiva, colpisca in gran parte solo gli empi), più i martiri della tribolazione: Ap.20:4-6 (anch’essi si saranno convertiti durante la tribolazione). Gli altri santi morti, sia dell’epoca dell’A.T. che dell’epoca della grazia, non compaiono nel passo citato dell’Apocalisse perché resuscitati e glorificati al rapimento della Chiesa universale di Cristo, che avverrà un brevissimo tempo prima dell’inizio dei sette anni di tribolazione. All’inizio del Millennio risorgono solo i martiri della grande tribolazione, più gli altri prima elencati; quest’ultimi saranno così esigui (i credenti morti di morte naturale e a causa dei giudizi divini) in confronto al numero dei martiri, che la visione di Giovanni non li presenta nemmeno o non li prende in considerazione, essendo la visione primariamente concentrata sulla morte e resurrezione dei martiri (che saranno tantissimi, infatti l’Anticristo col suo regime si proporrà di uccidere tutti i veri cristiani e ci riuscirà quasi completamente: Ap.13:7-10; Ap.13:13-17; Daniele 7:21-22), morti a causa della loro testimonianza resa, i quali resusciteranno all’inizio del Millennio.

A quelli che credono che la dottrina del Regno Millenario di Dio sulla terra sia senza fondamento e che la resurrezione di cui parla Ap.20:4-6 sia da intendersi come risurrezione spirituale o rigenerazione interiore, dovuta alla conversione a Cristo, rispondo brevemente: 1) centinaia di passi profetici antico-testamentari parlano di un Regno di Dio sulla terra senza contare quelli del N.T.; 2) se dal verso 11 al 15, riguardo al giudizio finale del c.20 dell’Apocalisse, si crede (e si fa bene) che si tratti di una resurrezione letterale dalla tomba, mentre per i versi 4-6, sempre del c.20 dell’Apocalisse, si crede che si tratti di una resurrezione spirituale, allora finisce ogni importanza del linguaggio e le Scritture cessano di essere una testimonianza. Se la prima resurrezione (quella all’inizio del Millennio: Ap.20:4-6) deve considerarsi spirituale, così deve essere anche per la seconda (riguardo al giudizio finale: Ap.20:11-15) e suppongo che nessuno potrebbe avanzare una simile tesi. Se la seconda è letterale, lo è anche la prima in armonia con l’intera fede della Chiesa primitiva e della vera Chiesa di oggi; 3) non meno importante è il fatto che nel v.4 del c.20 di Apocalisse è scritto: “..E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio....Essi tornarono in vita...”. I termini: “decapitati” e “tornarono in vita” concordano ulteriormente e perfettamente con il credere ad una logica resurrezione letterale.

Essi devono essere stati “rigenerati spiritualmente” tempo prima del loro martirio, perché è appunto per la loro testimonianza di Gesù che vengono uccisi (“decapitati”). È fuori dubbio che qui si tratta, come del resto riguardo al giudizio finale, di resurrezione letterale. Qui si parla di martiri tornati in vita (a tornare alla vita sono solo i loro corpi, perché le loro anime non hanno mai cessato di esistere). “Tornati in vita” e “decapitati” sono entrambi eventi fisici e non spirituali. È abbastanza certo del resto che il Regno di Dio sulla terra debba durare realmente mille anni, visto che nel passo citato, non a caso, il numero mille viene usato sei volte, come se si volesse con forza far poggiare come su di un dato numero rivelato con certezza e precisione. Quelli che credono che il Regno Millenario sia il periodo durante il quale vive la Chiesa militante, affermano, per creare una sorta di inutile connessione con quanto dice la Bibbia riguardo all’incatenamento di Satana durante il Millennio, che questi (Satana) sia effettivamente (credendo essi che il Regno di Dio sulla terra sia oggi) legato oggi. Vorrei contraddire subito ciò, dicendo che se il mondo di oggi e quello passato dal tempo degli inizi della Chiesa militante sia stato privo della presenza di Satana, allora credo di vivere su un altro pianeta. Basta notare i disastri, le guerre, la fame, l’ingiustizia e quant’altro vi sia stato nel passato e vi sia oggi, per comprendere quanto sia folle questa interpretazione cattolica. Satana, invece, è attivo più che mai. Egli, invece, all’inizio del Millennio fin verso la fine sarà, com’è descritto in Ap.20:1-3, non solo semplicemente incatenato, ma afferrato, legato, gettato nell’abisso, chiuso in esso e sigillata ogni uscita. In tutta la Scrittura Sacra sta scritto che Satana esercita un grande potere, non soltanto contro il mondo, ma anche contro i credenti: Atti 5:3; 1Corinzi 5:5; 1Corinzi 7:5; 2Corinzi 2:11; 2Corinzi 11:14; 2Corinzi 12:7; 1Timoteo 1:20.

Se c’è ancora qualche incertezza sul fatto che Satana non sia legato in questo tempo, ma che lo sarà solo nel Millennio futuro, essa dovrebbe essere messa a tacere dall’esortazione di Pietro in 1Pietro 5:8-9: “Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, và attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede...”.

Satana non è ancora legato e il Regno Millenario non è stato ancora instaurato. Ciò avverrà alla venuta in gloria di Cristo Gesù.

Quindi, è impossibile che il Regno Millenario sia in questo tempo, perché Satana in tale periodo verrà reso completamente inoffensivo e non potrà nuocere in alcun modo a nessuno; tale periodo sarà un tempo di pace e giustizia globale; è chiaro che oggi non è così.

È un vero e proprio inganno che i teologi cattolici e quant’altri identificano questo Regno con “il mondo presente”, dichiarando a volte, anche ironicamente, che forse le catene di Satana sono abbastanza lunghe da poter in qualche modo nuocere ugualmente, quando sappiamo, invece, in che modo e con quale cura egli verrà a suo tempo rinchiuso, legato e sigillata ogni uscita. Ho riportato qualche dettaglio riguardo al Regno Millenario al solo scopo di rendere vani i dubbi di coloro, i quali, leggendo tali passi biblici, possano rimanere un po’ perplessi, abituati, come sono molti, a credere ad una realtà e ad un insegnamento estraneo al messaggio biblico. Ultimamente alcuni teologi cattolici, specialmente dopo le due guerre mondiali, tentano di cambiare in parte la loro posizione a riguardo, supponendo che il Regno Millenario deve ancora venire, ma che comunque (sempre secondo loro) quando si verificherà sarà sempre e solo in forma spirituale e non letterale come appare, invece, nella Bibbia. Sono sicuro che quando verrà il tempo in cui il mondo globale sarà pieno di disastri, fame e guerra, molti di loro dovranno fare ancora un altro sforzo nel cambiare la loro tesi e probabilmente mi auguro che possano accettare l’idea certa che l’era di pace globale sulla terra non sarà l’uomo a portarla (ciò è impossibile), ma avverrà solo alla venuta in gloria di Cristo Gesù ed esclusivamente per il suo intervento divino che porterà la terra ad un nuovo giardino di Eden, con tutto quello che molto minuziosamente le Scritture ci dicono.

In Ap.22:18-19 è scritto che se qualcuno aggiunge o toglie qualcosa dalle parole di queste profezie (ed è anche compresa la profezia del Millennio), Dio lo punirà con estrema severità. E ciò non vuol dire soltanto usare attenzione e sincerità nella traduzione dello Scritto, senza fare manipolazioni letterarie, ma anche stare attenti nell’evangelizzazione di tali profezie, attenendosi fermamente al vero messaggio profetico, senza usare malizia o fine estraneo alla volontà e verità di Dio, seguendo le proprie ideologie e abbassando l’autorità dello Scritto Sacro.

Ci sono centinaia di passi nella Bibbia (soprattutto nell’A.T.) che parlano chiaramente del Regno di Dio sulla terra, anche se il capitolo 20 dell’Apocalisse è l’unico di questi passi a fissarne la durata. Se annulliamo, o per meglio dire, spiritualizziamo il messaggio di Ap.20, anziché prenderlo per quello che in sostanza vuol dire, si annullerebbe e si spiritualizzerebbe anche una buona parte di tutte le altre Scritture ispirate che parlano insistentemente di un Regno glorioso di Dio sulla terra. Le profezie di questi passi devono ancora avverarsi e se facciamo come i teologi cattolici e tanti altri che credono solo al paradiso eterno, quando la Scrittura chiaramente menziona il Regno di Dio sulla terra che anticiperà il nuovo cielo e la nuova terra e la Gerusalemme celeste eterna, rendiamo poco credibili le profezie dei profeti biblici e di conseguenza chi li ha ispirati: Dio.

Come già detto questi passi profetici devono ancora avverarsi, citiamone alcuni:

Isaia 11:3-10 (ma quando potrebbe avvenire ciò se non nel Regno di Dio sulla terra? ).

Isaia 2:4 (vi sembra possibile tutto ciò, senza l’instaurazione del Regno di Dio?).

Isaia 65:20-25 (la longevità degli uomini; i loro anni saranno come quelli degli alberi; la pace e quant’altro sono elementi riscontrabili solo nel Regno di Dio).

Salmo 72:8-9 (il passo dice che il Regno di Gesù sarà da un mare all’altro, fino all’estremità della terra, ed Egli, dominerà con giustizia. Vediamo in Ap. 21:1 che dopo il Regno Millenario ci sarà un nuovo cielo ed una nuova terra e il mare non ci sarà più, quindi, qui, quanto dice questo passo del Salmo 72 riguardo al Regno di Cristo sulla terra, non può trattarsi di quanto parla Ap.21:1, cioè della Gerusalemme celeste o paradiso eterno, ma del Regno di Gesù sulla terra che, appunto, in modo letterale e non solo spirituale dovrà venire).

Isaia 11:3-5; c.65:20-25 (vediamo che il Signore regnerà con la verga sul suo Regno e gli uomini che dovessero peccare [i viventi sulla terra] verranno subito giudicati e colpiti con la morte; ora è difficile [per chi crede che si parli della Gerusalemme celeste, in questi passi, ovvero il paradiso celeste, bisognerebbe dire che è impossibile che si possano trovare ancora dei peccatori e che si possa ancora morire, perché è detto che nella Gerusalemme celeste, nel paradiso di Dio, tutti coloro che vi faranno parte non potranno più né peccare, né morire] vedere in questo passo la profezia della Gerusalemme celeste, anziché il Millennio. Il giudizio sui peccatori verrà “ministerialmente” svolto da Cristo Gesù in Persona e dai resuscitati [la Chiesa] che regneranno e giudicheranno sul popolo della terra: Ap. 2:26-27; Ap. 5:10; Ap. 20:4-6; ecc.).

Allo stesso modo nel quale le minuziose profezie si adempirono riguardo alla sofferenza e al ministero del Cristo sulla terra (e non furono profezie spirituali ma letterali), così si adempiranno anche il trionfo visibile e il ritorno in gloria di Gesù sulla terra e il suo dominio e Regno. Come Egli fu visibile quando venne per soffrire sulla terra, così sarà visibile quando verrà in gloria sulla terra. Come Egli venne sulla terra nella figura di umile servitore, così verrà nuovamente, stavolta, invece, però in gloria, come Re dei re, come Signore dei signori nel mondo per instaurare il suo glorioso Regno. Si può spiritualizzare a piacimento la profezia che viene da Dio? Quale autorità abbiamo di fronte alla chiarezza dei molteplici passi citati, e di tanti altri che se ne potrebbero citare, nel volerli spiritualizzare?

Le dichiarazioni ispirate dei profeti riguardo al Millennio sono in perfetta comunione col messaggio profetico generale biblico. Teologi cattolici, perché volete mettervi contro la Parola di Dio, contro Dio stesso? Perché molti si proclamano portatori del messaggio evangelico, ma in realtà, ne rinnegano la divina autorità? Non saranno questi puniti con maggiore severità dal Sommo Giudice perché responsabili di aver offeso Dio nella sua autorità suprema e insegnato agli altri a fare lo stesso? Nonostante i passi citati, le argomentazioni portate, il cap.20 di Apocalisse e tant’altro ancora, la Chiesa Romana ha definito “falso” e perfino “perverso” la dottrina biblica e cristiana del Regno di Dio sulla terra, come si può leggere nel Catechismo cattolico romano al punto prima citato, all’inizio di questo studio. È inutile dire che questa tesi cattolica (come del resto tante altre teorie, come le tante orribili dottrine e dogmi di fede cattolici), è antibiblica e anticristiana. Anche se Dio lo proclamano con la bocca, con la stessa e con i fatti ne rinnegano l’autorità, la potenza e la gloria assoluta.

Nello stesso libro dell’Apocalisse al c.5:9-10 è scritto: “Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: <Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra>”. Vedere con attenzione come il passo dica: “e regneranno sulla terra”.

Bisogna anche applicare poi un importante principio di studio: occorre ignorare la suddivisione in capitoli. Essa non esisteva nel testo originale, fu introdotta in seguito dall’uomo. Essa non è ispirata da Dio e spesso si trova nel posto sbagliato, dividendo ciò che Dio aveva unito. Anche se risulta vantaggioso e utile per trovare con facilità i passi desiderati, oltre a tale utilizzo però non bisogna andare. La continuità e la consecuzione degli eventi nel testo originale è bruscamente interrotta (si sta parlando del Millennio al c.20 dell’Apocalisse) da un numero 20, e questo ha dato spunto a molti teologi cattolici, e non, di poter spostare il Millennio, dietro idee preconcette (il Millennio al capitolo 20 che segue chiaramente gli eventi del c.19), nella storia, ovvero ne hanno fatto una ricapitolazione di tutta la storia della Chiesa sulla terra che precede la venuta di Gesù in gloria, anziché essere un evento che viene subito dopo il cap.19. Anche se non tutti i singoli avvenimenti dei capitoli nel libro dell’Apocalisse procedono cronologicamente, è però chiaro che riguardo ai capitoli 19, 20 e 21 ciò avviene.

I capitoli e i versetti numerati sono un’aggiunta dell’uomo e risultano non ispirati. Anche i titoli dei diversi passi e capitoli sulle pagine delle nostre bibbie sono un’aggiunta dell’uomo e non sono ispirati. Il “poi” del cap.20:1 dell’Apocalisse, con il quale inizia lo stesso c.20, ci fa capire come i fatti menzionati in questo capitolo sono una continuazione di quanto accade dal capitolo 19:1 in poi. Separare il c.20 dal c.19, come fanno i teologi cattolici, distrugge l’intera sequenza degli eventi. A essere sinceri sarebbe chiaro anche ad un fanciullo, che con sincera devozione si avvicinasse al passo in questione per studiarlo, senza idee preconfezionate e preconcette con o senza il numero 20, che gli eventi riguardo al Millennio (c.20) seguono quelli del c.19, ovvero vengono dopo e non prima, e precedono quelli del c.21. Ma vediamone i particolari nel dettaglio: c.19:11-21 (tratterò solamente le parti più interessanti per il tema che si sta esaminando) “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco apparire un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava si chiama Fedele e Veritiero....Dalla bocca gli usciva una spada affilata per colpire le nazioni; ed egli le governerà con una verga di ferro.....E vidi la bestia (l’Anticristo) e i re della terra e i loro eserciti radunati per far guerra a colui che era sul cavallo (Gesù) e al suo esercito. Ma la bestia fu presa e con lei fu preso il falso profeta (vedere con attenzione il c.13, è chiaro che sono ancora cose mai avvenute)...Tutti e due furono gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e zolfo. Il rimanente fu ucciso con la spada che usciva dalla bocca di colui che era sul cavallo (Gesù), e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni” (tutto ciò descrive la venuta in gloria di Gesù sulla terra e il suo giudizio sul mondo e sugli uomini malvagi che hanno preso il marchio della bestia e hanno adorato la sua immagine: c.19:20); c.20:1-15 (continua in sequenza la rivelazione) “Poi vidi scendere dal cielo un angelo...Egli afferrò il dragone...lo legò per mille anni, e lo gettò nell’abisso che chiuse e sigillò sopra di lui perché non seducesse più le nazioni finché fossero compiuti i mille anni...Poi vidi dei troni. A quelli che vi si misero seduti fu dato di giudicare. E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano ricevuto il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Essi tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni. Gli altri morti non tornarono in vita prima che i mille anni fossero trascorsi. Questa è la prima risurrezione. Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni. Quando i mille anni saranno trascorsi, Satana sarà sciolto dalla sua prigione e uscirà per sedurre le nazioni...E salirono sulla superficie della terra e assediarono il campo dei santi e la città diletta; ma un fuoco dal cielo discese e le divorò. E il diavolo che le aveva sedotte fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta...Poi vidi un grande trono bianco e colui che vi sedeva sopra. La terra e il cielo fuggirono dalla sua presenza e non ci fu più posto per loro. E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere...E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco”; c.21:1-5 “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo...E colui che siede sul trono disse: <Ecco io faccio nuove tutte le cose>. Poi mi disse: <Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere...>”.

Credo che adesso sarà ancora più chiaro come tra questi tre capitoli 19, 20 e 21 ci sia la consecuzione degli eventi, qui descritti e che il c.20 è una successione di eventi che seguono quelli del c.19. Il libro dell’Apocalisse è stato scritto per tutti i credenti e non solo per i “dotti teologi cattolici”. È un corretto principio quello di interpretare le Sacre Scritture nel loro senso più semplice ed immediato, a meno che non ci sia una chiara indicazione che si debba intendere altrimenti. Prima del Regno Millenario, l’Anticristo e il falso profeta devono già essere comparsi sulla terra, per poter poi essere spediti un momento prima dell’instaurazione del Millennio nello stagno di fuoco e zolfo. In più, Satana, come già detto, sarà completamente chiuso e legato nell’abisso che sarà anche sigillato sopra di lui.

Come si può dichiarare che il Millennio è in atto dall’inizio dell’era della Chiesa, se tali eventi devono ancora verificarsi? In più, secondo il testo Sacro dovrà persino venire prima Gesù in gloria sulla terra a giudicare l’Anticristo, il falso profeta e tutti i malvagi della terra che avranno preso il marchio e avranno adorato l’immagine della bestia: c.19 v.20; questi ultimi verranno, sorprendentemente, uccisi proprio da Gesù che verrà a giudicare: v.21 (l’Anticristo e il falso profeta andranno direttamente all’inferno, senza morire di morte fisica, infatti vi andranno vivi, probabilmente, avranno una trasformazione del loro corpo fisico da mortale a immortale direttamente [Ap. 19:20-21] e anticiperanno gli altri empi, infatti questi ultimi andranno nello